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1661 



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L161— O-1096 



ISTORIA FIORENTINA 



LEONARDO ARETINO. 



ISTORIA FIORENTINA 



DI 



LEONARDO ARETINO 

TRADOTTA IN VOLGARE 

D A. 

1IONATO laiiJIOLl 

PREMESSOVI UN DISCORSO SU LEONARDO BRUNI ARETINO 

PER C, MONZA XI. 




FIRENZE. 

FELICE LE MONN1ER. 

1861. 



345, 

3; 

i I 



353^ KI 



LEONARDO BRUNI ARETINO 

DISCORSO 

di c. monzahw. 



5450 



LEONARDO BRUNI ARETINO 



DISCORSO. 



L' età in cui visse ed operò Leonardo Aretino non solo non è 
studiata ed apprezzata quanto meriterebbe, ma ne anco dirittamente 
giudicata. Che se il quindecimo secolo non rifulse di quella luce di 
cui splenderono F anteriore e il successivo, cioè il secolo di Dante e 
quello del Machiavelli , se non produsse egual numero di grandi e 
originali ingegni, e opere di tanta maravigliosa eccellenza, non è 
però men degno di lode e benemerito del sapere per le lunghe , 
pazienti e fortunate cure, onde i dotti di quell'età attesero a risu- 
scitare tutto ciò che di meglio e di più vicino alla perfezione avea 
prodotto la classica antichità, fonte di ogni buona letteratura, i cui 
preziosi tesori una barbarie di molti secoli aveva miseramente di- 
spersi. Per esse que' sapienti e laboriosissimi uomini bene merita- 
rono non solamente degli studi in particolare, ma altresì della ci- 
viltà e dell' universale sapienza ; imperocché, oltre che accrebbero il 
numero delle cognizioni, fecero fare alle lettere progressi inestima- 
bili, e impressero agli studi un moto sì rapido e potente, di che nel 
secolo sedicesimo, secolo che splendette di gloria immortale, si col- 
sero ricchi e preziosi frutti. E in quella età, senza le lunghe, pazienti 
e spesso tediose fatiche degli eruditi del secolo precedente, non sa- 
rebbonsi forse vedute le lettere sorgere a tanta e singolare altezza, 
né si avrebbe avuto un sì gran numero di forti, leggiadri e originali 
intelletti. Perciò io ho pensato che non sia per tornare vana e inu- 
tile fatica il prendere occasione da questa ristampa della Storia Fio- 
rentina per discorrere deir Aretino e de' tempi suoi alcune cose non 
indegne, parmi, di essere richiamate alla memoria degli studiosi. 

i Questo discorso è stato tolto dall' Archivio storico italiano,, nuova serie, 
dispensa 9 parte I , e dispensa 10 parte li , anno 1857. 



IV LEONARDO BRUNI ARETINO. 

Leonardo Bruni ' nacque nel 1369 in Arezzo da famiglia inge- 
nua ed onorata. 2 Ebbe dalla città il soprannome di Aretino, col 
quale egli è più universalmente conosciuto. Non vuoisi però con- 
fondere coli' altro Aretino, infamia dell' età che lo sofferse , lo lodò 
e lo chiamò divino. Il padre, quantunque non ricco, era dei beni 
del mondo abbastanza agiato per provvedere di buona educazione il 
figliuolo, in cui sino dai primi anni si scoprì un grandissimo ardore 
per le lettere. 3 Delle quali a innamorarlo vie maggiormente vogliono 
i suoi biografi che molto contribuisse una singolare circostanza. 
Quando nel 1384 Engherrando di Coucy scese con un esercito fran- 
cese in Italia per sostenere i diritti di Luigi d'Angiò contro Carlo III, 
venuto egli in quel d' Arezzo, molli fuorusciti in unione ai Tarlati, 
famiglia potente e nemica implacabile dei Fiorentini, la quale pos- 
sedeva oltre a settantanove castella, colsero questa occasione per 
invitarlo a impadronirsi della città, dove per mezzo delle pratiche e 
aderenze eh' ei vi tenevano lo introdussero la notte dei 29 di set- 
tembre 1584. Nella città insieme ai Francesi i fuorusciti irruppero 
con impeto feroce, vi menarono orrenda strage, e tutta la riempi- 
rono di confusione e di sangue. Molti cittadini furon fatti prigionie- 
ri , tra' quali il vescovo . il padre di Leonardo e Leonardo stesso ; 
quelli condotti nel castello di Pietramala, questi nell'altro di Qua- 
rata. Nella stanza in cui fu chiuso il giovinetto era un ritratto del 

* Noto qui le opere delle quali io mi sono giovato per questo Discorso; e 
ciò, per essere dispensato dal citarle quasi ad ogni pagina. 

Vespasianus , Virorum Illustriam Vita? CHI j Romae 1839. — Leonardi 
"Bruni Aretini , Epistolarum libri Vili , recensente Laurentio Mehus ; Fioren- 
ti» 1741. — Mehus, Vita Leonardi Bruni. — là. Leonardi Bruni scripta. — 
lannottii Manetti , Oratio funebris. — Poggi Bracciolini , Oratio funebms. — 
Angelus Maria Bandinius, Specimen interattiva? fiorentina? sa?culi XV j Flo- 
reotiae 1748. — Ambrosii Traversarti , generalis Camaldolensium , aliorum- 
que ad ipsum et ad alios de eodetn Ambrosio latina? epistola?, a domino Pelro 
Canneto, abbate camaldulensi, in libros XXV tributa?, variar um opera distincta? 
et observationibus illustrata?. Adcedit eiusdem Ambrosii vita, in qua Historia 
litter aria fiorentina ab anno 1192 usque ad annum 1440 ex monumentis potis- 
simum nondum editis deducta est a Laurentio Mehus-; Florentia 1759. — 
Shepherd, Vita di Poggio Bracciolini ./Firenze 1823. — Poggi, Epistola? j Flo- 
rentiae 1832. 

3 « Parentes habui ingenuos et honestos; addo etiam, si quid ad hanc rem 
». id pertinet, nec illocupletes, et cunctis honoribus in libera civitate perfun- 
>» ctos » Leon. Aret , Oratio in nebulonem maledicum. 

3 « Suapte natura disciplinarum amore flagrabat. » Manetti , Oratio fu- 
nebris. 



LEONARDO BRUNI ARETINO. V 

Petrarca ; a tal vista tutto egli si commosse, ne mai stanca vasi dal 
rimirare l'imagine del gentile cantore di Laura. Come al Boccaccio, 
mentr' era tuttavia in giovanissima età, visitando sovra i ridenti 
colli di Mergellina, abbelliti da perpetua verdura, la tomba di Vir- 
gilio, si destava forte amore per le lettere, così vogliono alcuni che 
Leonardo a quella vista si accendesse di amore per gii studi, ai 
quali più tardi sotto la direzione di Coluccio Salutati , che lo prese 
ad amare come figliuolo, * di Giovanni da Ravenna e di Emmanuele 
Grisolora, attese con infaticabile ardore. 

L ' agitazione a cui era di que' tempi in preda V impero 
d' Oriente avea ridotti in Italia molti letterati greci. Questi esuli 
illustri, come prezzo del nobile asilo loro accordato, presero ad 
istruire gì' Italiani nella loro lingua, e a rendere famigliari tra noi 
i capolavori dei loro poeti, dei loro oratori e filosofi , intorno ai 
quali molti di poi si affaccendarono. Chi attese a decifrarli, chi a 
riparare gli oltraggi che ad essi recato avea il tempo e l' incuri:» dei 
possessori, chi a correggere gii errori di cui la grossa ignoranza 
dei copisti gii aveva deturpati, chi a moltiplicarne gli esemplari ma- 
noscritti, chi a commentarli, chi a tradurli, spianando così ad altri 
la via per gustarne e coglierne le squisite ed immortali bellezze. 
Molti di costoro ripararono in Firenze, trattivi dalle istanze dei sa- 
pienti e dalle offerte generose che loro furono fatte perchè consen- 
tissero ad assumere il carico della pubblica istruzione. Era già in 
Firenze famosa la scuola di Giovanni da Ravenna, chiamato da Ve- 
nezia nel Ì397, stato nella sua giovinezza copista del Petrarca , col 
quale avea vissuto ben quindici anni, e che gli fu maestro, amico e 
guida negli studi della morale, dell'istoria e della poesia. Ma grido 
anche maggiore acquistò in breve la scuola di Emmanuele Grisolo- 
ra, uno de' più illustri tra que' benemeriti greci che in Italia ferma- 
rono stanza, venuto in Firenze per le vive e ripetute istanze di 
Niccolò Niccoli, Coluccio Salutati e Palla Strozzi, che tra i sapienti 
tenevano allora il primo seggio. Dalla scuola di lui, per parecchi 
anni numerosa e fiorente, uscirono Ambrogio Traversari camaldo- 
lense, Leonardo Aretino, Giannozzo Manetti, Iacopo d' Angiolo ed 

1 « Nemo unquam parens in unico dirigendo filio tam sedulus fuit, quain 
» ille in me, cuius ingenium. in quo tamen amore nimio decipiebatur , ita na. 
» tuni ad hsec studia prsedicabat, ut si aliorsum diverterem , manus se mihi al- 
» laturum, ac vi retracturum mìnaretur. » Leon. Aret., Epistolarum . Kb lì, 
ep. H. 



VI LEONARDO BRUNI ARETINO. 

altri venuti poi in grandissima rinomanza. Come per opera princi- 
palmente di Giovanni da Ravenna si ridestò l'amore allo studio 
delle lettere latine , così per opera del Grisolora lo studio della lin- 
gua greca , abbandonato dopo la morte del Boccaccio , in breve ri- 
sorse, tornò in ouore e fiorì largamente ; di maniera cbe la cono- 
scenza di quel divino idioma tanto si diffuse, che non eravi alcuno an- 
che di mezzana educazione fornito che lo ignorasse. Emmanuele Gri- 
solora rese così alla letteratura greca in Italia non minori servigi di 
quelli che Giovanni da Ravenna avea resi alla latina. L' unione e la 
presenza di questi due uomini in Firenze, la fecero riguardare come 
il vero seggio della sapienza antica : e parvero rivivere allora quei 
grandi estinti delP antichità greca e latina , dei quali coloro che 
seppero poi rinsanguinare produssero opere per bellezza e sapienza 
non indegne di venire in paragone con le migliori degli antichi. 

Mentre Leonardo dava opera in Firenze con grande ardore agli 
studi sotto la guida di sì chiari e valorosi maestri, contrasse stretta 
amicizia con Poggio Bracciolini , Niccolò Niccoli , Coluccio Salutati , 
Ambrogio Camaldolense, Pal'a Strozzi, Cosimo de' Medici, e con pa- 
recchi altri che più tardi divennero per ingegno e per opere chiari. 
Compiuti i suoi studi, ed essendo tuttavia in giovanissima età, 
s'acquistò fama di dotto e di sapiente. Alle corti miravano i letterali 
di queir età ; quindi non è maraviglia se anche Leonardo aspirasse 
a un posto onorifico e lucroso nella romana cancelleria. Il Braccio- 
lini, che fino dal 1404- viveva in Roma coir ufficio di scrittore delle 
lettere apostoliche, con ogni sollecitudine si adoperò a soddisfare 
al desiderio dell' amico, volendo egli dargli con ciò una prova del 
suo costante e tenerissimo affetto. Era Poggio da Innocenzo VII ris- 
guardato con particolare amorevolezza e considerazione : ciò gli 
diede animo a commendare in ogni opportuna occasione le virtù , 
F ingegno e il sapere di Leonardo, il quale dal pontefice invitato si 
recò a Roma nel marzo del 1405. Coluccio Salutati, cancelliere in 
quel tempo della repubblica fiorentina, raro esempio di tutte pubbli- 
che e private virtù, amantissimo degli studi e degli studiosi, scrisse a 
Innocenzo una lettera, nella quale ampiamente commendava i meriti 
e le qualità del giovane, di cui egli con l'affetto di padre avea diretta 
T educazione. * Infatti Leonardo si professava debitore a lui se avea 

1 « Scripsit enim nuper ad ponteficern commendationem de me amplam 
» ac luculenlam. » Leon. Aret., Epislolarum, lib I, ep. 10. 



LEONARDO BRUNI ARETINO. VII 

apprese le lingue greca e latina, e acquistata cognizione dei poeti , 
degli oratori e delle più insigni opere dell' antichità. ' 

Fu Leonardo ricevuto dal papa con segni manifesti di benevo- 
lenza , non ostante che in sul primo non poco si maravigliasse di 
trovarlo più giovane assai di quello ch'egli si era figurato. Però 
gli disse, che mentre era chiaro abbastanza della capacità sua , 1' uf- 
ficio a cui aspirava richiedeva molta maggiore esperienza di quella 
ehe dall' età sua fosse da attendersi. Le quali parole udite dai cir- 
costanti e riferite a Iacopo d'Angiolo, letterato di qualche fama, già 
emulo di Leonardo nell' Università fiorentina, mossero costui a com- 
petere di quell'ufficio con Leonardo : usò quindi ogni industria e mise 
innanzi tutti i suoi aderenti e fautori perchè il papa non glielo con- 
cedesse. Al Bruni, più che il vedersi conteso quell'impiego, re- 
cavan somma molestia le comparazioni odiose che Iacopo andava 
facendo pubblicamente. Il papa non volendo accogliere né riget- 
tare Leonardo , stava incerto e irresoluto ; e la sua incertezza era 
accresciuta dalle suggestioni, dagli occulti maneggi e dal rumore 
degli avversari di Leonardo. Poggio Bracciolini divise allora con 
l'amico le incertezze penose, le ansietà e i timori. In questo 
mezzo , Innocenzo per togliersi d' impaccio commise la risposta di 
certe lettere che a que' dì aveva ricevute dal duca di Berry ai due 
competitori, e riportò il Bruni per comune consentimento la vitto- 
ria, che tornò, a lui giovanissimo, tanto più onorevole, atteso 
la fama e le qualità dell' avversario. D' indi innanzi più stretta ed 
intima divenne l'amicizia tra Poggio e Leonardo, amicizia che durò 
inalterata finche morte non li divise. A conciliare a Leonardo la 
stima e la benevolenza della corte e del pontefice molto avea con- 
tribuito la lettera di Coluccio Salutati, la quale, letta alla presenza 
dei più insigni uomini e dei cardinali, attirò sopra di lui gli sguardi 
di tutti. « E tutti mi guardavano, » scrive egli a Coluccio , « quasi 
vedessero te , e godevano della nostra familiarità ed amicizia , e non 
potevano non istimarmi mentre mi sentivano lodato da te. » 2 E quelle 
lodi a lui compartite con sincero e liberale animo erano tenute in 
tanto maggior conto, in quanto che partivano da un uomo così per 
l'ingegno come per le singolari sue virtù universalmente amato 
e venerato. Leonardo, lieto della conseguita vittoria, scrisse a Co- 

4 Leon. Aret., Epistolarum , lib. Il , ep. li. 
2 Leon. Aret., Epistolarum , lib, I , ep. 3. 



Vili LEONARDO BRUNI ARETINO. 

luccio una lettera piena di gentili e affettuosi sensi, in cui gli espresso 
la sua gratitudine per la prova che gli avea data di singolare 
benevolenza. 

Ebbe Leonardo in sui primordii del nuovo ufficio a vedere da 
quanti pericoli è circondata la grandezza, e a quali rigori di fortuna 
soggiacciano i potenti, dove prudenza e senno non gli governi. 
Morto il nono Bonifazio, che posto aveva ogni studio a ridurre la 
città sotto la sua tirannide e fatto i patiboli sostegno al principato , 
si levò il popolo in armi per rivendicare la perduta libertà. Tra le 
agitazioni, Tarmi, le fazioni e i tumulti fu eletto al pontificato 
Gusmauo di Sulmona, che prese il nome di Innocenzo VII, uomo 
giudizioso, di mite e moderata natura, il quale pose ogni sua cura a 
tornare la quiete nella città. E non fu malagevole, dacché il popolo, 
che diffidava di Ladislao re di Napoli, accorso per fare suo prò di 
que' tumulti, consentì facilmente a restituire al pontefice il Campi- 
doglio , a condizione che fossero distrutte le fortificazioni e che re- 
stassero in sua guardia Castel Sant' Angelo e il Vaticano. Fu conve- 
nuto che il Senatore sarebbe scelto dal papa fra tre candidati eletti 
dal popolo, e che il governo della repubblica starebbe nelle mani di 
un magistrato , che prenderebbe il nome di Dieci della libertà. Le 
qualità e i precedenti del pontefice, come anco gli scrupoli della sua 
coscienza , parvero guarentigie sufficienti dell' esecuzione dei trat- 
tato ; se non che in progresso di tempo la cupidigia e la immoderata 
ambizione de' suoi congiunti, tra' quali segnala vasi un nipote ambi- 
ziosissimo , la vinsero sul suo disinteresse ; di maniera che indi a 
poco fu tratto a violare i patti , a volere estendere sua autorità in 
Roma usurpandola al popolo. Nel quale ogni dì più crescevano i so- 
spetti, avvalorati dall' apparire della cavalleria del re di Napoli, e 
dall' adunare che faceva il papa da ogni banda soldati per difen- 
dersi delle regie insidie e minacce. I Romani , che detestavano il 
giogo dei Napoletani non meno delle papali usurpazioni, convennero 
di trattare di pace con Innocenzo. E a tale effetto mandarono a lui 
alcuni dei primarii cittadini , i quali assaliti nel ritorno e messi in 
potestà di Luigi Migliorati nipote del papa , furono fatti da costui 
barbaramente uccidere. Leonardo , testimone del tradimento e del 
crudele assassinio, e che in quei trambusti corse qualche pericolo, 
mentre rimprovera al popolo di avere abusato della libertà, tace 
dell' abuso stranissimo e intollerabile della potenza ; il che s' egli è 



LEONARDO BRUNI ARETINO. IX 

conveniente a un cortigiano , mal si addice alla fiera indipendenza 
del cittadino di una libera repubblica. Nel concetto di taluni il po- 
polo ha sempre torto quante volte dalle ingiustizie, dalle scelle- 
ratezze e dalle insigni ribalderie de' potenti è tratto agli ecces- 
si , come se questi non fossero veramente i soli colpevoli e del male 
che fanno e degli eccessi a cui co' loro iniqui portamenti condu- 
cono i miseri popoli. 

La novella sparsasi della crudeltà del fatto commosse P intera 
città ; gli animi tutti erano accesi alla vendetta ; corse il popolo alle 
armi per vendicare gli uccisi, ed Innocenzo sprovveduto di forze, e 
impotente a resistere, prese la fuga e si ritirò a Viterbo, dove Pog- 
gio Bracciolini e Leonardo lo accompagnarono. Allora Ladislao, per 
opera dei Colonna e dei Savelli, entrò in Roma, donde co' suoi fu 
indi a poco cacciato dal popolo, che quelli gridò traditori della pa- 
tria. I Romani, inclinati alla pace, mandarono nuovamente ambascia- 
dori al pontefice, e dopo lunghe negoziazioni lo indussero a ritor- 
nare in Roma (13 marzo 1406). Ma breve e più apparente che reale 
fu la quiete ; imperocché nuovi sospetti aggiuntisi agli antichi , e le 
arti usate da Ladislao ad eccitare tumulti fecero nuovamente pren- 
dere al popolo le armi. Innocenzo mandò allora per soccorso a Ri- 
mini e Cesena Leonardo, il quale adempì la commissione con tanta 
soddisfazione del papa, che al suo ritorno gli offrì un vescovado, 
ch'egli ricusò, e d'altri titoli onorollo. In questo mezzo (6 novem- 
bre 1406), venne a morte Innocenzo, e nuovamente agitaronsi i car- 
dinali per l' elezione del successore. Bella opportunità offrivasi al- 
lora di terminare lo scisma , di ricondurre la Chiesa alla primiera 
unità, e di cessare una volta la lunga sequenza di traviamenti, di 
errori e di scandali, che alla Chiesa e alle credenze manifesto danno 
arrecavano. Erano le credenze oggimai scosse profondamente, e la 
riverenza a cui furono già segno i primarii del clero , si era volta in 
odio e disprezzo. L'ambizione, la venalità e i corrotti costumi si- 
gnoreggiavano largamente la classe più elevata del sacerdozio. Papi 
e antipapi la suprema potestà si contendevano, e a vicenda si sco- 
municavano, Postergata la dignità del grado, ogni sorta di offese e 
di vergognose ingiurie ricambiavansi. I popoli all'udire gTimpro- 
perii che si lanciavano , e al vedere i processi che reciprocamente 
s' intentavano, non sapendo ben discernere da qual parte stesse il 
vero o il falso, credevano tutto a un modo ; e così veniva a mancare 



X LEONARDO BRUNI ARETINO. 

agli occhi di lui ogni ragione di riverirli e di rispettarli. Nella nuova 
elezione, air utilità e all' onore della Chiesa prevalse l' interesse dei 
cardinali, di maniera che ai passati scandali nuovi si aggiunsero. 
Benché con magniQche parole ciascuno protestasse che sopra qua- 
lunque di loro fosse per cadere la elezione , deporrebbe quegli il 
pontificato ; ottenutolo , studiava con ogni mezzo e sotto vani prete- 
sti a non tenere la data fede. Dopo molte incertezze e dichiarazioni 
e proteste, fu eletto Angelo Corrano veneziano, patriarca di Aqui- 
leja, che prese il nome di Gregorio XII. Aveva egli prima e dopo la 
sua elezione promesso e giuralo di adoperarsi a ricondurre la pace 
nella Chiesa ; ma i fatti chiarirono in breve qual fede fosse da pre- 
stare a quelle promesse , a que' giuramenti. Scrisse da prima a Be- 
nedetto XIII per invitarlo alla pace e proporgli vicendevole abdica- 
zione , e questi rispose all' invito con parole piene di conciliazione. 
Si trattò di un abboccamento in Savona; ma Gregorio, benché di 
retta e semplice natura, ma, come buono e semplice, facile ad es- 
sere dai cattivi raggirato, l preso ai segreti maneggi ed alle astuzie 
dei parenti e dei consiglieri, a Siena si arrestò, e di là rinunciava 
alle negoziazioni. Benedetto, quantunque non inclinato più di Gre- 
gorio a mantenere quello che avea promesso solennemente , pur 
nondimeno a Savona si recò, poi a Porto Venere, indi alla Spezia, 
mentre Gregorio non oltrepassava Lucca. 1 negoziatori frattanto po- 
nevano in opera ogni mezzo per indurli a un abboccamento ; ma 
tutto fu inutile, imperciocché 1' uno, scrive piacevolmente il nostro 
Aretino, come animale acquatico, non voleva mai abbandonare il 
lido ; T altro , come animale terrestre , non vi si voleva avvicinare. 2 
Laonde i negoziatori praticarono cose assai, e non ne conclusero al- 
cuna. 3 

Leonardo, mantenuto nel suo ufficio, accompagnò il pontefice 
a Siena e a Lucca. I due papi frattanto si accusavano di essere ca- 
gione che lo scisma si prolungasse ; ma P accusa che a vicenda si 
lanciavano era dagl'imparziali mossa ad entrambi; imperciocché né 
l'uno né l'altro fecero alcun atto che palesasse sincero desiderio di 
riconciliazione e di pace , ma attesero ad eccitare nuovi scandali e 

* Leon. Aret., Epistolarum , lib. II , ep. 17. 

2 Leon. Aret., De temporibus suis j Lugduni , 4539. 

3 Machiavelli, Istoria Fiorentina, lib. I, pag. 56 j Firenze, Le Mon- 
nier, 1851. 



. LEONARDO BRUNI ARETINO. XI 

nuove divisioni. I miseri pretesti che allegavano per ricusare un 
luogo qualunque di riunione , facevano chiara testimonianza che a 
dividere non già a riunire la Chiesa segretamente operavano. Mentre 
fervevano queste gare vergognose e indegne di uomini rivestiti di 
quella dignità , i cardinali staccatisi dall' uno e dall' altro conven- 
nero a Pisa , dove onorevolmente accolti dalla repubblica fiorentina , 
intimarono un concilio , invitando i due pretendenti a presentarsi. 
Eransi Firenze e Venezia adoperate con ogni potere presso Grego- 
rio XII, e il re di Francia presso Benedetto XIII, per indurli ad ab- 
dicare ; ma oltre l' ostinazione dei due pretendenti, forte ostacola 
ai loro sforzi opponeva Ladislao di Napoli , il quale cercava di pro- 
lungare a vantaggio della sua ambizione l'anarchia morale e poli- 
tica d'Italia. "Nel 1408 erasi impadronito di Roma per tradimento di 
un Orsini, il quale persuase a Gregorio ch'egli operava nel suo inte- 
resse. Ma non ostante le ostilità di Ladislao, che alla testa di un nu- 
meroso esercito era penetrato in Toscana, favorivano Firenze, Vene- 
zia e il re di Francia la convocazione del Concilio , non solo per 
terminare lo scisma che perpetuava le discordie, ma altresì per non 
perdere quell'influenza che si avevano acquistata dopo la morte di 
Gian Galeazzo Visconti principe ambizioso e codardo , e impedire 
ad un tempo eh' ella passasse nel re di Napoli, nel quale , come 
nel Visconti, erano pensieri di signoria universale. 

In queste divisioni della corte romana, le persone ad essa ad- 
dette, chi per diversità di opinioni, chi per ragioni d' interesse , ten- 
nero diverso contegno. Leonardo e Poggio, benché vissuti in Pioma 
come prima in Firenze nella più stretta e cordiale amicizia , segui- 
rono vie diverse. Leonardo non reputò ben fatto di abbandonare il 
pontefice , mentre a Poggio non parve vero di cogliere questa occa- 
sione per rivedere Firenze e gli amici della sua giovinezza, e per 
sollevare quivi nella dolcezza degli studi V anima contristata dalle 
dissensioni della corte. Quali ragioni sconsigliassero il Bruni dal se- 
guitare l'esempio dell'amico non ben si comprende, quantunque 
non apparisca che a ciò egli fosse indotto da diversità di opinioni in- 
torno ai portamenti della corte , che egli era ben lungi dall' ap- 
provare. In alcune lettere agli amici più intimi prorompe in parole 
di Gerissimo sdegno contro il papa, perchè mentre porgeva facile 
orecchio ai consigli di gente infida e bugiarda e di vilissimi adulato- 
ri, non attendeva quelli di coloro che si mostravano della grandezza 



XII LEONARDO BRUNI ARETINO. 

della Chiesa e della gloria del suo nome unicamente solleciti. ' Delle 
sue libere parole gli mosse più tardi rimprovero l'abate Mehus, e lo 
accusò di audacia per avere detta la verità, che a suo credere, egli 
doveva dissimulare. In altre lettere poi non lascia di dichiarare aper- 
tamente , che ben lunge dal lodare e approvare la condotta del pon- 
tefice, altamente la disapprovava; 2 e protestava nel tempo stesso, 
che dove non gli fosse possibile di serbare la sua onestà e P inte- 
grità della sua coscienza , immantinente dalla corte si partirebbe. 5 
Indi a poco pentitosi di quella sua risoluzione , avrebbe voluto non 
vivere più in mezzo a quella tempesta, tra quegli abbietti e vilissimi 
cortigiani, e sospirava la solitudine, dove avrebbe, non toss' altro, 
trovato quiete e conforto negli studi. * Pare anche cbe il suo conte- 
gno eccitasse qualche sospetto ne' cortigiani, cui non erano forse 
del tutto ascosi i suoi più veri pensieri e sentimenti. I quali essendo 
quelli eh' egli espresse nelle lettere agli amici, non si vede come po- 
tesse dimorare più a lungo nella corte, e presumesse di potere starsi 
indifferente tra quelle divisioni e passioni. Dal non avere saputo 
prendere in tempo una ferma risoluzione, gli venne biasimo dai sa- 
vi ; mentre d' altra parte i suoi procedimenti il resero odioso alla 
corte, che lo avrebbe desiderato cieco strumento a' suoi voleri. 
Spiacque ai cortigiani col non mostrarsi riverente e devoto com' essi 
avrebbero desiderato, coli' opporsi vivamente e fermamente alle vo- 
lontà loro, e col non voler fare se non quello che era compatibile 
con la giustizia. Coloro poi che avevano abbandonata la corte e di- 
sertata la causa del pontefice, gravemente il riprendevano che in 
corte tuttavia dimorasse ; laonde , scriveva egli medesimo : Agli uni 
dispiaccio perchè non li ossequio, agli altri perchè non li seguo. 5 
Egli si trovò per tal modo battuto da tutte parti , come sempre av- 



* Leon. Aret., Epistolarum , lib. II, pp. 21. 

2 « Ego pontificem non deserò: tenet enim me familiaritatis ius,ct officium 
« quod apud illum gessi , a quo salva existimatione mea recedere posse non vi- 
deor. Affirmo tamen permulta quse hic fiunt, mihi nequaquam probari. >» Leon. 
Aret., Epist. , lib. II, ep .21 , 22. Altrove ripete: «Ego pontificem secutus sum 
» potius familiaritatis gratia , quam quod eius causam probarem.» Leon. Aret., 
De temporibus suis y pag. 28 j Lugduni , 1539. 

3 « Si hanc integritatem servare mihi liceat , morabor; si nonlicuerit, con- 
« festim abibo. »» Leon. Aret., lib. III. ep. 8. 

4 Epist. s lib. III,ep.l. 

5 Epist., Uh. Ili , ep. 5. 



LEONARDO BRUNI ARETINO. XIII 

viene a coloro che vorrebbero star bene con tutti, e non capiscono 
che il tenere due vie opposte nel tempo stesso, oltre che non è ono- 
revole né onesto , può essere pericoloso. Di ciò s' avvide , benché 
tardi , il nostro Leonardo , il quale non altro desiderò che di uscire 
presto d' imbroglio e di riparare in più sicuro e tranquillo porto. E 
cotanto odioso e intollerabile gli divenne il vivere fra quella vilissi- 
ma gente, che sospirava con infinito desiderio la solitudine, e piut- 
tosto che in corte avrebbe anteposto di starsi appiattato in una sel- 
va. ì E non sapendo trovare un 1 onesta ragione di partirsi, si racco- 
mandava agli amici suoi Poggio e Niccolò Niccoli , perchè si adope- 
rassero a tarlo richiamare in patria. 2 Ma per l'indugio che questi po- 
sero nel rispondere alle sue istanze, trovatosi egli privo di aiuto e di 
consiglio, andò a Rimini , dove il papa si rifugiava. Quivi essendo 
senza occupazioni e senza cure, attese a cercare e a studiare gli avanzi 
d'antichità , de' quali diede poi minuto ragguaglio al Niccoli in una 
lettera, in cui si leggono pur anco le lodi di Carlo Malatesta, 
ch'egli esalta siccome principe risplendente per grandezza d' animo, 
eccellenza d'ingegno, maturità di consiglio, prudenza somma e virtù 
che ai migliori dell' antichità il rassomigliavano. Lo dice perito nelle 
arti della pace non meno che in quelle della guerra (nelle quali avea 
date chiare prove del valor suo), amante delle lettere e dei loro cul- 
tori, della poesia e di tutti gli utili e ameni studi. 3 

In questo mezzo, furono adempiuti i desiderii di Leonardo, che 
dal governo della repubblica venne richiamato in patria. Sollecitato 
indi a poco a trasferirsi a Pisa, ivi si condusse nell'aprile del 1409. 
Mentre Gregorio dal suo ritiro di Rimini intimava un concilio nella 
provincia di Ravenna, e Benedetto un altro in quella di Perpignano, 
i cardinali convenuti a Pisa condannarono e deposero i due papi ri- 
vali, e si accordarono neir eleggere Pietro di Candia arcivescovo 
di Milano , che prese il nome di Alessandro V. Contro gli Atti del 
Concilio protestarono i due papi, ma indarno. A Gregorio non ri- 
mase altro sostegno che il Malatesta, Ladislao di Napoli e Roberto 
di Baviera; a Benedetto, la sola Spagna. Leonardo, confermato da 
Alessandro nell' ufficio che avea lodevolmente tenuto sotto Inno- 
cenzo e Gregorio, accompagnò il papa a Pistoja, indi a Bologna, dove 

1 Epist , lib. Ili, ep. i, 

2 Epist. , lib. Ili , ep. 3, 5. 

3 Epist , lib. Ili, ep. 9. 



XIV LEONARDO BRUNI ARETINO. 

il trassero gli astuti consigli di Baldassarre Cossa, non ostante 
che i Fiorentini con calde e reiterate istanze lo sollecitassero a pro- 
lungare la sua dimora in Pistoia, volendo essi impedire che egli ca- 
desse in potestà dell'ambizioso legato. A Bologna morì nel mag- 
gio del 1410, dopo breve malattia. Vogliono parecchi scrittori contem- 
poranei che la sua morte procurata fosse dal Cossa ; il che è reso 
credibile dalla nota perfidia di costui e dalla smisurata ambizione , 
che lo portava ad aspirare alla suprema dignità della Chiesa; dignità 
a cui pervenne di subito per una elezione che si disse non libera. 
Affermano gli storici più reputati , che principali strumenti della sua 
esaltazione furono il danaro e la potenza. 

Mentre Leonardo anche sotto il nuovo papa continuava nell'uf- 
ficio di segretario apostolico, fu per unanime voto del popolo fioren- 
tino eletto cancelliere della repubblica. Il nuovo ufficio tenne per breve 
tempo , avvengachè gli paresse che l' utile ch'esso offriva fosse poco 
proporzionato alla fatica e alle difficoltà che portava seco. Lo rinun- 
ziò, e in sul finire del 1411 rientrò al servizio di Giovanni XXIII. 
Poco dipoi andato ad Arezzo e lasciati gli abiti clericali, prese in 
moglie una giovine di cospicua famiglia fiorentina, dalla quale ebbe 
un sol figliuolo, per nome Donato. Del nuovo stato pare che più che a 
liberale uomo non si convenisse gli dispiacessero le spese , le quali 
stranamente esagerando , ebbe a dire che in una notte avea consu- 
mato il matrimonio e il patrimonio. * Egli è bensì vero che da molti 
scritti e fatti si raccoglie come eccessive fossero in quell'età le spese 
delle nozze , onde non del tutto ingiuste erano forse le lagnanze di 
Leonardo ; ma vi hanno pur anco ragioni per dubitare che in lui mo- 
vessero da poca liberalità ; imperocché , se deesi prestar fede ad al- 
cuni coetanei suoi, egli era poco amante dello spendere, e sover- 
chiamente curante della roba. 

Frattanto per essere Roma occupata da Ladislao, il papa era 
costretto ad andare da un luogo all' altro , cosicché a Leonardo con- 
venne correre di città in città , prima da Firenze a Bologna , quindi 
da Bologna a Lodi , a Cremona , a Mantova e di nuovo a Bologna 
dove passò tutta la state del 1414. Dopo molte incertezze e lunghe 
negoziazioni fra il papa, che non voleva saper di Concilio perchè 
queste numerose adunanze credeva pericolose, e l'imperatore Sigi- 

* EpisL, lib. IH, ep 18. 



LEONARDO BRUNI ARETINO. XV 

smondo che insisteva perchè senza indugio si convocasse , tu final- 
mente stabilito di intimare un Concilio generale che si riunirebbe a 
Costanza. A Costanza pertanto concorsero imperatori, re, principi, 
signorie duchi, più di dicioltomila ecclesiastici e dugento dottori 
dell'università di Parigi, e da tutte parti un numero sì grande 
di persone, che si disse non minore di cinquantamila. Era cu- 
rioso vedere la immensa varietà di gente accorsa da ogni parte 
di Europa , in armadure , abiti nuovi e strani , e pomposo corteo. 
Molti colà trassero come a spettacolo, come a luogo di sol- 
lazzo e di piacere. A tenere allegra e gaia quella numerosa bri- 
gata , vi si recaron pur anco da trecento tra commedianti e 
giullari , e settecento cortigiane. Anche Leonardo in sul finire del 
1414 a Costanza si condusse, di dove scrisse tosto al Niccoli una 
lunga lettera, in cui gli dava un piacevole ragguaglio del suo viag- 
gio che fu piuttosto disastroso, e gli ragionava dell' interno reggi- 
mento della città. { Rivide a Costanza l'amico Poggio Bracciolini, e 
per T ultima volta il suo maestro Emmanuele Grisolora , il quale 
mandato dall' imperatore d'Oriente ad assistere al Concilio come uno 
dei rappresentanti della Chiesa greca, a Costanza cessava di vivere 
nell' aprile del seguente anno. Gran dolore recò ai dotti italiani la 
morte dell'uomo illustre ; ma a niuno increbbe più che a Leonardo, 
che gli aveva conservato sempre particolare amore e riverenza. 

Nella dispersione della corte pontificia, occasionata dalla depo- 
sizione di Giovanni XXIII, Leonardo, per evitare i pericoli a cui 
erano esposte le persone addette alla sua corte , fu costretto a fug- 
gire sconosciuto dalla città e cercare altrove un sicuro rifugio. Narra 
in questo proposito Vespasiano Fiorentino , che afierma di averlo 
udito dallo stesso Leonardo , che « istettono tre dì che non mangia- 
rono se non pere ruggine, per non aver altro, e per non iscoprirsi, 
che sarebbono stati presi. » 2 Leonardo vedendo le cose in tanta con- 
fusione, risolse di abbandonare la corte, e se ne venne in Italia. Ri- 
messosi in Firenze, tutto si dedicava ai prediletti studi da gran 
tempo intermessi, contento di avere finalmente lasciata la curia e le 
cose curiali, e di trovarsi riparato in un porto pieno di dolcezza e 

1 Epist.,\ib. IV, ep. 3. 

2 Vita di Lionardo d* Arezzo, pag. 559, in Spicilegium romanum. Viro- 
rum illustrium CHI qui sceculo XV extiterunt Vitce t auctore coccvo Vespa- 
siano Fiorentino ; Rom;c , 1839, 



XVI LEONARDO BRUNI ARETINO. 

di amenità. * Allora fu che si accinse con ardore infaticabile a scrivere 
la storia di Firenze ; e quantunque in sul primo si dicesse pentito di 
avere intrapreso un lavoro pel quale richiedevansi infinite ricerche 
e fatiche , e che reputava superiore alle sue forze , pure col lungo 
studio e col tenace e forte volere superate le difficoltà, in breve 
tempo lo compiva. 2 Di tale sua degna e lunga fatica ebbe poi dal 
governo della repubblica larga e onorevole ricompensa, imperocché 
questi non solamente lo onorava della cittadinanza, ma accordava- 
gli altresì immunità e una certa quantità di censo da passare ne' fi- 
gliuoli. Di tali onoranze e beneficii egli andò debitore in gran 
parte a Cosimo de' Medici, che non lasciava mai di onorarlo e 
favorirlo. Rinunziò egli allora per sempre al pensiero di tornare 
nella corte romana, e fissò in Firenze stabile dimora. 

Quivi, mentr' ei si godeva nella quiete degli studi, l'amico suo 
Poggio, approfittando dell' ozio che gli lasciava la vacanza della sede 
pontificia , intraprese un viaggio di non lieve importanza per le let- 
tere. Diedesi a percorrere le vicinanze di Costanza in cerca di anti- 
chi manoscritti di classici , desideroso di redimere dalle mani dei 
barbari le preziose reliquie dell'antica sapienza, che l'incuria e 
l' ignoranza di oziosi frati lasciava miseramente perire. Ne infrut- 
tuose riuscirono le sue fatiche e le sue diligenti ricerche, né il suo 
zelo restò senza ricompensa , imperciocché gV incontrò di trovare 
un numero grandissimo di manoscritti , tra' quali erano notevoli un 
Quintiliano completo , i tre primi libri e metà del quarto dell' Argo- 
nautica di Valerio Fiacco, un'opera di Lattanzio, l'architettura di 
Vitruvio, otto Orazioni di Cicerone, Silio Italico, Ammiano Marcelli- 
no , Tertulliano ed altri che lungo sarebbe di annoverare. Le sco- 
perte di Poggio levarono in Italia grandissimo rumore ; tutti i dotti 
fecero a gara nelP esaltarlo e celebrarlo, ond'ei salì allora in molta 
rinomanza. Primo a congratularsi con Poggio fu il buon Leonardo, 
a cui T annunzio di sì importanti scoperte avea recato incredibile 
gioia. Nella lettera eh' egli senza indugio gì' indirizzò , esortollo vi- 
vamente a proseguire con calore l' impresa, a non desistere dalle ri- 
cerche, a persistere fortemente nel lodevole proposito. Che se a tale 
effetto, ei soggiungeva, grandi spese si ricercavano, tali che non po- 
tesse sostenere, non per ciò cadesse dell' animo, perchè egli avrebbe 

* Episl.y lib. IV, ep. II. 
2 Epìst., Uh. IV, ep. 4. 



LEONARDO BRUNI ARETINO. XVH 

pensato a provvederlo dell' occorrente. 1 E non fu solo Leonardo nel 
sovvenirlo, imperocché grandi e inestimabili aiuti gii vennero anche 
dal Niccoli, il più zelante e liberale tra gii eruditi dell' età sua. 

Tornato Poggio a Costanza mentre pendeva il processo di Gi- 
rolamo da Praga, e assistendo alle sedute del Concilio, sdegnato da 
un canto delle atroci accuse che a lui erano scagliate dagli avversa- 
ri, commosso dall'altro all' eloquenza onde vigorosamente difende* 
vasi, scrisse a Leonardo una lettera calda di ammirazione perle 
qualità e le virtù dell'accusato, della cui sorte il prese profonda 
pietà. Quantunque avesse Poggio vissuto quasi sempre nella corte 
romana, non si era però lasciato abbagliare dalle apparenze ingan- 
natrici, in guisa da non vedere la corruzione profonda che vi regnava. 
Anzi egli era stato più volle severamente ripreso per la libertà con 
cui censurava i vizi del clero, e diceva necessaria al decoro della 
Chiesa la riforma dei costumi. Che se non si fece a vituperare pubbli- 
camente ciò che nella gerarchia ecclesiastica non era bello né lode- 
vole né santo , né anco si uni nella persecuzione di coloro i quali 
queste cose ebbero ardimento di dire a viso aperto. E a sua lode bi- 
sogna aggiungere altresì, che non ostante che avesse lungamente con- 
vissuto con uomini, alcuni per intolleranza feroci, altri ipocriti insieme 
e licenziosi, ei seppe da tali eccessi custodire l'animo suo, e le cose 
vedere e considerare con occhio imparziale, e giudicare con giusti- 
zia e verità. Ma l'aperto* interesse che in quella lettera egli mostrò 
di preudere alla sorte di Girolamo, la grande ammirazione all'inge- 
gno e all'eloquenza di lui destarono nell' amico gravi timori, e fe- 
cero sorgere nel suo animo il dubbio che ciò dagP ignoranti e mali- 
gni potesse ascriversi ad adesione segreta ai principii di un uomo 
dichiarato eretico, e come tale, secondo che portava la ferocia dei 
tempi, abbruciato Laonde questi fu sollecito a renderne avvisate 
Poggio con queste parole : « Ricevei jerlaltro per mezzo di France- 
sco Barbaro la vostra lettera sul supplizio di Girolamo da Praga. Ne 
ammiro l'eleganza, ma sembrami che vi diffondiate in esaltare i ma- 
riti di quell'eretico, più di quel che avrei voluto. Vi date cura, egli 
è vero, di fare di tanto in tanto le opportune avvertenze, ma nell'in- 
sieme dimostrate troppo interesse per la sua causa. Credo dunque 
di dovervi in amicizia avvertire, di scrivere sopra soggetti simili con 

1 Epist., lib. IV, ep. 5. 



XVIII LEONARDO BRUNI ARETINO. 

più circospezione. » i La fredda prudenza di Leonardo , come quella 
che il quieto e tranquillo vivere meglio assicura , dai timidi e circo- 
spetti avrà lode, ma gli animi franchi e generosi che sdegnano dai 
freddi calcoli, il nobile ardire di Poggio assai più ammireranno. 

La deposizione dei ire papi rivali e F elezione definitiva di Mar- 
tino V vennero finalmente a mettere un termine alle divisioni e alle 
religiose contese che per quarantanni avevano tenuto la Chiesa debole 
e senza riputazione. 2 Come tosio il nuovo papa messe piede in Ita- 
lia, rivolse ogni cura e con tutte le sue forze adoperossi a far ces- 
sare la lolta che da parecchi anni esisteva tra Braccio da Montone e 
Attendolo Sforza, due condottieri, che, neir assenza del capo, ave- 
vano occupati e manomessi gli Stati della Chiesa. Teneva Braccio le 
principali città della Romagna, avea lo Sforza in suo potere Roma ; 
di maniera che il papa non avendo luogo dove starsi sicuro, accettò 
l'ospitalità che la repubblica fiorentina fu sollecita di offrirgli. Per 
le buone relazioni in cui egli era con la corte di Napoli, gli riuscì fa- 
cilmente di valersi dei servigi dello Sforza , che spinse senza indugio 
contro Braccio, dal quale fu in breve disfatto e vinto. Firenze propo- 
sesi allora mediatrice tra il condottiero e il papa, il quale vista Y im- 
possibilità di ridurlo, scese con lui ai trattati. Braccio, invitato dalla 
repubblica, venne in Firenze con una numerosa e splendida comiti- 
va. Fu ricevuto come in trionfo , concorrendo il popolo in folla ad 
onorare e festeggiare Y eroe a cui aveva 'sempre arriso la fortuna 
delle battaglie. La prossimità di Braccio e del papa porse occasione 
a paragoni che a questi riuscirono assai molesti ! Spiaceva nelF uno 
il contegno burbero ed austero, il vederlo non sollecito d' altro che 
del suo esclusivo interesse: ammiravansi dell'altro l'affabilità, la 
cortesia, la franchezza dei modi e la singolare amorevolezza con cui 
trattava non pur con gli uguali ma eziandio cogl' intimi. 3 II popolo 
preferiva manifestamente il guerriero al prete. I tornei e le feste mi- 
litari che Braccio celebrava co' suoi alle porte della città, a cui 
traeva gran gente, accrebbero verso di lui le simpatie e l'affetto del 
popolo, che in que' spettacoli sommamente diletlavasi. Le lodi del 

* Fpist. ,lil> IV, ep. IO. 

2 Machiavelli, Storie. I , pag. 59; Firenze , Le Monnier, 1851. 

3 u Braccius ipse magnns vir f«nt. Nam et dux rei militari* peritissimus 
»» lial>el>alur , et magnitudine animi , consilioque pollebat, et aderat fi adumnrata 
'» quaedam civili modera tione. » Leon. Aret., De temporibus suis , pag. 40- il. 



LEONARDO BRUNI ARETINO. XIX 

prode erano nelle bocche di lutti : governo, popolo, dotti, letterati 
e poeti Tacevano a gara nel celebrarne le virtù e il valore. Al papa 
nessuno badò in sul primo ; ma poi alcuni presero a morderlo con 
pungenti versi die l'uno all'altro ripeteva sommessamente ; da ul- 
timo i fanciulli si diedero a correre le vie della città fermandosi fin 
sotto le finestre del papa cantando allegri e spensierati : 

Papa Martino — non vale un quattrino ; 
Braccio valente — che vince ogni genie. 

Del che tutti facevano le maggiori risa. 11 papa, uomo avveduto ed 
accorto, persuaso che i piccoli ripetevano quello che era loro stato 
insegnato dai grandi, ne prese fierissimo sdegno. Leonardo, ilo a 
placarlo, non riuscì a moderare V ira sua, che non voleva intendere 
ragione, e mentre gli favellava, andava a gran passi da un capo al- 
l' altro della sala ripetendo fra se : « Dunque papa Martino non vale 
un quattrino ?» e soggiungeva parergli mille anni di tornarsene a 
Roma, dove avrebbe saputo vendicarsi di una città che in così inde- 
gno modo vilipendevalo. ' 

Quantunque V aperta parzialità per Braccio avesse grandemente 
inasprito l'animo del papa, pur nondimeno questi costretto a cedere 
alla necessità, accettò i buoni ufficii del governo, e col suo nemico si 
pacificò. Gli accordò titoli, onori e il governo di molle città, men- 
tr'egli in compenso consentì a mettere la sua spada ai servigi della 
Santa Sede: portò le armi contro i ribelli compagni suoi, rimise in 
potere del papa Bologna, che avea f oc' anzi rivendicata sua libertà, 
ristabilì dappertutto la tranquillila e la quiete ; onde Martino potè 
nel settembre del 1420 rientrare in Roma senza pericolo. 

Indi a poco porsesi al papa opportuna occasione di vendicarsi 
di Firenze, ed ei la colse avidamente, dandosi a fomentare le dis- 
sensioni insorte tra la repubblica e il duca di xMilano, che fatto certo 
del favore di lui portò in Toscana le sue armi. Ne seguì una lotta 
ostinata e sanguinosissima : i Fiorentini, distatti nel primo impeto , 

i a Mcmini me non multis diebus ante quam abirel Marlinus , in cubiculo 
>» eius fuissc , cum unus aul alter culiiculariorum adessent , prfeterea nemo. Am- 

* bulab.it ille de bibliotheca ad fenestrati! , qupe horlos respicit. Cum aliquot spa- 
» lia lacitus confecisset , dcQexit e vestigio iter ad me; cumque proxime se ad- 
*» movisset , porrecto io me vul'u, brachioque molliler elato: Marlinus, inquit, 

* papa quadrautem non valel? » Leon. Aret., De temporibus suis , pag. ì58. 



XX LEONARDO BRUNI ARETINO. 

furono costretti a chiedere l'assistenza e la mediazione del pontefice 
per ottenere men dure condizioni di pnce. Il vedersi dinanzi quei 
fieri uomini umiliati e supplicanti pareva che avesse dovuto iar cadere 
dal suo animo ogni risentimento ; ma per contro egli non solo ricusò 
d' interporre i suoi buoni uffici, ma mentre protestava da un canto di 
volere rimanersi neutrale, continuava dall'altro ad incitare ed accen- 
dere in segreto V ambizione e 1' orgoglio del duca. Sdegnata la repub- 
blica del rifiuto del papa, si volse ai Veneziani, i quali temendo i 
pericoli a cui andrebbero incontro dove lasciassero crescere la po- 
tenza del duca, si strinsero con Firenze, che, animata e ringagliar- 
dita da sì polente alleata, spinse la guerra con tanto vigore, che in 
brevissimo tempo ridusse il Visconti in tanta estremità, che fu co- 
stretto ad implorare la mediazione del papa per ottenere una pace 
ad ogni costo. Il papa, che poc'anzi aveva rifiutato così duramente 
d' intromettersi per Firenze, fu costretto allora dalle difficoltà in cui 
versava il duca a pregare quel popolo che avea voluto umiliare e 
avvilire, perchè scendesse col suo amico a una qualunque composi- 
zione. A tale effetto mandò suo ambasciadore in Firenze Domenico 
Capranica, dove non si desiderando che pace, non ci fu bisogno 
di molti conforti per ottenerla. { Dovendo allora la repubblica man- 
dare un ambasciadore al papa , deputò a ciò Leonardo Aretino , il 
quale insieme a Francesco Tornabuoni ai 30 di maggio del U26 mo- 
veva alla volta di Roma. E pensatamente si fece cadere la scela sopra 
Leonardo, come quegli che, per essere molto avanti nell'amore e nella 
estimazione del papa, era meglio adatto air onorevole e delicata 
commissione. La quale egli adempì con tanta soddisfazione del go- 
verno , che questi non lasciò poi passare qualunque occasione se gli 
porse di onorarlo. Prima che 1' anno spirasse ritornarono gli amba- 
sciadori in Firenze, e Leonardo rappresentò la risoluzione del pon- 
tefice d'intromettersi per la pace, che poi fu conchiusa a Ferrara. 
Alcuni documenti risguardanli questa pace, di cui il Bruni comin- 
ciò le trattative, io già pubblicava perla prima volta neh" Archivio 
Storico, e sono l'Istruzione data agli ambascia' lori, due Lettere ai 
medesimi della Signoria, e la Relazione che Leonardo fece al ritorno. 2 
Poco tempo prima di questa ambasceria, i vincoli dell' intima e 
cordiale amicizia che sino dalla prima giovinezza era passata tra 

* Ammirato, Storie Fiorentine , lib. XIX. 

2 Vedi Tomo V, Dispensa Seconda, pag. 25-34. 1857 



LEONARDO BRUNI ARETINO. XXI 

Leonardo e Niccolò Niccoli , furono da lievissima cagione rotti , con 
grande dolore di tutti gli amici. Giovanni, fratello minore di Nicco- 
lò, viveva con una sua donna insieme al fratello, il quale per la con- 
tinua dimestichezza fu preso fieramente alle giazie di lei, che sfac- 
ciatissima poneva ogni industria nelP adescarlo. Tenne con lei per 
alcun tempo secreta intelligenza e vissero in disonesti amori ; ma 
poscia, rimosso ogni ritegno, al fratello la rapiva e recavala alle sue 
stanze. Gran rumore si levò per un tal fatto , che poco onorava i 
suoi costumi, benché ne anco per lo innanzi egli si fosse mostrato in 
questa parte irreprensibile. Bisogna credere però, che gravemente al- 
terato e corrotto fosse in que' tempi il senso morale, quando si riflette 
che un priore de' Camaldolensi, Ambrogio Traversari, scriveva, dopo 
un avvenimento tanto scandaloso, al Niccoli, pregandolo di salutare 
in suo nome la svergognatissima donna , che ei chiamava fantina 
fedelissima.* Fieri odii nacquero allora tra i fratelli, accesi e nutriti 
dalla perversità e dagli artifizi coi quali Benvenuta (tale era il nome 
della rapita donna) studiava a porre Niccolò in discordia comparenti 
e cogli amici, per potere così lui debole signoreggiare più facilmen- 
te. Con le sue astute insinuazioni ella riuscì in breve ad alienarlo 
da tutti, cosicché non solo co* (rateili ruppe ogni commercio, ma an- 
che con parecchi amici venne a contesa. Frattanto, sotto la protezione 
del Niccoli, crebbe la petulanza di Benvenuta, la quale prese a dire 
della moglie di Iacopo Niccoli turpi cose. Tollerò questi in sul primo 
che la sfacciata donna in ogni maniera d' improperii dirompesse, ma 
quando vide il giuoco prolungarsi di troppo, vinto dall' ira, cercò di 
assicurarsi dell'assistenza dei fratelli, e tutti di comune accordo si 
recarono alla casa di lei, e presa e postala sulle spalle di un loro 
servo, le applicarono pubblicamente plaudentibus vicinis, et tota mul- 
titudine comprobante , 2 un gastigo più severo e meritato che decen- 
te. Niccolò, testimone del fatto, ne prese fierissimo sdegno. Alcuni 
amici che furono a visitarlo, non riuscirono a placarlo, e si partirono 
non senza ridere della sua follia. Leonardo stimò prudente di aste- 
nersi dall' andare a vedere V amico, tanto più prevedendo che non 
avrebbe pazientemente ascollati i consigli che reputava dover suo di 
dargli. La mancanza di Leonardo non isfuggì al Niccoli, il quale po- 
chi giorni appresso mandò a fargli sapere come non poco si maravi- 

« Ambi. Travers. , Epist. , Kb. Vili , ep. 2 , 3 , 4 , 5. 
2 Leon. Aret. , Epistolarum , lib. V , ep. 4. 



XXII LEONARDO BRUNI ARETINO. 

gliasse di non ricevere da lui i consueti ufficii di amichevole conso- 
lazione. Rispose Leonardo di non aver pur pensato eh' ei s' aspet- 
tasse consolazione dagli amici per tanto frivola cagione, quanto il 
gasligo di una serva, e eh' egli era oggimai tempo di por fine alle 
pazzie. Ciò bastò perchè d' un tratto si rompessero tra di loro i vincoli 
di una lunga, antica e più che fraterna amicizia. Prese d' indi innanzi 
il Niccoli a lacerare pubblicamente la fama dell'amico, che rispose al- 
l' insulto coir insulto. Si scambiarono alcune scritture, che per l'onore 
di entrambi bene è se ne perdesse la memoria. Doloroso spetta- 
colo fu il vedere due uomini per istudi e per ingegno stimabilissimi, 
vissuti per tanto tempo nella maggiore dimestichezza , vilipendersi 
pubblicamente senza alcun rispetto di loro medesimi e del loro ca- 
rattere. Tutti gli amici ebbero da quel dissidio 1' animo contristato; 
ma a niuno più n' incr» bbe che a Poggio, il quale portava ad en- 
trambi sino dalla prima giovinezza uno svisceratissimo affetto. A 
mitigare in sul primo le loro ire non valsero le sue più calde pre- 
ghiere. Mi non per questo cadde interamente della speranza di riu- 
scire nell'impresa : onde dopo breve tempo tornò di nuovo all' ope- 
ra , e tentò ogni mezzo per ricondurre quegli animi esacerbati al- 
l' antico affetto, benché a ciò si fosse di già infruttuosamenle ado- 
perato Ambrogio Traversari. Aveva Leonardo scritto al Bracciolini, 
mentre era in Inghilterra, ragguagl andolo della cagione della con- 
tesa ; ma come seppe che la lettera non gli era pervenuta , supplì 
col mandargliene copia dopo il suo ritorno a Roma, dove poco 
appresso recavasi Leonardo ambasciadore della repubblica al papa. 
Colse avidamente Poggio questa occasione per ricondurre gli animi 
alla pace e alla concordia, giovandosi anche dell' assistenza di Fran- 
cesco Barbaro a que' dì ambasciadore straordinario della repub- 
blica di Venezia presso il papa, pel quale Leonardo aveva sempre 
nutrica altissima e sincera stima. Ma le speranze di Poggio distrusse 
l'ostinazione del Bruni, il quale persisteva nelP esigere dall'avver- 
sario un' amplissima apologia , e per sottrarsi alle istanze continue 
degli amici abbandonava improvvisamente Roma. Non è a dire 
quanto una sì precipitosa partenza dolesse a Poggio; il quale im- 
mantinente gì' indirizzò queste gravi parole : « Rammentatevi che il 
)> distintivo di un animo grande non è il vendicare ma lo scordare 
» le ingiurie, e che prevaler debbono ad ogni altra considerazione i 
» doveri dell' amicizia. Panni che diate troppo peso a certe frivo- 



LEONARDO BRUNI ARETINO. « XXUf 

» lezze, che invece di prender sul serio, dovreste disprezzare, e ne 
» acquistereste maggior lode.» ' E più tardi, in altra lettera, ag- 
giungeva increscergli grandemente di vedere interrotta un'antica 
amicizia fondala sulla stima reciproca ; e tanto più, sapendo che 
questa dissensione tornava poco onorevole alla fama di entrambi. 2 
Ma in questo mezzo, venuto Francesco Rai baro in Firenze, si ado- 
però con tanta prudenza, che riuscì a vincere l'ostinazione dell'uno, 
acquetare dell'altro l'ardente sdegno; di maniera che egli si ricon- 
giunsero nell' antico affetto, e ripresero l'interrotta dimestichezza. 
Di tale avvenimento mollo si rallegrarono i loro comuni amici, e ne 
provò Poggio grandissima e inestimabile consolazione. Scrisse subito 
intorno a ciò una lettera a Leonardo, piena di nobili e generosi sen- 
si, e che altamente onora l'animo suo. « Dimostrate, ei diceva, che 
fu questa non una riconciliazione, ma un rinnovamento d'amicizia. 
Non basta che gli odi vostri sieno estinti , ma deve ad essi succe- 
dere T amore e la benevolenza. À«*ite in tal modo da far giudicare 
che questa riconciliazione non è accaduta per la sola interposizione 
dei vostri amici , ma per vostra deliberata volontà e per l' impulso 
del vostro cuore. L'onore che acquistalo vi siete con la vostra con- 
dotta in quest' affare, vuoisi, onde non scemi, sostenere con perse- 
veranza e fermezza d' animo ; poiché saper dovete che la passala 
vostra inimicizia non avea lasciata senza maccha la vostra fama e 
quella del Niccoli ; ma colla presente riconciliazione provvisto avete 
alla vostra dignità , e vi siete cattivata la slima di ogni uomo vir- 
tuoso e da bene. » 3 

Poco dopo il suo ritorno da Roma, fu Leonardo con allegrezza 
grande di tutti i cittadini eletto di nuovo cancelliere della repubblica, 
ufficio ch'egli accettò non senza grande ripugnanza, 4 e che lentie 
poi fino al termine della sua vita. L' elezione seguì ai 2 di deeem- 
bre del 1427, come si ritrae «la una lettera di Giuliano ed Averardo 
de' Melici. 5 Nei diciassette anni che con molta sua lode e con sod- 
disfazione dell'universale occupò quella carica, die costante prova 



1 Poggi, Ep • stola: , lib HI , ep. 4. 

2 Poggi , Epistola?, hi). Ili, ep. 6. 

3 Poggi, Epistola-, lib. IH , ep. 6, 10. 

* Leou. Aret. , Epistolarum , lib. V , ep. 8. 

5 Leon. Aret., Historiaram Fiorentini Populi ; Firenze, 1855. 



XXIV EONARDO BRUNI ARETINO. 

del suo affetto alla patria, della probità e integrità sua. ' Tempi fu- 
rono quelli pieni di grandi fatti e di terribili casi , imperocché per 
far argine air ambizione del Visconti, fu la repubblica costretta a 
stare quasi sempre in sulle armi, e solo dopo un lungo e incerto 
guerreggiare, furono i suoi sforzi eroici coronati da una gloriosa 
-vittoria. In quegli anni fu Leonardo più volte creato dei Dieci, ma- 
gistrato che avea particolar cura delle cose della guerra; poi una 
volta sedette dei Priori , e sempre con devozione ed amore adope- 
rossi per la salute e la gloria della repubblica. Ond' è che tra le 
cure dello Stato e i prediletti studi passò in una tranquilla quiete gli 
ultimi anni di sua vita, amato e venerato sommamente da' concitta- 
dini suoi, che in lui ammiravano la bontà singolare dell'animo, l'in- 
gegno eminente e le virtù che lo rendevano singolare dalla più par- 
te. Morì ai 9 di marzo del 1444, come lo attesta un brano di lettera 
di Mariotto di Niccolò Gerini a Giovanni de' Medici, 2 ed una lettera 
di Alamanno Rinuccini allo stesso Giovanni de' Medici, pubblicata 
già dal Fabbroni nella Vita di Cosimo de' Medici, in cui della morte 
e delle qualità e virtù di Leonardo si discorre diffusamente. 3 L'av- 

* « Rei etiam puMicse curas guhern.ind<e adiit: in qua ita versatus est, ut 
» summa continentia, integrilale et virtute atijue innocenza nemini cesserit , et 
» prsestiterit mullis. >» Poggi, Orat. furici). , pag. 121. 

2 « Marioltus Nichelai Gerini sapientissimo juveni Iohanni Chosmae de 
» Medici S. P. D. Postquam hinc discedisti ete. alia non t • ! >i significo quare non 
» sunt. Dominus Lionardus Aretinus nona die huius mensis spiravit , cui mise- 
»» reatur Omnipotens. V.ile , mi amice. Florentie die nona martii. Scripsi quam 
»» raplim. » Archivio Centrale di Stato, Sezione 2., Carteggio Mediceo avanti il 
Principato filza 9 , N. 538.) 

3 Lettera di Alamanno Rinuccini in morte di Leonardo Aretino. 

« Iohanni Medice , Alamannus Rinuccinus , Philippi filius , S P. D. Etsi 

» non duhitabam moltorum litteras et nuntios, famam denique ipsam sua celeri- 

n tate hanc epistolam superaluram ; nichilominus mutua benivolentia nostra di- 

» gnum esse exislimavi me quoque aliquid ad te scrihere qui pridie quam haec 

» scripsi vita defunctus est. Sed cum sfepius hsec ipsa quse nunc ad te mitto, 

»» litteris mandare ce pissem , tanta vis oboriebatur lacrimarum, ut scripta omnia 

» deleret atque expingeret. Non enim poteram non vehementer moveri , cum 

» tantas ac tam immortaliate dignissimas virtutes tam subito ex oculis sublatas 

» animadverterem: quse non modo sibi ipsi, sed amicis omnibus ac civitati uni- 

>» ver^ae decori atque presidio summo esse videbantur. Quis enim unquam maio- 

»» ris studii aut benivolentiae in omnes fuit , notos panter atque incognitos? 

>» quis erga familiares humanior ? quis in amicis , Consilio . opera atque industria 

» juvandis studiosior? quis in comunibus patrise ulilitatibos providendis dili- 

i» gentior? quis denique omni virtutum et scentiarum genere clarior atque illu- 

» slrior? ut profecto inter priscos illos et vetuslissimos romanos commemorandus 



LEONARDO BRUNI ARETINO. XXV 

vicinarsi dell'ultima ora egli sostenne con forte animo e con serena 
fronte. A Mariotto Bencini, recatosi a visitarlo in quello che fu per 
lui l'ultimo giorno, e confortandolo a slare di buon animo, conve- 
nendosi la morte aspettare senza angoscia, dacché una volta pur si 
doveano lasciare queste umane spoglie , con ferma voce rispose tal 
essere il comune destino dei mortali. Da quella lettera apparisce 
evidentemente che la sua morte non fu improvvisa, siccome af- 
ferma il Mazzuchelli, appoggiandosi a non so quali testimonianze. 

Così dopo una lunga e laboriosa viia, spesa tutta quanta negli 
studi e ne' pubblici ufficii, moriva Leonardo Aretino, uno de' più fa- 
mosi e reputati uomini dell' età sua, quegli che più d' ogni altro si 
adoperò a dischiudere agli studiosi i tesori delle greche e delle la- 
tine lettere, delle quali egli ebbe l'intera conoscenza, e che effica- 
cemente contribuì a promuoverne e a ristabilirne il culto e l'amore. 
Fu tenuto in concetto del più sapiente e dotto del suo tempo , e il 

« appareat. Cuius admirabiles et praeclarissimas virtutes ad prresens enumerare 
n noo est animus, turn quod sciam libi esse non incognitas, tum eliam ne illa- 
» rum magnitudini atque splendori inferni mei offìciat impecili tas. Itaque , ut 
■m csetera omittam, eius animi magnitudinem tacitus necrueo prseteiire , quam in 
» omni pegrotatione, demde in ipsa morte tanfam praestitit , ut eius Socratis, cu- 
>» ius doct»in?e in vita studiosissima fuerat, in morte quoque imitalorem opti- 
■n mum se prpebuerit. Nam , cum hiduo ante illam (iure vitpe sil>i dies suprema 
»» fuit, Mariottus Bencinus ad eum visitandi gratia accessisset, atque, ut amico-» 
>» rum feri consuetudo, bono animo esse juberet,ad mortem quoque non mole- 
n ste ferendarn , si moriendum esset , cohortaretur , constanti ac 6rma voce omnes 
n ad hoc natos esse respondit. O vocem sapienti nomine dignam, et verba animi 
» invictam celsitudinem indicantia ! H^nc itaque sapientiam eius atque pruden- 
ti» tiam tani importune nobis ereptam vehementissime dolerem , nisi putarem non 
»» sine summa Dei providentia divino il 1 £ homini consultum esse : plerumque 
»» enim ignaris homines in vita mentibus errant. Deus vero ipse quid cuique 
m optimum sit rectissime judicat. Nemo enim dubitare debet viro illi santissimo 
»» atque integerrimo ex hoc tenebroso atque obscuro carcere migrationem non 
*» fuisse felir issìmam. Eius virtuti debiti honores summo studio pr.xqiarantur, 
» atque, ut viro tali dignse fiant exequipe, omnes plurimum solliciti sunt. Plura 
*» de hac re in prasscutiarum scribeie uolui , non quia innumera adhuc dicenda 
» non restent , sed ne inani loquaci tat e delicatissimas aures tuas offenderem , prae- 
» sertim cum sciarti Ubi nota esse atque perspecta. Finem igitur faciam si illud 
» te prius exoravero ut has litterulas summi erga te amoris mei teslimomum li- 
n bcnti animo suscipias , et quaecumque in eis vitia te offcnderint , ea corrigas 
n atque emendes. Vale, et me tibi commendatum habeas ; iterumque vale. 

»» Fiorenti», septima idus martias , anno Domini MCCCCXLIII. 
m {Difuori). Nobilissimo atque eruditissimo juveni lohanni Mcdice Cosmi filio, 
» in Balneis. »»(*) (Archivio detto, id. ibid., N. 557.) 

Cioè, ai bagni di Tetriolo. 



XXVI LEONARDO BRUNI ARETINO. 

suo nome correva riverito e famoso non solo in Italia ma anche fuo- 
ri. Compose un grandissimo numero di opere di ogni genere, come 
può vedersi dal catalogo che ne diede il Mf'btis*- 1 Niuno in quel- 
Tela scrisse per avventura quanto Leonardo, le cui opere 
erano con tale premura lette e cercate, che moltissimi attendevano 
in Firenze a trascriverle e moltiplicarne le copie ; cosicché, al dire 
di Vespasiano, egli non andarci in luogo che non trovasse che delle 
opere sua si scrìvesse, 12 II card nal Mai, editore delle Vite dello scrit- 
tore fiorentino, nota a questo proposito, come nel visitare le biblio- 
teche d' Italia, gli accadesse di osservare che in esse abbondano le 
opere di Leonardo, non meno, quasi, che quelle de' maggiori clas- 
sici. Di Francia, di Spagna e da altre parti ancora, mossi dalla fama 
della sua singolare virtù e del suo supere, molti traevano in Firenze 
solamente per vederlo e conoscerlo. Nei luoghi della città dove egli 
soleva andare, era sempre alcuno ad aspettarlo, contento di vederlo 
almeno una volta. Narrasi di uno Spa^nuolo, che venuto a visitarlo 
per ordine del suo re, come tosto giunse al suo cospetto, gli si g'ttò 
ginocchioni a' piedi , e fu una gran fatica a farlo rizzare. Dal quale 
atto però, più che la riverenza all'ingegno e alla virtù di Leonardo, 
si rivela V anima del cortigiano. Fu l'Aretino molto amalo e stimato 
dai principi e dai papi, dai quali per desiderio di averlo nelle loro 
corti gli furono fatte in ogni tempo larghe e splendide offerte, eh' ei 
ricusò. Alfonso d'Aragona ebbe per esso grande e particolare affet- 
to, tanto che lo richiese più volle di andare alla sua corte colle 
condizioni che gii paressero. 3 

Aveva Leonardo nell'aspetto come nel portamento certa gravi- 
tà , che inspirava ad un tempo amore e rispetto. Era umanissimo e 
piacevole, benché di poche parole, e talvolta anche arguto; come 
quando volendo un tale, uomo non cattivo ma senza lettere, accom- 
pagnarlo, dicendogli che non voleva che andasse sì solo, rispose : 
Solo sarei io quando fussi teco.* Prendeva grande diletto nella con- 
versazione dei dotti, facile ad accordare la sua stima e l' amor suo a 
tulli coloro che in qualche modo per virtù, valore e dottrina davano 
a conoscere che ben presto si alzerebbero sopra la volgare schiera.. 

* Leon. Àret , Epistlamm , voi. I, pag. 50. 

2 Vita di Leonardo d* Arezzo , pag. 5(^8. 

3 Vespasiano , Vita di Leonardo d s Arezzo , pag. 56S. 

* Landino, Commento alla Divina Commedia, lit>. XXI II. 



LEONARDO .BRUNI ARETINO. XXVII 

Gli furono fatte a spese del pubblico onorate e splendide ese- 
quie, alle quali intervennero con gran pompa i magistrali minori, gli 
ambasciadori esteri, e concorse il popolo in tolta, tratto e dalla no- 
vità della cerimonia, e dalla fama e dalla venerata memoria delle 
virtù dell' estinto. Al quale con particolare segno di onore volle la 
città dimostrare in quale e quanta venerazione il tenesse, decretando 
che le sue mortali spoglie fossero pubblicamente d' una corona d'al- 
loro decorate. Gli tu inoltre posta in sul petto, come monumento del 
suo patriottismo, la Storia Fiorentina, la più pregiata e onorevole fra 
tutte le sue fatiche. Giannozzo Manelti, gran retore, invitato a ciò 
dalla Signoria, disse le lodi dell'egregio uomo in una orazione, in 
cui la povertà e meschinità delle cose non è pur compensata dall'ele- 
ganza dello stile, che è poverissimo. Ribocca di sciocchezze, di pue- 
rilità e di miseri pensieri. Non vi spira alito di eloquenza, non vi ri- 
luce bontà e finezza di critica, non ombra di filosofia ; è una decla- 
mazione di cattivo gusto. A questi gravissimi difetti aggiungonsi una 
prolissità insopportabile , digressioni a sproposito, strani e puerili 
giudizi. ' Ciò non pertanto, dove si voglia prestar fede a Vespasiano, 
quella diceria acquistò all'autore assai riputazione; e bisogna dire 
che la più parte V ammirasse, quando egli la giudicò molto deyria,* 
e Naldo Naldi la disse scritta cum omni elegantia et copia; 3 e del- 

* A proposilo degli uHficii tenuti da Leonardo, narra la storia della repub- 
blica fiorentina in quel!' epoca: Quando entra a discorrere delle fatiche di lui in- 
torno a^li scrittori greci e latini , ti esce in un lungo ragionamento intorno ai 
meriti di Livio e di Cicerone, e conchiude col dimostrare, chi il crederebbe? 
che Leonardo era superiore ad entrambi , concioNsiacosachè ei non solamente tra- 
ducesse di greco in latino come il secondo , ma scrivesse pur anco storie latine 
come il primo! To'-ea quindi della corona d'alloro onde la ritta volle che ono- 
rate fos*ero le spo-lie dell'illustre e benemerito uomo, e prende da ciò occasione 
per favellare delle varie specie di corone , delle quali ne enumera otto ; e dopo un 
lungo e vano ciarlare, finisce col re are innanzi le ragioni per cui i poeti dove- 
vano di alloro, anzi che d* edera , «li palma e d'ulivo, coronarsi. Passa indi a 
provare che Leonardo fu poeta , prendendo occasione da ciò per ispiegare la de- 
rivazione della parol-i poeta. Finalmente , spiccando un vo'o ardilo e sublime, 
esce con grand* enfasi in questa nuova e mar a vigli osa sentenza : che chiunque vuol 
essere tenuto in conto di pela, dee scrivere eccellenti poemi. « Si quis ( sono 
sue parole) « poeta esse cuperet, qusedam egregia poemata descnbal oportet! »» 

2 11 Mehus, dopo avere ragionato lungamente delle opere di Leonardo, 
soggiunge, accennando all'orazione del Marietti: « Sed hpec omittamus , et Jan- 
» notium Manettum splendide , apte , alque ornate db entem audiamus. » V. Leon. 
Aret., Epistolarum , tom. I, pag. 88. 

3 Jannotii Monetti Vita a Naldo Naldio conscripta t in Murai ori , Rer 
Italie. Script. , tom XX. 



XXVIII LEONARDO BRUNI ARETINO. 

l'eleganza non è vero, bensì della sovrabbondanza, cosicché quella 
lode si ritorce in biasimo manifesto. In queir orazione può aversi un 
saggio dell'eloquenza e del criterio di que' pedanti, e da essa argomen- 
tare qual fosse la condizione degli studi in queir età, e vedere a quale 
e quanta povertà era venuta la vera eloquenza nelle mani di que' re- 
tori ammiratori superstiziosi degli antichi. E non furono poche in 
quel tempo le opere degne di essere pareggiate a questa del Ma- 
netti. ' Bisogna dire però, che se quella diceria fu ammirata dai 
più, i quali si lasciano facilmente prendere al romore vano delle pa- 
role, spiacque grandemente ai pochi eletti ingegni, non usi a pa- 
scersi d' inezie e di frasche. Poggio Bracciolini prese tanto disgusto 
di vedere bistrattata in quel modo la memoria del suo più affezio- 
nato e tenero amico , che si accinse indi a poco a dettare in lode di 
lui un'orazione, nella quale risplendono in grado eminente il suo 
finissimo crileiio e il suo buon gusto. Mirabile è in essa la distribu- 
zione delle parti ; semplice e dignitoso n' è l' andamento ; e tanto 
degli scritti che della vita ragiona con chiarezza e brevità , evi- 
tando studiosamente quelle digressioni che per lo più nuocciono al 
soggetto principale. Traspira da cima a fondo il suo grande amore 
all' uomo che era già stato il depositario de' suoi più segreti pensie- 
ri, del quale studia con isquisita delicatezza, senza però detrarre al 
\ero, ad addolcire e adombrare i difetti, da cui non vanno esenti 
anche i migliori. 

Come d'ingegno e di fama fu F Aretino superiore ai contempo- 
ranei suoi, così per la bontà dell'animo e l'integrità della vita se non 
superò, indubitatamente eguagliò i migliori antichi. Quantunque egli 
avesse vissuto molti anni nella corte romana, famosa per licenza di 
costumi, pericolosa per gli esempi di scioperate corruttele, che vi 
porgevano coloro che in quella tenevano le prime dignità, ei 
seppe mantener puro ed incorrotto F animo suo , e mai si stropicciò 
nel lezzo che ammorbava la più parte. Alle divisioni della Chiesa non 
solamente non partecipò, ma come dannose alla fede e alle credenze 
riprovò solennemente, e per umani riguardi non si ritenne dal por- 

* Delle opere e del valore del Marietti così giudicava il Foscolo r « Il Ma- 
» netti scrisse assai d'ogni cosa; ebbe nome famoso a' .«uoi tempi, per erudi- 
»> zione senza esempio né termine, e compitò volumi che non si possono leggere 
n senza noia, né credere senza pericolo. » (Dissertazione sul testo della Divina 
Commedia, CXXVII. 



LEONARDO BRUNI ARETINO. XXIX 

tare libero e franco, ma giusto e imparziale giudizio di coloro che 
in luogo d' impedire accrescevano le divisioni , le ire rinfocolavano, 
e la Chiesa senza pielà straziavano e manomettevano. Il pensiero 
dei proprio utile e la riconoscenza ai benefizi ricevuti, in lui non pre- 
valsero mai alla verità, che non tacque ne anco quando il manife- 
starla era pericoloso. Nel maneggio delle cose pubbliche die prova 
di sapere, di accorgimento e di singolare prudenza ; e quantunque 
e' solesse andare nelle sua cose molto adagio , i e temperato e misu- 
ratissimo , dalle azioni sue non pare che abbracciasse l' opinione di 
certa specie sapienti, il cui numero fu grande in tulli i tempi ed è 
grandissimo all'età nostra, i quali tutta la prudenza e la sapienza 
ripongono nel non fare e nello stare a vedere, anzi che nella forza 
enei vigore delle operazioni: contemplatori oziosi, mirabilmente 
più acconci a ritardare e a impedire , di quello che a dirigere e ad 
accelerare di un solo istante il corso degli umani eventi. Che se nel 
campo dell'azione rimase Leonardo di lunga inferiore ad alcuni 
de' contemporanei meno dotti e sapienti di lui, ciò è da ascriversi 
all'età rivolta unicamente a studi di poca anzi ninna utilità pratica. 
Però , sempre che fu dalla repubblica domandato del suo consiglio , 
lontano dalle passioni e abborrente dalle parti, egli la consigliò con 
quell'amore e con quella fede che dee ogni buon cittadino, e con la 
franchezza dell' uomo che non teme di dire le proprie opinioni dove 
anche sieno opposte a quelle dell'universale. Raccontasi in questo 
proposito, come in un consiglio dei principili della città essendogli 
toccato di parlare ultimo , manifestò opinione al tutto contraria a 
quella espressa dagli altri, i quali indusse co' suoi argomenti nel suo 
parere. Appena però ch'ei si fu partito, un solo si alzò a riprenderlo 
con acerbe parole di ciò che avea detto II che venuto a sua cogni* 
zione, il giorno appresso essendo ragunati i Signori e i Collegi, e te- 
nendosi pratica per mandare ad effetto la deliberazione presa, entrò 
nella sala e fece dire come, presente quel cittadino, volesse par- 
lare alla Signoria. Poiché di farlo gli venne facilmente conce- 
duto, indirizzò gravi e severe parole a quel cotale, che partito 
eh' egli fu dalla pratica era andato in sulla ringhiera a sparlare di 
lui, mentre non avea osato aprir bocca quand' egli era presente, e 
conchiuse : « Ma io mi volgerò al presente, con licenza delle VV. SS., 

* Vespasiano , Vita di Leonardo d J Arezzo , pag. 562. 



XXX LEONARDO BRUNI ARETINO. 

» a colui che rcT ha biasimato, eh' è qui innanzi alle SS. VV. Quali 
» sono i consigli che ha dati alla sua patria? quali frulli ha ella ri- 
fi portali? dove egli è andalo ambasciadoiv? E sa bene che sono uo- 
» mini di natura, che s'egli gli considerasse bene, egli non avrebbe 
» biasimato di quegli che meritano lode e commendazione, d' avere 
» consigliata la mia patria sanza odio o passione, come debbono es- 
» sere li consigli de 1 buoni cittadini che amano le loro patrie.» ' Le 
franche e coraggiose parole di Leonardo ridussero quel cittadino in 
luogo che non ebbe ardimento di rispondergli, e non gli parve 
di aver fatto poco quando potè uscirgli delle mani. E tale era V opi- 
nione che universalmente si avea delf integrità e della schiettezza 
di Leonardo, che ninno avrebbe pur sospettato che dove fosse 
stato convinto di avere errato, non avesse l'error suo confessalo in- 
genuamente e senza rilegno. E che tale veramente egli si fosse, lo 
diede chiaramente a conoscere in altra occasione, in cui tutta si 
parve la nobiltà e grandezza del suo animo. Mentre era cancelliere 
della repubblica prese parte ad una discussione filosofica, in cui en- 
trava anche Giannozzo Manetti. Questi , giovanissimo e fresco in su 
gli studi, ad ogni cosa rispondeva e di tulio d iva giudizio con gran 
sicurezza e con giovanile baldanza. Di ciò il riprese Leonardo, e ben- 
ché il facesse un po' troppo severamente, ciò non pertanto questi 
prese toslo scusa con lui, e gii diresse parole piene di dolcezza e di 
riverenza. La singolare umanità del giovane fece accorto il buon 
Leonardo del suo trascorso, e parvegli di averlo offeso. Come si hi 
partito e recato alle sue case, ripensando all'accaduto, ne prese 
tanto dispiacere, che tutta la sera e la notte stette di mala voglia. 
Alzatosi la mattina di buon'ora, andò a casa di Giannozzo, il quale 
venuto air uscio, forte si maravigliò di vedere Leonardo, che non 
soleva andare a casa di verun cittadino. Questi allora lo pregò che 
togliesse il mantello e andasse con lui, che gli volea parlare. Avvia- 
tisi Lungo P Arno, Leonardo così prese a dire : « Jersera io ti feci 
ingiuria, della quale ho portala la meritata pena, avvegnaché da poi 
che ti ebbi lasciato non ho potuto aver pace, e sento che non V avrò se 
non domandoti scusa e perdono come io faccio. » Egli è facile imma- 
ginare quale impressione facessero sull'animo del buono e sensibile 
giovane queste parole, e come si sentisse commosso al vedere il ve- 

* Vespasiano, Vita di Leonardo d s A reno , p.'tg* 5G f *-565. 



LEONARDO BHUM ARETINO. XXXI 

nerando vecchio, eh' egli riguardava c< n particolare amore e rive- 
renza, e teneva in conto di maestro, discendere dalla sua altezza 
per riparare un torto così piccolo, e che in cuor suo gii avea di già 
perdonato. Ma V atlo di lui può essere una buona e utile lezione ai 
vecchi rabbiosi, ai dotti superbi e ai magistrati arroganti ; che, del 
rimanente, la spontanea e ingenua confessione basta a mostrare la 
probità e la squisita delicatezza di lui. E se ei non fu sempre pa- 
drone di sé , ma si lasciò talvolta trasportare troppo facilmente dal- 
l' ira, seppe però riparare in tempo con quella nobiltà che è pro- 
pria delle anime generose- Alle frequenti , ostinate e furiose gare e 
inimicizie che arsero fra i letterali di queir età , non partecipò ; 
una volta soltanto si lasciò andare contro il Niccoli, e delle calunnie 
e ingiurie che gli scagliò, niuno di certo vorrà dargli lode, ma bia- 
simo. Nato di non ricchi parenti, per poter attendere ai geniali sludi 
fu costretto nella prima giovinezza alla più rigida economia. Venuto 
poscia, e per le sue industrie e per le liberalità di alcuni pontefici, 
principalmente di Giovanni XXIII, in qualche agiatezza, 1 si mostrò 
anche in mezzo all'abbondanza troppo sollecito delle minuzie, di 
maniera che ei parve macchiare la lode dell 1 economia col biasimo 
dell'avarizia. Il che, del resto, non recherà maraviglia dove s'in- 
tenda che egli, seguendo in ciò l'opinione dello Slagirita, era inti- 
mamente persuaso di dovere riporre le ricchezze tra i beni condu- 
centi all' umana felicità. Ma se del peccato di avere amata troppo la 
roba e il danaro, e di averne fatta soverchia stima, egli non è da as- 
solvere, bisogna però dire che queste cose non rivolse mai ad uso 
men che lecito e onesto : ciò valga a scemare in parte il biasimo che 
gli venne dall'averle avute in tanto maggior pregio di quello che ve- 
ramente le non hanno. A liberare Leonardo dall'accusa di avarizia 
che gii vien data da parecchi scrittori, alcuni si provarono, ma i loro 
argomenti non valgono a distruggere le testimonianze di que' molti 
che asserivano quello che essi stessi avevano veduto ed osservato. 
Noi, che non abbiamo alcun interesse ad affermare o negare il fatto, 
e non aspiriamo che a venire in chiaro del'a verità , diremo che , se 
non di avarizia, di qualche cosa che molto le si avvicina, benché con- 
fusamente, fu accusato Leonardo anche da Poggio Bracciolini ; la cui 



* «♦ Giovanni gli aveva posto granite amore, ed aiutavalo a farsi ricco. ■ 
Vespasiano., Vita di Leonardo d' Arezzo , pag. 557. 



XXXII LEONARDO BRUNI ARETINO. 

testimonianza è di tanto maggior peso, se si pon mente che per 
la grande famigliarità e dimestichezza che egli ebbe seco lui per lo 
spazio di quarantaquattro anni, e per l'affetto tenerissimo che gli 
portò fino all'estremo, era piuttosto inclinato ad adombrare, di 
quello che a porre in evidenza i difetti dell' amico. i 

Dirò adesso degli studi e delle opere. L' epoca della nascita di 
Leonaido Aretino coincide esattamente con quella che segna il prin- 
cipio della decadenza della cultura in generale, e in particolare della 
lingua e delle lettere italiane ; imperciocché ella cominciò, non già 
come dagli storici della letteratura e da altri scrittori affermasi, col 
secolo decimoquinto, ma precisamente alla morte del Boccaccio, 
cioè intorno al 1375, in che si chiude un periodo incontrastabilmente 
il più splendido che sia slato mai, un periodo in cui i grandi nomi 
come le grandi opere sovrabbondano. Chiunque da questo volge la 
mente air età che venne appresso, e vede ogni cosa ad un tratto ca- 
dere e precipitare, e ad una fecondità prodigiosa succedere una ste- 
rilità incredibile , non può non ricevere una dolorosa impressione. 
Questa noi ricevemmo e cercammo di riprodurre. 

Dopo la morte del Boccaccio la letteratura divenne infeconda, 
l'originalità mancò interamente, dacché l'erudizione era venuta a 
inceppare gì' ingegni. Ai grandi e originali scrittori sottentrarono 
imitatori servili, gente senz'anima, senza immaginazione, senza 
sentimento. Tutti si volsero all' erudizione, e questo campo larghis- 
simo e fecondissimo coltivarono con ardore infaticabile. Lo studio 
degli antichi , il desiderio di apprendere le loro lingue divenne una 
specie di passione che s'impadronì di tutti gli animi , e che parve so- 
spendere nella nuova generazione la vita. Neil' antichità si educa- 
rono, studiarono intensamente e con una specie di frenesia, e in 
quella tanto si profondarono da non reputare bello se non ciò che 
era antico. Guardando unicamente all'amica Roma, alcuni felici in- 
gegni riuscirono sì bene a pensare, sentire e parlare come Cicerone, 
Livio e Virgilio , che, per dirlo con una frase del Sismondi, parvero 
ombre degli antichi. Ma se la cultura delle lettere classiche molto 
aggiunse al fondo dell' erudizione, se giovò al sapere in generale, 
nocque grandemente allo spirito patrio e ancor più alla lingua viva, 
che per la gara di scrivere in latino lu lasciata irrugginire. Molti che 

* Poggi , Oratiofunebr., passim. 



LEONARDO BRUNI ARETINO. XXXIII 

avrebber potuto acquistarsi fama di eccellenti scrittori, dove nella 
natia favella avessero scritto, preterirono, scrivendo in una lingua 
morta, e non altro che greci e latini non liberamente ma servilmente 
imitando, di rimanersi scrittori mediocrissimi, se non forse barbari. 
L'ingegno italiano, che già s' era mostrato pur tanto vigoroso e polen- 
te, capace delle più sublimi creazioni, soggiacque ad una singolare e 
deplorabile mutazione; ne furono profondamente alterate le forme 
native, e divenne incapace di que' sublimi ardimenti, di cui l'età pre- 
cedente avea dati esempi ammirandi. Tutto quel grande entusiasmo 
per l'antichità non fece che sollevare la polvere del passato, agitare 
una lettera morta, in cui niuno di que' dotiissimi seppe mettere un 
soffio di vita, di guisa che le lettere si trasformarono in un'arte 
d'imitazione servile. 

L'erudizione fece nel decimoquinto secolo grandi inestima- 
bili progressi, le cognizioni non si diffusero mai tanto come in 
quell' età operosissima ; ma nelle mani degli eruditi esse si rima- 
sero sterili , e tutto quel gran molo non diede i frutti che se 
n'avrebbero dovuto attendere. La servile imitazione distrusse l' in- 
venzione, rintuzzò la potenza creatrice; ond' è che le opere dei 
dotti che fiorirono in quel periodo di tempo, dove pochissime se 
n' eccettuino, non sono che amplificazioni rettoriche , riproduzioni 
di cose antiche , o disquisizioni grammaticali. Gli scrittori, in luogo 
di spingersi nel nuovo, tentare di proprio, sforzarsi a dare alle 
opere loro un'impronta propria e una propria forma, non attesero 
che ad abbellirle della veste di un altro tempo, e si affaccendarono 
a ricalcare servilmente le vie gloriosamente percorse dagli antichi, 
a ripeter male ciò che quelli dissero in modo splendido e peregrino. 
Nulla perciò si pare in essi di naturale, di spontaneo, di efficace, e 
nelle opere loro non sentesi che un calore artificiale e di riverbero. 
E come potevano riuscire efficaci, ed essere inspirati, e sollevare gli 
affetti del popolo scrivendo in una lingua che mai si udì tra le do- 
mestiche pareti, in una lingua che il figlio non inlese risuonare sulle 
labbra della madre, ne l'amante su quelle dell' amata sua donna? 
Perciò nelle opere loro manca per lo più calore d'anima, spontaneità, 
libertà e vigore di eloquenza, novità d'idee, altezza di pensieri, 
pellegrinila di concetti ; ma vi si vede un procedere fiacco e slombato, 
uno stile scolorato ed evanido, stiracchiamenti di concetti e di pa- 
role, un calore riflesso; e non già queir erudizione che è vital nu- 



XXXIV LEONARDO BRUNI ARETINO. 

trimento all'ingegno, ma l'altra, grave, pesame die lo affatica, non 
lo alimenta. All'incudine dell' antichità classica non seppero tempe- 
rare i loro ingegni, rinsanguinare degli antichi e tenere nello studio 
dei medesimi quella sapiente misura che è necessaria anche verso i 
migliori, più lodati e famosi scrittori. Dell'antichità conservarono e 
corressero i monumenti immortali, ebbero delle sue leggi, de' suoi 
costumi, delle usanze, della religione e della lingua l'intera cono- 
scenza ; ma un tanto ricco acquisto si rimase nelle loro mani infe- 
condo, perchè dallo studio degli antichi non seppero cogliere il vero 
irutto. Le cognizioni varie e molteplici, che per via di lunghe e as- 
sidue cure erano venuti acquistando, non che fecondare, oscurarono 
e intorpidirono i loro ingegni. 11 che derivò in gran parie dal non 
avere saputo interrogare gli antichi, trarne quelle risposte che da 
essi ricavarono quanti si misero addentro alle parti più intime delle 
opere loro, e cercarvi il segreto che Dante, il Petrarca e il Boccaccio 
vi scoprirono nell'età precedente, e in quella che venne appresso il 
Machiavelli. Niuno di essi poteva r petere col Segrelar o Fiorentino, 
parlando degli antchi: « Io mi pasco di quel e bo che solum è m o, 
ì e che io nacqui per lui; parlo con essi e li doman lo della ragione 
» delle loro azioni , e quelli per loro uman là mi rispondono. » ' Ma 
quei tre grandi, ai quali vuoisi aggiungere il Machiavelli, im tarono 
non le opere ma l'operar degli antichi , scrivendo ciò che era adatto 
ai loro tempi ed ispirato da quelli, scrivendolo non per far let- 
teratura, ma per esprimere gli affetti della vita reale e presente. - 
Tali non furono i dotti dell' età posteriore, i quali , mentre si affac- 
cendavano intorno all' antica civiltà e all' antica letteratura , di cui 
si scoprivano allora con infin ta sollecitud ne e con avidità incredi- 
bile si stud avano i monumenti , niuna cura prendevano della civiltà 
e delle lettere contemporanee. Vissero per così dire della vita di un 
altro tempo; ond'è che penseri , immag ni , sentimenti, affetti, non 
meno che la lingua e lo stile, tutto in essi non è dell' età a cui ap- 
partennero. Degli ant chi scrittori , guardando p ù alla parola che 
alla sostanza, più allo stile che ai pensieri, risuscitarono il corpo 
non 1' anma. 

Allora fu che tornò in campo il brutto divorzio del pensiero 



* Lett.fam. Op , p.ig. 873; Firenze; 1831. 
2 Balbo , Pensieri ed esempi , pag. 216. 



LEONARDO BRUNI ARETINO. XXXV 

e dell'azione, e che s'insegnò a separare.il sentimento dalla pa- 
rola, lo stile dall'idea. Educata a questa scuola crebbe una gene- 
razione inettissima, elio fece dello scrivere un uffic o triviale o 
un trastullo, e r sguardan io la letteratura non come mezzo ma come 
fine, non come strumento ma come lermne, nelle mani di lei ella 
cessò di essere un' azione e divenne esclusivamente uno studio. 
E la sconcia e innatura'e divisione crebbe a misura che maggiori 
divennero la frivolezza del costume, la nullilà dell' educazione, la 
servitù del pensiero e della patria. Dall' educarsi in una lingua di- 
versa da quella de' padri suoi e dal procacciarsi la conoscenza di 
leggi e di società aliene dalle leggi e dalla società propria, la nuova 
generazione venne su con sentimenti che non erano quelli del suo 
tempo ne della società in cui eli' era destinata a vivere. Da tale di- 
scordanza e disarmonia tristi effetti derivarono. Per amore di Atene 
e di Roma dimenticarono i nuovi sapienti la patria loro; sprofondali 
negli antichi scrittori, inlenti a dissotterrare codici e manoscritti, 
lasciarono perire miseramente la lib ria, la quale, mentr' ei si con- 
tentavano di ammirare nei libri, pochi più astuti ed ambiziosi si ap- 
parecchiavano a spegnere interamente. Non più vidersi gl'ingegni 
prender parte o darsi pensiero della cosa pubblica, correre dal ga- 
binetto alla piazza, sovvenire di consigli la patria, e utilmente e for- 
temente in suo prò adoperarsi : imperocché la più parte cercò rifugio 
nelle corti , dove o poltrì nell' ozio o consumò il tempo in isterili 
studi. Benché taluni continuassero nelle repubbliche ad occupare le 
prime cariche e i primi offici, non vi goderono però credito propor- 
zionato ai loro studi e alla loro dottrina ; avvegnacchè ignari o in- 
curanti delle cose di stato, non sapessero reggere sapientemente la 
repubblica né migliorarne opportunamente le istituzioni. La lettura 
e lo assiduo studio degli antichi non valse che a destare in loro una 
sterile ammirazione, non già il pensiero d'imitarli civilmente. Ond'è 
che non parvero buoni che a recitare orazioni, in cui con frasi tolte 
da Cicerone, da Livio e da altri antichi scrittori studiavano a celare 
la povertà delle cose. Laonde, in tanto ardore di studi, amore di 
sapienza, entusiasmo per 1' antichità classica, l'Italia annighittiva, 
che a lei non pensavano que' dottissimi, intenti a rinnovare anzi 
che emulare l'antichità, peregrinanti con la mente negli antichi 
tempi, tanto solleciti del passato quanto incuranti del loro presente. 
Mentre il pensiero sotto l'impero delle forine antiche si ripie- 



XXXVI LEONARDO BRUNI ARETINO. 

gava , e i cuori sotto la tirannide domestica e la servitù straniera si 
prostravano e incodardivano, anche gli animi e gì' ingegni più for- 
temente temperali venivano più e più sempre rimettendo di vigore 
e di potenza. Tanto nel carattere che nelle opere degli uomini dediti 
particolarmente agli studi, apparivano segni manifesti di una de- 
cadenza precoce, da cui era facile argomentare che incapaci sarebbero 
di produrre, tanto negli ordini del pensiero che dell' azione, alcuna 
cosa che degna fosse dei tempi ai quali era esclusivamente rivolta 
la loro ammirazione. Non più splendeva in essi queir altezza e no- 
biltà d'animo, non ardevano quei sentimenti politici e quell'amore 
di patria che comuni e presso che universali furono negli antichi 
tempi Dove poi agli scritti si rivolga la mente, ben si vede a prima 
fronte che essi non sono mica portati naturali e spontanei del pensiero 
e della fantasia italiana, ma frutto di un lungo e ostinato studio 
dell' antichità, ed effetto d'idee, d'immagini, di sentimenti di un 
altro tempo, che niuna relazione avevano con quello presente. La ser- 
vitù contratta dal pensiero italiano per la smania dell'erudizione 
cooperò grandemente a pervertire le lettere, a renderle dottamente 
sterili, a tórre ogni importanza agli uomini che degli studi facevano 
particolare professione. Così col minare delle istituzioni, lo scadere 
dei caratteri e delle virtù pubbliche, caddero gl'ingegni, e in tanta 
e molteplice fecondità non videsi, se non di rado, una produzione 
importante e durevole. L' arte si ridusse tutta alla forma, la scienza 
a poco più che un giuoco di memoria, la poesia a passatempo e 
trastullo. 

Or questi dotti occupanlisi quasi esclusivamente non delle cose 
ma delle parole, non delle idee ma delle forme, desideiosi di quiete 
e di ozio si rifuggirono nelle corti, dove loro aprivasi un largo 
camp ) alle esercitazioni rettoriche. E fu bello allora vedere cotesti 
ammiratori entusiasti dell'antichità servirsi delle frasi di Cicerone, 
di Livio, di Tacito e di altri liberissimi intelletti a coprire la tiran- 
nide dei principi protettori , a scusarne le iniquità, a vestire concetti 
e pensieri servili. E non andò guari che alle mani loro, entrali molto 
innanzi nella grazia dei potenti , venne affidata e commessa 1' edu- 
cazione dei giovani principi; onde scappò fuori in brevissimo tempo 
una lolla di principi facitori di rime, di sermoni, di dcerie, i quali 
circondati da letterati, filologi, eruditi, poeti e pedanti lasciavano 
a ministri, o scellerati o inetti, la cura dello stato, per potere più 



LEONARDO BRUNI ARETINO. XXXVM 

tranquillamente sacrificare alle muse. Lo studio non d' altro che 
delle parole e delle forme diede poi orig'ne, com'è naturale, a lun- 
ghe e interminabili liti; e famose furono quelle ond' arse il secolo 
decimoquinlo. Per una frase, per un verso, per un passo d'antico i 
letterali disputarono, e non è dr poco, quanto i teologi per un 
senso scritturale. E duole il vedere come nelle loro dispute fossero 
così poco osservanti di quella dignità che non dovrebbe venir mai 
pretermessa dai cultori dei severi studi e delle lettere gentili. Non. 
paghi di combattere le opnioni degli avversari'!, ne vilipendevano il 
carattere, i costumi, la vita. Del clamore di loro querele riempirono 
le scuole, le accademie, le corti, le città, avvegnaché tutti pren- 
dessero parte alle dispute e alle gare furibonde di stizzosi pedanti, 
i quali non animava mica la splendida bilis celebrata da Orazio come 
sorgente di grandi cose, ma riscaldava unicamente il furor letterato 
che a guerra mena: ond' è che altercavano non per illuni narsi l'in- 
gegno, ma s'irritavano con invettive, saettando i difetti, i costumi, 
la vita degli avversami, cercando fama dal contendere. Chi avesse 
pazienza e tempo di leggere il fascio interminabile delle loro invet- 
tive e polemiche, vedrebbe a quali indegnità, accecali dall' ira, tra- 
scorressero e si avvilissero. Tale era del resto il costume dei tempi, 
in cui , dove i dotti venissero a contesa , non sapevano che ricam- 
biarsi basse ingiurie e volgari accuse , senza un' ombra di rispetto 
alla verità e al decoro. Forse da queir età e da quegli uomini che sì 
vili e inonorate battaglie combatterono usando nelle loro zuffe le 
armi più spregevoli, venne ai grammatici, o filologi che vogliano dirsi, 
la fama che conservarono poi sempre di essere nelle conlese i più 
implacabili , di aspreggiarsi e vilipendersi con ogni sorta di più vili 
ingiurie, e di non avere in ciò chi superare li possa; onde le contese 
e le baruffe grammaticali passarono in proverbio. 

Tutta questa numerosa schiera di eruditi e filologi trovò nei 
principi larghissima protezione, ebbe da loro ogni sorta di onoranze 
e di benefizi, venne accolta nelle corti e quivi largamente pasciuta. 
Ed è ragione che dalla protezione de' principi ricevessero alimento 
siffatti studi, e che nelle corti trovassero ozi e fortuna i loro cultori* 
L'averli vicini e il costringerli a riconoscere da essi la loro fortuna f 
era ragione per non temerli , dominarli sempre e averli obbedienti 
ad ogni cenno. E ben si apposero, imperciocché i più timidi non 
osarono profferire parola nel loro cospetto, mentre dei pochi più co- 



XXXVIII LEONARDO BRUNI ARETINO. 

raggiosi seppero prontamente e vigorosamente rintuzzare V ardi- 
mento. Ne da quell'attività del pensiero, rivolto quasi esclusiva- 
mente ad una s« ienza che conduceva alla dimenticanza di più gravi 
pensieri, a ve \ ano i principi da temere, ma per contro assai da sperare. 
Perciò come si avvidero eh' egli era dell 1 utile loro il favorirla, a ciò 
attesero con finissimo accorgimento, bene avvisando che dove le 
menti fossero rivolte a quegli stu fi , occupate in quelle cure , non 
baderebbero gran fatto alle cose che furono già tanto care ai loro mag- 
giori, delle quali però era in essi scemato l'affetto e la stima; voglio 
dire alla libertà e alla patria. Laonde non bisogna credere che quella 
magnifica protezione dei principi, quelle liberalità, quelle onoranze 
fossero al tutto disinteressate, e non altro avessero di mira che l'a- 
vanzamento delle lettere e delle scienze; imperciocché egli è facile 
vedere eh' elleno furono suggerite in gran parte da un' astuta poli- 
tica. I principi, con la protezione alle lettere, alle arti e ai loro cul- 
tori, cercavano di far dimenticare ai popoli le perdute libertà, e di 
rendere meno odioso e più tollerabile il dispotismo temperandolo 
coi god memi dello spirito. Alcuni privali che nelle repubbliche la- 
cerate dalle fazioni e dalle sette miravano a dismettere la veste del 
cittadino per indossare la porpora del tiranno, gareggiarono di libe- 
ralità coi principi, volendo eglino con ciò attirare sopra di loro gli 
sguardi e l'amore dell' universale. 

Tra i privati tiene un posto eminente Cosimo de'Medici, intorno 
a cui si strinsero successivamente il nostro Leonardo , Poggio 
Bracciolini , Ambrogio Traversari e tutti i più segnalati cultori delle 
lettere e delle arti, dei quali egli incoraggiò gli studi e le fatiche. 
Però nei favorire le scienze, le lettere e le arti, egli fu mosso non 
solamente da un certo amore che nutriva per esse, e fors'anco dal 
bisogno che avea il suo spirito di rinfrescarsi alle pure fonti della 
classica antichità , ma altresì dall' interesse del suo sistema politico. 
A fare che gli uomini più rischiosi dimenticassero i pubblici negozi, 
vide ch'egli era mestieri tenere altrove le menti occupate : a tale effetto 
le arti e le lettere si prestarono a meraviglia , imperocché essendo 
tutta l'attività degli studiosi ristretta all' erudizione e alla filologia, 
si poteva eccitare senza pericolo. Egli mirò a sostituire alle antiche 
agitazioni della Repubblica il moto pacifico delle lettere. Ma se taluni 
maravigliati alla grandissima e dicasi pure nobilissima attività di Co- 
simo, e in generale di tutta la famiglia de'Medici, non cessano dal- 



LEONARDO BRUNI ARETINO. XXXIX 

fesaltarla oltre il vero, senza tener conio dello scopo cui era diretta, 
a noi sarà permesso di notare come da quella cominciasse la corru- 
zione della Repubblica, e com'essa segni il principio della deca- 
denza delle pubbliche libertà, sottentrando alla prodigiosa attività e 
alla gloria di un gran popolo l'attività e la gloria di una famiglia. 
Noi perciò non possiamo che essere severi a una politica egoista nel 
suo fine e poco scrupolosa ne' mezzi, che proponevasi di soffocare lo 
spirito pubblico , spegnere ogni vigore nell' animo dei cittadini, per 
condurli a preferire un ozio tranquillo a libertà faticosa. 

11 secolo degli eruditi e dei filologi, queir epoca che corse dalla 
morte del Boccaccio a Lorenzo de' Medici, può considerarsi come 
una pausa, o un'interruzione che voglia dirsi, nel corso magnifica- 
mente iniziato delle lettere italiane; e gli scrittori che splenderono 
in quel periodo di quasi un secolo, ben si può dire che non appar- 
tengono alla letteratura italiana , conciossiachè intenti a coltivare 
esclusivamente le lingue e le lettere greche e latine, niun impulso 
diedero alle nostre lettere. Le quali insieme alla lingua decaddero 
allora interamente; e a tale decadenza precoce gli scrittori, secondo 
la diversità dei pensieri e delle opinioni , assegnano ragioni diverse. 
Gli studi presero una direzione del tutto opposta a quella in cui erano 
stali messi dai tre padri della nostra letteratura , e segnatamente 
dall'Alighieri: il che se più di bene o di male fu cagione, è cosa 
difficile a risolvere, e chi volesse in sì ardua questione decidere ri- 
solutamente, non andrebbe senza nota di temerità. Ad ogni modo, 
e' non bisogna credere che quella età e gli scrittori che maggior- 
mente la illustrarono, non meritino alcuna considerazione; che anzi 
egli è mestieri studiare l'una e gli altri attentamente per conoscere 
quali frutti diede poi tutta quell'attività e operosità , e quali benefìzi 
alle lettere e al sapere da esse derivarono. 

Della resurrezione delle lettere classiche e dell' influenza ch'essa 
esercitò sulla cultura in generale, e in particolare sulle lettere ita- 
liane, molti con diversità di opinioni e di giudizi ragionarono, nò 
sarà inopportuno il riferire le discordi sentenze. Affermano i loda- 
tori, andare l'Europa civile debitrice all'instancabile operosità degli 
eruditi del quattrocento, se i classici greci e latini tornarono in 
luce ed onore, se gli avanzi più nobili e preziosi dell' umano inge- 
gno universalmente si diffusero, se a coloro che vennero di poi fu 
dato di studiare e di meditare quegli esemplari insuperabili, e ve- 



XL LEONARDO BRUNI ARETINO. 

nire in quelli educando Y animo e Y ingegno. Doversi air impulso 
straordinario ch'essi diedero allo studio delle lingue e delle lettere 
classiche i grandi ritrovamenti e le maravigliose scoperte, tra le 
quali primeggia la stampa , che tanto conferì alla diffusione del sapere 
e quindi ai progressi della cultura. Appartenere ad essi gran parte di 
lode se di poi le lettere italiche innestandosi sull'antichità classica, 
ch'eglino eran venuti con tanto amore dissotterrando, entrarono in 
una via magnifica e splendida, e diedero quelle opere stupende, 
onde va lodato e famoso il cinquecento. E soggiungono, che forse 
senza 1' opera di que' sapienti ed operosi il germe fecondo del clas- 
sicismo non sariasi infuso nelle nostre lettere, e quindi non si sa- 
rebbero vedute le grandi e belle cose che formano la nostra ammira- 
zione e la nostra delizia. Oltre a ciò, essere da considerare che col 
ricondurci ai Greci e ai Romani e' non fecero che richiamarci verso 
i principii onde pigliammo le mosse , e cercarono un opportuno ri- 
storo là donde avemmo nascimento e vita. Non potersi intìne accusare 
i dotti di quel tempo, se rivolti all'antichità e a trattare soggetti che 
si riferivano alla storia, ai costumi, alle istituzioni, alle arti e alla let- 
teratura degli antichi, scrissero in latino ; avvegnaché le sole lingue 
dotte possano servire a raccogliere le sparse reliquie dell'antica 
cultura, sottratte come per miracolo al naufragio della barbarie. 

Altri poi discorrono in diversa sentenza. La direzione che pre- 
sero allora gli sludi, e 1' essere questi all'antichità esclusivamente 
rivolti, dicono avere d'un tratto arrestati i progressi delle nostre 
lettere : essere la lingua volgare non solo caduta in disprezzo, ma 
stata posta al tutto in dimenticanza. All' uso invalso generalmente 
di scrivere in latino, doversi attribuire in gran parte la miseria della 
lingua nazionale, e quindi della letteratura, imperciocché la lingua, 
che sola può dar progresso alla letteratura, impedivala. E della lin- 
gua non solamente furono ritardali i progressi per più di un secolo, 
ma quando la italianità risorse, ella venne a foggiarsi faticosamente 
sulla lingua latina : dal che derivò che la prosa di pura, bella, sem- 
plice ed elegante ch'ella era, fu veduta assumere quell'andamento 
maestoso, abbondante e sonoro dei latini, che la snaturò. Ricordano 
altresì, che col volere i dotti di queir età far rivivere ad ogni costo 
il sentimento di una lingua che non poteva esprimere le idee della 
moderna civiltà tanto dall'antica dissomigliante, si vennero sempre 
più allontanando dal popolo, e riducendo a una specie di aristocra- 



LEONARDO BRUNI ARETINO. XU 

zia pressoché estranea alla società e ai tempi in cui vivea, donde de- 
rivò che rimanesse il popolo nell' ignoranza, dacché ella voleva tra- 
sportarlo in un mondo di cui non avea ne poteva avere Y intelligenza. 
Notano eziandio come in quel freddo, ostinato e interminabile stu- 
dio dell' emendazione critica dei testi e dei commenti agli antichi 
scrittori intristissero gì' ingegni , i quali non più si videro animati 
dalla viva fiamma che arse già nei grandi che li precederono. Laonde 
all'eloquenza dei liberi ingegni sotlentrò a breve andare la presun- 
tuosa loquacità de' retori. Sursero allora produzioni non senza pre- 
gio quanto alla torma, ma nel fondo frivole e superficiali, ind zio 
certo di debolezza morale. Il campo delle lettere e delle scienze 
si partì in due : stavano nell'uno i filosofi disprezzatori d' ogni genti- 
lezza ed eleganza, nell'altro letterati venditori di ciance. Dal che 
doversi conchiudere che le ispirazioni e lo studio dei classici allora 
solamente tornar possono utili e proficue, quando s'immedesimano 
con lo studio dei pensieri e degli affetti. 

In tanta diversità di pareri e di opinioni, tra queste lodi e que- 
sti biasimi, non è agevole il giudicare con sicurezza, e forse non an- 
drebbe senza taccia di presuntuoso chiunque volesse assidersi arbitro 
Ira i sapienti che l' una o l'altra sentenza abbracciarono e con ogni 
sorta di argomenti propugnarono. Ciò però non ci vieta di fare alcune 
considerazioni. 

La pretesa digressione dei filologi, dei grammatici, degli anti- 
quari e degli eruditi non può negarsi che non fosse in qualche 
modo utile ed opportuna, imperocché senza di quella forse il per- 
fezionamento intellettuale e civile non che dell' Italia ma dell' Eu- 
ropa saria stato interrotto. Fu una gran crisi, ma forse inevitabile, 
seguita, come tutte le grandi mutazioni, da beni e mali inestimabi- 
li. L'aver fatto rivivere tutta la poesia, l'eloquenza, la filosofia e 
la storia dei Romani e dei Greci, ricondotti gl'ingegni a nutrirsi 
alle pure fonti dell'antichità classica, l'avere posti dinanzi agli oc- 
chi della nuova generazione quegli esemplari stupendi perchè servis- 
sero di stimolo e d'incitamento a studiarne e ad imitarne le immortali 
bellezze, niuno vorrà affermare che non fosse opera sommamente 
utile, da cui doveva venirne grande e inestimabile benefìzio alle lettere 
italiane e alla cultura in generale ; tanto più dove s' intenda che 
tradizionale è il sapere nostro, il cui tesoro principale consiste nel- 
T eredità conservata dai nostri maggiori, che a noi corre il debito 



XLII LEONARDO BRUNI ARETINO. 

di accrescere e far degnamente fruttificare. D'altra parte, neanco 
può negarsi che questo ritorno all'antichità, e il desiderio quasi 
universale di correre le vie già percorse dagli antichi e di risusci- 
tarne le forme, quanto giovò al sapere in generale, altrettanto 
nocque allo spirito patrio, alla lingua, alla letteratura nazionale e 
agl'ingegni, i quali in quell'epoca d' imitazione servile vennero per- 
dendo di originalità e rimettendo del natio vigore. 

Ma questi mali e danni non bisogna esagerare; imperciocché se 
in parte veri, non ne viene per ciò che di essi sieno da accusarne 
gli eruditi. Che se non può negarsi la povertà evidente a cui ven- 
nero allora le nostre lettere, e il funesto ritardo a cui socciacque la 
lingua volgare, sarebbe ingiustizia il rovesciarne tutta la colpa sugli 
eruditi. Se 1' uso invalso di scrivere in latino molto contribuì a ritar- 
dare i progressi dell'idioma volgare, a ciò concorsero pur anco le 
peggiorate condizioni della Penisola. Interrogando la storia, sarebbe 
facile il dimostrare come sempre la lingua soggiacque alle slesse vicis- 
situdini che la libertà ; e prosperarono insieme, e insieme precipita- 
rono. Anche il ritorno e la cieca fede nell'antichità, lo studio dei 
grandi esemplari antichi eh' ei tenevano del continuo dinanzi alla 
mente, fu in parte utile in parte dannoso : utile in quanto potevano es- 
sere sorgente di grandi cose; dannoso in quanto contribuirono a fare 
che i modelli e l'autorità troppo spesso al gusto individuale preva- 
lessero, di guisa che venne a mancare interamente l'originalilà. Alle 
naturali e vere impressioni, ai pensieri originali, al gusto particolare 
d' ogni individuo sotterrarono le ripetizioni e le riproduzioni d' idee , 
d'immagini e di sentimenti di altri tempi troppo dissomiglianti da 
quelli che correvano, e che mal si aggiustavano ad una civiltà al 
tutto diversa. Ma di questo male non vuoisi mica incolpare V antica 
letteratura, ma l'abuso che se ne fece tortamente applicandola, e 
dall'abuso vennero i traviamenti e gli errori. E l'abuso principale 
derivò dal modo dell'imitazione, la quale presso i dotti del quattro- 
cento non fu già quella imitazione larga e diretta , che ritrae le cose 
dal vero, ma 1' alira servile che le ritrae dalle copie. Troppo diversi 
anche in ciò dai grandi del secolo XIII , i quali studiarono e imita- 
rono i classici, ma aiutati da una particolare attitudine d' arricchirsi 
di lutto, di fare loro proprio l'altrui e immedesimare ogni cosa in 
guisa da confeiire loro aspetto e qualità rispondente ai tempi in cui 
vivevano e alla nazione a cui appartenevano, riuscirono originalissi- 



LEONARDO BRUNI ARETINO. XLIir 

mi. Perciò tutto il male nel secolo XV stette nell'imitazione, nell'aver 
voluto modellare tutto sovra gli esemplari dell'antichità, rurarli con 
una servilità incredibile, nel credere infine, che nulla di nuovo e di 
peregrino fosse pur da tentare. E ciò riconduce il nostro discorso a 
quello che dicemmo più sopra della non buona imitazione, a cui 
si riducono in tondo i mali e i danni che dal risorgere dell' antichità 
classica alle nostre lettere derivarono. 

Al novero degli eruditi appartiene, non solo per ragione di 
tempo ma di studi, Leonardo Aretino. Nato quando cominciava a 
risorgere l'antichità classica e a fiorire l'erudizione, quando le let- 
tere italiane insieme alla lingua decadevano, rivolse all'antichità e 
all'erudizione le cure e l'ingegno. Quantunque egli tenesse in gran- 
dissima venerazione Dante, il Petrarca e il Boccaccio, e le opeie loro 
sommamente ammirasse, pur nondimeno non seppe risolversi a 
scrivere nella lingua illustrata da loro, ma le principali sue opere 
dettava in latino. Solamente due scritti brevissimi e degni di qualche 
considerazione si hanno di lui in volgare, le Vile di Dante e del Pe- 
trarca. Da questi piccoli saggi egli è facile d' intravvedere a quale 
eccellenza sarebbe pervenuto dove tolto avesse a coltivare la natia 
favella. Però è tanto più da deplorare che tutte le sue industrie e le 
sue cure volgesse a una lingua morta, da cui non poteva venirgli mai 
fama durevole. Si lascino pur dire i contemporanei di lui, taluno 
de' quali spinse l' esagerazione al segno da paragonare il suo stile a 
quello del gran Livio e di Cicerone ; mentre da questi immortali 
scrittori e dagli esemplari insuperabili eh' ei ci lasciarono è tanto 
discosto, che farebbe segno di poco sano giudicio chi ad essi compa- 
rarlo volesse. 

L' opera principale di Leonardo sono i dodici libri della Storia 
Fiorentina; lavoro per cui si rese benemerito non solo della città 
che accordavagli la cittadinanza, ma eziandio degli studi storici. 
La narrazione, che dalle origini di Firenze viene insino al 1404, 
abbraccia un periodo importantissimo. La scarsità delle notizie e delle 
memorie che per la mancanza di scrittori si avevano dei tempi più re- 
moti, accrebbero le difficoltà dell'opera, d'altronde ardua e fatico- 
sa, cosicché dall' averle superate in gran parte, viene all'autore tanta 
maggior lode. l E eh' ei le vincesse , si vede dal trovarsi nella sua 

1 « Ed emmi stato assai difficile ritrovare le cose passate, per non ci es- 



XL1V LEONARDO BRUNI ARETINO. 

storia molte singolari, importami e peregrine notizie, che indarno» 
negli altri scrittori si cercherebbero. Sarebbe superfluo, fastidioso e 
senza utilità il riferire tutto quello che delle opere dell'Aretino scris- 
sero i contemporanei, che quasi tutti ne esagerarono stranamente il 
merito e l'importanza. Alcuni, infatti, come già osservammo, lo pa- 
ragonano al gran Livio; altri ai pochi più illustri storici antichi il 
ravvicinano ; e Enea Silvio Piccolomini afferma che niuno più di 
lui dopo Lattanzio si accostò a Cicerone. Noi, seguendo in ciò 
l'opinione dei critici migliori, diremo che l'Aretino è scrittore nor> 
molto elegante: egli ha quell'asprezza comune a tutti gli scrittori 
latini della pi ima metà del decimoquinto secolo, quantunque per vi- 
gore ed energia e anche per evidenza gli sopravanzi. Ma se la Storia 
di Leonardo non viene giudicata molto commendevole per lo stile e 
la lingua, è però tenuta in pregio per la sostanza ; imperciocché, co- 
me avvertiva Benedetto Accolti, molte importanti notizie si ignore- 
rebbero s' ei non le avesse con molta cura ed industria raccolte e 
mandate alla memoria degli uomini. Delle lunghe fatiche sostenute 
nel ricercarle scriveva all' amico suo Poggio Bracciolini in questi sen- 
si : « Quod autem de rebus meis certior fieri postulas, ego ad studia 
» id refero. Vereor equidem ne insanire cceperim ea scribere aggres- 
» sus, quae supra meas sunt vires. Exegi librum meum, eumque 
» pergrandem, in quo longo discursu multa qua? ad historiaB nostra? 
» cognitionem pertinent, explicavi. Habet varietas delectationem, 
» cognilio vero etiam utilitatern. Sed tantus est labor in quaerendis 
» investigandisque rebus, ut jam piane me pceniteat inccepisse. » * 
Il Foscolo, in quel discorso sul testo del poema di Dante, accennando 
al nostro autore, scrive: « È prudenlissimo narratore; serba nome 
» d' uomo veridico : era cancelliere della Repubblica : aveva adito in 
» tutti gli archivi ed esploravali componendo la Storia d'Italia e se- 
» gnatamente dei Fiorentini, 2 la quale (soggiunge più sotto) se fosse 
» ristampata , la è storia che darebbe più frutto che non trenta o 
» cinquanta chiamati classici : fu tradotta ragionevolmente da un 
» Acciaiuoli a' tempi di Lorenzo de' Medici. » 3 Noi senza disconoscere 

sere suti iscrittori. » Queste parole pone Vespasiano in Locca di Leonardo , Vita 
di Lionardo d J Arezzo , pag. 565 

i Leon. Aret., Epist. , lib. IV, ep. 4. 

2 Pros. letler. , tona. Ili , pag. 290; ediz. Le Mounier. 

5 Ibid , v. la nota a pag. 290. 



LEONARDO BRUNI ARETINO. XLV 

f importanza e 1* utilità di quella storia e i pregi che la fanno degna 
di essere Iella e studiata, singolarmenie da coloro che delle cose 
storiche si dilettano, ne pare che il Foscolo, discorrendone in quella 
guisa, esagerasse, e non si mostrasse < rilieo abbastanza oculato. Più 
vero, più giusto è il giudizio che di essa recava il Machiavelli, le cui 
parole non pensarono a riferire gli storici delle nostre lettere; men- 
tre d'altra parte non tralasciarono di ripetere tutto che di quella 
bene e male scrissero i contemporanei, e che forse era lode il tacere. 
Il Machiavelli, nel proemio delle Storie, dopo di avere dichiarato le 
ragioni che lo persuasero a cominciare la sua narrazione dalle ori- 
gini di Firenze, anziché dal 1434, come in sul primo aveva divisato, 
soggiunge : « lo mi pensava che Messer Lionardo d'Arezzo e messer 
» Poggio, duoi eccellentissimi istorici, avessero narrate particular- 
» mente tutte le cose che da quel tempo indietro erano seguite. Ma 
» avendo io dipoi diligentemente letto gli scritti loro, per vedere 
» con quali ordini e modi nello scrivere procedevano, acciocché imi- 
» tando quelli, la istoria nostra russe meglio dai leggenti approvata, 
» ho trovato come nella descrizione delle guerre latte dai Fiorentini 
» con i principi e i popoli forestieri sono stati diiigenlissimi ; ma 
» delle civili discordie e delle intrinseche inimicizie, e degli effetti 
» che da quelle sono nati, averne una parte al tutto taciuta, e quel- 
» l'altra in modo brevemente descritta, che ai leggenti non puote 
» arrecare utile o piacere alcuno. 11 che credo facessero , o perchè 
» parvero loro quelle azioni si deboli , che le giudicarono indegne 
» di essere mandate alla memoria delle lettere, o perchè temessero 
» di non offendere i discesi di coloro, i quali per quelle narrazioni 
» si avessero a calunniare. Le quali due cagioni (sia detto con loro 
» pace) mi paiono al tutto indegne d'uomini grandi; perchè se 
» niuna cosa diletta o insegna nella istoria , è quella che particolar- 
» mente si descrive ; se niuna lezione è utile ai cittadini che gover- 
» nano le repubbliche, è quella che dimostra le cagioni degli odj e 
» delle divisioni della città , acciocché possano col pericolo di altri 
» diventati savj, mantenersi uniti. » A questa sentenza del grande 
storico e politico niuno vorrà per fermo contraddire : tanto ella è 
giusta e degna di quel forte e singolare intelletto. Da essa ritraesi 
qual fosse il concetto eh' egli avea intorno al modo di comporre la 
storia, e come studiando gli antichi assai meglio di coloro che lo pre- 
lederono e che sempre li ebbero in sulle labbra, sapesse con finissi- 



XLVI LEONARDO BRUNI ARETINO. 

mo accorgimento discernere ciò che a fare un compiuto storico si 
ricercava. Ma egli studioso dei grandi storie i antichi, e segnata- 
mente dell'unico Tacito, non si appagò di ammirarli oziosamente, 
ma ne seguitò i precelti, ne imitò l'esempio, ne emulò la sapienza. 
Quindi è che non istelte pago a descrivere lunghe e crudeli guerre 
e rumorosi casi, ma con ogni maggiore diligenza si volse a ricercare 
quei piccoli fatti dai quali sovente i maggiori si partoriscono , ed a 
scoprirti delle cose le vere r.igioni e cagioni. 

Ma anche senza uscire del secolo decimoquinto, noi troviamo 
chi come storico è maggiore dell' Aretino. Poggio Bracciolini lo su- 
pera indubitatamente non solo rispetto alla lingua, che in lui è mi- 
gliore, ma eziandio allo stile, per lo più chiaro ed elegante. Il grado 
di eleganza a cui egli si elevò, invano si cercherebbe nella latinità di 
coloro che lo precederono ; onde con verità altri affermava avere 
egli preparata la via alla castigatezza del Poliziano. Possedeva tale 
conoscenza del linguaggio dei classici da usarlo con facilità, natura- 
lezza, disinvoltura e senza pur l'ombra di quello stento che più o 
meno vedesi in tutti gii scrittori contemporanei di lui. Oltre a ciò, 
egli si mostra più abile nel delineare i caratteri, che sono parte as- 
sai rilevante della storia ; è meno alieno dall' investigare le ragioni 
e cagioni delle cose, di cui si palesa sovente consideratore acutis- 
simo. In lui risplende pur anco maggiore vivezza d'imagini, forza 
e nobiltà «li concetti , rettitudine e finezza di giudicio. A queste sin- 
golari doti unisce un'erudizione vastissima e quasi incredibile, e una 
rara abilità neir usarla senza pedanteria e senza eccesso, difetti co- 
muni all' età sua. Era in lui gran forza di mente, uno spirito filoso- 
fico sciolto dalle superstizioni e dai pregiudizi, avanzo dei secoli 
barbari ; di maniera che potè levarsi alle grandi considerazioni 
de'principii generali della società. Quindi è che, allontanandosi dal 
costume dei suoi contemporanei, non si esercitò nelle traduzioni e 
nei commenti, ma attese a fare di suo, e lasciò parecchie opere, in 
cui sono spirsi utili precetti di vivere civile, massime di morale e 
di politica , dalle quali la forza e la libertà della sua mente si mani- 
festano. 

À Leonardo è dovuta, a giudizio de' migliori critici, la lode as- 
sai rara di storico veritiero. Avendo egli facile adito in lutti gii ar- 
chivi, studiò i fatti alle vere fonti; pose nel ricercarli e appurarli 
una singolare diligenza, e un lungo e amoroso studio. Fu il primo che 



LEONARDO BRUNI ARETINO. XLVIJ 

prendesse a narrare la storia fiorentina dalle origini della città insino 
ai tempi suoi, e che abbracciasse in un gran quadro un» così lunga 
S'rie di avvenimenti Lontano dalle passioni e dagli affetti di parte, 
delle cose come degli uomini giuilicò senza parzialità e senza ti- 
more, pronto a lodare la virtù e la verità, e a biasimare il vizio e la 
menzogna. Amatore sincero della patria e della libertà, narrò di 
quella i grandi fatti e le opere magnanime ; ne celebrò la virtù e il 
valore, la costanza nei pericoli, la fermezza nella sventura, la mode- 
razione nella prosperità, la grandezza e la gloria : notò i beni di cui 
è feconda la libertà , le azioni generose e i nobili sacrifizi che ella 
seppe inspirare a molle anime elette, ed esaltò coloro che per amore 
di lei non esitarono a mettere il sangue e la vita. Le riflessioni e le 
sentenze sparse qua e là nel racconto sono, se non profonde, de- 
rivate però sempre dal soggetto e accomodate ai fatti dei quali è 
discorso. La narrazione procede grave e sostenuta, ma al tempo 
istesso chiara e spedita. I fatti veggonsi aggruppati con arte e indu- 
stria, ma senza affettazione. Neil' esporre i suoi concetti egli è per lo 
più breve, ne avviene mai che stanchi e annoi il lettore coir arre- 
starsi oltre il dovere sull' istesso soggetto e con le ripetizioni. Lo 
stile ha sufficiente precisione, ma difetta di melodia: però tale di- 
fetto è compensato dalla forza e dalla concisione. In esso incontransi 
indubitatamente meno difetti che in quello degli altri suoi contempo- 
ranei, ma non poco tuttavia lascia a desiderare dal lato della sponta- 
neità e dell' eleganza. Nel delineare i caratteri egli è molto men fe- 
lice e abile del Bracciolini, e sembra del resto che in ciò non met- 
tesse grande studio e industria. I discorsi che pone in bocca ai 
personaggi principali, mentre sono nobili, dignitosi e talvolta anco 
eloquenti, non sempre appaiono adatti ai costumi della persona che è 
introdotta a parlare, e troppo spesso peccano di lunghezza soverchia. 
In lui scorgesi manifestamente l'imitazione di Livio, ma dal grande 
storico romano egli è così discosto, che ad esso non può in verun modo 
essere paragonalo. L'Aretino sta di mezzo tra gli storici patrii e mo- 
rali, ma non può dirsi che l'uno o l'altro sia compiutamente. 
L'opera di lui, se non è tale da porgere grande diletto, può leggersi 
con frutto, avvegnaché la varietà e moltiplicità dei casi che rac- 
chiude offrano utili insegnamenti ed esempi. 

Donato Acciainoli discepolo ed amico di Leonardo, venuto pre- 
sto in fama di dotto e valente, ebbe dal governo della Repubblica 



XLVIII LEONARDO BRUNI ARETINO. 

la commissione di ridurre in volgare i dodici libri della Storia Fioren- 
titia.U volgarizzamento di lui vide la luce in Venezia nel 1476/ mentre 
il testo originale, benché corresse manoscritto per le mani di molti e 
fosse universalmente conosciuto , non venne pubblicato che nel 1610. 
Ragionevolmente tradotto lo giudicò il Foscolo poc'anzi citato, e poco 
noi abbiamo da aggiungere al giudizio dell* illustre critico. Diremo 
solamente che il lavoro dell' Acdujuoli ha insieme i pregi e i difetti 
della più parte delle opere del suo tempo. Prolissità elegante, va- 
rietà di modi e di forme che però non sempre sono pure ed elette; 
stile talvolta rapido e stringalo, tal' altra slombato e fiacco. Ad ogni 
modo è lavoro incontrastabilmente superiore a molti di tal gene- 
re; e come traduzione merita di essere collocata tra le migliori e più 
eleganti di queir età. 

Un* altra operetta che può in certa maniera considerarsi come 
un seguito della Storia Fiorentina , scrisse Leonardo. In essa egli 
prese a raccontare le cose nel suo tempo avvenute, ond* è che s' in- 
titola De lemporibus suis. Principia dallo scisma di Clemente VII , e 
termina con la vittoria riportata dai Fiorentini presso Anghiari l'an- 
no 1440. Al genere storico appartengono eziandio altri scritti : 
de' quali uno tratta dell'origine della città di Mantova, pubblicalo 
dal Mehus ; e due altri , dell' origine di Roma e della nobiltà della 
città di Firenze, che giacciono inediti. E non solo si occupò delle 
cose contemporanee e illustrò la storia fiorentina, ma anche alla 
storia antica rivolse i suoi studi e le sue meditazioni. Del che fanno 
ampia testimonianza i tre libri Della guerra punica, che dettò per 
supplire ad una lacuna che trovasi in Livio ; il Commentario delle 
eose de' Greci , dalla vittoria navale degli Ateniesi sopra i Lacede- 
moni alle isole Argiensi, sino alla vittoria e morte di Epaminonda ; 
i quattro libri della guerra contro i Goti, pei quali , come fu già di- 

* Alcuni seri! tori affermano che la prima edizione del volgarizzamento del- 
l' Acriajuoli vide la luce in Venezia nel 1473, ma altri ritiene che essa non sia 
giammai esistita. E , di vero, non sembra probabile che un opera di tanta mole, 
la cui traduzione era condotta a termine nell'agosto del 1473 , come è detto in 
calce della medesima, potesse nell'anno stesso venire in luce in Venezia. Il Mehus 
a p.Tg. M così si esprima in questo proposito : « Hi Libri italice traducti a Donato 
» Acciajuolo anno 1473, prodiere Wnetiis eodem Anno, id testantibus Jul. 
» Nigto . Fab'irio, JNicerono, etc. Primam tamen versionis editionem ponit Ci. 
» Maittairius Tom I. Annal. ad annum 1476 12 febbraio , ut ad calcem eius 
u editionis legitur. »» 



LEONARDO BRUNI ARETINO. XLIX 

mostrato cìa valenti critici, a torto egli venne accusalo di plagiario per 
avere fatta sua la storia di Procopio. * Scrisse ancora sopra diverse 
materie altri opuscoli, il numero dei quali è presso che interminabi- 
le. In tanta copia basti ricordarne uno Della milizia a Rinaldo de- 
gli Albizzi, uno Dell' educazione a Ubertino Carrara, un altro Degli 
studii e delle lettere a Madonna Batista figlia di Guidantonio conte 
d' Urbino maritata a Galeazzo Malatesta , donna litteràlissima e te- 
nula in molto pregio da' virtuosi del suo tempo. 2 Delle cose scritte 
in volgare sono ricordate due orazioni : una delta avanti al gonfalo- 
niere di giustizia, diretta a giustificare se stesso da certe calunnie alle 
quali era fatto segno; V altra alla presenza del popolo quando fu dato 
il bastone del comando a Niccolò da Tolentino capitano al soldo 
della Repubblica ; più , una risposta che per parte della Signoria 
fece agli ambasciadori del re d' Aragona nel 1443. 

Anche di versi si dilettò il Bruni. Scrisse poesie latine e volga- 
ri; ma se quelle alcuni come eccellenti celebrarono, queste Apostolo 
Zeno giudicò di non molto rilievo, e tutti faran plauso alla sua sen- 
tenza. Ne' versi volgari si sente troppo l'imitazione dei poeti latini, 
e molto si desidera di queir eleganza , di quella leggiadria e di 
quella ispirazione, senza delle quali non si dà vera e amabile poe- 
sia. Inutile egli è il ricordare qui tutti gli scritti che divulgali o ine- 
diti lasciò quest' uomo infaticabile, tanto più dopo il catalogo minuto 
che ne diede il Mehus , al quale potranno ricorrere coloro che 
bramassero prendere di quelli più ampia cognizione. Quantunque in 
tutte le opere dell' Aretino sia piuttosto da ammirare l' erudizione 
vastissima, l'ampiezza del sapere e la piena cognizione delle lettere 
greche e romane, di quello che la novità dei pensieri e F originalità 
della forma, pur nondimeno parvemi non inutile il far menzione di 
alcune delle principali, come testimonio, non foss' altro, della sua 
rara ed instancabile operosità. E non solo egli attese a fare di suo, 
ma moltissimo si esercitò pur anco nelle traduzioni ; delle quali lasciò 
grandissima copia. Tradusse dodici epistole e i dialoghi il Fedone, 
il Gorgia, il Fedro, il Crito di Platone, l'Elica, la Politica e gli Eco- 
nomici di Aristotele , l'Apologia di Socrate di Senofonte, l' Orazione 



* Leonardo non dissimulò mai di essersi giovato pc' suoi Commenlarii del- 
l' opera di Procopio; di che fa fede 1' Epistola IX, lih. IX. 

2 Ardi. S(or, Ftal.j T'Ite ri' illustri Italiani . voi. IV, pàtt. I, pag. 442. 

d 



L LEONARDO BRUNI ARETINO. 

contro Eschine e la terza Olintiaca di Demostene, Y Orazione contro 
Ctesifonte di Eschine, il libro del Tiranno di Senofonte filosofo, e per 
ultimo un'operetta di Basilio Magno intorno agli sludi a cui più 
specialmente applicar si dee la gioventù religiosa. Scrisse altresì le 
vite di Aristotele e di Cicerone ; tradusse da Plutarco quelle di Pir- 
ro, di Paolo Emilio, di Tiberio e Caio Gracchi, e da altri scrittori 
quelle di Q. Sertorio, di Catone Uticense e di Demostene. 

Ne chiuderò questi brevi cenni senza toccare di alcune opinioni 
piuttosto singolari che vere professate dall' Aretino. Il quale affer- 
mava, tra T altre cose, e lusingavasi di dimostrare che la lingua ita- 
liana è antica al pari della latina ; che amendue al tempo stesso 
erano usate in Roma, la prima dal rozzo popolo nei famigliari 
ragionamenti, la seconda dai dotti, scrivendo e parlando nelle pub- 
bliche assemblee. i Tale opinione incontrò opposizione anche per 
parte di un quasi suo contemporaneo, Biondo da Forlì ; il quale nel 
libro De locutione latina combattè vivamente la ipotesi di una lin- 
gua volgare parlata diversa dalla scritta e coeva alla favella di Cice- 
rone e di Virgilio, e sostenne l'unicità del linguaggio letterario e 
plebeo. Un illustre scrittore vivente discorrendo di tale opinione del 
Bruni, opportunamente osservò, che « il Tiraboschi chiamò frivole 
» le ragioni di coloro che abbracciarono questo sentimento, e ogni 
» filosofo gli farà plauso , e non invidierà questo sogno agli erudi- 
» ti. » 2 Fra quelli che più vivamente la sostennero fu poi il Cardinal 
Bembo. 

Similmente l'Aretino si sdegna contro il Boccaccio, perchè scri- 
vendo la Vita di Dante , lungamente dell' amore di lui per Bea- 
trice favellasse, di maniera che quella Vita, al dire di lui, tutta 
(V amore, oli sospiri e di cocenti lagrime è piena. 3 Ma egli nel muovere 
un tale rimprovero al Boccaccio, non avvertì come nella vita di certi 
uomini anche gli amori possono avere una grandissima importanza, 
avvegnaché sovente giovino a dar lume all'altre parli, che al- 
trimenti rimarrebbero oscure e inesplicabili. Ond'è che opportuna- 
mente avvertiva il Balbo : « Rinuncino a un tratto a intender la vita 
» e la divina opera di Dante lutti coloro che non vogliono ammet- 

* Ginguené , Hist. liltèr. d'hai. , tom. I, pag. 151. 

2 Niccolioi , Esame, del libro della Volgare Eloquenza. Opere, III, 1 18, 
no!a. 

3 Leon. Arct.. Vita di Dante. 



LEONARDO BRUNI ARETINO. LI 

» tere del pari que' due gran motori dell'ingegno e dell'attivila di 
» lui, come di tanti altri : l' ardore politico e V affetto d' amore. » * 
Convien dire che dall' essersi il Boccaccio forse diffuso un po' troppo 
neL racconto dell'amore del poeta, venisse a Leonardo una eccessiva 
avversione per gli amori ; poiché ad essi non vuole dar luogo 
nemmeno nel raccontare le vicende e gli affetti del Petrarca, quan- 
tunque gli amori costituiscano la parte più ampia, più bella, più in- 
teressante della sua vita. 

Curiosa è altresì una lettera a Giovanni Carignano, in cui egli 
pretende di dimostrare con una lunga serie di argomenti frivoli 
l'inutilità dello studio della lingua ebraica. E forse in tale sentenza 
fu indotto dalla niuna conoscenza che avea di quella lingua : tanto 
gli uomini sono proclivi a disprezzare quelle cognizioni eh' essi non 
pervennero ad acquistare. L' argomento principale che adduce per 
provare che non mette conto di spendere il tempo nello studio 
delle scritture ebraiche, si è che avendo san Girolamo tradotto il 
Testamento vecchio in Ialino, chiunque presume di studiarlo neh" ori- 
ginale, mostra di diffidare della fedeltà della versione di san Girola- 
mo/ 2 Ognun vede che questi sono pregiudizi e stranezze indegne di 
un uomo educato nelle opere dei grandi dell'antichità. 

* Vita di Dante , pag. 29 ; Firenze» 1853. 
2 Leon. Arci , Epistolarum , lib. IX , cp. 12. 



PROEMIO DEL TRADUTTORE. 



AGLI ECCELLENTISSIMI SIGNORI 

PRIORI DI LIBERTÀ E GONFALONIERE DI GIUSTIZIA 

DEL POPOLO FIORENTINO. 

Molte sono le cagioni, eccellentissimi Signori, che mi hanno 
indotto a tradurre di latino in volgare la Istoria di Firenze ele- 
gantissimamente composta da Leonardo Aretino. La prima e prin- 
cipale si è per ubbidire alla vostra eccelsa Signoria, e, quanto 
porta la facoltà del mio ingegno , satisfare a vostri giusti ed one- 
sti desiderj . La seconda si è, perchè io reputo che ogni bene, 
quanto più è comune e più si dilata fra le genti, tanto sia e più 
perfetto e maggiore. E non è dubbio, che la notizia della istoria 
è utilissima, e massimamente a chi regge e governa. Perocché 
riguardando le cose passate , possono meglio giudicare le presenti 
e le future, e ne bisogni della città più saviamente consigliai^ la 
loro repubblica. Vedesi ancora V esempio delle cose prospere ed 
avverse accadute in varj tempi, che ci sono grande ammaestra- 
mento nella vita umana. 

Questo bene adunque che ha fatto il singolarissimo istorico 
Leonardo Aretino per iscrivere la istoria della nostra città, ac- 
ciocché sia comune non solamente a chi è perito nella lingua la- 
tina, ma ancora a coloro che solo hanno notizia del sermone vol- 
gare, è stato necessario traslatare questa opera, la quale mi 
rendo certissimo che Leonardo, se fosse alquanto più vissuto, per 
fare maggior frutto alla città, lui proprio avrebbe trasferita 
Hammi mosso ancora la singolare affezione della patria che mi 
fa volentieri tradurre questa istoria, acciocché leggendo i citta- 
dini le degne cose fatte da' passati , abbiano cagione di fare opere 

1 



2 PROEMIO DEL TRADUTTORE. 

simili a quelle; e quanto è loro possibile, beneficare questa re- 
pubblica, come hanno fatto i nostri antichi padri. E veramente 
e si può dire, che s' egli è in Italia o in altre parti del mondo 
città alcuna, che meriti singolarmente d' essere amala da suoi 
cittadini , che sia la nostra città di Firenze. La quale è tanto de- 
gna, quanto ognuno confessa, e per la sua nobiltà e per la sua bel- 
lezza, e pei che in ogni facoltà e specie di virtù sempre ha pro- 
dotto uomini eccellentissimi , e per molte altre notabili condizioni, 
le quali lascerò indietro, perchè narrarle né il tempo né il luogo 
lo richiede. 

E tornando alla nostra intenzione di prima, io Donato Ac- 
ciainoli, vostro fedelissimo cittadino, desidererei in questa mia tra- 
duzione > eccellentissimi Signori, essere di tale eloquenza che 
potessi a' vostri comanda?nenti sufficientemente satisfare, e con 
uno elegante e copioso stile in qualche parte' rispondere alla di- 
gnità del sermone latino. Ma voi piglierete la fede ed affezione 
mia, la quale spesse volte supplisce dove manca la facoltà dello 
ingegno. Cominceremo adunque a trasferire, invocando sempre 
V aiutorio divino, e pregando quello, che per sua grazia presti 
favore alla mia impresa, e la vostra eccelsa Signoria e tutto il 
popolo fiorentino conservi in felicissimo stato. 



PROEMIO DELL'AUTORE. 



Io ho pensato lungo tempo meco medesimo, e spesse volte 
ora neir una sentenza ed ora nell'altra inclinato, se le cose fatte 
e le contese avute di fuori e dentro dal Popolo Fiorentino, e se 
le gloriose opere di quello, accadute al tempo della guerra e 
della pace, erano da scrivere e mandare alla memoria delle let- 
tere. Dall' una parte m'incitava la grandezza d'esse cose, le 
quali questo popolo , prima fra sé medesimo nelle civili dissen- 
sioni, di poi contro a' finitimi e vicini, e finalmente ne' tempi 
nostri , cresciuto in maggiore potenza , e col Duca di Milano e 
col re Ladislao, potentissimi principi, in tal modo ha avuto a 
fare, che dall'Alpe insino alla Puglia, quanto si distende la 
lunghezza d'Italia, ha ripieno di rumori d'arme, ed appresso 
re ed eserciti tramontani commossi e di Francia e della Magna 
fatti passare alle parti d' Italia. Ècci aggiunto a queste cose il 
conquisto di Pisa : la quale città, o per la diversità degli animi 
o per la concorrenza del potere o per lo fine della guerra, se- 
condo il mio giudicio, si può chiamare un'altra Cartagine. E 
senza dubbio il conquisto di quella, e prima F assedio con grande 
ostinazione durato, appresso i vinti e i vincitori, contengono 
tante cose degne di memoria, che non sono da essere riputate 
inferiori a quelle degli antichi, le quali leggendo, ci sogliono 
dare grande ammirazione. Queste cose adunque mi pareano da 
essere scritte, e la memoria di quelle al pubblico e al privato 
stimavo essere utilissima. Imperocché, se gli uomini antichi sono 
reputati di grande consiglio per avere vedute più cose nella vita 
loro , quanto maggiormente la diligente istoria ci debbe fare pru- 
denti, nella quale si veggono i fatti accaduti e i partiti presi in 



4 PROEMIO DELL'AUTORE. 

molte età, in tal modo, che facilmente si può conoscere quello 
che è da fuggire e quello che è da seguitare, e per 1' esempio 
degli uomini eccellenti accendere Y animo alla esercitazione delle 
virtù? Dall'altra parte la fatica grande e la oscurità de' tempi e 
la durezza de' nomi che appena riceve l' ornamento dello stile, e 
molte altre simili difficoltà, mi ritraevano da questa impresa. Ul- 
timamente avendo esaminate e compensate queste cose insieme, 
mi fermai in questa sentenza : che qualunque modo di scrivere 
fosse meglio che, stando in ozio e in pigrizia, tacere. 

E pertanto io ho deliberato di volgermi alla parte dello scri- 
vere : e benché io sappia quante sieno le mie forze e quanto sia 
il peso che io piglio sopra di me, nientedimeno spero che Iddio 
darà favore alle mie imprese , e facendole a fine di bene, le con- 
durrà a buon porto. E se le forze dello ingegno non risponde- 
ranno a' desiderj miei, per sua benignità ajuterà la industria e 
la fatica del mio studio. E volesse Iddio, che i nostri antichi, 
in qualunque modo eruditi, piuttosto avessero voluto ognuno 
scrivere le cose dei suoi tempi che passarle con silenzio. Peroc- 
ché egli era ufficio degli uomini dotti d' ingegnarsi ognuno di 
far viva la sua età e celebrarla con le lettere, e quanto era posto 
in loro, farla perpetua alla memoria de' successori. Ma io stimo 
che chi ha avuto una cagione e chi un' altra di tacere. Imperoc- 
ché alcuni credo abbiano fuggito la fatica ; alcuni non abbiano 
avuta la facoltà dello stile , e piuttosto si sieno volti ad altre ma- 
terie di scrivere che alla istoria. E' pare che sia cosa facile, se 
tu ti sforzi un poco, di comporre un libello o una epistola : ma 
fare impresa di scrivere una istoria , nella quale si contiene un 
ordine di varie e diverse cose, e particolarmente si richiede 
esporre le cagioni de' partiti presi e rendere giudicio delle cose 
accadute, è tanto pericoloso a prometterlo, quanto egli è diffi- 
cile ad osservarlo. E per questa cagione andando dietro ognuno 
alla sua quiete o avendo riguardo alla opinione delle genti , ac- 
cade che la comune utilità, e la memoria de' singolarissimi uo- 
mini e delle degnissime cose, è lasciata indietro. 

Io adunque sono disposto di scrivere la istoria di questa 



PROEMIO DELL'AUTORE. 5 

città, facendo menzione non solamente delle cose de' tempi miei, 
ma ancora di quelle che sono accadute sopra alla mia età, per 
quanto se ne può avere notizie. E in questa narrazione si con- 
verrà ancora dar lume delle cose d' Italia : perocché gran tempo 
è , che di qua dall' Alpi non si è fatta cosa alcuna degna di me- 
moria, che non vi sia intervenuto in qualche parte il popolo fio- 
rentino. Verrassi ancora per molte ambasciate mandate o rice- 
vute a dare notizia di varie generazioni di genti. Ma innanzi che 
io venga a quelli tempi che sono proprj della nostra narrazione , 
ci è paruto, secondo lo esempio di alcuni scrittori, trattare della 
origine della città ; e lasciato indietro le volgari e favolose opi- 
nioni, darne, per quanto si può, vera notizia, acciocché le cose 
che nel progresso nostro seguiteranno, vengano a essere per 
quella cognizione più evidenti e manifeste. 



LIBRO PRIMO. 



La città di Firenze edificarono i Piomani condotti a Fiesole ah. se 
da Lucio Siila. Questi tali furono delle parti sillane, e a suo soldo G a c. 
nelle guerre esteme e nelle civili contese operarono in modo, 
che in premio della loro fatica fu loro attribuito una parte del 
contado di Fiesole, e conceduto ad abitare la città insieme con 
gli antichi abitatori. Queste simili mandate di cittadini e conse- 
gnazioni di campi i Romani le chiamavano colonie , quasi che 
questo nome derivasse dal coltivare le possessioni ed abitare le 
stanze consegnate loro per ricetti e domicilj. Ma è però neces- 
sario dare alquanto di notizia , donde nascesse questa occasione 
di mandare nuovi abitatori in questi luoghi. Poco tempo innanzi 
che Siila fosse dittatore, quasi tutti i popoli d' Italia , mossi da 
grande indignazione , si ribellarono da' Romani : perocché in 
tutte le guerre avendo sopportato grandissimi affanni e corsi 
grandissimi pericoli insieme con loro, per aumentare lo imperio 
romano , alla fine di tante fatiche parea loro rimanere senza al- 
cun premio. E pertanto spesse volte fra loro medesimi lamen- 
tandosi , finalmente di comune consentimento mandarono a 
Roma a domandare d' essere fatti partecipi, come membri della 
città, de' loro onori e magistrati. Questa cosa fu trattata al tempo 
del tribunato di Marco Druso : e la speranza di questa domanda fu 
alquanto tenuta sospesa. All' ultimo essendo apertamente senza 
alcuna conclusione licenziati, ne presero tanto sdegno, che a 
uno medesimo tempo si ribellarono, e fecero la impresa della 
guerra contro a' Romani : la quale fu chiamata guerra de' con- 
federati e de' collegati. In quella guerra rimanendo vincitore il 



8 ISTORIA FIORENTINA. 

popolo romano, perseguitò quelli popoli che erano stati capi di 
tale ribellione, E massimamente si volse a punire con molta ca- 
lamità e danni i Toscani e Marchigiani : perocché Ascoli , famo- 
sissima città in quel tempo nel paese della Marca, fu da loro 
disfatta; e in Toscana Chiusi fu dissolata; e gli Aretini e Fieso- 
lani furono, oltre a' danni delle guerre, in molte altre cose 
aspramente trattati. Per le quali calamità essendo pubblicati 
buona parte de' loro beni e molti scacciati , si vennero queste 
città quasi a disabitare. 

Questa occasione adunque pare che invitasse Siila dittatore 
a concedere questi luoghi a' suoi soldati. In questo modo essendo 
condotti da Lucio Siila a Fiesole , e avendo ricevuto ognuno se- 
condo il suo merito una parte delle possessioni de' Fiesolani, 
molti di loro considerando in quel tempo la stabilità dello impe- 
rio romano, presero animo di scendere della montuosa ed aspra 
città di Fiesole e venire ad abitare al piano : e incominciarono a 
fare edificj e abitazioni appresso alle ripe d'Arno e diMugnone. 
Questa nuova città, perchè ella era posta tra due fiumi, prima- 
mente la chiamarono Fluenzia, ed i suoi abitatori furono chia- 
mati Fluentini. E questo nome per alcun tempo pare che du- 
rasse alla città in sino a tanto che di poi , o perchè fosse cor- 
rotto il vocabolo come in molte cose interviene , ovvero perchè 
crescendo in potenza mirabilmente venne a fiorire, in luogo 
di Fluenzia fu chiamata Florenzia. Di questi tali abitatori Tullio 
e Sallustio, due singolarissimi autori della lingua latina, ne 
fanno menzione. Tullio li chiama ottimi e fortissimi cittadin 1 
romani: ma dice, che per le superflue ricchezze che furono 
loro concedute da Lucio Siila, non seppero osservare alcuno 
modo né alcuna regola nello spendere. In mentre che danno 
opera a edificare, secondo il dire di Marco Tullio, e in mentre 
che volgono ogni loro studio a' solenni conviti e alle sontuose 
spese, parendo loro essere felici, e' vennero in tanto debito, 
che volendone uscire, e' sarebbe stato loro necessario che Lucio 
Siila fosse risuscitato. Io certamente giudico, che sia da fare 
grande stima, che il padre della lingua latina scriva degli edi- 



LIBRO PRIMO. 9 

ficj predetti in tal modo , che facilmente si può presumere per 
simili parole e fondamenti , i principj di questa città essere stati 
dalla sua origine ampli e sontuosi. E ancora a' nostri di si veg- 
gono reliquie d' opere vetustissime , che nella magnificenza di 
questi nostri tempi sono degne di ammirazione. Prima e' si veg- 
gono i condotti che anticamente ricevevano 1' acqua discosto 
sette miglia e conducevanla nella città. Oltre a questo il teatro 
egregiamente edificato per spettacolo delle rappresentazioni e 
feste, e in quel tempo posto fuori delle mura. Vedesi ancora il 
tempio di San Giovanni Battista , vetustissima e ornatissima ope- 
ra, che nel principio da' gentili fu dedicato a Marte. 

Ed oltre alle predette cose si vede, che questi primi abitatori, 
o per mitigare il desiderio della prima patria o per memoria di 
quella, vollero fare alcuni edificj simili a quelli della città cliPioma. 
Imperocché eglino edificarono il campidoglio e il mercato, posti 
I 1 uno verso V altro in quella medesima forma che sta il mercato 
e il campidoglio romano. Aggiunsero a questo le terme, che an- 
cora oggi si dice in terma , cioè la stufa e i bagni pubblici. Oltre 
a questo , come di sopra abbiamo detto , vollero fare il teatro 
alla romana e il tempio dedicare a Marte : nel quale i Romani, 
andando dietro a una falsa credulità e favole poetiche, riferivano 
la origine loro. Ma soprattutto gli acquidotti, de' quali di sopra 
facemmo menzione , pare che edificassero solo per assimigliarsi 
a' Romani: perocché, non avendo bisogno di buona acqua come 
i Romani che V avevano mista col gesso , nondimeno per spazio 
di sette miglia con archi e bottini la condussero in Firenze, 
dov'è gran copia di purissime acque. A questa pubblica ma- 
gnificenza è da credere che le case private corrispondessero, 
benché non se ne vegga quelle reliquie che si vede de' pubblici 
edificj. Essendo adunque in simili spese ecl altre appartenenti a 
uno splendido vivere occupati questi tali abitatori (come fa men- 
zione Marco Tullio), e consumando l'acquistato e non acquistando 
di nuovo , in brieve tempo vennero a mancare le loro sostanze : 
ed era già morto Lucio Siila dittatore , unica speranza delle loro 
superflue spese. E pertanto e' pareva che, parte per la pover- 



10 ISTORIA FIORENTINA. 

tà, parte per essere consueti ad avere premj, che questi tali 
fossero vaghi di vedere cose nuove. E molto maggiormente ac- 
cadeva questo in loro , essendo soldati e usi alle guerre, che non 
sapevano stare quieti : ma erano volti a cercare nuovi dittatori 
e nuovi premj di guerre, e pensare con ogni ingegno, per fug- 
gire il debito, come muovere potessero qualche cosa di nuovo 
che avesse Y ozio e la quiete a perturbare. 
An av 67, Accadde , che in quel tempo a Roma Lucio Catilina aveva 

c " c * fatto una grande congiurazione contro alla repubblica : nella 
quale si trovavano molti uomini di pregio non solamente del- 
l' ordine della milizia, ma ancora de' senatori e de' cittadini pa- 
trizj. E fu opinione, che Cajo Cesare (il quale fu poi dittatore e 
in quel tempo era privato ed aveva grande debito) si trovasse in 
questa congiura. Ma Lucio Catilina avendo a Roma tentate molte 
cose invano e non gli essendo riuscite secondo i disegni , deli- 
berò lasciare dentro dalla città una parte de' congiurati, e il re- 
sto menare seco a muovere la guerra di fuori. E prima fece pen- 
siero di occupare la città di Prenestine , e quivi fare il ricetto 
della guerra : di poi essendo avvisato che la terra si teneva con 
buona guardia, mutò consiglio, e in luogo di Prenestine elesse 
An.63. di andare a Fiesole. Partendosi adunque da Roma e venendo in- 
c - e. verso questi luoghi di Fiesole , turbò tutto il paese con eserciti 
ed arme. Questo primo e quasi subitaneo pericolo venne sopra 
della nuova e tenera città di Firenze : il quale ardirò di dire che 
di poi fosse cagione di utilità agli abitanti. Perocché Lentulo, Ce- 
tego e altri cittadini romani capi della congiura , i quali Catilina 
aveva lasciati a Roma , essendo scoperti e pubblicati dagli amba- 
sciadori degli Allobrogi, che sono popoli oltramontani, e nel se- 
nato convinti, ultimamente per pubblico decreto furono morti. 
E Catilina , vedendo tutti i suoi pensieri essere stati scoperti a 
Pioma e postovi rimedio , deliberò con celerità passare in Lom- 
bardia. Ma circondato e stretto dagli eserciti romani, prese la 
battaglia in quello di Pistoja : dove, facendosi la zuffa grande, 
con dignità del popolo romano fu vinto e morto. Queste cose 
benché sieno note e divulgate per la memoria delle antiche isto- 



LIBRO PFJMO. 11 

rie, nientedimeno ci è accaduto farne menzione, per dare più 
chiara notizia de' principj della città di Firenze : alla quale, es- 
sendo ancora tenera e nuova, benché questi movimenti della 
guerra recassero alcuni danni, nientedimeno il fine di tale no- 
vità fu loro esempio ed ammaestramento : per lo quale questi 
abitatori impararono a stare contenti alle cose loro proprie e non 
cercare nuovi dittatori e nuove guerre, per acquistare premj della 
novità secondo la loro consuetudine. Mutato adunque il pro- 
posito e volti i loro pensieri a uno quieto vivere, subitamente si 
mutarono i costumi. Perocché cominciarono a spaventare de' de- 
biti e mettere diligenza nelle cose loro e regolare la vita delle 
superflue spese, e riputare che la lussuria e la prodigalità fosse 
dannosa alla repubblica : e questa medesima regola posero a' loro 
figliuoli e a tutte le loro famiglie. Di che la città ne venne a 
crescere : e molta gente di fuori , allettati dal buono vivere e 
ancora dall'amenità del luogo, vennero ad abitare in quella. E 
per questa via la terra si venne a diventare popolosa e a ornarsi 
ogni dì di moltitudine di case e di edificj. Ma non aveva facoltà 
di crescere molto in potenza per la vicinità e grandezza del ro- 
mano imperio, il quale, siccome i grandi alberi alle piccole 
piante , quando sono vicini , danno impedimento al crescere, cosi 
r amplissima potenza di Roma offuscava questa e tutte le altre 
città d' Italia. E non solamente le teneva addietro che non si 
potessero sollevare in potenza , ma se ve n' era state alcune al- 
quanto potenti, per la grandezza di quella erano diminuite e 
venute al basso. E però non poteva questa nuova città disten- 
dere i suoi confini , né accrescere la reputazione de' magistrati , 
avendo il suo territorio rinchiuso in brievi termini : e quella 
tanta giurisdizione ch'ella avea, era sottoposta al dominio ro- 
mano. Appresso, se alcuno giudicale mercatanzie appartenersi 
all' accrescimento della città , non era luogo alcuno dove più 
commodamente si potesse esercitare in quel tempo che a Roma. 
Quivi era la frequenza degli uomini ; quivi la facoltà del ven- 
dere e finire le sue mercatanzie ; di loro erano i porti e le isole 
e i luoghi commodi agli esercizj. E pertanto se alcuno nasceva 



av.G.C. 



12 ISTORIA FIORENTINA. 

nelle città vicine di buono ingegno, avendo V occasione di tante 
commodità, facilmente se ne andava a Roma. E a questo modo 
veniva a fiorire Roma , e le altre città d' Italia venivano a man- 
care in ogni facoltà di uomini eccellenti. E questo effetto si può 
comprendere per la esperienza delle città che furono reputate 
innanzi alla grandezza dello imperio romano, e similmente dopo 
la sua diminuzione, in tal forma che parve che quello che 
l'accrescimento di Roma aveva tolto all'altre città, di poi la sua 
diminuzione rendesse loro. Ma per cagione che noi abbiamo a 
dire in questa nostra istoria molte cose delle città di Toscana, 
ci pare che sia utilissimo farsi più alto a narrare quali fossero 
le condizioni e gli stati de' Toscani innanzi all'accrescimento, e 
ancora dopo la diminuzione dello imperio romano , e quali città 
prima e quali poi ebbero grande potenza e reputazione, accioc- 
ché per questa cognizione noi veniamo successivamente alla no- 
tizia di tempo in tempo insino alla età nostra. 

Egli è cosa manifesta secondo il testimonio di tutti gli an- 
tichi scrittori, che innanzi allo imperio romano la reputazione, 
grandezza e potenza de' Toscani fu maggiore e nella pace e nella 
guerra che d'alcuni altri popoli d'Italia. La loro origine antichissi- 
mamente venne del paese di Meonia : donde certi popoli chia- 
mati Lidi con una fiorita gente si mossero, e con armata passati in 
Italia , si posero in queste parti di Toscana : e cacciati di que- 
sti paesi gli antichi abitatori, i popoli detti Pelasgi, dal nome 
di Tirreno loro re questa regione chiamarono Tirrenia. Di poi 
moltiplicando di gente e di potenza, accrebbero in modo i con- 
fini , che e' tennero tanto quanto si termina dal monte Appen- 
nino a questo nostro mare di sotto , e dal fiume della Magra in- 
sino al Tevere: e non molto di poi da' sacrificj come si crede, o 
veramente dalla contemplazione del cielo sereno , furono chia 
mati Etruschi. Ma tutta la gente etrusca o veramente toscana, 
che dal principio fu governata da' Re , fu di poi divisa in dodici 
popoli, e a ogni popolo fu dato uno governatore che era chia- 
mato Lucumone , che in loro lingua vuole dire presidente : sic- 
ché vennero a essere dodici Lucumoni, con condizione che 



LIBRO PRIMO. 15 

continuamente uno di loro per uno certo tempo era proposto. 
Sotto questo magistrato e modo di governo durando lungo tempo 
con grande concordia, la nazione de' Toscani, come suole in- 
tervenire nelle cose unite , venne in tanta prosperità , che non 
solamente ne' predetti confini , ma ancora molto più lontano 
distese il suo nome e le sue forze. E di questo pare che ne fac- 
cia testimonianza i nomi di tutti due i mari che vengono quasi 
a circondare Italia come una isola: perchè il nostro mare di 
sotto , che secondo 1' opinione di alcuni scrittori greci si distende 
dalla Sardegna alla Sicilia, è chiamato toscano o veramente 
tirreno dallo antico nome di questa gente : e il mare di sopra , 
cioè il golfo, è chiamato adriatico dalla città di Adria, la quale 
per quelli tempi presso a dove il Po mette in mare fu in sul 
lido posta da' Toscani: perocché avendo loro tutti i luoghi e di 
qua e di là dal Po , eccetto che una piccola parte della regione 
di Vinegia, cioè del Trevigiano, occuparono e possederono, e 
successivamente lungo il lido del mare di sopra, cioè del gol- 
fo, distesero il loro dominio, e cacciaronne i popoli degli Um- 1320 
bri, e presero vittoriosissimamente più di trecento fra castella e 
terre, secondo il testimonio dell' antiche istorie. Ancora di qua 
dallo Appennino similmente ampliarono la loro potenza insino 
allo stretto di Sicilia, e molte terre presero e mandaronvi nuovi 
abitatori : fra le quali fu la famosa città di Capua , e di là dal- 
l' Appennino fu Mantova : che l' una e l' altra città di queste fu 
colonia de' Toscani. Ed è cosa manifesta, che ognuno di quelli 
dodici popoli toscani , de' quali di sopra abbiamo fatto menzio- 
ne, mandò colonie, cioè nuovi abitatori di là dal monte Ap- 
pennino: e fra tutte le altre colonie che furono mandate in 
quelle parti da' Toscani , Adria che dette il nome al mare , e 
Mantova di là dal Po sono celebrate. Ma senza dubbio e' pare, 
che la potenza di questa gente avesse antichissimo principio, 
e insino a' tempi della guerra trojana fosse riputata. Virgilio 
singolare poeta fa menzione, come Enea fuggito da Troja e mh 
venuto in queste parti, nella guerra che prese co' Latini do- av " 
mandò ajuto da' Toscani per consiglio del re Evandro : il quale 



14 ISTORIA FIORENTINA. 

richiesto da lui di sussidio, disse quelli versi di Virgilio, l'ef- 
fetto de 1 q^iali è : che egli non aveva tante forze che potesse 
fare resistenza a' Latini e a Turno , ma che dava opera di unire 
e collegare con lui una egregia e bellicosa gente che antica- 
mente era venuta di Lidia, e di poi chiamata toscana: la quale 
essendo fiorita lungo tempo , finalmente era venuta sotto uno 
re crudele chiamato Mezzenzio. 

Sono alcuni scrittori d'istorie che vogliono che fosse 
Turno contro a Enea e non Enea contro a Turno , che rifug- 
gisse alle potenze toscane : ma in qualunque modo e' fosse , 
si comprende le forze loro essere state grandi insino a' tempi 
della guerra trojana. Durarono poi nella grandezza loro in- 
sino alla passata de' Galli in Italia : i quali secondo il par- 
lare moderno sono di poi detti Francesi. Questa passata fu 
dopo la guerra trojana circa d'anni secento, e dopo alla 
ave'o edificazione di Roma circa centosettanta : nel quale tempo 
Belloveso capitano passò l' Alpi con grande esercito di Galli : 
e di poi susseguentemente altre moltitudini di Galli e Tedeschi 
vennero per le medesime vie , e tolsero a' Toscani quella parte 
d'Italia che è chiamata Gallia di qua dall'Alpe, cioè la Lom- 
bardia. Gli ultimi de' Galli furono i Senoni che occuparono una 
parte della marina nel paese della Marca , dove è la città di Si- 
nigaglia. Da queste e altre simili nazioni de' Galli, detti oggi 
Francesi , furono in modo abbattute le forze de' Toscani , che 
fu loro necessario ridursi di qua dai gioghi dello Appennino. 
Dall'altra parte essendo oppressi dalla potenza de' Romani, 
vennero continuamente a diminuire le forze loro : e trovandosi 
in mezzo di due grandissime potenze , era necessario che ogni 
giorno mettessero al di sotto : e benché eglino avessero di fuori 
questi grandi ostacoli , nientedimeno si conservarono l' autorità 
e la potenza molto tempo nelle loro residenze. Ma la guerra 
che egli ebbero con queste nazioni oltramontane, fu più aspra e 
più furiosa che quella che egli ebbero co' Romani : la quale non 
fu con quello odio né con quella acerbità d'animi, perocché 
molte volte ebbero insieme buona pace ed amichevole conver- 



LIBRO PRIMO. 15 

sazione. E questo si può comprendere per li costumi, portature 
e segni che i Romani presero da' Toscani : e se fosse stato tra 
loro una grave e continua inimicizia, non avrebbero voluto fare 
loro simili onori. 

Egli è cosa manifesta, che più specie di vestimenti, come 
sono preteste e toghe e tuniche palmate e ornamenti di cavalli, 
appresso anella e carri trionfali , fasci , trombe , e sedie da ma- 
gistrati, i Romani ebbero da' Toscani. Vedesi ancora, che i 
dodici littori che i dodici popoli Toscani erano consueti ognuno 
dare al suo re , che di poi i re e i consoli romani li presero 
per loro , secondo quel proprio numero e in quella medesima 
maniera. E non sia alcuno che creda, che queste cose si di- 
cano per adulare a noi medesimi e per passare i termini della 
verità, conciosiacosachè antichissimi scrittori greci e latini ne 
facciano grandissima menzione. E se diligentemente si ricer- 
cherà, oltre a' predetti ornamenti dello imperio e gli altri vene- 
rabili abiti, si troverà ancora, che i Romani ebbero lettere e 
dottrina dalla nazione toscana. Tito Livio, famosissimo istorico, 
dice avere trovato , che i Romani , come per i tempi suoi eru- 
divano i loro figliuoli di lettere e dottrina greca, cosi antica- 
mente facevano loro insegnare le lettere toscane. Ma sopra tutte 
l' altre cose le cerimonie ed osservanze del culto divino usa- 
vano dire i Romani avere avuto da questa nazione; e nientedi- 
meno esserne rimaso in Toscana tanto maggior notizia che non 
avevano loro , che sempre ne' gravissimi casi della repubblica 
adoperavano in simili cerimonie uomini toscani. Tutte queste 
cose e massimamente tre principali, cioè gli ornamenti dello 
imperio e le cerimonie del culto divino e la dottrina delle let- 
tere che presero da loro, dimostrano in quanta reverenza 
egli ebbero la nazione de' Toscani. E benché in simili osser- 
vanze, appartenenti a' tempi della pace, i Toscani fossero sti- 
mati da loro, nientedimeno non furono però vilipesi ed avuti 
in poco pregio nelle arti della guerra, ma piuttosto temuti e 
reputati, come si dimostra per lo assedio di Roma fatto da' To- 
scani e per li statichi dati al re Porsenna per fare la pace : che 



16 ISTORIA FIORENTINA. 

fu questo dopo la passata de' Galli in Italia, che si comprende 
che ancora in quel tempo erano potentissimi nell' arme. E in 
effetto cercando le antiche istorie , si trova che i Romani non 
fecero dittatori tanto spesso quanto nelle guerre toscane: ne 
ebbero alcuno inimico che loro tanto temessero quanto questa 
generazione. Il primo de' Romani che prese la guerra co' To- 
scani, fu Romolo edificatore di Roma: e successivamente gli 
altri re, eccetto che Numa Pompilio e Tarquinio superbo. 
a«- ™ 8 L' origine della guerra nacque dalla città di Fidene colo- 
nia de' Toscani , la quale era posta di là dal Tevere intra Cru- 
stumeri e Roma. Quella abitavano i Toscani: i quali, vedendo 
crescere in forze e in reputazione la città di Roma nuovamente 
edificata da Romolo , innanzi che ella venisse in maggiore do- 
minio, deliberarono, senza alcuna cagione, di muovere a loro 
guerra, rifidandosi in ogni caso neh" ajuto degli altri Toscani 
loro propinqui e vicini. Passati adunque coli' esercito in quel 
di Roma, fecero gran prede, e carichi di roba e con grande 
numero di prigioni se ne tornarono a casa. Di che segui che 
Romolo, ragunate le genti e armate le legioni romane, per va- 
lersi di questa ingiuria, passò inverso la città di Fidene, ed ebbe 
maniera di allettarli alla battaglia : nella quale avendo posto certi 
aguati ed essendosi appiccata la zuffa, fu tanto lo sdegno e 
T ardire de' Romani e la eccellenza del capitano, che ruppero i 
Fidenati; e insieme gli amici e nimici con grande impeto en- 
trarono nella città : e a questo modo Romolo prima 1' ebbe pre- 
sa, che potessero avere alcuno ajuto dagli altri Toscani. Di que- 
sti Fidenati i più vicini erano i Vejenti : i quali avendo sentito 
la perdita e la calamità de' loro propinqui, e dubitando che i 
Romani per questa vittoria non pigliassero animo a passare più 
innanzi , ragunarono la loro gioventù , e con armata mano cor- 
sero in quel di Roma: e Romolo dall' altra parte uscì fuori con 
le legioni romane. E in questa maniera fu il principio della 
guerra fra' Romani e Toscani : la quale , dopo alcune prede e 
correrie , terminò per allora presto : e seguinne una triegua , di 
comune consenso delle parti, di anni cento. 



LIBRO PRIMO. 17 

Ma accadde , che tutte le guerre che seguirono poi fra lo- 
ro, nacquero da questi principi : perchè o la triegua si diceva 
essere finita, o a quella dalle parti essere contraffatto. Trovasi 
che, vivente Romolo e poi Numa Pompilio, fu conservata que- 
sta triegua intera senza alcuna innovazione. Al tempo di Tulio 
Ostilio, terzo re de' Romani, fu suscitata nuova guerra per la ri- £"*<% 
bellione de' Fidenati : i quali i Vejenti loro vicini presero aiu- 
tare contro a' Romani , e collegaronsi con Mezio Suffezio ditta- 
tore degli Albani. Questo Mezio dopo la zuffa de' tre Orazj ro- 
mani , vedendo che il principato era venuto a Roma e la città 
d' Alba a suo tempo sottomessa , n' aveva in se medesimo tanto 
sdegno , che segretamente s' era convenuto co' Toscani di vol- 
gere tutte le sue genti in sulla battaglia contro a' Romani , e a 
Tulio Ostilio aveva dimostrato di venire in suo ajuto : ma fu 
uomo tanto doppio e di vile animo, che né agli amici né a'ni- 
mici osservò cosa che promettesse. Perocché né a' Romani in 
cui favore palesemente mostrava di venire contro a' Toscani, 
né a' Toscani a' quali segretamente aveva promesso operare 
contro a' Romani, dette ajuto: ma, durante la battaglia fra 
questi due popoli, stette sospeso e a vedere dove inclinava la 
vittoria, per unirsi in sul fatto co' vincitori. Accadde, che Tulio ^^ 
Ostilio , essendo uomo di grande ardire e molto bellicoso , ot- 
tenne la vittoria contro a' Toscani , e racquistò la città di Fide- 
ne. Di poi Mezio dittatore fece morire, e la terra d' Alba desolò 
insino a' fondamenti. Seguirono di poi Anco Marzio e Tarquinio mù?S. 
Prisco re de' Romani, i quali rinnovarono la guerra co' Tosca- 
ni, benché alcuni scrittori di Tarquinio Prisco parlino varia- 
mente. Perocché alcuni scrivono la guerra co' Toscani essere An - 5W 

^ av. G.c- 

durata nove anni: alcuni, narrando le cose sue, di questa 

guerra non fanno menzione. Ma come dubbio è di questo re, 

così è certo , che il successore suo Servio Tullio fece maggior An - s?» 

" av.G.C. 

guerra co' Toscani che alcuno degli altri re stati innanzi a lui 
E' pare cosa credibile, che la guerra non solamente fosse gran- 
de, ma ancora lunga: perocché si trova che nel tempo d'anni 
quarantaquattro che Servio Tullio regnò a Roma, non fu fatta 

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18 ISTORIA FIORENTINA. 

altra guerra da lui che co' Toscani. Nella quale pare che si 
portasse si egregiamente e tanta reputazione n' acquistasse a 
Roma, che avendo nel principio senza consentimento del po- 
polo romano preso il regno , fu contento di poi , per la fidanza 
de' rilevati fatti, rimettersi nell'arbitrio del popolo, per essere 
confermato giuridicamente nel dominio. In questa guerra non 
furono sbattuti i Toscani, né alcune loro città di pregio furono 
loro tolte, ma fecero l'ima parte all'altra grandissimi danni: 
e nientedimeno , compensato l' uno con 1' altro , i Romani fu- 
rono riputati superiori. 

Dopo questi tempi , mancati i Re e cacciato Tarquinio su- 
perbo, il popolo romano prese la libertà, e suscitossi nuova 
guerra co' Toscani: perocché i popoli de'Vejenti e de'Tar- 

iv g 5 c° c l lun J f ecero impresa per Tarquinio superbo , che originalmente 
era di nazione Toscana ed era rifuggito a loro per ajuto. E ve- 
nendo con grande sforzo in su' terreni de* Romani , e Lucio 
Bruto e Marco Valerio Publicola, che erano i primi consoli 
della nuova libertà , uscendo a campo con lo esercito , fecero 
una grande battaglia, nella quale vi mori più gente de' Toscani: 
ma il danno de* Romani fu maggiore, perchè vi rimase morto 
Lucio Bruto , il quale era stato autore e capo di cacciare Tar- 
quinio. E fu tanto lo spavento dell'una parte e dell'altra, che 
quasi ognuno reputandosi vinto, levarono i campi e ognuno si 

avG 5 c 9 ridusse nel paese suo. Questa guerra di poi rinnovò Porsenna 
re di Chiusi a istanza di Tarquinio superbo : il quale con grande 
forza de' Toscani fece impresa di restituirlo nel regno , e strinse 

^ 5°£ in modo i Romani, che fu per occupare e sottomettere Roma. 
E forse V avrebbe fatto , se non fosse la virtù d' Orazio Coclite , 
che sostenne tanto l' impeto de' vincitori , che gli fu dietro ta- 
gliato il ponte del Tevere, e non poterono per quella cagione i 
Toscani passare più innanzi. Gli onori che furono di poi attri- 
buiti ad Orazio Coclite, dimostrano la grandezza del pericolo in 
che si ritrovò in quel tempo la città di Roma. Ma i Toscani 
avendo occupato il monte Gianicolo e tutti i luoghi di qua dal 
Tevere, posero l'assedio al resto della città, intanto che i Ro- 



i 



LIBRO PRIMO. 19 

mani per ultimo rimedio rifuggirono a fare quella congiura 
contro al re Porsenna : donde ne seguì la uccisione del segre- 
tario del Re e 1' arsione della mano di Muzio Scevola. E con 
tutte queste arti non poterono indurre Porsenna a levare 1' as- 
sedio e fare la pace , se loro non gli consentivano patti e capi- 
toli molto onorevoli per sé e per la nazione toscana. Perocché 
gli furono dati gli statichi nobilissimi giovani di Roma, e fe-^Jf^ 
mine ancora pudiche: fra le quali fu una figliuola di Valerio 
consolo e molte altre vergini di nobilissima stirpe e di gente 
patrizia: che non si trova mai per alcun tempo che i Romani, 
per impetrare la pace, dessero ad altri alcuni statichi; e loro 
a' popoli vinti e soggiogati nella fine delle guerre non coman- 
davano cosa alcuna più volentieri che gli statichi, non sola- 
mente per sicurtà della pace, ma ancora perchè reputavano 
questo uno manifestissimo segno di vittoria. Questa pace fu di 
poi, con grande significazione di benevolenza e di beneficj fatti 
dall'una parte e dall'altra, stabilita. E infrale altre cose, an- 
dando i Toscani a campo alla città di Arizia con Arunte 
figliuolo del re Porsenna, e rimanendovi morto, e quelli che 
restavano venendo a Roma, furono ricevuti molto umanamente 
e consegnato loro per abitazione in una bella parte della città 
uno borgo di case, che fu di poi chiamato il borgo o vero la via 
de' Toscani. Il re Porsenna, in segno di grande amicizia, ri- 
mandò loro gli statichi : e Tarquinio superbo , non isperando 
più alcuno ajuto da' Toscani, se n'andò in Tusculano a Mallio 
che era suo genero. 

Durò questa pace e buona concordia in sino a tanto cheAn .m 
i Vejenti, essendo a' confini col popolo romano, la turbarono. 
■E nacque la occasione della guerra dalla vicinità, come spesse 
volte accade. In questa guerra la prima battaglia vinsero i A » «* 
Vejenti; la seconda fu asprissima quanto alcuna di che si fac. À n, «i 
eia menzione: perocché i Romani molto sbattuti fecero giurare av 
tutti i loro soldati, che non tornerebbero dalla zuffa se non 
con la vittoria. Appiccandosi il fatto d'arme, fu morto Mallio 
consolo e Fabio fratello dell' altro consolo : e gli alloggiamenti 



20 ISTORIA FIORENTINA. 

de* Romani furono messi a sacco in tal maniera, che i Toscani 
si reputavano vincitori. Se non che, essendo occupati in mettere 
a saccomanno gli alloggiamenti, i Romani si rifecero, e con 
tanto impeto ripresero la battaglia, che ruppero e misero in 
fuga i Toscani. E in questo modo i vincitori restarono vinti; e 
il fine della vittoria rimase appresso de' Romani: e nientedi- 
meno con tanto danno ed effusione di sangue, che essendo 
offerto il trionfo al capitano romano, ebbe a rispondere, che 
egli era piuttosto da lamentare, che da fare festa di tale vitto- 
ria. Seguì di poi, che i Vejenti mandarono per ajuto ad altri po- 
poli toscani loro propinqui : e rinnovata la guerra, fecero quella 
memorabile battaglia presso al fiume della Cremerà, nella quale 

Ì"'gx. furono morti solamente della casa de' Fabj trecentosei, e d'altri 
loro amici e seguaci più di quattromila. E in questo modo i 
Toscani essendo superiori e seguendo la vittoria , appiccarono 
un' altra battaglia, e ruppero il consolo e l'esercito de' Romani, 
e misero a sacco gli alloggiamenti del campo. Di poi con grande 
impeto di mano in mano correndo il paese, si condussero con 
le genti a Roma, e presero il monte Gianicolo di qua dal Te- 
vere allo incontro del Campidoglio : e tenuto alcuno mese come 
assediatala città, presero animo di passare il Tevere, e dalla 
porta Collina e in alcuni altri luoghi fecero alcune zuffe co' Ro- 
mani. Per le quali furono costretti, come innanzi daPorsenna, 
cosi allora provare gli ultimi rimedj , e due consoli con tutto il 
fiore della gioventù romana uscire fuori ed appiccare una grande 
battaglia al monte Gianicolo : dove il fatto d' arme fu aspro , e 
nientedimeno non fu però tanto prospero il fine per la parte 
de' Piomani, che l' uno de' due consoli non fosse accusato ap- 
presso al popolo romano , e giudicato che non aveva ben com- 
battuto. Ma perchè e' non pare necessario di narrare tutte le 
battaglie particolarmente, recando a una somma, questa città 
sola de' Vejenti condusse la guerra col popolo romano, quando 
da se e quando in compagnia con altri Toscani, insino a tre- 

An. m cento cinquanta anni dalla edificazione della città di Roma. Fi- 
nalmente fu vinta e sottomessa da' Romani neh" ultima guerra, 



LIBRO PRIMO. 21 

la quale di loro proprio consiglio presero col popolo romano. 
E in questo tempo domandando ajuto agli altri popoli di Tosca- 
na, fu loro negato e risposto, che come di loro propria volontà 
avevano presa la guerra, per avere le prede per loro , cosi colle 
proprie forze la seguitassero. E parte per questo sdegno, parte 
ancora per sospetto de' Francesi , che ognuno pensava di guar- 
dare casa sua, fu negato dagli altri popoli toscani di dare sus- 
sidio a' Vejenti. Di che ne seguì, che essendo i Romani supe- 
riori di forze, e vedendoli abbandonati dagli altri popoli toscani, 
andarono a campo alla città loro : la quale benché virilmente 
alquanto tempo si difendesse, nientedimeno continuando i Ro-An. 394 
mani la state e il verno l' assedio, in capo di dieci anni per vie 
occulte la occuparono. Dove si trovò tanta ricchezza e preda, 
che da Roma fu chiamato tutto il popolo a partecipare della roba 
de' Vejenti insieme con Y esercito. Questa città, come si vede, fu 
ricchissima e di grande reputazione , e in si bello sito posta, che 
spesse volte si consultò a Roma di lasciare la propria patria per 
andare ad abitare quella. 

Presa che fu la città de' Vejenti , detta Vejos, parve che i 
Romani avessero aperta la via a soggiogare gli altri popoli di 
Toscana. E pertanto senza dilazione di tempo mossero guerra 
a' Falisci e Capenati, i quali erano vicini de' Vejenti, e in quella 
guerra avevano ricevuti alcuni danni. Questi due popoli i Ro- 
mani in brieve tempo conquistarono : e prima i Capenati, gua- 
stando e predando il paese, gli strinsero a pigliare accordo. Di- 
poi i Falisci per un altro piò onorevole modo vennero nella po- 
testà del popolo romano. Perocché, avendo fatto grande resi- 
stenza alla oppressione de' Romani , ultimamente mossi da uno 
singolare atto di virtù che Cammillo capitano de' Romani usò 
verso di loro , volontariamente si dettero : e passò la cosa in 
questa forma. Essendo il campo de' Romani presso a Faleria, 
città principale de' Falisci, uno maestro di scuola, avendo sotto 
la sua dottrina i figliuoli de' principali cittadini della terra, un 
giorno , sotto colore di menarli a spasso , ebbe maniera di con- 
durli fuori d' una porta opposita a quella parte che era volta 



22 ISTORIA FIORENTINA. 

verso il campo de' Romani : e a poco a poco , ragionando , gli 
condusse nelle mani de' nimici. E spontaneamente preso, e me- 
nato alla presenza del capitano romano, gli disse, che in quel 
giorno gli dava la città di Faleria, avendogli condotto nelle ma- 
ni i figliuoli de' principali cittadini della terra: e pregollo, che 
di tanto beneficio volesse usare buona gratitudine verso di lui. 
Cammillo , prestantissimo capitano de' Romani , notando Y atto 
e le parole sue , con grande sdegno gli si volse e disse : « Tu , 
» uomo scelerato , reputi essere venuto a uno simile a te , a chi 
» non solamente le cose triste piacciono , ma ancora gli pajono 
» degne di rimunerazione. Ma altro animo è quello del popolo 
» romano e mio : ed abbiamo per consuetudine di osservare le 
» ragioni e leggi della guerra come quelle della pace, ed usiamo 
» di portare 1' arme non contro a deboli fanciulli, ma contro a 
» nimici armati. Noi siamo inimici de' Falisci, e nientedimeno 
» ci ricordiamo di essere congiunti con loro secondo il vincolo 
» della società umana. Io sono apparecchiato, non con questi 
» modi scelerati , ma coli' arti romane, che sono l'arme, la 
» pazienza e la virtù, di vincere la città di Faleria. » E dette 
queste parole , fece spogliare e legare le mani di drieto a que- 
sto maestro, e dettelo a' discepoli suoi, che battendolo lo ricon- 
ducessero alla città. Di qui nacque tanta mutazione d' animi ap- 
presso al popolo de' Falisci , che dove prima erano ostinati 
<T aspettare piuttosto la loro distruzione che fare pace co' Ro- 
mani, subitamente, maravigliandosi della fede e giustizia del 
capitano romano, rimisero sé e la loro città nel loro arbitrio: e 
a questo modo i popoli de' Falisci vennero sotto il dominio del 
a. 392 popolo romano. E non molto tempo di poi fu mosso la guerra 
a' Tarquinesi e a' Cerretani , che erano verso il lido del mare 
dove è oggi Corneto e Civitavecchia , e di poi a quelli di Rolse- 
na: e finalmente, come uno incendio continuato, passò la 
guerra agi' intimi popoli di Toscana , cioè a quelli di Chiusi , 
a' Perugini e agli Aretini, che erano in quel tempo delle poten- 
tissime genti che vi fossero. In questi luoghi si fermò alquanto 
la guerra, perchè queste città s' unirono insieme alla difesa, do- 



LIBRO PRIMO. 23 

lendosi che avevano lasciato venire i Romani tanto innanzi, e 
non avevano dato ajuto a' Vejenti, Falisci e Capenati loro pro- 
pinqui a tempo che gli potevano salvare. E senza dubbio egli è 
opinione di molti , che se questi popoli di Toscana in quel prin- 
cipio si fossero uniti insieme a sostenere la guerra romana, più 
lungamente e più generosamente avrebbero fatto la difesa. Ma 
la vicinità de' Galli, continui loro inimici, o la discordia propria J*; c 3 Jf 
delle loro città . o veramente qualche occulto segreto favorevole 
a' Romani , o tutte queste cose insieme, furono cagione , che 
non s' unirono a una comune impresa, e che i Romani, acqui- 
stando ora una terra e ora un' altra , si vennero a fare potenti , 
quando le altre si stavano a vedere. E certamente i Romani non 
erano atti a vincere la città de' Vejenti con uno assedio tanto 
lento , se gli altri popoli toscani avessero fatta una cospirazione 
per la loro difesa: perocché si vide prova, che solamente due 
popoli, cioè i Capenati e i Falisci, dando ajuto a' Vejenti, tur- 
barono buona parte della ossidione de' Romani. Di che si con- 
chiude, che mentre che i popoli toscani ebbero le forze intere, 
non s' unirono insieme alla difesa : ma conobbero la loro neces- 
sità poi che in parte erano stati sbattuti, e presero unitamente 
a provvedere a' loro rimedj a tempo che poco giovarono loro. 
E pertanto la Toscana air ultimo fu vinta da' Romani per molte 
grandi battaglie, fra le quali ve ne fu due memorabili: l'una 
appresso a Sutri, nella quale vi fu morti circa sessantamila To- A v n G 8 ^ 
scani; V altra appresso al lago di Vadanone, nella quale rotti e ad. 311 
sbattuti i Toscani , perderono tanto delle forze loro , che non eb- 
bero più speranza neh' arme. 

E a questo modo venne tutta la Toscana alla obbedienza 
del popolo romano circa a quattrocentosettanta anni dopo la ^ n « 8 . } 
edificazione di Roma. In queste guerre molti capitani romani si avGC - 
fecero famosi. Perocché il primo re e il primo consolo, e sus- 
seguentemente altri re e consoli e dittatori e tribuni militari, 
acquistarono in queste guerre grandissimo onore. E de' re al- 
cuni a Tarquinio Prisco, alcuni a Servio Tullio attribuiscono 
precipua gloria. Ma de' consoli, il primo che trionfò di questa 



Ali. 209, 



24 ISTORIA FIORENTINA. 

nazione fu Marco Valerio Publicola: di poi seguirono Marco Fa- 
bio, Publio Servilio , Emilio Mamerco, Aulo Cornelio Cosso e 
molti altri consoli e dittatori, che ebbero vittoria in queste guerre 
toscane. Ma la gloria di Marco Furio Cammillo, il quale egre- 
giamente conquistò le città de' Vejenti e de' Falisci, fu eccellen- 
tissima di tutte le altre : e simile di Fabio Massimo, il quale 
all' ultimo in molte e gravissime zuffe abbattè le forze de' To- 
scani. Ma avendo i Romani soggiogato tanti famosi popoli di 
Toscana, sotto onesto nome gli chiamarono non soggetti, nia 
suoi confederati e compagni. 

Seguì dopo a questi tempi una lunghissima quiete, in tal 
maniera che, mancando a queste nazioni la facoltà e la via 
degli onori, convertirono una sicura tranquillità in grandis- 
sima pigrizia , come comunemente suole accadere neir ozio a 
chi non ha alcuno stimolo alla virtù. Ma di poi che ella fu 
ridotta nella potestà del popolo romano, due volte si trova che 
av.Gx 9 pubblicamente s' ingegnò di rubellarsi: prima al tempo d' An- 
An 94 nibale, che ne furono capo gli Aretini ; secondariamente nella 
guerra de' collegati, nella quale i Latini e i popoli di Abbruzzi 
e del Ducato si ribellarono da' Romani. La prima rebellione , 
perchè gli Aretini subitamente furono raffrenati , si quietò : la 
seconda bisognò sopire con arme e con battaglie ; e infra le altre 
terre di Toscana , Chiusi e Fiesole ne furono grandissimamente 
Dairan. dannificate ed afflitte. Dopo questi tempi stette la Toscana fer- 
^•^J- inamente quieta sotto il dominio de' Romani circa di anni set- 
di g.c. tecento poi che era stata sottomessa , cioè insino ad Arcadio e 
Onorio imperadori: nel qual tempo i Goti, guidati da Radagaso 
e Alarico, entrarono in Italia, e trovaronla molto diminuita di 
forze e di potenze. Dopo i Goti vennero gli Unni, dopo gli Unni 
i Vandali, di poi gli Eruli, e dopo a costoro un' altra volta i 
Goti, e finalmente i Longobardi, i quali tennero lungo tempo 
Italia. 

Ma la declinazione dello imperio romano mi pare che 
principiasse, quando Roma, perduta la libertà, cominciò a 
servire agi' imperadori. E benché Augusto e Trajano paressero 



LIBRO PRIMO. 25 

utili in alcune cose, e fossero di grande fama e reputazione loro 
e alcuni altri, nientedimeno, se cominceremo dalla guerra ci- 
vile di Giulio Cesare, e di poi dalla cospirazione fatta e crude- 
lissimamente esercitata da quelli tre a tempo di Augusto , e ri- 
cercheremo gli eccellenti uomini stati morti ; e se di poi con- 
sidereremo la crudelità di Tiberio, il furore di Caligola, la 
demenza di Claudio , la rabbia di Nerone ; se di poi successiva- 
mente i Vitellj, Caracalli, Eliogabali, Massimini e altri quasi 
mostri e portenti della terra, ci porremo innanzi agli occhi, senza 
dubbio confesseremo che la grandezza de' Romani cominciò a 
declinare allora quando il nome di Cesare , quasi una manife- 
stissima ruina , entrò nella città di Roma. Perocché la libertà 
dette luogo alla potenza dello imperio , e dopo la distruzione 
della libertà , si spense la virtù. Primamente per mezzo della 
virtù era la via aperta agli onori , e gli uomini virtuosi facil- 
mente si conducevano a' consolati, alle dittature e agli altri am- 
plissimi magistrati. Ma poi che la repubblica venne nella potenza 
e governo di un solo, la virtù e la grandezza dello animo co- 
minciò a essere sospetta a chi signoreggiava, e solamente quegli 
uomini piacevano agli imperadori, che non avevano alcuno vi- 
gore e ingegno che gli stimolasse alla libertà. E in questa ma- 
niera accadde, che le corti degli imperadori, in iscambio degli 
uomini valenti e forti e virtuosi, furono piene in breve tempo 
d' uomini pigri e adulatori: e condotto il governo a poco a poco 
nelle mani de' viziosi , venne a esser cagione della ruina dello 
imperio. Ma che bisogna tanto lamentarsi della perdita de' virtuo- 
si , conciosiacosachè si possa fare doglienza della commune disfa- 
zione eli tutta la città? Quanti lumi della repubblica sotto Giulio 
Cesare furono spenti ! quanti cittadini sotto Augusto furono cac- 
ciati ! quanti ne furono disfatti ! quanti ne furono morti ! che me- 
ritamente si può dire, quando si pose fine alla uccisione, fu piut- 
tosto una lassa e stanca crudelità che una vera clemenza. Tiberio 
di poi, uomo maligno, essendo da Augusto adottato e succedendo 
nello imperio, venne in tanta crudeltà, che nel mezzo de' conviti 
non si astenne da' supplizj e tormenti eie' cittadini. Caligola, sue- 



26 ISTORIA FIORENTINA. 

cessore di Tiberio, pareva che godesse del sangue e della uccisione 
degli uomini. Claudio di poi, avendo una stoltizia congiunta con 
la crudelità , non solamente secondo il proprio appetito , ma an- 
cora secondo il desiderio delle mogli e de' liberti, fece uccidere 
e spegnere la nobilita romana. Dopo costui seguìNerone : il quale 
né al fratello, ne alla moglie, ne alla madre, ne al maestro, e 
finalmente alla sua città non perdonò. Quanta strage di cittadini, 
quanta uccisione di senatori fu fatta sotto il dominio suo ! che 
veramente fu scritto, che allora Nerone mancò, quando dalla 
gente abietta cominciò a esser temuto : che non volle signifi- 
care altro chi scrisse se non che, consumata la nobilita romana, 
non vi restava se non minuti e infimi artigiani che potessero 
temere la sua crudeltà. E' sarebbe cosa lunga a ricercare parti- 
colarmente ognuno : ma pareva che fosse un commune propo- 
sito quasi di tutti questi imperadori di temere gli uomini eccel- 
lenti di virtù ; e temendoli averli in odio ; e finalmente spegnerli, 
e usare ogni crudelità infino a tanto che quelli medesimi che 
erano loro intorno congiuravano a loro distruzione: e potendo 
lo sdegno più che la paura, se li levavano dinnanzi. Donde se- 
guiva, che maggior guerra avevano co' loro cittadini che co' ni- 
nnici esterni , come facilmente per esempj d' alcuni si può com- 
prendere. Perocché Giulio Cesare fu morto di ferro da' congiu- 
rati ; a Tiberio fu posto le mani a dosso da Caligola, secondo la 
commune opinione; e Caligola di poi fu morto da' suoi ; e Clau- 
dio avvelenato in un fungo da Agrippina sua donna; Nerone 
muori di coltello; Galba, successore di Nerone, fu morto da Ot- 
tone; Ottone da Vitellio; e Yitellio da' Romani. Quel medesimo 
fine ebbe Domiziano e molti altri imperadori : i quali a ricercare 
particolarmente, sarebbe più lungo che necessario. Queste tante 
uccisioni e rivoluzioni di cose non potevano seguire senza la di- 
minuzione del romano imperio, perocché a poco a poco mancando 
le forze e la nobilita de' cittadini, si venne a trasferire il governo 
in gente esterna. In quelli primi tempi la grandezza della potenza 
sopportava gì' incommodi : e Roma, benché fosse afflitta dalle 
calamità di drento, nientedimeno stavo sicura da' nimici di fuori. 



LIBRO PRIMO. 27 

Ma poi che Costantino, accresciuta la città di Bizanzio, chiamata 
di poi Costantinopoli, si fermò nell'oriente, Italia prima, e di 
poi le altre parti occidentali, furono reputate come derelitte e 
quasi poste a discrezione delle genti barbare : perocché più na- 
zioni in varj tempi, quasi come diluvj, vennero in queste parti, 
trovandole come una possessione abbandonata. E per cagione 
che fecero in Toscana molte cose, e questa città della quale noi 
scriviamo in buona parte disfecero , ci pare necessario con un 
breve discorso farne alquanto menzione. 

I primi di queste nazioni barbare furono i Goti che, dopo la 
sedia dello imperio trasferita a Bizanzio , da Radagaso e Alarico 
capitani furono condotti in Italia. Questi Goti (gli antichi gli chia- 
marono Geti) originalmente furono di Scizia, oggi detta la Tar- 
taria: e abitarono prima quella parte di Scizia che è sopra alla 
palude Meotida, cioè il mare della Tana di verso 1' occidente. 
Di poi accrebbero il dominio verso il mare maggiore: e per 
questa cagione alcuni scrittori chiamano quella regione il lito 
getico. La fama della potenza loro è antichissima: perocché non 
solamente nel paese d' Europa a loro vicino , ma ancora nel- 
l'Asia discorrendo, si fecero grandemente temere. Lucullo fu 
il primo de' Promani che li vinse e cacciolli della provincia di 
Mesia. Di poi da Agrippa e altri capitani romani furono mandati 
di là dal fiume del Danubio. Ma era tanta la moltitudine loro, 
che non furono mai soggiogati in modo, che quando gli eserciti 
romani si rimovevano, non trascorressero nella Mesia e nella 
Tracia e altre provincie vicine, facendo prede e danni assai. Fi- 
nalmente, al tempo di Gallo e Volusiano imperadori, fu fatta la 
pace e lega con loro : e di poi per la morte di questi principi, fu 
intermesso questo accordo , e insino a' tempi di Massimiano e 
Diocleziano imperadori, più tosto reputati inimici che collegati. 
Ma con questi principi rinnovarono la lega, e dettero grande ajuto 
a Massimiano imperadore nella impresa eh' egli aveva fatto con- 
tro a' Parti. Ancora si trova, che a Costantino e ad altri impera- 
dori furono nelle loro guerre favorevoli. 

E durò questa amicizia co' Romani intìno a tanto che 



28 ISTORIA FIORENTINA. 

cominciarono avere in paese loro grandissime perturbazioni. 
Perocché gli Unni, che erano ancora loro di nazione scitica, 
facendo guerra con quella parte de' Goti che abitavano il paese 
più alto della Scizia verso la Tana , li vinsero in molte batta- 
glie, e finalmente li soggiogarono. E per questo esempio 
spauriti gli altri Goti che abitavano le parti più basse, man- 
darono ambasciadori a Costantinopoli a uno imperadore de' Ro- 
mani chiamato Valente, e domandarongli di grazia di passare 
il Danubio; e per fuggire il furore degli Unni, d'essere rice- 
vuti nelle provincie sue , obbligandosi d' ubbidire a quelle 
leggi che gli fossero date, e mostrando il pericolo loro essere an- 
cora commune allo imperio romano. Valente imperadore avendo 
intesa questa ambasciata , benché egli avesse a sospetto tanta 
moltitudine barbara, nientedimeno, parendogli necessario di 
provvedere contro a questa furia degli Unni, fu contento che ì 
Goti con le loro donne e figliuoli passassero il fiume del Danu- 
bio e venissero nella provincia della Mesia: e dette loro per go- 
vernatore uno chiamato Massimo, il quale gli avesse a provve- 
dere de' loro bisogni e dare loro dottrina della religione cristiana. 
Ma in breve tempo, essendo la moltitudine grande e aggiunto la 
carestia delle cose e l' avarizia di Massimo governatore, vennero 
in tanta povertà e disperazione, che primamente si cominciarono 
a dolere del governo di Massimo, che per la sua avarizia indu- 
ceva la carestia e teneali soggetti come servi, e conducevali in 
tanta dura condizione, che pubblicamente gridavano essere suto 
meglio servire agli Unni che sopportare tanto aspro dominio. 
Di poi, crescendo la necessità e le querimonie del popolo e gli 
stimoli di Fritigerno e Alateo loro capitani , presero animo di 
levarsi contro a' Romani. E subitamente avendo ragunata una 
grande moltitudine, fecero empito contro alla gente d'arme 
de' Romani che erano alla guardia del paese, e con grande uc- 
cisione li cacciarono della Mesia e della Tracia, e insignorironsi 
di queste provincie. 

In questo tempo, Valente imperadore era in Asia alla città 
d'Antiochia: il quale, avendo sentito la rebellione de' Goti, su- 



LIBRO PRIMO. 29 

bitamente,per rimediare a tanti inconvenienti, ragunò l'esercito; 
e passato in Tracia, fece una gran battaglia con loro. Nella quale 
primamente le sue genti a cavallo furono rotte: e di poi le sue 
legioni a pie, essendo abbandonate dalle genti a cavallo, furono 
circuite da' barbari, e quasi la maggior parte uccise e distrutte. 
Valente imperadore, essendo ferito e trasportato dal cavallo a 
una casetta di una certa villa, e perseguitato dai nimici, insieme 
eon la casa fu arso e morto. 

Per questa vittoria i Goti avendo preso animo, con grandi 
prede corsero la Tracia, e andarono insino alle mura di Costanti- 
nopoli, e con grande fatica da quelli di dentro fu difesa la città e 
ributtati i Goti, Queste cose essendo significate in Italia a Graziano 
nipote di Valente, il quale reggeva lo imperio occidentale, benché 
grandemente si turbasse di tanta ruma dello imperio orientale, 
nientedimeno, consultando di riparare allo stato della repubblica, 
gli parve che, come anticamente Nerva imperadore aveva chia- 
mato Trajano, così lui chiamar dovesse Teodosio insino di Spa- 
gna in compagnia dello imperio. Teodosio adunque, uomo sin- 
golarissimo , essendo creato imperadore e vestito della porpora 
da Graziano in su' confini d' Ungheria, passò con lo esercito in 
Tracia ; e con grande industria e prosperità vinse i Goti in più 
battaglie, e degnamente li cacciò della provincia. Ma persegui- 
tandoli più oltre ed essendo in cammino, venne in una subita 
malattia: la quale aggravandolo, dette cagione a Graziano, dubi- 
tando della salute di Teodosio, di fare pace co' Goti : la quale di 
poi Teodosio, liberato dalla infermità, per Y onore del compagno 
l'osservò. E come prima a tempo della guerra aveva i Goti trat- 
tati come inimici, così di poi a tempo della pace li ebbe in luogo 
di buoni amici, e spesse volte ne' bisogni della repubblica della 
opera loro trasse buon frutto. 

Ma dopo a questi tempi segui che Graziano appresso la città 
del Lione, e pochi anni di poi Valentiniano suo fratello appresso 
Vienna furono morti ; e Teodosio di poi morendo a Milano, venne 
lo imperio ad Arcadio ed Onorio suoi figliuoli. Al tempo di questi a. m. 
principi una gran parte de' Goti, desiderosa di nuovo conquisto, 



30 ISTORIA FIORENTINA. 

sotto Alarico capitano venne in Italia, e passarono per 1 Unghe- 
ria ed entrarono nel Friuli e nel Trevigiano. E di poi simil- 
mente un* altra moltitudine di Goti sotto le insegne di Radagaso 

a. 403. loro capitano venne per quelli medesimi luoghi : e questi due 
capitani e due grandi eserciti in un medesimo anno, nel quale 
Stilicone e Oreliano erano consoli, passarono in Italia. Ma la 
condizione e il fine di questi tali fu vario. Perocché Radagaso, 
passando il giogo dello Appennino e con grande furore entrando 

a. 408. in Toscana, ebbe allo scontro Stilicone capitano di Onorio im- 
peradore , uomo singolarissimo nell' arte militare. Il quale 
ne' luoghi circostanti a Fiesole con singolare industria abbattè 
in modo questa gente barbara, che circa dugento migliaja di 
persone, che secondo gli scrittori si trovavano in questo eserci- 
to, parte per fame, parte per uccisione, furono morti e presi: e 
Radagaso, vedendo la distruzione de' suoi e mettendosi in fuga, 
non potè salvare la propria persona , ma venne nelle manj 
de' nostri; e ultimamente, avendo saziato gli occhi della mol- 
titudine, fu morto. Questa amplissima vittoria alcuni hanno 
opinione, che s'acquistasse agli otto d'ottobre: e per questa 
cagione dicono, che nella città di Firenze fu in tal di ordinata 
la festa ; e perchè la città fu liberata da uno grandissimo peri- 
colo, essere stato questo tale nome posto al tempio, cioè al duo- 
mo. Noi diligentemente ricercando , abbiamo trovato che questa 
vittoria s' acquistò al tempo di Arcadio e Onorio imperadori , es- 
sendo Antemioe Stilicone la seconda volta consoli, e dieci anni 
dopo la morte di Teodosio, e nel quattrocento otto della cristiana 
salute : ma del dì non abbiamo alcuna cosa certa potuto ritro- 
vare. E pertanto quello che dell' ordine della festa e del nome 
del tempio si dice, lasciamo sospeso. Radagaso adunque e la 
moltitudine de' Goti che erano con lui in Toscana, ebbero que- 
sto fine. 

A 403f Alarico , avendo seco un altro esercito di Goti , si pose 
presso a Ravenna: e mandati ambasciadori ad Onorio, domandò 
stanze e domicilio ad abitare per le sue genti. Ma di poi rimase 
d' accordo con lui di passare in Francia al conquisto di quelle 



LIBRO PRIMO. 31 

parti che erano infestate da* Vandali e dagli Alani: e credette 
per V accordo fatto con Onorio avere grande favore dagli amici 
e sudditi dello imperio romano. Mosso adunque lo esercito con 
questa speranza e venuto sotto le Alpi , si fermò a una città 
chiamata Pollenza: dove posandosi senza alcuno sospetto, certi 
capitani d' Onorio lo assaltarono d' improvviso , e fatto un im- 
peto furioso, stimarono, trovando disordinata quella gente, to- 
talmente metterla in perdizione. Ma la moltitudine de' Goti era 
si grande, che benché ne' primi insulti ne fosse morti assai, e 
tutti spaventati si riducessero intorno al re e stessero sospesi 
al combattere rispetto a quel giorno che era il di della santa An . m 
Pasqua, nientedimeno, vedendosi in grande pericolo e ingiu- 
riati fuori d' ogni loro opinione , presero 1' arme : e comincia- 
rono non solamente a fare resistenza a' nimici, ma ancora a op- 
pressale contro di loro con tanta rabbia, che perdendo i 
capitani d' Onorio la speranza della vittoria , rimasero rotti , e i 
Goti vincitori fecero una grande uccisione. E di poi, parendo 
loro avere ricevuto da' nostri grande ingiuria, lasciarono il cam- 
mino di Francia, e volsero le bandiere verso Italia, scorrendo e 
predando tutti i paesi dove si dirizzavano. 

Contro a questo furore de' Goti fu mandato Stilicone : il 
quale con la sua perizia della guerra raffrenò l' impeto loro , e 
avrebbe avuto piena vittoria, se non fosse eh' egli era volto, se- 
condo che si dice, all'appetito dello imperio. E per questa ca- 
gione dicono; che nutriva la guerra de' Goti e teneva la cosa 
sospesa, occultamente dando loro favore, e apertamente to- 
gliendo loro la occasione della pace e della guerra, in tal ma- 
niera che non vinceva e non era vinto. Queste cose poi che 
Onorio imperadore ebbe comprese, comandò che Stilicone in- Ani00> 
sieme con Eucherio suo figliuolo, al quale sceleratamente 
s' acquistava lo imperio , fosse morto. E benché questa puni- 
zione paresse conveniente a tale pensiero, nondimeno , rispetto 
alle altre cose, della morte sua ne segui grandissimi danni. Pe- 
rocché i Goti, essendo levato il principale ostacolo d' uno sin- 
golarissimo capitano de' Piomani, presero animo di farsi innanzi 



32 ISTORIA FIORENTINA. 

per Italia : e conquistando di mano in mano , non quietarono 
An.m mai, ch'egli entrarono in quella città (che mi vergogno a scri- 
verlo), che era stata vittoriosa del mondo: e da' luoghi sacri in 
fuori, che, benché fossero barbari, gli ebbero in riverenza, ogni 
altra cosa empierono di sangue e d' uccisione, e misero a fuoco 
e a sacco una parte della città; e non molti giorni di poi se ne 
uscirono carichi d' inestimabili prede e grandissimo numero di 
prigioni. E infra gli, altri fu presa Placidia, figliuola di Teodosio 
Arui2. e sorella d' Arcadio e Onorio imperadori : e dalle delizie del pa- 
lazzo regale fu menata negli aspri campi de' Goti a servire al 
dominio de' barbari: tanto è grande la varietà delle cose umane ! 
I Goti usciti di Roma trascorsero per la Campagna e per la Ca- 
labria : e di poi, mettendosi in punto a passare in Sicilia, la tem- 
pesta del mare, salutifera a' Siciliani e dannosa a loro, gli offese 
tanto, che furono costretti per allora a ritirarsi dalla impresa. 
E di nuovo facendo pensiero e consultando se dovevano rifare 
armata oppure ritornarsi per Italia, accadde che in questo tempo 
Alarico si morì appresso alla città di Cosenza. Dopo la morte del 
quale, avendo i Goti innanzi agli occhi il corpo suo , acciocché 
non fosse alcuno che facesse per vendetta verso quel corpo al- 
cuno strazio , trassero il fiume del Basento del suo letto ; e con 
ricchissime spoglie de' nimici e preziosissime vesti regali lo sep- 
pellirono nel mezzo, e fecero subitamente rimettere il fiume nel 
suo luogo. Di poi tutti i prigioni di nazione italiana, o per me- 
moria dell' esequie regali, o perchè alcuno non potesse insegnare 
quel corpo, gli fecero morire. Dopo a queste cose crearono 
nuovo re Ataulfo, propinquo del re Alarico: e sotto le insegne 
di questo tale ritornarono verso Roma , e quello che v' era ri- 
maso di miglioramento saccheggiarono. E similmente trascor- 
rendo per la Toscana e gli altri paesi vicini, come una contimi . 
tempesta, predando e saccheggiando, passarono in Gallia. E si 
fa il conto che Roma fu occupata da' Goti millecentosessanta- 
quattro anni dopo la sua edificazione, e ottocento anni di poi 
eh' ella era stata presa da' Galli. Placidia figliuola di Teodosio, 
della quale di sopra facemmo menzione , fu data in matrimonio 



LIBRO PRIMO. 33 

al re Ataulfo : e dopo la morte di questo tale , che fu morto da' 
suoi a Barcellona, fu maritata a Costanzo, uomo singolarissi- 
mo; ed ebbe un figliuolo chiamato Valentiniano > il quale, morto 
Onorio, fu poi de' successori nello imperio. 

Dopo a questi tempi, venne Attila re degli Unni ; e con 
tanto terrore quanto alcuno altro innanzi a lui passò in Italia. An.*5t 
Questa nazione degli Unni, come di sopra narrammo, fu di 
Scizia, ed abitò sopra alla palude Meotida, cioè sopra il mare 
della Tana ; e movendosi di questo paese, di luogo in luogo si 
fermò in Ungheria : e in spazio di tempo crebbe la loro poten- 
za; e cresciuta, venne al governo di due fratelli, l'uno chia- 
mato Attila di sopra nominato, l'altro Bleda. Ma Attila, per 
inganno ammazzato Bleda suo fratello, rimase lui solo re di 
quelle nazioni: e in breve tempo aggiunse delle altre, in forma 
che era potentissimo quanto alcuno re che in quelli paesi fosse 
stato innanzi a lui. Aveva sotto di sé genti ferocissime, e lui era 
di natura tanto terribile che pareva nato a terrore del mondo. 
Il perchè non si potendo quietare, si mosse con gran gente, e 
trascorse la Macedonia, la Mesia, la Tracia: e finalmente, pre- 
dando e saccheggiando, passò nella Magna e poi in Francia. 
Ma dubitando che i Goti non si unissero co' Romani a fargli 
resistenza, s' ingegnò d'ingannarli, con dare a intendere a' Goti 
che aveva fatto tanto sforzo per distruggere i Romani, e a' Ro- 
mani per distruggere i Goti. La quale astuzia , conosciuta 
da' Romani e Goti, fu cagione d' unirli insieme e fare ogni ap- 
parato per la loro difensione. E pertanto Teodorico re de' Goti 
ed Ezio patrizio, per commissione di Valentiniano giovane, 
avendo messo insieme tutte le loro genti de' Piomani e Goti , 
passarono in Francia contro ad Attila. Il quale, inteso questa 
loro venuta, molto più che prima cominciò a danneggiare la 
Francia; e tutte le terre che poteva vincere desolava, e le 
chiese ardeva, e senza alcuno riserbo guastava i paesi. Final- 
mente un giorno fecero una grandissima e asprissima batta- 
glia : nella quale si dice esservi morti circa a cento sessanta 
migliaja di persone ; e infra gli altri Teodorico re de' Goti vi 

3 



54 ISTORIA FIORENTINA. 

rimase morto , e Attila con grandissimo suo pericolo fu cacciato 
insino agli alloggiamenti. E così parve che la battaglia rima- 
nesse pari, perocché dalla parte de"' Romani e de' Goti fu morto 
il re Teodorico, e dalla parte di Attila furono cacciati gli Unni 
insieme con lui, come è detto, insino agli alloggiamenti. Attila, 
non molto tempo di poi , tornato in Ungheria e rinnovato 
T esercito , con grande copia di gente passò in Italia : e nella 
An.m prima giunta pose campo ad Aquileja, e fu 1' assedio più 
lungo che non si credeva, perocché durò circa a tre anni. E 
ultimamente stimandosi che il campo per tedio si dovesse leva- 
re, Attila un giorno, cavalcando intorno alla città, vide in su 
torri molto alte certe cicogne che ne traevano i figliuoli : e su- 
bitamente volgendosi a' suoi condottieri , disse loro che si met- 
tessero a ordine a dare la battaglia alla terra, perchè quegli 
uccelli facevano segno di abbandonare la città che aveva a es- 
sere presa. E confortando i suoi, dette si aspra battaglia, che 
infine prese la terra : e ammazzati i cittadini di quella, la desolò 
insino a' fondamenti. Di poi mosse lo esercito, e con grandissi- 
mo terrore prese Vicenza, Verona, Milano, Pavia; e fece una 
miserabile uccisione de' cittadini e prede e rapine , che spaventò 
tutto il resto d'Italia. Il perchè Lione papa, uomo di grande 
santimonia , si mosse per la salute di tutto il resto d' Italia ad 
andare a visitare Attila : e trovatolo appresso il fiume del Men- 
cio ne' suoi campi, il buono pontefice con umili prieghi parlò 
tanto benignamente che , innanzi che si partisse , mitigò la fero- 
cità del vincitore, e di grazia ottenne, che, lasciata Italia, se ne 
tornasse in Ungheria. Ma pensando di poi Attila di fare nuova 
impresa contro allo imperio romano, accadde che disordinò 
tanto in un convito, che andando a dormire, gli si ruppe il 
sangue e senza alcuno rimedio V affogò. 

Dopo questa gente degli Unni, si mosse una nazione chia- 
mata Vandali dalle estreme parti dell' Oceano settentrionale, e 
passando di luogo in luogo , finalmente si fermò in Ungheria : | 
ed è opinione, che due anni innanzi che Roma fosse presa i 
da' Goti, passassero in Francia per secreti conforti di Stilicone. 



LIBRO PRIMO. 35 

Ma stati in Francia alquanti anni , passarono di poi in Spagna 
e in Affrica , e fermaronsi a una città chiamata Ippona , e occu- 
parono Cartagine e alcune altre terre di Barberia. Con questa 
gente Valentiniano imperadore , il quale era succeduto a Ono- 
rio , fece accordo : ma morto Valentiniano da' suoi medesimi , 
e Massimo suo successore avendo violentemente voluta in ma- 
trimonio Eudossia , donna che era stata di Valentiniano , ne 
nacque tanta dissensione, che i Vandali, confortati da Eudossia, 
presero animo di passare in Italia : e sotto le insegne di Gense- 
rico loro re vennero a Roma, e senza alcuno rimedio la pre- 
sero quarantatre anni di poi che ella era stata presa da' Goti. An/o5. 
Non fu calamità alcuna che da loro quella città non patisse : 
presi i cittadini ; spogliata la terra ; arse le chiese , alle quali i 
Goti avevano avuto riguardo. E finalmente carichi di preda , 
con Eudossia, ovvero presa ovvero riscossa, se ne tornarono in 
Affrica. 

Dopo i Goti, Unni e Vandali, e tante afflizioni date a 
questi paesi , seguì nel quarto luogo Odoacre re degli Eruli e 
de' Tarciolinghi : il quale, passato in Italia con grandissimo 
esercito, ruppe Oreste patrizio capitano de' Romani presso al 
fiume del Ticino ; e di poi Augustolo imperadore cacciò dello ao.ws. 
imperio, che l' aveva occupato dopo Maggiorano e Antemio im- 
peradori; e prese Roma e tutta Italia. Contro a costui, che 
aveva già tenuta Italia tredici anni, Zenone, imperadore in 
Oriente, mandò da Costantinopoli un re de' Goti, chiamato Teo- 
dorico, per liberare Italia. Ed era questo Teodorico di quelli An.m 
Goti che erano rimasi ne' primi domicilii sotto il dominio d'At- 
tila; ed era stato appresso a Zenone imperadore, e avuto in 
gran pregio : e accadendo questa ruina d' Italia , fu mandato al 
soccorso, come uomo singolarissimo nel mestiero de V arme. 
Accadde, che passando in Italia, ebbe a fare battaglia con 
Odoacre prima ad Aquileja e poi a Verona : nelle quali otte- 
nendo la vittoria, perseguitò e costrinse Odoacre a rifuggire a 
Ravenna e finalmente darsi alla discrezione sua. Donde ne seguì 
£he, levato questo ostacolo, facilmente racquistò Roma e tutta 



36 ISTORIA FIORENTINA. 

Italia, con grande allegrezza di tutti i popoli. Ma questi principi 
che si dimostrarono lieti, ebbero poi tristissimo fine. Perocché, 
dopo a questa vittoriane terre che egli aveva racquistate, empien- 
dole di moltitudine di Goti, le teneva tanto soggette, che non pa- 
reva loro essere liberate, ma trasferite sotto un dominio più duro 
che non era prima. Dopo molte oppressioni d'Italia, questo Teodo- 

Ao.o24. rico morì a Ravenna, e succedette nel regno Atalarico suo nipote 
dal lato della figliuola : e perchè era ancora fanciullo , ebbe per 
governo Amalasunta sua madre. E dopo Atalarico, venne Teoda- 
so; e dopo Teodaso, Vitige : poi Ildebaldo eElarico, e poi Totila 
crudelissimo di tutti questi re. Ma contro a Teodaso , il quale 
fu il terzo in ordine , Giustiniano a quel tempo imperadore 

àn.535 mandò d'Oriente in Italia Belisario, mosso dalle cagioni che di 
sotto si diranno. Amalasunta figliuola di Teodorico , la quale 
insieme con Atalarico suo figliuolo era succeduta nel regno, 
come di sopra facemmo menzione, dopo la morte d' Atalarico 
elesse in compagnia del regno Teodaso suo consobrino. Questo 
tale, poco grato del beneficio ricevuto, non molto di poi, per 
regnare solo, fece morire la reina nell'isola del lago di Bolsena, 
dove era la stanza e il tesoro regale. Questa cosa fu tanto grave 
e molesta a' Goti, che poco mancò che non fecero una grandis- 
sima sedizione. Ma pubblicandosi lo sdegno loro e la crudelità 
di Teodaso, subitamente Giustiniano imperadore (parendogli 
che fosse venuta una grande occasione di liberare Italia da'Goti), 
mandò Belisario con 1' armata e con 1' esercito in queste parti. 
Il quale posto in terra , innanzi a ogni altra cosa andò a campo 
a Napoli, la quale città partigianamente seguitava 1' amicizia 

ai» 536 de' Goti : e quella espugnata e vinta, fece grande uccisione 
de' Napoletani e de' Goti che nel principio dell' assedio v' erano 
rifuggiti. 

In questo mezzo tempo le genti ragunate da Teodaso e 
mandate contro a Belisario essendo condotte in Campagna, per, 
lo sdegno conceputo della morte della reina, contro del re fe- 
cero sedizione, e crearono nuovo re chiamato Vitige, uomo di 
suprema nobilita e di stirpe regale. Questo nuovo re chiamato 



LIBRO PRIMO. 57 

in questo modo dall'esercito, subitamente, per levarsi din- 
nanzi ogni ostacolo, si tornò in Toscana e in Romagna con tutte 
le genti, e ebbe maniera di fare morire Teodaso : e di poi 
ridotto a Ravenna, tolse per donna una figliuola d'Àmalloa e 
nipote di Teodorico, ed elessela in compagnia del regno. In 
questo mezzo tempo Belisario, rifidandosi nelle discordie de'Goti, An.537. 
condusse 1' esercito presso a Roma ; e di consentimento del 
popolo romano, fu ricevuto nella città. Seguì di poi la guerra 
molto grande e molto varia, perocché Vitige , avendo composte 
le cose sue e ragunato grandissimo esercito , assediò Belisario 
in Roma , e strinse tanto il popolo romano , che con grandissi- 
ma fatica si difese la città. Ma la costanza di Belisario e la sua 
singolare virtù vinse tutte le difficoltà della guerra : e ultima- 
mente , accresciuto Y esercito , uscì di Roma contro a' Goti , e 
passando in Toscana e in Romagna, con una suprema vittoria 
abbattè Vitige; e a Ravenna, preso lui e la sua donna, montò An.sw. 
in acqua, e con grande onore e fama se ne tornò a Costantinopoli. 
Pareva in tutto liberata Italia : e senza dubbio ella era ri- 
masa libera dalle mani de' Goti , se Belisario avesse messo 
alquanto più tempo in stabilire la vittoria. Ma lui con quella 
grandezza d'animo eh' egli aveva vinto i nimici , sprezzando 
quel resto de' Goti che erano in Italia, dette loro cagione di ri- 
farsi dopo la sua partita. Perocché essendo seminati per Italia , 
come intesero Belisario essere tornato a Costantinopoli, presero 
animo , e massimamente quelli che si trovavano di là dal Po ed 
erano stati più lontani dalla guerra. Ragunati adunque e con- 
spirati insieme , crearono un re chiamato Ildebaldo ; di poi un 
altro che si chiamava Elarico : e morti questi tali fra due anni 
per la sedizione de' loro medesimi, fu creato re Tòtila. Il quale, 
raccolto un grande esercito , si volse contro a quelle terre di 
Toscana che per la vittoria di Belisario s'erano ribellate da' Goti : 
e molte ne arse ; e molte ne disfece insino a' fondamenti ; e 
finalmente , essendo feroce di natura e fatto potente , tutta 
Italia, che poco innanzi era stata liberata da Belisario, con 
maggior servitù che prima la sottomise : e infra le altre cose 



38 ISTORIA FIORENTINA. 

dopo ima lunga ossidione prese la città di Roma, e misela in 
preda e in rapina : e disfatto una parte delle mura, tanto in ogni 
luogo desolò , che sono alcuni autori che dicono , che ella stette 
di dì quaranta «vuota in tutto di abitatori. Questa pestilenza 

au 552 tenne Italia circa dieci anni, insino che per Narsete eunuco man- 
dato da Giustiniano fu vinto Totila , e tutta la nazione de' Goti 
fu spenta e distrutta. Questo Totila è quello il quale, per le 
grandi afflizioni date a' popoli, alcuni chiamano flagello di Dio. 
E* fu di generazione goto, ma nato e allevato in Italia: del quale 
ci è paruto dovere dire alcune cose , perchè molti , seguitando 
la fama del volgo, hanno opinioni diverse da quello che abbia- 
mo detto. 

Liberata Italia dal dominio de' Goti, pochi anni di poi so- 

au .557. pravvenne il furore de' Longobardi. Questa nazione dalle estre- 
me parti della Magna insino dal lido dell' Oceano ebbe la sua 
origine : e partendosi dalla loro patria per cercare nuovi paesi, 
sotto il governo di Ibore e Ajone loro capitani, spesse volte i 
Vandali , gli Eruli , Gepidi , e altre genti vicine vinsero nella 
guerra ; e mutando di mano in mano nuove residenze , final- 
mente si fermarono in Ungheria : donde fu opinione che, chia- 
mati da Narsete, venissero in Italia. Perocché dopo la morte 
di Giustiniano , il successore suo Giustino , revocando poco gra- 
tamente Narsete dal governo, si crede lui per grande sdegnosi 
mettesse a chiamare questa nazione alle parti d' Italia. E dicono 
alcuni , che Sofia Augusta donna di Giustino mandò a dire a 
Narsete, che se ne tornasse a casa a filare, perchè egli era 
eunuco ; e che Narsete le mandò a rispondere , eh' egli ordi- 
rebbe una tela che a' dì della vita sua non la fornirebbe di tessere. 
E per queste cagioni pieno d' ira e di sdegno, dicono che non 
restò di sollecitare Alboino re de' Longobardi, che passasse da- 
gli sterili paesi di Ungheria alle ricchezze d'Italia, infino a tanto 
che Alboino, indotto da questi conforti, radunò gran gente non 
solamente della sua , ma ancora circa ventimila Sàssoni e altre 
nazioni feroci : e con moltitudine inestimabile d' uomini, donne 
e fanciulli lungo il lido del mare Adriatico, cioè del golfo, passò 



LIBRO PRIMO. 39 

in Italia. E prestamente scorse perla Lombardia, e con poca 
fatica prese Verona, Vicenza, Milano e piti altre terre vicine che, 
parte per la fame, parte per li grandi danni ricevuti da' Goti, 
erano molto addebolite. Solamente Pavia aspettò la ossidione e 
sostennela tre anni : ma in ultimo, non potendo più reggere, 
venne nelle mani de' Longobardi. Alboino, poi che fu condotto 
in queste parti di qua, visse tre anni e sei mesi : e in questo 
tempo grande parte d' Italia conquistò ; e non si fa dubbio, che 
tutta sarebbe venuta a sua obbedienza, se fosse alquanto più 
vivuto. Ma nel mezzo del corso delle vittorie fu morto per or-An.570. 
dine di Rosmunda sua donna appresso alla città di Verona per 
la cagione che appresso si dirà. Innanzi alla venuta de' Longo- 
bardi in Italia, Alboino faceva guerra con un re de' Gepidi 
chiamato Conemondo; e in una battaglia avendo vinto e morto 
questo re, dopo là vittoria prese per donna una sua figliuola 
chiamata Rosmunda, bellissima di forma. Aveva per consuetu- 
dine Alboino (come in quel tempo si usava appresso a' principi 
della Magna) di bere col teschio ornato di oro e d' argento di 
questo re che egli aveva morto nella zuffa; e ne' dì solenni 
massimamente era consueto di fare questo, ogni volta che Ros- 
munda non era presente. Accadde, che dopo molte prosperità, 
facendo a Verona un solenne convito , si fece portare questo 
teschio dorato alla presenza di Rosmunda: di che la reina, per 
la memoria del padre, grandemente si turbò: e Alboino, che era 
diventato superbo per le vittorie, sdegnato di tale atto, comandò 
che le fosse dato da bere con questo teschio. La reina, occul- 
tando con grande pazienza il suo dolore, si volse al re benigna- 
mente, e disse che quando così gli piaceva, era apparecchiata a 
ubbidire. Ma di poi rivolgendo seco medesima la ingiuria rice- 
vuta , venne in tanto furore , che s' intese e congiurò con due 
soldati, che l'uno era inimico al re, e l'altro era innamorato 
di lei: e secretamente condottili nella camera, uccise Alboino, 
e subito montò in acqua, e pel fiume dell' Adige se ne fuggi a 
Ravenna. I Longobardi, seppellito il corpo del re Alboino, crea- 
rono per loro re Defone, uomo nobilissimo di stirpe e non pari 



40 ISTORIA FIORENTINA. 

ad Alboino di virtù , ma di natura molto più crudele di lui. 

ao. 573. Questo tale morì fra due anni : e di poi i Longobardi stettero 
circa ad anni dieci che non elessero nuovo re, ma sotto il go- 
verno di condottieri e duci seguirono la guerra per Italia: e 
continuamente conquistando, ampliarono il dominio insino a 
Brindisi e a Taranto , riducendo a loro obbedienza quasi tutta 
Italia, eccetto che la città di Roma, la quale non si trova che 
per alcuno tempo venisse nella potestà de' Longobardi. 

Passati i dieci anni, parve loro dovere ritornare al governo 
antico de' re : e cosi fecero di tempo in tempo insino a Desi- 
derio, che fu in Italia 1' ultimo re de' Longobardi. La residenza 
de' Goti era stata alla città di Ravenna: ma i Longobardi la fe- 
cero a Pavia, e la Toscana e la Romagna e V altre regioni d'Ita- 
lia loro sottoposte governarono per le mani de' loro duchi e con- 
dottieri. Trovasi chiaramente, che circa a dugento quattro anni 
tennero i Longobardi la signoria in Italia. Ma in ultimo per 
molte ingiurie che erano fatte da questa nazione a' pontefici e 
alla chiesa romana, Carlo re di Francia (il quale di poi per la 
gloria delle grandi cose fu chiamato Magno) ad istanza di papa 
Adriano passò le Alpi: e dopo alcune vittorie avute contro al re 
Desiderio, e fattolo rifuggire dentro alla città di Pavia, e final- 

An. 774. mente preso lui, la moglie e i figliuoli, liberò Italia dal gravis- 
simo dominio de' Longobardi. Per li quali meriti prima da papa 
Adriano gli fu donato molti singolarissimi privilegi; di poi dal 

An. sco. successore papa Lione fu chiamato Augusto, e datogli il nome 
e la dignità dello imperio : donde pare, die sia proceduta la di- 
visione dello imperio romano che ancora a' nostri tempi dura. 
Perocché altri in Grecia , altri in Gallia e nella Magna hanno 
usato questo titolo e nome dello imperadore romano : della qual 
cosa si conviene alla presente materia darne con brevi parole 
alquanto di notizia. 

Il romano imperio pare che derivasse nel principio, e così 
di poi avesse effetto dal popolo romano : perocché i re che si- 
gnoreggiarono a Roma, non dilatarono tanto il loro dominio che 
si convenisse, chiamarlo imperio. Ma sotto il governo de' consoli 



LIBRO PRIMO. 41 

e dittatori e tribuni della milizia, che furono magistrati a tempo 
della libertà, nacque il nome e 1' effetto dello imperio. Perocché 
avendo i Romani vinta tutta l' Affrica e gran parte dell' Asia in- 
sino di là dall' Armenia e il monte Caucaso ; e in Europa avendo 
domato la Spagna, la Francia, Grecia, Macedonia, Tracia e altre 
province , terminarono i conlini del suo imperio col Reno e col 
Danubio. Oltra di questo i mari e le isole e lidi, dallo stretto del 
mare maggiore insino in Inghilterra, condussero a loro obbe. 
dienza. Questa si ampia e bella signoria fu acquistata per tempo 
di circa a quattrocentosessantacinque anni da un popolo libero: 
il quale non essendo stato vinto da alcune guerre di fuori, nien- 
tedimeno fu oppressato dalle civili discordie e dalle proprie se- 
dizioni di dentro. Di qui cominciarono gì' imperadori : il quale 
nome era stato prima di campi e d' arme : e di poi , come ab- 
biamo detto , essendo nata la guerra fra i cittadini e condotta 
drento dalle mura, fu preso questo titolo quasi come un legit- 
timo magistrato, e una potestà conceduta dalle leggi : ma in fatto 
ella era una certa ed assoluta signoria. Perocché questi tali, ac- 
compagnati da gente armata, con paura e spavento facevano 
servire i cittadini. E benché da questi imperadori la Magna e 
alcune altre province fossero aggiunte allo imperio romano e 
accresciuto alquanto la potenza di fuori, nondimeno per le 
continue uccisioni di drento , fu molto più diminuita. Nel prin- 
cipio uno e non più soleva essere imperadore : ma Nerva , cbe 
fu il duodecimo in ordine da Cesare iVugusto, cominciò a chia- 
mare uno compagno neh' amministrazione dello imperio : per 
1' esempio del quale alle volte in uno medesimo tempo si trova- 
vano due imperadori. Vero è, che nel distribuire il governo, la 
principale autorità si teneva a Roma, insino a tanto che Costan- 
tino trasferì la sedia alla città di Bizanzio : nel qual tempo pare 
che nascesse il principio de' due governi d' imperadori, de' quali 
l'uno in Italia, 1' altro in Oriente pigliasse a governare : ma quasi 
[n gran parte a Costantinopoli s' era ridotto la importanza delle 
cose. Quelli che quivi erano imperadori, spesse volte tirato il 
compagno alla sua intenzione, commettevano il governo d'Italia 



42 ISTORIA FIORENTINA. 

come a loro pareva : e a questo modo venne in consuetudine , 
che quello di là si chiamava orientale, e questo di qua si chia- 
mava occidentale imperio. Ma di poi per la oppressione delle 
nazioni sopradette , l' imperio occidentale mancò : e non fu al- 
cuno di quelli principi o tiranni che pigliasse questo titolo dal 
tempo d'Augustolo, il quale fu vinto da Odoacro, insino a Carlo 
Magno, il quale fu da Leone papa, come dicemmo di sopra, ap- 
pellato imperadore. 

E furono più di trecento anni da Augustolo a Carlo Magno, 
che lo imperio mancò in occidente , come si può vedere per 
computazione di tempi. Perocché Odoacro, vinto ch'egli ebbe 
Augustolo, tenne Italia tredici anni; i Goti, che con Teodorico 
re abbatterono Odoacro , durarono nel dominio circa a sessanta 
anni; seguitò Narsete eunuco, il quale tenne l'amministrazione 
d' Italia alcuni anni; succedettero di poi i Longobardi, che durò 
il loro dominio dugentoquattro anni. Vinti e scacciati che furono 
i Longobardi, insino che Carlo ottenne il nome e la dignità dello 
imperio già dimenticata in Italia , passarono circa a venticinque 
anni. Innanzi a Carlo Magno, benché alle volte due imperadori 
si trovavano a governare in compagnia, nientedimeno erano 
collegati in modo, che l'uno dipendeva dall'altro. Ma poi che 
Carlo fu fatto imperadore, parve che si dividesse quel vincolo e 
consorzio dell' imperio , e che si dividessero ancora gli animi e 
le insegne imperiali. Perocché gì' imperadori innanzi a Carlo 
Magno a una bandiera rossa, che fu la insegna antica del popolo 
romano, aggiunsero un' aquila d' oro. Quelli che succedettero 
poi a Carlo hanno usato di portare una aquila nera, o vogliamo 
dire fosca nel campo giallo : la quale insegna non si trova in al- 
cuno tempo il popolo romano averla usata. Oltre alle predette 
cose fu varia disputa della dignità dello imperio : perchè ad al- 
cuni pareva da osservare l'ordine antico; alcuni altri, come cosa 
più utile, approvavano il nuovo esempio della elezione fatta dal 
papa. Ma e' pare differenza che lo imperadore sia creato dal po- 
polo romano per conforto del papa, o dal papa senza volontà del 
popolo : perocché questo tale officio pare che molto s' appar- 



LIBRO PRIMO. 45 

tenga al popolo romano. Ma in queste simili cose io mi riferisco 
alla ragione canonica e al giudicio di quelli che sono periti in 
quella facoltà. 

Carlo, in qualunque modo eletto, certamente fu uomo 
felice e degno del nome imperiale : e senza alcuno dubbio, 
per la grandezza de' rilevati fatti, e ancora per la eccellenza di 
molte sue singolari virtù, meritò d' essere chiamato Magno. 
Perocché lui fu uomo fortissimo e clementissimo , di somma 
giustizia e non di minore continenza : e alla gloria dell' arte mi- 
litare, che fu in lui singolarissima, aggiunse gli studj e la dot- 
trina delle lettere. Passò in Italia tre volte con gli eserciti: la 
prima quando e' vinse e sottomise Desiderio re de' Longobard 1 
appresso la città di Pavia : la seconda quando e' venne insino a 
Capua contro ad Araiso duca di Benevento: la terza volta quando 
e' restituì papa Lione in Roma, che n' era stato cacciato da' Ro- 
mani: nel qual tempo meritò d'essere appellato imperadore. 
Molte altre guerre fece di grande importanza e contro agli Unni 
e contro a' Sassoni e contro agli Aquitani e altre nazioni; e con- 
tinuamente con grande prosperità o per sé o suoi figliuoli o 
condottieri le condusse a fine. Alcuni de' successori di Carlo, 
tenendo solamente quella parte dove era la residenza de' Lon- 
gobardi (la quale dal nome de' Longobardi s' appella oggi Lom- 
bardia), si fecero chiamare re d' Italia: nel qual numero fu Pi- 
pino figliuolo di Carlo, e Bernardo e Lottieri suoi nepoti, e Lo- 
dovico figliuolo di Lottieri : e di questi sopradetti, Lottieri e Lo- 
dovico furono chiamati non solamente re d'Italia, ma ancora 
imgeradori de' Romani. Furono altri successori di Carlo che, 
prima in Gallia o vogliamo dire in Francia , di poi nella Magna 
quasi di mano in mano governarono lo imperio insino a' tempi 
d'Arnolfo re della Magna, che fu settimo successore di Carlo e 
r ultimo di quel sangue. 

Poi che lo imperio fu ridotto nella Magna, pochi fecero la 
residenza in Italia: ma quando egli accadeva, passavano con gli 
eserciti, e poco tempo ci facevano dimora. Donde nacque, che 
le città d'Italia cominciarono a respirare, e vòlte alla propria 



44 ISTORIA FIORENTINA. 

libertà, piuttosto in nome che in fatto a riverire gì' imperarìori ; 
e quasi per una memoria dell' antica potenza, piuttosto che per 
paura, a riconoscere il titolo dello imperio romano. Quelle città 
adunque, che dalle mani di quelle nazioni barbare erano rimase 
salve, cominciarono in Italia a fiorire e ritornarsi nella prima 
autorità. Ma in Toscana, da quelle prime guerre insino a questi 
tempi che narriamo, molte terre delle principali erano mancate 
e spente. Perocché le città de' Cerretani e de' Tarquinj e Popu- 
lonia e Luni intorno alla marina , molto reputate per lo addie- 
tro; e fra terra la città de' Vejenti, che di sopra narrammo avere 
sostenuto l' assedio de' Romani dieci anni ; e appresso le città 
di Roselle e di Capena e Faleria, in tutto erano distrutte. Chiusi 
e Fiesole erano quasi abbandonate. Ma Firenze, alcuni dicono 
da Attila re degli Unni, alcuni da Totila essere stata disfatta, e 
lungo tempo di poi rifatta da Carlo Magno. Ma noi teniamo per 
cosa certa, che Attila re degli Unni non entrasse mai in Toscana 
e non passasse di qua dal Mincio, il quale fiume esce dal lago 
di Garza e mette in Po. Ed e converso, abbiamo mostro di so- 
pra Totila re de' Goti, passato in Toscana, avere disfatte molte 
città, che da' Goti dopo la vittoria di Belisario s'erano ribellate. 
Questo mi fa credere, che alcuni per la confusione del nome 
abbiano preso Attila in scambio di Totila. E pare cosa credibile, 
che accendesse Y animo di Totila alla disfazione di Firenze non 
solamente la nuova rebellione fatta in Toscana, ma ancora la 
memoria di quella moltitudine de' Goti, che da Stilìcone ap- 
presso questa città sotto le insegne di Radagaso furono vinti e 
morti. Pareva che Firenze, restando in pie, fosse come una in- 
segna di vittoria in vergogna della sua gente, e per questa ca- 
gione si movesse a volerla in tutto desolare. Ma se cosi fosse, 
seguiterebbe che circa a dugento anni, che fu da Totila a Cario 
Magno, che questa città sarebbe stata desolata: per la qual cosa 
pare che sia da pensare, in questo mezzo tempo dove i cittadini 
furono conservati. Perocché non è da credere, che Carlo Magno 
traesse di Roma nuovi abitatori che venissero ad abitare Firen- 
ze: conciosiacosachè Roma aveva ricevuti tanti danni, chepiut- 



LIBRO PRIMO. 45 

tosto aveva bisogno di supplimento per se che ella fosse suffi- 
ciente a darne ad altri. Trovasi ancora circa a questi tempi che 
i Romani, avendo bisogno di rifare la terra d'Ostia, fecero ve- 
nire gente di Sardegna, che la venissero ad abitare. Io certa- 
mente credo, che da Totila molti gran danni e molta uccisione 
de' cittadini fosse fatta in Firenze, e ancora credo che la spo- 
gliasse di mura: ma io non son già d'opinione, che interamente 
fosse disfatta insino a' fondamenti, né in quel mezzo tempo dis- 
abitata. E* si vede l'ornatissimo tempio di San Giovanni, anti- 
camente di Marte, e altri edifìcj , fatti innanzi all' età di Totila , 
restare in pie a' nostri dì, che ci fanno fede la terra di Firenze non 
essere stata desolata né disabitata in tutto. E pertanto io credo 
piuttosto le mura essere state disfatte, e rifatte da Carlo Magno ; 
e la nobilita de' cittadini, che doveva essere seminata per le ca- 
stella del contado, essere stata ridotta nella città; e finalmente 
la terra in varj luoghi piuttosto rinnovata che edificata di nuovo. 
Le città adunque che per la Toscana erano spente, particu- 
larmente abbiamo narrato. E quelle che, dopo tante cose avver- 
se, rimasero in pie d' alcuno nome e reputazione, furono Pisa, 
Firenze, Perugia e Siena. I Pisani erano potenti in mare, ri- 
spetto che quella sola città in Toscana delle terre marittime re- 
stava salva: e Tarquinj e Limi e Populonia erano distrutte. I 
Fiorentini, per la industria e sollecitudine in terra ferma, gran- 
demente si faceano valere ; i Perugini , per la fertilità del paese 
e la opportunità del luogo, s'erano fatti potenti; Siena dallo 
splendore delle famiglie s' era nobilitata, e la distruzione di Ro- 
selle e Populonia città vicine le aveva dato occasione di farsi 
grande. Appresso a questi erano gli Aretini, che di bontà di 
campi e grandezza di territorio passavano quasi tutti gli altri : 
ma perchè gli erano posti tra' Perugini e Fiorentini, due poten- 
tissimi popoli, non avevano facoltà da crescere in potenza. Cor- 
tona stette lungo tempo nella potestà degli Aretini , e insino 
all' età nostra si ricorda essere stata nelle mani loro , e di poi 
ritornata nella sua prima condizione. Appresso i sopradetti, se- 
guitavano per ordine i Lucchesi, Volterrani, Pistojesi, Orvieta- 



46 ISTORIA FIORENTINA. 

ni, Viterbesi: ma i Sutrini, i Nepisini e tutta quella parte di 
Toscana eh' è vicina alla città di Roma , come per la prosperità 
de' Romani, così di poi per l'avversità, vennero in declinazione. 
Queste adunque città degne di memoria, dopo lunghe e varie 
avversità, rimasero salve. Ma di tutte queste che noi abbiamo 
nominate , la potenza de' Perugini è antichissima. Perocché 
questa città e innanzi allo imperio romano fu nominata una 
delle tre principali della Toscana, e all' ultimo ha ritenuto il se- 
condo o il terzo grado della potenza : la quale cosa ne a Chiusi, 
ne a Arezzo , che anticamente furono ancora capi di Toscana , 
è addivenuta. I Pisani non ebbero ab antico una grande potenza 

autorità : ma tutto il loro potere dopo a' tempi di Carlo Magno 
crebbe, e fu molto maggiore per acqua che per terra: e 1' ori- 
gine della terra loro non venne da' nostri, ma da' Greci. Per la 
qual cosa io credo che di qui nascesse, che anticamente essendo 
i Toscani in grande riputazione, questa città non ebbe autorità 
alcuna : ma di poi che furono disfatte le altre terre marittime , 
ebbe facoltà e occasione di farsi grande. La città de' Sanesi es- 
sere nuova dimostrano i confini de' Fiorentini e Aretini antichi 
che vanno insino sotto le mura di Siena : ma di poi è accresciuta 
in splendore e magnificenza in modo, da potere venire in com- 
parazione con le altre grandi città di Toscana. D' Arezzo , di 
Chiusi e di Volterra l' origine è antichissima ; e abbiamo per cosa 
manifesta, eh' elle furono città de' Tirreni : i quali popoli abbia- 
mo dimostro di sopra essere fioriti in Italia innanzi alla guerra 
trojana. Cortona vogliono dire alcuni , che innanzi alla venuta 
de' Tirreni fosse edificata da'Pelasgi; ma che di poi i Tirreni, 
cacciati i Pelasgi, l'abitassero. 1 Viterbesi pare che avessero 
l' origine loro dagli Aretini, secondo la commune opinione del- 
l' uno popolo e dell' altro. 

Ma è da notare, che per i tempi passati fu amicizia e intel- 
ligenza fra queste città communemente, come appresso diremo. 

1 Fiorentini, Perugini e Lucchesi il più delle volte s'intende- 
vano insieme. Credo che la cagione fosse, perchè gli Aretini e 
Pistoiesi tramezzavano i confini, e non v' era commistione di 



LIBRO PRIMO. 47 

territorio, donde spesse volte suole nascere la materia delle di- 
scordie. Appresso, i Sanesi e Pisani, trovandosi divisi da' Volter- 
rani, s'amavano insieme. Ma bene accadeva, che alle volte 
queste intelligenze variavano secondo l'occorrenza delle cose: 
perchè i popoli il più delle volte vanno dietro a' commodi loro. 
E pertanto io credo, che in que' primi tempi che rimasero libere 
dalla oppressione de' barbari, che queste città per paura del 
comraune pericolo, stessero alquanto insieme unite : ma poi 
eh' elle furono assicurate dalle genti esterne e cominciarono a 
crescere in potenza, nacque fra loro V occasione delle discordie. 

Grande materia di guerre e di contese dette loro le divi- 
sioni degl' imperadori e pontefici romani. Imperocché quello 
imperio, che nella persona di Carlo Magno fu fondato per la 
conservazione della chiesa, e finalmente ridotto nella Magna, 
ebbe spesse volte tali successori, che pareva che nessuna altra 
cosa avessero a fare in loro vita se non a perseguitare e scac- 
ciare i pontefici di Roma, in tal forma che donde era derivata 
nel principio la difesa della chiesa, pareva che di poi nascesse la 
persecuzione. Ma le cagioni delle loro discordie erano, che al- 
cune giurisdizioni ecclesiastiche i pontefici volevano mantenere, 
e coloro secondo 1' antica licenza usurpare. I pontefici romani 
con sentenze e scomuniche severamente procedevano contro a 
loro , e le città e principi ammonivano sotto gravissimi pregiu- 
dicj , che non ubbidissero a' loro comandamenti ; gì' imperadori 
in contrario coli' arme si facevano temere : e per queste cagioni 
si trovava varia disposizione d'animi, e chi favoreggiava a questi 
e chi a quelli. 

E vennero tanto innanzi queste concorrenze per Italia, che 
non solamente le città Y una con 1' altra, ma ancora i popoli fra 
le medesime mura erano divisi. In Toscana si fecero due parti: 
V una favoriva i pontefici contro all' imperio; Y altra in contra- 
rio teneva la parte degl' imperadori. Ma quella che era avversa 
allo imperio, communemente si tirava dietro una generazione 
d' uomini che amavano la libertà de' popoli : e pareva loro cosa 
indegna, che i Tedeschi, sotto titolo e nome romano, signoreg- 



45 ISTORIA FIORENTINA. 

glasserò gl'Italiani. L'altra parte erano uomini che, curandosi 
poco dell' antica gloria, piuttosto volevano obbedire a' tramon- 
tani, che vedere signoreggiare i loro proprj del paese. Di qui 
adunque nate le discordie fra le parti, dettero principio di gran- 
dissimi sterminj : perocché le cose pubbliche piuttosto secondo 
le contese e l' appetito delle parti, che secondo il bene e onesto 
si trattavano; e privatamente ogni di crescevano gli odj, e al- 
l'ultimo e in privato e in pubblico procederono tanto avanti, 
eh' egli si condussero all' arme e all' uccisione e distruzione 
delle città. Questa malattia sommamente per la Toscana si ac- 
crebbe, e tirossi dietro grandissimi danni pe' tempi di Federico 
12-25. secondo: e benché il suo avolo, che ancora fu chiamato Fede- 
rico, cacciasse di Pioma il pontefice, e perseguitasse gli amici 
della chiesa , e disfacesse jnsino a' fondamenti la città di Milano, 
e molte afflizioni desse a Parma e a Piacenza, e quattro falsi 
pontefici contro alli veri favoreggiasse ; e di poi Arrigo suo pa- 
dre non con minore acerbità d' animo si portasse, nientedimeno, 
quanto appartiene alle cose di Toscana, Federico secondo fu 
grande principio e cagione delle civili discordie. Questo tale 
d' origine paterna fu di Svevia, che è una parte della Magna, e 
dal lato di madre de' re di Sicilia : e innanzi che fosse eletto 
imperadore, insieme con la madre chiamata Costanza teneva il 
regno di Sicilia, e aveva favore da' pontefici romani. Ma poi 
che, rimosso lo imperadore Ottone, lui fu assunto allo imperio, 
subitamente, seguitando le vestige dell'avolo e del padre, co- 
minciò a perseguitare la chiesa romana, e trentatrè anni che 
regnò, le dette grandissime afflizioni. Perseguitò in questo 
tempo tre pontefici, Onorio, Gregorio e Innocenzo. Ultima- 
mente nel concilio di Lione fu privato del nome regale e della 
dignità dello imperio. E lui dopo molti mancamenti non s' umi- 
liò come 1' avolo , tornando al grembo della chiesa , ma sprez- 
zando concilj e decreti , pertinacemente le cose acquistate ri- 
tenne, e ingegnossi acquistare delle altre. E teneva Sicilia e la 
Puglia per la eredità materna, e accostandosi alla Toscana, 
molto curiosamente s' ingegnò di farsi potente nelle città di 



LIBRO PRIMO. 49 

quella, e abbattere gli avversarj e favorire quelli della parte sua. 
E perchè egli era copioso di figliuoli, pareva che pensasse come 
li potesse lasciare grandi in Italia, cadendo nel commune errore 
degli uomini, che si acconciano nella mente le cose future se- 
condo la vanità degli appetiti loro. Massimamente stimava la- 
sciare a' figliuoli grande fondamento dello stato loro , se in To- 
scana abbattesse le parti avverse, e rilevasse i suoi amici e se- 
guaci. Mosso adunque con questa intenzione, passò in Toscana a. i2;8. 
coll'esercito : e sollevando le parti antiche, e facendo loro spalle 
con le genti, faceva cacciare delle terre le parti contrarie. E 
questo gli fu facile, perchè gli animi erano mal disposti, e molte 
inimicizie di più ragioni vegghiavano fra i cittadini. Nel qual 
tempo drento dalle città molte battaglie, molte arsioni di case, 
molte uccisioni e cacciate di cittadini si fecero : e nientedimeno 
quelli che fuori n' erano mandati, non si quietavano, ma occu- 
pando castella e luoghi vicini, movevano guerra di nuovo, e 
guastando e danneggiando, infestavano quelli di drento. Dava 
Federico continuo favore alla parte sua contro agli avversarj, i 
quali e' chiamava turbatori dello imperio: e ad alcune città pose 
io assedio, e di quelle terre, donde non potè cacciare la parte 
avversa, reputandole mimiche, guastava e metteva a saccomanno 
il paese. E in effetto queste parti , che prima alcune civili con- 
tese per la Toscana avevano esercitate, per la rabbia di Federico 
vennero insino al sangue, alle uccisioni e cacciate de' cittadini 
e distruzioni delle terre. Lui certamente fu tanto crudele in 
queste cose che, avendo preso alcuni della parte contraria, 
mandaloli in Puglia sotto buona guardia , o vero per saziare la 
propria ira , o per gratificare alla parte amica , feca loro trarre gli 
occhi e tagliare i membri, e ultimamente con vari tormenti gli 
fece morire. Ma non passò molto tempo che ri ebbe degna pu- 
nizione, conciosiacosachè lui e i figliuoli perissero tristamente, 
e la parte avversa, che egli aveva tanto perseguitato in Toscana, 
si rilevasse con grande vigore, a distruzione e sterminio della 
generazione sua. 



50 ISTORIA FIORENTINA. 



LIBRO SECONDO. 



Egli è stato necessario dilatare alquanto la storia nel primo 
libro ; perchè non pareva cosa conveniente di trattare dell' ori- 
gine della città con brevissime parole : né si poteva venire alla 
nostra ordinata narrazione , se non mediante la notizia di più 
cose che insino a qui abbiamo scritte. Perocché i principj di 
molte città di Toscana e tutti i loro progressi, e oltre a questo 
la declinazione e divisione dello imperio romano e le cagioni 
delle parti nate tra i popoli d'Italia ci sarebbero state incognite , 
se non si fosse fatto un ordinato discorso di tempi , come ci 
parve necessario di fare nella precedente narrazione. Ma ora 
ordinatamente e col passo più lento seguiremo il resto della 
nostra istoria. 
a .1250. Dopo la morte di Federico, del quale abbiamo detto di sopra, 
il popolo fiorentino, avendo in odio quelli che con le spalle cle- 
gl' imperadori superbamente avevano occupato la repubblica, 
prese animo di ripigliare la libertà e reggere secondo V arbitrio 
popolare: e per questa cagione e di fuori e di drento fece molte 
provvisioni a suo proposito utili e necessarie. Principalmente 
rivocò nella città quella parte eh' era stata cacciata a tempo di 
Federico, e unitosi con quella , abbassò la parte contraria. Di poi 
ordinò, che si creasse per elezione dodici cittadini al principale 
magistrato della repubblica : i quali , per la dignità suprema di 
tutte le altre, volgarmente li chiamarono Anziani. Appresso divi- 
sero tutta la città in sei parti: di ciascuna di quelle facevano gli 
officj e magistrati. Oltre a questo tutta la moltitudine divisa per 
sestieri ordinarono sotto i suoi gonfaloni, acciocché drento 



LIBRO SECONDO. 51 

contro alla nobiltà , e di fuori contro a' nimici fosse del continuo 
uno esercito apparecchiato. Da questi principj si cominciò mira- 
bilmente la città e il popolo a sollevare e accrescere. Imperoc- 
ché gli uomini che innanzi avevano obbedito a' principi delle 
parti ed a' loro seguaci , gustato la dolcezza della libertà, e veduto 
che il popolo era signore di dare gli onori a chi gli pareva, vi- 
gorosamente s'ingegnavano di meritare fra' loro cittadini qualche 
dignità. E in questo modo, pel consiglio e la industria drento, e 
Tarme di fuori, si facevano sentire. 

La prima impresa che fece il popolo fiorentino dopolalibertà* **>i 
recuperata, fu contro a' Pistoiesi, non per appetito di signoria, 
ma per fare utile provvedimento alla conservazione della propria 
libertà. Perocché i Pistoiesi e la parte che teneva con lo impe- 
rio , come innanzi avevano fatto i Fiorentini , così loro in vita 
di Federico cacciarono i loro avversarj. Ma di poi stabilirono lo 
stato loro in forma , che per la morte di Federico non fece alcuna 
mutazione. Trovandosi adunque la parte amica dello imperio in 
istato, ed essendo divulgato per tutta Italia, che Corrado figliuolo 
di Federico con grande esercito veniva dalla Magna a racqui- 
stare il regno paterno, parve al popolo fiorentino molto perico- 
loso, che una città si vicina fosse nella podestà di Corrado e 
de' suoi seguaci : e per questa cagione deliberò di fare ogni forza 
di rimettere gli usciti in Pistoja, e riducere il popolo nella pro- 
pria libertà. E fatta questa deliberazione, subito vi mandò il 
campo contro alla volontà di molti cittadini che tenevano collo 
imperio. Fra' quali furono alcuni capi di quella parte, che poi 
che le bandiere furono tratte fuori, ricusarono di seguitarle. Ma 
perseverando nel proposito gli autori della guerra, vigorosa- 
mente entrarono nel contado di Pistoja. In su' primi confini tro- 
varono riscontro de' nimici: e fatta una grande battaglia, furonc 
tanto superiori , che cacciarono i Pistoiesi con grande uccisione 
insino alle mura della città. Per questa vittoria cresciuto l'animo 
al popolo fiorentino , poi che in Firenze fu ridotto , con spavento 
e con minaccie strinse quelli cittadini, che avevano recusato se- 
guire le bandiere pubbliche,' andarsene in esilio. Questi tali 



52 ISTORIA FIORENTINA. 

ricorsero a' Sanesi e a' Pisani per la conformità della medesima 
parte : e sovvenuti da loro , cominciarono a fare guerra al popolo 
di Firenze, il quale già manifestamente teneva con la parte con- 
traria allo imperio. 

Circa a questo medesimo tempo gli usciti di Arezzo, che 
erano stati cacciati in vita di Federico, impetrarono ajuto 
da' Fiorentini per ritornare nella città: e avevano fatto grande 
ragunata presso al castello della Rondine, e partigianamente fa- 
cevano guerra, a quelli di drento, riddandosi ne' favori de' Fio- 
rentini, i quali si sforzavano di rimetterli in Arezzo , come si 
erano ingegnati per le medesime cagioni di riducere in Pistoja 
gli usciti pistoiesi. In questo anno medesimo si collegarono i 
Fiorentini co' Lucchesi e Samininiatesi , Orvietani e quelli di 
Montalcino, perchè di questi popoli i primi erano contrarj a' Pi- 
sani, e gli altri a' Sanesi. 

Dopo a queste cose , mandarono fuori due volte il campo 
in uno medesimo anno : l' una volta in Mugello, per ovviare 
a* fautori degli usciti che venivano con gran gente ad asse- 
diare il castello di Accianico: la seconda volta a Montojo, 
il quale castello avevano occupato gli usciti, per muovere la 
guerra a quelli di drento. Nell'uno luogo e nell'altro i Fio- 
rentini ottennero la impresa, ma in diversi modi. Perocché 
in Mugello subitamente cacciarono le genti de'nimici: ma il 
castello di Montojo assediarono con una dura e aspra ossidione, 
e finalmente l'ebbero, e disfecionlo insino a' fondamenti. 

In questo medesimo tempo fecero lega co' Genovesi con- 
tro a' Pisani, e con gran vigore di animo si misero in punto a 
fare la impresa della guerra. Queste cose adunque degne di 
memoria troviamo il primo anno essere state fatte dal popolo 
fiorentino, poi che riprese il governo della repubblica. 
1.1252. La seguente state mandarono di nuovo il campo contro 

a'Pistolesi, i quali si erano ridotti a fare difesa drento dalla città: 
e dopo alcune prede fatte per il contado, si fermarono con le 
genti a Tizzano: il qual luogo, perchè era forte di sito , sostenne 
più dì la forza del campo , e finalmente vinto dalle bombarde , si 



LIBRO SECONDO. 55 

dette nelle loro mani. Ma in questo mezzo tempo che il campo 
de' Fiorentini stava a Tizzano , i Pisani uscirono fuori coli' eser- 
cito contro a' Lucchesi, e fecero una zuffa presso a Montctopoli, 
nella quale i Pisani rimasero vincitori, e uccisero e presero 
molti de' Lucchesi. Questa novella poi che fu portata in campo 
a Tizzano, i Fiorentini subitamente mossero le bandiere, e con 
grande celerità soccorrendo alla perdita de' loro confederati, 
giunsero le genti de' Pisani appresso il fiume dell' Era , dove 
prestamente vennero alle mani, e fecero una battaglia tanto aspra 
quanto rade volte si ricordi. Dall' una parte i Pisani animati per 
la vittoria poco innanzi acquistata, dall'altra |)arte i Fiorentini 
d'ira e sdegno accesi, vigorosamente combattevano. Dopo a 
uno hiiiffo fatto d'arme, finalmente i Pisani rimasero rotti, e i 
Fiorentini vincitori: i quali, fatta grande occisione di gente, ne 
menarono de' prigioni circa tremila, e presero alcune bandiere 
delle loro. Ma innanzi a ogni altra cosa ebbero grande letizia, 
per liberare molti prigioni lucchesi, i quali, usciti delle mani 
de' Pisani , subitamente si rivolsero , e presero molti de' nimici 
da' quali innanzi erano stati presi. 

Circa questi medesimi tempi gli usciti di Firenze , sotto 
il governo del conte Guido chiamato Novello, occuparono 
il castello di Figline: e di quindi scorrevano e facevano 
guerra per tutto il contado. Per la qual cosa i Fiorentini, 
ritratte le loro genti a pie e a cavallo di quello di Pisa, 
senza alcuna dilazione le mandarono a campo a Figline Ma in 
questo tempo che durava Y assedio intorno a questo castello , che 
era pure forte e allora assai reputato , si cominciò a praticare la 
pace , e ultimamente si conchiuse con questi patti : che gli usciti 
ritornassero nella città, e il conte Novello ritraesse le genti senza 
alcuno pregiudizio. E queste cose furono osservate: e nientedi- 
meno il castello di Figline fu subito disfatto, e i terrazzani con- 
dotti a Firenze : a' quali certa parte nella città fu consegnata ad 
abitare, e insieme con gli altri cittadini furono ricevuti negli 
officj della repubblica. 

Dopo questa guerra parve a' Fiorentini, prima che riduces- 



M ISTORIA FIORENTINA. 

sero le genti a casa, di dare ajuto agli uomini di Montalcino > 
perchè erano loro collegati , e in quel tempo , per la ossidione 
fatta da' Sanesi, si trovavano in estremo pericolo. E pertanto, 
partiti i Fiorentini dal castello di Figline, passarono coir esercito 
per il contado d'Arezzo, e subitamente andarono a trovare il 
campo de' nimici. La battaglia fu grande, non molto discosto 
dalla terra di Montalcino. All'ultimo i Sanesi rimasero rotti, e 
con gran perdita di gente furono costretti abbandonare l' asse- 
dio. In questo modo i Fiorentini, avendo scacciati i nimici e libe- 
rati gli amici , e in una state in diversi luoghi acquistato diverse 
vittorie, se ne tornarono a casa con le genti. 

a.1253. Ma di poi, venendo il tempo della primavera, ed essendo loro 
cresciuto V animo e la speranza per la prosperità delle cose fatte, 
ragunarono di nuovo l'esercito e andarono a campo alla città di 
Pistoja. E fu tanto l'apparato grande, che i Pistoiesi deliberarono 
di accordarsi col popolo fiorentino : e massimamente perchè non 
si confidavano nelle proprie forze, né speravano d'essere ajutati 
dagli amici. Volendo adunque fuggire 1' estremo pericolo, e do- 
mandando le condizioni dell' accordo, vi fu mandato da Firenze 
Aldobrandino d' Ottobuono , uomo in quel tempo di grande re- 
putazione, e due dottori con pubblica autorità di fare la pace. 
I capitoli furono questi: che i Pistoiesi e Fiorentini s'intendes- 
sero avere insieme per 1' avvenire confederazione e buona ami- 
cizia ; e che gli usciti di Pistoja ritornassero drento, e fossero loro 
restituiti i beni ; e che i prigioni dell' una parte e dell' altra si 
rendessero ; e che i Pistoiesi fossero obbligati fare la guerra a 
tutti i nimici del popolo fiorentino, eccettochè a' Pisani ed 
a' Sanesi. 

Dopo queste cose i Fiorentini , sentendo che gli uomini 
di Montalcino di nuovo erano stretti e oppressati, mandarono 
loro vettovaglie e le genti che facessero la scorta : le quali avendo 
messo drento il bisogno, nel tornare presero alcune castella 
de' nimici e misenle a sacco, e con gran preda se ne tornarono 
a casa. Erano gli animi de' Fiorentini molto infiammati in questa 

a.1254 guerra: e pertanto la seguente state, avendo fatto tanto appa- 



LIBRO SECONDO. 55 

reccbio quanto in alcun altro tempo innanzi, e ragunato un 
grande esercito, passarono nel contado di Siena. Fu la venuta 
loro con tanto terrore che, avendo prese alcune castella presso 
a Siena e predato tutto il paese, i Sanesi domandarono pace. 
E fu loro data da' Fiorentini con queste condizioni : che per 
T avvenire i Sanesi non facessero guerra, né offendessero gli 
uomini di Montalcino, nò dessero alcuno favore a' fumici del 
popolo fiorentino. Subitamente dopo a questa pace, si tirò l'eser- 
cito de' Fiorentini a Poggibonizzi, e senza alcuna repugnanza fu 
dato loro il castello. Passarono di poi in quello di Volterra: la 
quale città era alquanto sospetta al popolo fiorentino, ed era 
opinione che per Y addietro avessero dato sussidio a' Pisani e 
agli altri loro nimici , e appresso era noto , che la parte avversa 
in quello luogo era più potente che gli amici loro. Appressandosi 
adunque a Volterra, e vedendo Y altezza del monte e della terra, 
benché nessuna speranza avessero di poterla vincere, nientedi- 
meno parve loro doversi mostrare d' appresso con le bandiere 
e con le genti : di che segui , che i Volterrani , veduto i nimici 
scorrere presso alla città loro , si misero in punto , e con gran 
moltitudine uscirono fuori, e vigorosamente assaltarono la gente 
de' Fiorentini. La condizione del sito, per il quale i Volterrani 
venivano a essere di sopra e i nostri di sotto, dava loro tanto 
ajuto, che nel primo assalto i Fiorentini furono costretti tirarsi 
alquanto indietro : ma di poi, ricordandosi delle vittorie poco in- 
nanzi avute, fecero forza ancora contro alla natura del luogo di 
ricacciare drento questa moltitudine. E pertanto confortando 
l' uno 1' altro , volsero le bandiere verso il monte : le quali ve- 
dendo venire i Volterrani, contro a ogni loro opinione, comin- 
ciarono alquanto a volersi ritrarre, massimamente perchè non 
avevano né certo ordine né certo capitano : ma inconsiderata- 
mente uscirono fuori. Tirandosi adunque indietro a poco a poco, 
e di poi sopravvenendo Y impeto de' Fiorentini, ognuno quanto 
poteva fuggendo verso la città, furono cacciati insino alle mura. 
Ma in siili' entrare della porta fu tanta la confusione delle genti 
e lo spavento de' Volterrani, che insieme gli amici e nimici en- 



56 ISTORIA FIORENTINA. 

trarono drento. Le fanterie che erano innanzi alle bandiere si 
fermarono alquanto in sulla porta, insino a tanto che venne la 
gente d' arme. Poi che gli stendardi furono drento 5 non fu fatta 
alcuna resistenza : perocché i Volterrani , vedendo presa la città, 
subito posarono V arme, e con ogni sommissione cominciarono 
a domandare grazia a' vincitori. Le donne scapigliate, i sacer- 
doti con le sante reliquie in mano domandarono, che essendosi 
insignoriti della terra, volessero perdonare a' cittadini e alla 
moltitudine innocente: perocché la colpa era di pochi che ave- 
vano eletta la parte contraria al bisogno loro , e a quelli tali si 
conveniva la pena. Dicendo adunque queste parole, fu loro 
facile a impetrare grazia, perocché la nimicizia co' Volterrani 
non era stata molto atroce, ma solamente una diversità delle 
parti ; e il proposito de' Fiorentini era stato dal principio di ri- 
ducere i Volterrani alla loro benevolenza, e ridotti, più presto 
conservarli che distruggerli. E per queste cagioni, poi chele 
genti de' Fiorentini furono condotte drento, non fu violato alcuno 
Volterrano, né tolto de' loro beni. Solamente alcuni, e molto 
pochi, della parte contraria furono cacciati in esilio, e riformata 
la loro repubblica. 

Partironsi di poi le genti de' Fiorentini e passarono nel 
contado eli Pisa. E fu tanto lo spavento de' Pisani, che delibe- 
rarono non fare alcuna pruova di battaglia: ma tirandosi drento 
alle mura, mandarono imbasciadori in campo, e impetrarono 
la pace con capitoli e patti molto onorevoli pel popolo fiorenti- 
no, perocché i Pisani furono costretti lasciare più castella e luo- 
ghi di quelli che tenevano, e a dare gli statichi per osservanza 
delle promesse loro. 

Queste cose furono fatte in una state da' Fiorentini, con 
tanta prosperità delle loro imprese, che quello fu chiamato 
l'anno delle vittorie. Dopo questa pace fatta co' Pisani , se ne 
tornarono le genti d' arme a casa con grande festa e letizia, in 
modo che pareva una similitudine d'uno trionfo. 

E hi quello medesimo anno, crescendo la reputazione del 
popolo fiorentino, parve loro da edificare uno palazzo pubblico, 



LIBRO SECONDO. 57 

dove è al presente l'abitazione del podestà. E pertanto avendo 
comperate e spianate le case eh' erano in quello luogo , fecero 
uno magnifico edificio, e ordinarono le residenze de' consigli e 
de' giudicj : che innanzi a quel tempo i presidenti della città so- 
levano abitare nelle case private , e i consigli del popolo si ragu- 
navano per le chiese. E in questa maniera in uno medesimo 
anno la reputazione della città crebbe di fuori e drento. 

L'anno seguente, non avendo altra materia di guerra, i A . 12^5 
Fiorentini mandarono in ajuto degli Orvietani cavalli cinque- 
cento: e passando queste genti per il contado d'Arezzo, gli 
Aretini della parte guelfa, che per il favore della città di Firenze 
erano ritornati drento , rifidandosi nello ajuto di questa gente 
d'arme che passava, subitamente si levarono e cacciarono la 
parte ghibellina , la quale pe' tempi di Federico aveva governata 
la loro repubblica. E fu opinione, che Guido chiamato Guerra, 
il quale era stato capo di questi cinquecento cavalli, fosse autore 
e confortatore di questa novità : perocché egli era cosa mani- 
festa, che aveva mandato aiuto alla parte amica e messo ter- 
rore alla parte avversa. Questa cosa poi che fu intesa a Firenze, 
benché avessero caro i ghibellini essere stati cacciati ci' Arezzo, 
nientedimeno dubitavano che non si credesse per ordine e 
consiglio della città, contro agli obblighi dalla fede data, essere 
stato fatto questo movimento. Temevano ancora, che a Pistoia 
e a Volterra i ghibellini per simile esempio non pigliassero so- 
spetto, e venissero a far per paura di se qualche rivoluzione 
nella loro città. E pertanto deliberando di rimediare a questo 
inconveniente, mandarono il campo in quello d'Arezzo: e ap- 
pressandosi alla città, parte con minacce e parte con amichevoli 
esortazioni, condussero quelli di drento a rivocare i cittadini 
che ne erano stati cacciati. E in questa maniera avendo compo- 
ste le cose, si rinnovò la lega con gli Aretini per cinque anni: 
e infra gli altri capitoli consentirono gli Aretini, che il rettore, 
il quale erano consueti eleggere forestiere, si chiamasse per 
tre anni della città di Firenze. La quale provvisione si fece 
solo per mantenere la concordia de' cittadini, e la parte che 



58 ISTORIA FIORENTINA. 

s'era ritornata tenerla sicura sotto la fidanza del rettore fio- 
rentino. 11 primo rettore de' Fiorentini che fu chiamato da loro, 
fu messer Tegghiajo cT Aldobrando , cavaliere della casa degli 
Adimari. 

In questo medesimo anno fu rinnovata la lega co' Sa- 
nesi : e gli ambasciadori delle parti s' accozzarono a fare 
la conclusione a San Donato in poggio. Per la parte de' 
Fiorentini furono gli ambasciadori Oddo Altoviti e Iacopo 
Cerretani: per la parte de'Sanesi Berlinghieri e Provinciano 
d' Aldobrando Silvani. Molte convenzioni fecero insieme: e 
infra altre uno capitolo, che ne i Fiorentini agli usciti de'Sa- 
nesi, né i Sanesi a quegli de' Fiorentini, dessero ricetto o favore ; 
e ogni volta che l'ima città richiedesse l'altra, fossero obbligati 
a mandarli via: oltre alle predette cose, che dessero aiuto l'uno 
all'altro a difendere e conservare i luoghi che ciascuno teneva 
sotto il suo dominio. E in questo modo accordati insieme, i Sa- 
nesi e i Fiorentini rimasero in buona pace ed amicizia. 

Per questi tempi ne-'quali il popolo fiorentino si trovava fa- 
moso e reputato, eie cose di qua parevano stabilite e ferme, so- 
pravvenne di verso Puglia nuovi muovimenti, che dettero grande 
alterazione a tutta la Toscana, per le cagioni che appresso diremo. 
Di Federico , del quale di sopra facemmo menzione, erano rimasi 
due figliuoli: l'uno legittimo chiamato Corrado, l'altro non 
legittimo chiamato Manfredi , il quale era nato d' una concubina 
molto nobile. Questo tale Manfredi, perchè era d'ingegno e di 
presenza singolare ed erudito da giovane nell' arti liberali, si ti- 
rava dietro gran favore de' popoli : e Federico suo padre aveva 
dimostrato nella sua vita stimarlo assai ; venendo a morte, 
l'aveva lasciato principe di Taranto. Ma non molto dopo la 
morte di Federico, Corrado suo figliuolo legittimo (al quale si ap- 
parteneva la successione del regno ed ogni sua eredità) si partì 
dalla Magna: e passato l'Alpi pe' confini de' Veneziani e di poi 
per il Golfo, venne in Puglia. E avendo preso il governo del 
reame , cadde in una infermità , nella quale si crede che fosse 
avvelenato dal medico che lo curava, mediante l'opera di Man- 



LIBRO SECONDO. 59 

fredisuo fratello. Morendo adunque questo Corrado, lasciò per 
testamento suo erede e successore Corradino suo figliuolo, che 
in quel tempo , essendo fanciullo , si trovava nella Magna sotto 
il governo della madre; e insino a tanto che fosse venuto in età 
conveniente al governo, lasciò l'amministrazione del regno non 
a Manfredi del quale non si fidava, ma a' congiunti e propinqui 
della moglie: e nelle loro mani volle che fosser consegnate le 
fortezze e l'arme e ogni munizione appartenente alla conserva- 
zione di Corradino. Le quali cose vedendo Manfredi, reputò 
che tutte contro a sé fossero state ordinate : e per questa ca- 
gione si mosse con grande arte a riconciliarsi papa Innocenzo, 
il quale e prima da Federico e poi da Corrado con molte perse- 
cuzioni era stato offeso. Presa adunque la parte della chiesa 
romana, facilmente venne in tanta grazia del papa, che non 
solo fu confermato da lui nel principato di Taranto , ma ancora 
di molti altri titoli e dignità ornato: e furono tanti i suoi favori 
verso della chiesa, che il papa, rifidandosi in quelli, fece entrare 
le sue genti nel reame, e lui ancora passò nel regno : e in breve 
tempo, cacciati i tutori e governatori di Corradino, ogni cosa 
ridusse a sua obbedienza. 

Ma non molto tempo di poi Manfredi venuto in discordia 
col papa, e manifestamente pigliando l'arme, cominciò a 
fare grande apparato di gente appresso alla terra di Luceria ; 
e dall'altra parte le genti della chiesa si mettevano in ordine: 
ed essendo le cose disposte a manifesta guerra, accadde che 
papa Innocenzo si morì a Napoli. La morte del quale repu- 
tando Manfredi in suo beneficio, e che questa gli avesse a dare 
una grande occasione di fare conquisto, cominciò a esten- 
dere le sue forze per il reame di Napoli in tal maniera, che papa 
Alessandro, nuovamente creato sommo pontefice e successore 
d'Innocenzo, abbandonò le cose del regno e con tutta la corte 
se ne venne alla città d'Anania; e subitamente con le genti 
della chiesa mandò contro a Manfredi uno legato , cioè il cardi- 
nale Ottaviano degli Ubaldini: il quale benché avesse una fiorita 
gente, nientedimeno fu tanto inferiore in quella guerra, che 



GO ISTORIA FIORENTINA. 

molti ebbero opinione, che per la parzialità della casa non 
avesse dato favore a Manfredi. Sotto il governo di questo lega- 
to, o per amore o per forza in qualunque modo fosse, certa- 
mente Manfredi si fece nel reame sì potente, che in suo nome 
proprio cominciò a regnare. La prosperità adunque di Manfredi 
e la declinazione del pontefice romano essendo divulgata per la 
Toscana, mosse i Pisani, Sanesi e altri popoli della parte sua a 
fare grande dimostrazione di festa e di letizia, e appresso fece 
loro crescere gli animi a nuove imprese. 
&.im E pertanto nel principio del seguente anno i Pisani, 
sprezzata la lega co' Fiorentini e co' loro confederati poco 
innanzi fatta, mandarono il campo contro a' Lucchesi, e in- 
torno al fiume del Serchio ogni cosa depredarono, e ancora 
ad alcune castella dettero la battaglia. Le quali cose come 
prima vennero a notizia de' Fiorentini, subitamente misero 
in punto le loro genti d'arme: e unite che furono con quelle 
de' Lucchesi, andarono a trovare i urinici, e senza alcuna dila- 
zione fecero una grande e aspra battaglia, nella quale i Pisani 
rimasero rotti , e funne presi circa tremila , e molti nella zuffa 
furono morti, molti ancora nel passare del Serchio annegarono. 
1 vincitori, passato il fiume del Serchio, condussero l'esercito 
insiho appresso alle mura di Pisa, e tutte le circostanze misero a 
sacco: e finalmente tanto terrore dettero a' Pisani, che furono 
costretti a domandare la pace con condizioni molto dure a loro 
e grande vantaggio de' vincitori. Perocché, oltre a' capitoli della 
pace fatta innanzi a questa, consentirono di dare Mutrone con 
tutto il lido del mare, e molte altre castella del loro territorio, 
e finalmente che i Fiorentini fossero esenti nelle terre loro ; e 
per espresso, che i Pisani fossero obbligati a usare i pesi e le 
misure fiorentine : e in questo modo per allora si pose freno al- 
l' impeto de' Pisani. E nientedimeno la fama di Manfredi ogni dì 
crescendo, manteneva la speranza di questi popoli della parte sua. 
Ed era sospizione de' fatti de' Sanesi, in tal maniera che molti- 
plicando ogni dì il rumore degli apparati loro, e dubitando i 
Fiorentini che per questa cagione Poggibonizzi non si ribellasse, 



LIBRO SECONDO. 61 

e massimamente perchè la parte avversa v'era potente, fecero 
uno subito provvedimento di loro gente : e mandatole a Poggi- A.m:. 
bonizzi , gittarono in terra una parte delle mura, e lasciarono il 
castello bene fornito. 

Per questi medesimi tempi e per simili sospizioni, gli 
Aretini si misero a pigliare Tarme: e usciti fuori con tutto 
il loro sforzo, andarono a campo a Cortona, la quale per 
la prosperità di Manfredi , dubitavano che non si levasse a 
fare qualche novità. E benché ella fosse forte di sito e bene 
provveduta di gente che la difendevano, nientedimeno fu tanto 
l'impeto e l'audacia degli Aretini, che di più luoghi entrarono 
drento: e finalmente, combattuti e vinti, i Cortonesi furono co- 
stretti a porre giù l'arme e darsi alla discrezione de' vincitori: 
i quali, ottenuto che ebbero interamente la città, fornirono la 
fortezza che era posta nella sommità della terra di buona guar- 
dia, e dalla parte di sotto la sfasciarono di mura, per torre a' Cor- 
tonesi ogni occasione di ribellarsi. 

In questo tempo che i Fiorentini e i loro collegati fa- A . ]2 :j8 
covano questi provvedimenti di fuori, per ostare a' loro av- 
versar) e alla potenza di Manfredi , nacque drento in Firenze 
una grande sedizione. Perocché quella parte della nobilita, 
che al tempo di Federico era stata potente, sentendo la 
prosperità eli Manfredi , cominciò a venire in speranza e 
fare concetto di tornare in istato. Erano ancora questi tali de- 
siderosi di cose nuove per lo sdegno preso contro al popolo, il 
quale aveva favorito la parte contraria e chiamatola al governo 
della repubblica, e loro n'erano stati schiusi. La speranza adun- 
que e lo sdegno gli stimolava tanto , che cominciarono a confor- 
tare l'uno l'altro e a fare intelligenza insieme, per levarsi la 
ignominia dalle spalle, la quale pareva loro avere ricevuta. E 
per queste cagioni cominciarono a ragunare loro partigiani, e 
mettere diligenza in sentire le nuove di fuori, e ogni giorno af- 
1 forzarsi, in maniera che crescendo il sospetto nel popolo de'loro 
provvedimenti, gli anziani, per rimediare a questo inconvenien- 
te, mandarono per alcuni de' capi: i quali sprezzando i loro co- 



62 ISTORIA FIORENTINA. 

mandamenti, s'afforzarono alle proprie case. E di questi tali fu- 
rono i primi gli Uberti, che per quelli tempi erano potentissimi. 
E fu tanto grave questa disubbidienza a' popolani, nelle mani 
de' quali era il governo della repubblica, che si unirono con 
l'altra parte della nobilita che per loro beneficio era ritornata 
drento, e presero l'arme, e con una grande moltitudine anda- 
rono a combattere le case degli Uberti. Ma loro, dall'altra parte, 
per il sospetto di questi romori essendo bene provvisti, non so- 
lamente con gente armata, ma ancora con sassi e altri ripari ri- 
movevano dalle loro case l'impeto del popolo. E nientedimeno 
crebbe tanto la moltitudine, che non potendo resistere , alla fine 
furono vinti : e alcuni di questa famiglia vi rimasero morti , al- 
cuni ne furono cacciati , alcuni altri furono presi e di poi con- 
dannati a morte. Da questo principio seguì, che l'altre famiglie 
di questa medesima parte , e ancora molti popolani loro segua- 
ci, e in effetto tutti quelli che al tempo di Federico avevano te- 
nuto lo stato, furono cacciati. Siena, che in quel tempo era a 
questa parte favorevole, fu il ricetto di tutti costoro. Ma essendo 
cosa manifesta, che per i capitoli della pace fatta tre anni in- 
nanzi, i Sanesi non potevano ricevere gli usciti di Firenze, de- 
liberarono i Fiorentini mandare due ambasciadori a Siena a la- 
mentarsi di queste ingiurie. L'uno fu Albizzo Trinciavegli , 
l'altro Iacopo di Gherardo, tutti due dottori di legge, acciocché 
avendosi a fare disputa delle condizioni della pace , potessero 
meglio difendere le ragioni della città. Questi tali essendo giunti 
a Siena, domandarono l'osservanza de' capitoli, e in effetto che 
gli usciti di Firenze ne fossero cacciati. Ma i Sanesi, parte mossi 
da' prieghi degli usciti, che con grande istanza domandavano il 
ricetto della terra loro, parte perchè si confidavano nell'amici 
zia di Manfredi , cominciarono a trovare eccezioni , e menare la 
cosa per la lunga. Indegnati adunque i Fiorentini di questi loro 
modi, che manifestamente si comprendevano, fecero delibera- 
zione di rompere con loro : e a questo proposito protestarono 
^259. loro apertamente la guerra. Le quali cose vedendo gli usciti di 
Firenze, e considerando che questo tanto movimento alle loro 



LIBRO SECONDO. 63 

cagioni si faceva, unitamente si volsero a domandare ajutoalre 
Manfredi. E benché innanzi per lettere spesse volte avevano 
chiesto favore, nientedimeno parendo loro che la domanda 
per lettere fosse di poco momento , vi mandarono alcuni amba- 
sciadori, de' quali fu capo messer Farinata cavaliere degli liber- 
ti : e fu data loro commissione libera da tutti gli usciti di fare e 
dire appresso al re Manfredi in quello modo che paresse a loro. 
I Questi tali imbasciadori partirono con grande prestezza: e giunti 
che furono al cospetto del re, e impetrata la udienza, parlarono 
nella forma che appresso si dirà : « Se innanzi a questi tempi , 
» prestantissimo re , noi non avessimo avuto verso la tua mae- 
» sta alcuno vincolo di osservanza e devozione, ma venissimo 
» ora di nuovo alla tua notizia per domandare sussidio e ajuto, 
» ci parrebbe necessario dimostrare quanto fosse utile allo stato 
» tuo di compiacere alle nostre domande. Ma noi, già molto 
» innanzi obbligati al padre tuo e alla tua generosa stirpe , con 
» gran fidanza veniamo alla presenza della tua maestà, già ab 
» antico uomini fedelissimi , ed ora, quando la condizione delle 
» cose umane vuole, così scacciati e abietti. Ma noi diciamo 
* bene innanzi a ogni altra cosa, che noi siamo contenti, che 
» poco ci giovi il vincolo dell' amicizia , se non vi è dentro la 
» manifestissima utilità dello stato tuo. E* non è nessuno che 
» non sappia , che per Italia sono due parti o vogliamo dire due 
» fazioni, l'ima mimicissima, l'altra amicissima alla casa della 
)) maestà tua: ed è noto a ognuno quali siano al presente le 
» condizioni di queste due parti. Senza dubbio, se noi non ci 
» vogliamo ingannare, dopo la morte del serenissimo Federico, 
» della quale senza lacrime non facciamo menzione, e la ritor- 
» nata del pontefice in Italia, gli animi de' nimici sono cre- 
» sciuti senza misura. Perocché non sono contenti essere ritor- 
» nati nelle città, ma ancora si sono vólti a fabbricare cose 
» nuove e fare vendette : e di questo la cacciata nostra ne può 
» essere manifesto esempio. Loro hanno il pontefice romano 
» favorevole, e nel suo ajuto si confidano ; a lui tutti i loro con- 
» sigli e fatti referiscono: e quale sia l'animo suo verso di te, 



64 ISTORIA FIORENTINA. 

» poco tempo innanzi n'hai fatto esperienza, perocché lui dice 

» la giurisdizione del reame appartenersi alla sedia apostolica. 

» Ma dove si contende del regno, quivi non può essere né sta- 

» bile, né sicura pace. I nostri avversarj certamente te e tutta 

» la tua generazione hanno in odio capitale : e molto bene si 

» ricordano quello che da tuo padre e dal tuo avolo e da' tuoi 

» antichi hanno sostenuto. E per questa cagione al presente 

» sono infiammati d'uno ardente appetito di vendetta verso di 

» te: e non pare loro potere stare sicuri, insino a tanto che la 

» tua progenie è loro vicina. Questi tali se la tua maestà cre- 

» desse potere essere grandi in Italia , e a un tratto lo stato tuo 

» essere sicuro, avendo contraria la volontà del pontefice, facil- 

» mente la tua credenza si troverebbe in errore. In qualunque 

» luogo al presente loro crescono in potenza, non dubitare 

» che crescono contro di te e del regno tuo : e in qualunque 

» luogo si fa loro resistenza, si fa in augumento delle cose tue. 

» E non è da dire, che discorrendo per qualunque città, le forze 

» manchino a' nostri, ma piuttosto gli animi loro sono intiepi- 

» diti, per non avere un capo che col suo ajuto e favore li ri- 

» scaldi. Perocché , da te in fuori , non è capo alcuno al quale 

» e' debbano ricorrere per sussidio: e la tua maestà occupata 

« più tempo fa in stabilire il proprio regno, non ha commoda- 

» mente potuto sovvenire a quello che richiedeva la fede loro e 

» il debito della tua generosa stirpe. Ma al presente per tua 

» singolare virtù avendo vinti i tuoi avversarj, e fermato in que- 

» sto regno lo stato tuo e spento il fuoco da casa , piaccia alla 

» tua maestà vigorosamente spegnere quello del vicino , accioc- 

» che, sprezzato da te, non ripigli le forze, e di nuovo sia por- 

» tato a offendere la casa tua. La prudenza, serenissimo re, 

» clie solamente pone rimedio alle cose presenti , è assai leg- 

» gieri. All'uomo savio pare che si convenga considerare molto 

» da lungi, e antivedere quanto si può le cose future. Perocché 

» non è morbo alcuno il quale, poi ch'egli é venuto, si possa 

» cacciare senza lesione del corpo : e per questa cagione è da 

» fare innanzi ogni provvedimento, acciocché non venga. Ma 



LIBRO SECONDO. 65 

» s'egli è luogo alcuno, dove la tua provvidenza sia utile e op- 
» portuna , senza dubbio la Toscana e la città di Firenze pare 
» che la domandino e non si debbano da te lasciare indietro. Il 
» padre tuo , uomo sapientissimo , pensando di stabilire il do- 
» minio de' suoi discendenti e successori , non senza cagione 
» con grande studio e diligenza sempre s'ingegnò avere la To- 
» scana alla sua devozione : perocché vedeva , che tutta la di- 
» fesa di questo reame e la resistenza contro a' pontefici ro- 
» mani dipendeva dallo stato di Toscana. Questa parte d'Italia 
» essendo, si può dire, alle spalle della città di Roma, ogni volta 
» ch'ella è d'accordo teco , pare che nessuno da' confini romani 
» ti possa offendere. Mala città di Firenze essendo, si può dire, 
» presidente di tutta la regione di Toscana , non è dubbio che 
» dove ella si volge, si tira dietro quasi tutto il resto. E tieni 
» per cosa ferma, eh' e' non ti parrà avere alcuna altra terra in 
» Toscana, se principalmente tu non hai questa: e averla facil- 
» mente la puoi, se per il tuo beneficio noi siamo restituiti alla 
» patria nostra. In effetto noi antichi e fedeli amici, i quali di 
» prossimo trovandoci potenti nella patria , siamo stati in tutte 
» le guerre tue e della tua casa osservantissimi, al presente da' 
■ tuoi e nostri inimici scacciati, domandiamo ajuto: il quale, 

• ancora quando non si domandasse e non ci fosse altro se non 

• la cagione della utilità, cel dovrebbe concedere la maestà 
» tua. » 

Avendo fatto fine al loro parlare, s'inchinarono a' pie del 
re: il quale levandoli su, con brievi parole li confortò, e pro- 
mise loro fra pochi dì secondo il parere de' suoi consiglieri fare 
loro risposta. Ma stando in aspetto questi ambasciadori , la cosa 
andava per la lunga, e non si sa di certo quale fosse la cagione. 
Sono alcuni che hanno opinione, che Manfredi, vedendo la 
grande affezione verso la memoria di Federico e di tutta la sua 
casa, avesse alquanto a sospetto questa parte, perocché, lui non 
essendo legittimo, pareva che contro alla volontà de' suoi 
avesse preso il nome regale ; e non era dubbio che fra lui e il 
nipote, quando fosse in età, per quella cagione avrebbe a na- 

5 



66 ISTORIA FIORENTINA. 

scere guerra: donde credono alcuni, che procedesse di farlo 
stare sospeso , e di pensare, se doveva volgere l'animo alla con- 
traria parte, cioè a'guelfì di Toscana, inimici della casa di Fede- 
rico. Alcuni altri stimano, che essendo affaticato nella guerra 
del reame, desiderasse la quiete sua, e non fosse vago di fare 
nuove imprese, che l'avessero a tenere contro a ogni suo pro- 
posito lungamente occupato. In effetto, qual cagione si fosse che 
lo facesse stare ambiguo, non si sa di certo. Ma bene è mani- 
festo, che fu molto inclinato a negare l' ajuto che per quelli tali 
ambasciadori si domandava: e non pareva, che fosse cosa al- 
cuna che tanto lo ritraesse dalla manifesta negativa, quanto la 
vergogna. Finalmente, facendo gli ambasciadori grande istanza, 
fece rispondere loro per uno de' suoi, che benché fosse da molte 
altre cose impedito , nientedimeno era contento per Y antica 
amicizia dare loro una squadra di gente d' arme sotto la sua 
bandiera. La quale risposta poi che gli ambasciadori ebbero in- 
teso, tiratisi da parte, come si costuma, per consigliarsi insieme, 
i più di loro reputando questo piccolo ajuto una cosa ridicola, 
consigliavano che si dovessero partire di subito , e non doves- 
sero pigliare sussidio alcuno da uno ingrato re. Ma messer Fa- 
rinata, del quale di sopra facemmo menzione, uomo prudente e 
di grande animo, disse quello tale consiglio non essere da pi- 
gliare, perocché non si voleva lasciare vincere dallo sdegno, dove 
si cercava l'utilità. « Ma, dieci pure, disse il cavaliere degli Uberti, 
» alcuni de' suoi con la sua bandiera, che certamente gli condu- 
» ceremo in luogo, che se il re Manfredi stimerà punto la sua re- 
» gale degnità, sarà costretto a mandarci molto maggiore ajuto. » 
Accordatisi prestamente tutti gli ambasciadori in questa senten- 
za, con lieta faccia risposero al re, che volentieri accettavano la 
sua offerta, e grazie amplissime gli rendevano. Partironsi di poi 
con una squadra che fu data loro dal re di genti tedesche, e 
a. 1260. continuando il cammino , ritornarono a Siena. 

In questo mezzo tempo i Fiorentini avendo messo in punto 
un bello esercito , entrarono in quello di Siena , e depredarono 
tutto il paese, e alcune castella non molto forti presero : e final- 



LIBRO SECONDO. G7 

mente avendo corso tutto il contado, e non avendo contradizione 
di persona che facesse loro resistenza, posero il campo presso 
alle mura di Siena. Ma i Sanesi si tenevano drento dalle mura, 
perchè non avevano molta gente condotta, né volevano mettere 
il popolo al pericolo della battaglia. Solamente alcune scaramucce 
dalle fanterie e gente d'arme dell'una parte e dell'altra fra il 
campo e la porta si facevano. In questa maniera stando alquanti 
giorni l'ima parte e l'altra, parve agli usciti di Firenze, che 
fosse venuto il tempo di fare esperienza delle genti del re. E 
per questa cagione invitati un giorno tutti quelli Tedeschi a uno 
abbondante convito e copioso di vino, poi che gli ebbero molto 
bene pasciuti, a un tratto, come avevano ordinato, fecero gridare 
all' arme. Gli usciti furono i primi che si misero in punto : e 
ognuno s' offeriva e dimostrava quel dì essere apparecchiato di 
fare una degna ed eccellente prova contro a' nimici. Raguna- 
ronsi tutti prestamente alla porta eh' era verso il campo : la quale 
di subito aperta, i Tedeschi già riscaldati, con la loro squadra, 
non aspettando alcuni altri, arditamente si misero ad andare a 
trovare i nemici : e fu tanto il furore loro , che non sola- 
mente ruppero la prima guardia, ma ancora, passando gli 
steccati del campo, fecero maggiore uccisione che non si con- 
veniva a sì piccolo numero. L' assalto fu improvviso: e i nemici 
stimavano, che tanto ardire non fosse in costoro senza maggiore 
ordine o maggiore consiglio : e per questa cagione tutto il campo 
ebbe gran travaglio, e in alcuni luoghi vituperosamente comin- 
ciarono a fuggire. Ma in ultimo, poi che si vide il piccolo numero 
de' Tedeschi, e che gli altri non seguitavano con tanto ardire a 
fare loro spalle , presero animo ; e una parte del campo si mise 
intorno a' Tedeschi, e una parte si volse contro a' Sanesi e agli 
usciti, e facilmente gli scacciarono verso la porta. I Tedeschi 
trovandosi in mezzo de' nimici , poi che ebbero fatto ogni prova 
e resistenza, finalmente tutti vi rimasero morti: e la bandiera 
del re , eh' egli avevano portato con loro, presa da' Fiorentini, 
parte per 1' odio di quella casa, parte per la letizia della vittoria, 
fu con grande dispregio messa in terra e per tutto il campo ti- 



68 ISTORIA FIORENTINA. 

rata, e finalmente appiccata a rovescio. Dopo questa occisione 
de' Tedeschi, i Fiorentini guelfi stettero alcuni dì col campo sotto 
le mura di Siena , e non uscendo fuori persona, ridussero le loro 
genti a Firenze. 

In questo medesimo anno, che ne restava buona parte della 
state, i Sanesi e gli usciti ghibellini mandarono imbasciadori al 
re Manfredi a dolersi del caso de' Tedeschi e dello strazio fatto 
da' nemici delle cose sue : e appresso commisero loro, che riscal- 
dando T animo del re, con maggiore fidanza che prima doman- 
dassero ajuto. E '1 re Manfredi, parte perchè gli pareva essere 
stato offeso nell'onore, parte perchè gli era dato speranza pre- 
stissima di vendetta , mandò uno suo capitano in Toscana con 
grande numero di gente d' arme, il quale si chiamava Giordano. 
Per la venuta di costoro i Sanesi e gli usciti ghibellini fecero 
sforzo di ragunare loro gente, e richiesero i Pisani e le altre 
città della medesima parte e molti altri nobili a dare ajuto. Tutte 
queste genti si ragunarono a Siena : prima di Tedeschi millecin- 
quecento cavalli , e grande copia di fanteria d' uomini molto vi- 
gorosi e atti alla guerra ; appresso di Sanesi e usciti fiorentini 
e d' ajuti mandati un gran numero di cavalli. Questo apparato 
tanto egregio faceva la parte ghibellina desiderare di fare presto 
esperienza della battaglia , perchè dubitavano , che andando la 
guerra per la lunga, le genti del re, le quali avevano commis- 
sione di stare solamente tre mesi in Toscana, senza fare alcun 
profitto non si partissero. E pertanto, acciocché la cosa più presto 
si studiasse , ordinarono a questo proposito quanto appresso si 
dirà. La terra di Montalcino è posta di là dalla città di Siena, 
assai lontana dal territorio de' Fiorentini. Questo luogo i Sane- 
si, perchè era amico e confederato del popolo di Firenze, deli- 
berarono assediare : e pubblicamente fecero significare a ognuno 
che si mettesse in punto, per andarvi a campo. E tale partito 
prendevano, acciocché i Fiorentini avessero cagione di scostarsi 
da casa, e fossero costretti di sovvenire al pericolo de' colligati, 
Ma i Fiorentini, che da principio avevano veduto il grande appa- 
rato de'nemici, similmente richiedendo amici e collegati , s'erano 



LIBRO SECONDO. 69 

messi a punto. Era fra loro varj pareri di quello fosse da fare. 
Alcuni consigliavano che avendo posto e tenuto il campo presso 
alle mura di Siena, per quello anno si fosse fatto assai, e che si 
dovesse stare contenti senza entrare in altra impresa, ricordando 
quanto egli era pericoloso a discostarsi con le genti da casa e 
andare dietro a* disegni de' nemici. Questa sentenza quanto era 
più sicura , tanto pareva meno onorevole : e nientedimeno agli 
uomini esperti nel mestiero dell' arme piaceva più che le altre. 
In contrario gli anziani erano inclinati al mandare fuori : e a 
questo tale consiglio gli conduceva parte 1' appetito della gloria, 
parte una secreta fallacia e speranza loro data. Perocché occul- 
tamente erano stati mandati a Firenze certi dagli usciti in sul 
pigliare del partito : i quali in secreto appresentandosi agli an- 
ziani ovvero al magistrato, dissero avere cose di grandissima im- 
portanza a rivelare , e che domandavano si desse il giuramento, 
e le cose che dicessero con ogni modo opportuno si tenessero 
celate. Di poi, come s' erano composti con gli usciti, dissero es- 
sere a Siena molti cittadini di nobilissima stirpe, che dispiaceva 
loro la guerra e la discordia di queste città ; ma che tutta questa 
colpa era da imputare a uno Provinciano di Silvano , il quale, 
non come cittadino , ma come signore si governava , e di sua 
propria e privata volontà guidava ogni cosa : favoriva gli usciti, e 
nutriva la guerra, acciocché, essendosi armato d'ajuti esterni, 
avesse occasione di signoreggiare a' cittadini ; V arroganza di 
costui, come cosa intollerabile, i cittadini non potere sopporta- 
re ; e pertanto avere congiurato contro a lui alcuni uomini egre- 
gi, de* quali per fede avere recato lettere e suggellile per questa 
cagione essere stati mandati a significare, che se i Fiorentini 
s' appressassero a Siena a dare loro ajuto , che subitamente pi- 
gerebbero T arme alla distruzione di Provinciano e degli usciti 
di Firenze. Mostrarono ancora, che senza alcuna sospizione si 
potevano avvicinare, sotto colore d'andare in ajuto a' loro colle- 
gati, che pubblicamente aspettavano l'assedio. Oltre alle pre» 
dette cose , manifestando questi tali alcune cose secrete de' ni- 
mica e mescolando le false con le vere, e appresentando alcuni 



70 ISTORIA FIORENTINA. 

suggelli, empierono eli tanta speranza gli uomini poco esperti 
nell'arte militare, quali spesse volte ne' magistrati si trovano, 
che nessun' altri più savj consigli volevano udire : ma presta- 
mente convocato il popolo, pronunziarono, che con tutte le 
genti si dovesse uscire fuori e andare in ajuto de' collegati. Questa 
deliberazione era grata alla moltitudine : ma gli uomini eletti ed 
esperti nell'arme (che in quel tempo n'era gran copia nella 
città), come cosa pericolosa e disutile la riprendevano. Prima 
cominciarono variamente a dolersi tra loro di questo temerario 
partito : di poi, considerando la grandezza del pericolo, parve 
loro di commune sentenza andare al cospetto del magistrato e 
apertamente dirne loro parere. Fu commesso il parlare per tutti 
a messer Tegghiajo d' Aldobrando Adimari, uomo eloquente e 
in quel tempo reputato assai nella città : il quale con grande 
compagnia d' uomini nobili poi che fu condotto alla presenza 
del magistrato, parlò in questa forma : « E' non ci pare di pren- 
» dere scusa, né per vergogna o pigrizia tirarci indietro, di fare 
» l'ufficio debito inverso la patria : e benché non siamo chia- 
» mati, nientedimeno, mossi da carità, daremo il consiglio che 
» al presente ci occorre. Perocché, se le leggi ci comandano, 
» che per la salute commune noi ci mettiamo insino al pericolo 
» della morte, chi è quello che potendo giovare alla sua patria, 
» si debba tirare indietro, per paura di non esser tenuto leggie- 
» ri? E voi ancora, generosissimi anziani, dovete gratamente 
» ricevere quello che da una sincera libertà v' è portato, e mas- 
» simamente trattandosi del bene commune e universale di tut- 
» ti. E 'non è alcuno tanto prudente, che le cose che gli sono 
» note non sieno molte meno che quelle che gli sono incogni- 
» te. E per questa cagione accade, che se noi abbiamo a edifì- 
» care, noi chiamiamo maestri e architetti ; se abbiamo a na- 
» vicare, chiamiamo governatori di navi al consiglio nostro. 
» Ma nella guerra tanto più diligentemente si debbe fare questo, 
» quanto il pericolo si vede esser maggiore. Perocché il danno 
» dell' altre cose pare che sia più leggieri, perchè i mancamenti 
» si possono emendare : gli errori della guerra , oltre alla ver- 



LIBRO SECONDO. 71 

» gogna perpetua, si tirano dietro e ferite e morte e distruzione 

■ delle repubbliche : i quali sono estremi mali che non si pos- 
» sono né correggere ne fuggire. E pertanto in queste cose si 
» debbe maturamente consigliare e diligentemente udire gliuo- 
» mini esperti in simile esercizio. E' sarà forse chi potrebbe 
» dire : Se' tu quello che fai professione della perizia della 
» guerra ? Io non parlo di me, benché le condizioni de' tempi e 
» la cacciata già della nostra famiglia m' abbiano costretto, più 
» lungo tempo ch'io non averei voluto, a esercitare in molti 
» luoghi il mestiero dell' arme. Ma e' sono bene in questa com- 
» pagnia, che voi vedete qui alla presenza vostra, uomini pre- 
» stantissimi e insino dalla loro gioventù nutriti nella milizia,, i 
» quali avendo lunga esperienza di queste cose , ed essendo af- 
» fezionati alla patria , non possono in sì grave pericolo tacere 
» in alcun modo. E perchè sarebbe cosa lunga che ognuno di 
» loro parlasse, han commesso a me, che per tutti vi dica il 
» parere e il consiglio che al presente ci occorre. Le genti 
» de' nimici si sono ragunate a Siena, e mettonsi in punto a an- 
» dare a campo a Montalcino. Voi fate pensiero con tutte le vo- 
» stre forze dare loro soccorso. L' animo e la impresa vostra è 
» grande, essendo il nemico tanto potente. Ma è da vedere, che 
» questa vostra deliberazione non abbia più d'ardire che di pru- 
» denza : perocché, s'egli è il vero che la salute de' nostri colle- 
» gati consista in questa andata, noi ci accordiamo che la di- 
» gnità e la fede, per conservare i nostri confederati, vada in- 

■ nanzi a' nostri pericoli. Ma se la terra loro si può salvare per 
» altra via, e le nostre genti senza grande pericolo non si pos- 
» sono conducere in quelli luoghi, a noi pare che sia da eleggere 
» piuttosto una ferma e indubitata sicurtà, che una pericolosa e 
» ardita pruova. E l' una cosa e Y altra e' ingegneremo di mo- 
» strarvi con evidenti ragioni. I nemici si apparecchiano a asse- 
» diare i nostri collegati. E credete voi, che come e' vi avranno 
» posto il campo, subitamente gli abbiano presi? E' vi sono le 
» mura della terra ; e' vi sono gli argini ; e' vi sono i fossi ; 
» sono posti m sul monte che è fortissimo di sito; e hanno 



72 ISTORIA FIORENTINA. 

» tempo di provvedersi e afforzarsi innanzi. Queste simili cose 

» sogliono essere pericolose quando elle sopravvengono repen- 

» tine, e non quando elle sono antivedute. Voi potreste dire: 

» E' vinceranno questi nostri confederati cori una lunga ossi- 

» dione. Questo pensiero ancora non è da temere, perchè non 

» può riuscire loro. Principalmente, le genti tedesche mandate 

» dal re Manfredi , nelle quali i nemici molto si rifidano , tre 

» mesi soli hanno a stare in Toscana: e questo tempo, come è 

» divulgato per tutto , con gran fatica gli usciti dal re Manfredi 

» poterono ottenere ; ed ènne già consumato la metà, innanzi 

» che sia cominciato Y assedio. E V altre genti, quando queste 

» si partissero , non vi starebbero sicure : ed ècci aggiunto il 

» verno , che prestamente sopravviene , che suole impedire e 

» rompere ogni ossidione. Potete ancora a questo proposito per 

» le castella vicine al territorio de' nemici mandare le vostre 

» genti , acciocché egli abbiano cagione di pensare non meno di 

« guardare le cose loro, che offendere quelle d'altri. E non 

» dubitate punto, che per questo timore o e' non andranno a 

» porre Y assedio a' vostri collegati, come e' disegnano, o vera- 

» mente, se ve lo porranno, presto saranno costretti, come si 

» sentiranno offesi, ritrarre le genti alla difensione loro. E senza 

»> dubbio e' non ci è via alcuna che sia più sicura, né rime- 

» dio più certo de/ nostri confederati che questo : perocché, se 

» voi conducerete il vostro esercito in quelli luoghi , molti pe- 

» ricoli e loro che andranno e voi ancora potete correre. E' ci 

») pare essere certi, secondo le congetture e segni che noi 

» veggiamo , che i nemici non potrebbero avere maggiore desi- 

» derio che di fare esperienza della battaglia : perocché la ver- 

» gogna ricevuta di prossimo e l'appetito del vendicarsi grande- 

» mente gli stimola. Veggono ancora , che se non fanno pruova 

» della battaglia innanzi alla partita delle genti tedesche , che 

» nessuna speranza rimane loro della vittoria. E pertanto, come 

» a loro è utile sollecitare la battaglia , cosi a noi mandarla per 

» la lunga: perocché nello indugio, loro sono atti a perdere 

» degli amici, e noi de'nemici. E non è da dire, che com'egli 



LIBRO SECONDO. 75 

è posto in noi V andare con le genti ne' loro terreni, così sia 
in nostro arbitrio poterci astenere dalla zuffa, perchè quando 
ci troveranno in sul territorio loro , ci sarà necessario appic- 
care il fatto d' arme a loro piacimento. Voi mi potreste dire : 
Hai tu sì poca fidanza nella virtù de' nostri , e tanta paura 
delle genti tedesche ? Io certamente la virtù de' nostri reputo 
essere egregia : e ancora i nemici non mi pajono da sprezza- 
re, perocché avvilire le forze degli avversarj nel pigliare 
de' partiti, non è altro che ingannare sé medesimo. La batta- 
glia è cosa commune, e ogni pruova che se ne fa, è molto 
dubbiosa: le genti de' nemici sono tali, che nessuno uomo sa- 
vio le sprezzerebbe. Eglino avranno le terre e le vettovaglie 
vicine ; combatteranno e riposerannosi a loro posta : i nostri 
né terre né mura avranno per loro refugio, e la provvisione 
delle vettuaglie e la cura de' cariaggi darà loro grande diffi- 
coltà; e dì e notte staranno in pensiero di qualche insulto 
de' nimici, in tal modo che, quando fossero bene di maggiore 
virtù , nientedimeno questi tanti disavvantaggi li metteranno 
in grande confusione. Chi è adunque quello tanto audace, che 
vedendo in brieve tempo di potere disfare il nimico, piuttosto 
accelerando voglia dubbiosi pericoli, che indugiando la vitto- 
ria certa conseguitare? Oltre alle predette cose è da conside- 
rare, che i nemici, prendendo noi il cammino di Montalcino, 
potrebbero volgere tutte le genti verso Firenze. E a questo 
modo lasceremo a loro discrezione il contado e la città spo- 
gliata di ogni ajuto e difesa ; e noi di poi torneremo a soc- 
correre le cose nostre , quando fossero arse le ville e pre- 
dato il paese. E' mi potrebbe essere detto, che sarebbe cosa 
più degna del popolo fiorentino passare colle genti nelle 
terre de* nimici. A me pare , che questa state si sia fatto 
assai, avendo guasto il contado loro, preso delle loro castella, 
posto i campi sotto le mura di Siena, e più volte usciti in 
battaglia a provocarli alla zuffa , e nessuno di loro essere 
uscito fuori a far pruova co' nostri. Finalmente, io sono di 
quelli, che la dignità di questa cosa pongono nella vittoria: 



74 ISTORIA FIORENTINA 

» e dico, che la vittoria, non tanto la celerità quanto lo indu- 
» gio , né tanto Y andare a casa i nemici , quanto guardare i 
» suoi confini, ce l'hanno a fare acquistare. Ma certamente 
» il volere piuttosto mettersi a pericolo che vincere , è cosa 
» stolta. Oltre alle predette cose , molto mi spaventa quello 
» che io non voglio in alcuno modo tacere , benché io non 
» sappia, come da voi abbia a essere ripreso. Voi sapete gli 
» animi de' vostri cittadini e la diversità delle parti. Noi ab- 
» biamo cacciati solamente della città i capi della parte avver- 
» sa ; e il resto del medesimo animo abbiamo drento dalle 
» mura. Vorrei domandare, uscendo fuori con le genti, se è 
» da menare costoro, o da lasciarli a casa. Io per me non sa- 
» prei eleggere vdi questi due quale fosse maggiore pericolo. 
» Perocché, rimanendo, e' possono dare la terra a' nemici : e 
» andando coli' altre genti , non tanto ci avremo a guardare di- 
» nanzi, quanto di dietro. Per queste ragioni adunque, noi sia- 
» mo di parere , che non si debba mandare 1' esercito lontano 
» da casa, né fare alcuna esperienza di battaglia; ma che si 
)> debba armare la nostra gioventù e mandarla a' confini del 
» paese di Siena, acciocché e' si ritengano di andare a campo 
» alla terra de' nostri confederati; o quando e' pure ci an- 
» dassero, sieno costretti ritornare addietro, per rimediare 
» a' danni del paese loro, e ovviare a' pericoli delle proprie 
» cose. » 

Questo fu il parlare di m esser Tegghiajo e il consiglio di 
molti altri cittadini che erano con lui. Ma gli anziani non 
lo udirono molto volentieri , perchè pareva che scoprisse la 
imprudenza loro. Accadde , che infra gli altri degli anziani 
v' era uno chiamato Espedito , uomo feroce , quale alle volte 
la sfrenata libertà suole produrre. Questo tale , parte che mes- 
ser Tegghiajo parlava , pareva che non si potesse contenere : 
e poi che egli ebbe fatto fine al dire , subitamente col volto e 
co' gesti turbato si volse a messer Tegghiajo , e disse : « Guar- 
» da, che la paura non t'inganni. Il nostro magistrato non 
» debbe tanto guardare al tuo spavento, quanto alla sua degni- 



LIBRO SECONDO. 75 

» tà ; e da ora, se V animo per la paura ti manca, noi siamo 
» contenti darti licenza, che tu resti a casa. » A queste parole 
rispose messer Tegghiajo, che non domandava simile licenza, 
ne quando gli fosse conceduta, la vorrebbe usare; ma che si era 
mosso con una sincera fede a ricordare quelle cose che giudi- 
cava essere utili alla sua patria : e da altra parte, in qualunque 
luogo il popolo fiorentino si dirizzasse andare, egli era parato 
arditamente a seguire. Appresso, teneva per cosa certa, che quel 
tale che si arrogantemente s' era volto con le parole a lui, mai 
andrebbe tanto innanzi nella battaglia, quanto era disposto an- 
dare lui. Dopo queste parole, facendo romore gli altri che erano 
in compagnia con messer Tegghiajo, per difendere questa me- 
desima sentenza, il magistrato pose loro silenzio e una pena a 
chi di questa cosa più disputasse. Questa furiosa deliberazione 
del magistrato era molto favorita dal popolo feroce , e già diven- 
tato superbo per le vittorie : il quale, non tanto per il pericolo 
de' confederati o per alcuna speranza di conquista, quanto per 
non essere tenuti timidi da' nemici, si moveva a uscire fuori, e 
desiderava spontaneamente di venire alla battaglia. Fu adunque 
lasciato indietro il migliore e più savio consiglio , e con grande 
ostinazione deliberata V andata ; e furono prestamente gli amici 
e raccomandati del popolo fiorentino richiesti d' ajuto : e solo si 
consultò, se i cittadini che erano avuti a sospetto, per essere te- 
nuti della contraria parte, fossero da menarli in campo o lasciarli 
a casa. E fu giudicato più sicura via il mandarli di compagnia 
con le altre genti d'arme, acciocché, rimanendo nella città, non 
fabbricassero qualche cosa nuova. 

Poi che le genti furono messe in ordine e apparecchiate al 
cammino, si partirono da Firenze, ed entrarono in quello di Sie- 
na, dove una gran gente a cavallo e a pie degli Aretini si con- 
giunse con loro. E' fecero in Arezzo provvedimento, innanzichè 
queste genti si partissero, di mandare fuori tutti quelli della parte 
contraria, e in mentre che 1' esercito stava fuori, una porta sóla 
stesse aperta : donde si comprende, che buona parte del popolo 
aretino uscisse fuori col campo dei Fiorentini. Essendo questo 



76 ISTORIA FIORENTINA. 

esercito de' Fiorentini unito cogli Aretini e Lucchesi e altri col- 
legati , e posto in sul fiume dell' Arbia presso a Siena a quattro 
miglia da quella parte che è volta verso Arezzo, stava attento, se 
alcuno movimento secondo la speranza data si faceva drento 
dalla città. I Sanesi, nella prima venuta di costoro, tenevano le 
genti dentro alle mura : ma non molto di poi si fuggi uno del 
campo de' nostri della parte ghibellina, e andò a trovare gli usci- 
ti, e per loro conforto si condusse alla presenza del popolo : e 
come egli era stato ammaestrato, acciocché la zuffa si appiccasse 
più presto , manifestò la discordia dei cittadini e il timore del 
campo fiorentino, ampliando la cosa in modo, che ognuno , ar- 
mati e disarmati, cominciarono a domandare la battaglia. Era 
capitano di tutte le loro genti Giordano, mandato dal re Manfre- 
di, come di sopra facemmo menzione : il quale, vedendo questa 
volontà e ardore di animi, acciocché fuori non si potesse risen- 
tire cosa alcuna di loro pensieri , fece chiudere le porte , e con 
meno romore che fu possibile, drento dalle mura ordinò le squa- 
dre. E poi che ebbe messo in punto ogni cosa necessaria, che 
non s' aspettava se non il segno della battaglia , fece convocare 
tutta la moltitudine de' Sanesi eh' era apparecchiata neh" arme, 
e vigorosamente li confortò alla zuffa colle parole che appresso 
diremo : « L'ardire vostro e il desiderio della battaglia chiesta, 
» o cittadini sanesi, manifestamente mi dimostra, che voi non 
» avete bisogno d' alcuna esortazione. E nientedimeno, ognuno 
» di voi debba seco medesimo considerare quali sieno quelle. 
» cose di che oggi si combatte : e a questo modo intenderete 
» facilmente quanto vi importa la vittoria. Perocché, non sola- 
» mente della fama e della gloria, che sono bene grandi cose 
» per sé medesime agli uomini forti, ma ancora della patria, 
» della libertà, delle donne e figliuoli, e di tutti i vostri beni, se 
» le debbono rimanere vostre o de' vostri nimici, questo giorno 
» avete a combattere. E potete fare stima, eh' elle sieno poste 
» nel mezzo del campo in luogo commune, e eh' elle abbiano a 
» essere di coloro che più vigorosamente adopereranno l'arme. 
» Ma io vi dico bene, che voi potete avere una ottima e fermis- 



LIBRO SECONDO. 77 

» sima speranza di vittoria, perchè i vostri inimici si sono con- 
» dotti si può dire sotto le porte della vostra città, per vostro or- 
» dine, piuttosto che per loro consiglio. Avete inteso la discor- 
» dia e il sospetto loro. E certamente, se io non m'inganno, 
» essendo loro sprovveduti, e noi bene ordinati, mi confido di 
» darli nelle mani vostre, che ne facciate una memorabile stra- 
» gè. Venite adunque vigorosamente insieme con meco a tro- 
» vare i nemici : e come si conviene alla memoria degli antichi 
» vostri e all' affezione di questa vostra giocondissima patria , 
» prendete la battaglia. » 

Dette queste parole, fece aprire la porta. Le prime squa- 
dre furono delle genti tedesche , alle quali fu comandato dal ca- 
pitano, che con grande terrore assaltassero i nemici. Dopo co- 
storo seguitavano le genti d' arme de' Sanesi insieme con gli 
usciti di Firenze. Le fanterie ordinate sotto le bandiere si misero 
per la via de' colli, e quasi erano mescolate co' cavalli della se- 
conda schiera. I Tedeschi, come del campo dei Fiorentini fu- 
rono veduti, dettero spavento in sulla prima vista : e di poi si 
cominciarono a armare tutte le genti dei Fiorentini, e non molto 
vigorosamente , perchè stimavano che quel dì piuttosto qualche 
scaramuccia che una si gran battaglia si avesse a fare. Ma come 
videro ancora sopravvenire le fanterie , e di mano in mano se- 
guitare altra gente d' arme, conobbero il pensiero de' nemici, e 
grandemente cominciarono a temere, e soprattutto i capitani, che 
sapevano il segreto delle cose già trattate in Firenze. E soprav- 
venendo con celerità le genti nimiche, non ebbero tempo da 
ordinare lo esercito, né confortare i suoi : e per questa cagione 
appresso al campo de' Fiorentini ogni cosa era in disordine. I 
Tedeschi ferocemente assaltarono la prima guardia : e fu tanto 
T impeto loro, che in alcuni luoghi i nostri cominciarono a fug- 
gire ; e avrebbero fatto maggiore perturbazione, se alcune squa- 
dre de' Fiorentini non si fossero fatte incontro a sostenere ardi- 
tamente il loro furioso assalto. Dettero ancora ajuto a sostenere 
quella punta una parte della fanteria, che, mescolata insieme 
co' cavalli , facevano strenuamente Y officio loro. Stette questa 



78 ISTORIA FIORENTINA. 

battaglia sospesa tanto, che le squadre de' Sanesi e degli usciti 
e di tutte le fanterie sopravvennero a dare ajuto a 1 Tedeschi , e 
rinnovare la forza della zuffa in tal modo , che in più luoghi in 
uno medesimo tempo si combatteva. La speranza de' Sanesi era 
maggiore , perchè Y esercito de' Fiorentini non s era messo in 
ordine , né i capitani ne i condottieri avevano potuto confor- 
tare le loro genti, né fare 1' ufficio loro : ognuno a sé medesimo 
senza altro consiglio era capitano e confortatore. E nientedi- 
meno la resistenza si faceva grande dalla parte de' Fiorentini; e 
non meno ferite si dava a 7 nemici che da loro si ricevesse. E 
durò questa cosa insino a tanto che molti della parte ghibellina, 
i quali i Fiorentini avevano menato seco in campo (come di 
sopra facemmo menzione) , ovvero corrotti innanzi oppure allo- 
ra, parendo loro tempo di fare grande nocimento , con untf 
malo esempio si partirono dalle proprie squadre, e andarono dal 
canto de' nemici. E tanto potò in loro la rabbia -e la contesa delle 
parti, che piuttosto vollero lo onore e la degnità della patria dare 
a' nemici, che patire che i cittadini, i quali avevano a odio, aves- 
sero a essere loro superiori. Ma sopra tutti gli altri è da notare 
uno atto scelerato, che usò in quella zuffa uno chiamato Bocca 
degli Abati. Questo era nato di famiglia nobile e di parte con- 
traria : e stando presso a uno generoso cavaliere della famiglia 
de' Pazzi di Firenze, che teneva una bandiera in mano, fece pen- 
siero, non solamente col fuggirsi, ma con qualche atto di mag- 
giore effetto, acquistare la grazia degli usciti. E per questa ca- 
gione, assaltando di dietro questo cavaliere, a uno colpo gli ta- 
gliò la mano, con che teneva la bandiera: e, atterrata quella, di 
cittadino diventò nemico. E fu tanto il disordine e il sospetto 
che venne nel campo de' Fiorentini per questo atto, che le genti 
d* arme a cavallo, non sapendo né di chi si fidare né di chi si 
guardare, si misero in fuga, quasi ritraendosi, piuttosto che scac- 
ciati. Le fanterie, vedendosi abbandonate dalle genti a cavallo, e 
gì' inganni che si facevano in sulla zuffa, s'andarono seminando 
e rifuggendo in quelli luoghi dove si potevano ritrarre a salva- 
mento, in tal maniera che non si faceva fatti d' arme in parte 



LIBRO SECONDO. 79 

alcuna se non intorno agli stendardi. Era uno carro molto egre- 
giamente ornato , in sul quale si portavano in su una lancia le 
bandiere del popolo di Firenze. Questo tale carro una gente eletta 
di Fiorentini presero a difendere : e per l' affezione e gloria della 
patria, non volevano consentire, che le loro insegne venissero 
senza sangue nelle mani de' nimici ; rna confortavano Y uno 
l'altro alla difesa di quello carro e delle bandiere, che in tante 
guerre per il tempo passato erano state vittoriose. Ricordavano 
ancora l' uno all' altro , che non volessero fare vergogna al no- 
me fiorentino, e che molto meglio era morire per la patria, che 
sopravvivere con tanta infamia. Per queste esortazioni, la gente 
più eletta si moveva a fare ogni pruova intorno alle bandiere. 
Molti, abbracciato le cornici o vogliamo dire le sponde del carro, 
quasi come coloro che si trovavano nelle cose estreme, le ba- 
ciavano : e già erano 1' altre genti de' Fiorentini discacciate e 
rotte, quando intorno al carro vigorosamente si faceva resistenza. 
E durò questa punta insino a tanto che i nemici con tutte le genti 
si misero a circondare questi difensori delle bandiere : e fatto 
prima grande forza, finalmente tutti li uccisero. E si dice, che 
più di tre mila uomini fu morti in questa zuffa, e circa di quat- 
tro mila ne furono presi. I Sanesi, poi che ebbero acquistati i 
campi e tutti i cariaggi, e posto fine di perseguitare la gente 
rotta, con tutti i prigioni e con le spoglie de' nimici se ne tor- 
narono in Siena. 

Questa rotta, poi che fu udita a Firenze, mise la città in 
uno grandissimo timore e spavento. Era pubblicamente una 
significazione di mestizia, e privatamente doglienze e lamenti 
per le case di ciascuno. E come pare ch'egli intervenga, 
che il male si stima essere maggiore, i vivi insieme co' morti 
erano pianti. Le donne pubblicamente chi i figliuoli e chi j 
padri e chi i fratelli, come se fossero morti nel cospetto loro, 
chiamavano. E quelli che ritornavano dalla rotta che erano 
scampati, col volto e cogli occhi facevano significazione di 
grande dolore , e apertamente dicevano , che non era da con- 
dolersi di chi era morto per la patria nella battaglia, ma di co- 



80 ISTORIA FIORENTINA. 

loro che erano rimasti vivi: perocché que'tali gloriosamente 
per la patria avevano finita la loro vita, e loro erano rimasti 
scherno e ludibrio de'nimici. Poi che ebbero posto fine a questi 
lamenti , cominciarono a pensare in che luogo rimaneva lo stato 
loro : e non facevano dubbio , che gli usciti coir esercito vinci- 
tore avrebbero a venire, e crudelmente usare la vittoria. Avevano 
ancora sospetto, che qualche inganno non si facesse nella città, 
come nel campo poco innanzi s' era fatto : perocché la plebe fa- 
cilmente muta T animo , quando si mutano le cose , e i cittadini 
della parte contraria, de' quali n' era rimasti alcuni drento, 
facevano segno di qualche muovimento. Mossi adunque da queste 
cagioni, deliberarono abbandonare la città, e giudicarono essere 
più sicuro andarsene che rimanere a discrezione. E pertanto si 
ebbe di nuovo in simile caso a rinnovare il dolore e lamenta- 
zioni per tutta la terra , ricordandosi che lasciavano la patria e 
tutte le altre cose che agli uomini sogliono essere carissime. 
Tutti quelli adunque che erano uomini di pregio, e avevano 
sospetto di essere maltrattati dalla contraria parte , e stimavano 
non potere avere rimedio con gli avversari, si partirono. E molti 
con le donne e co' figliuoli se n' andarono a Lucca, e molti altri 
a Bologna : e neh" una città e neh 1 ' altra amichevolmente furono 
ricevuti. 

Io so, che sono molti, che il partito di questi tali, come cosa 
imprudente e timida, riprendono, perchè innanzi alla venuta 
de' nimici una tanta e sì forte città senza alcuna pruova di bat- 
taglia abbandonarono , parendo loro che alquanto tempo si do- 
vevano tenere, e che ogni dì poteva nascere qualche rimedio 
non sperato per il salvamento loro. Ma io sono di quelli, che 
tanti uomini famosi , de' quali i rilevati fatti poi per tutta Italia 
furon noti , non giudicherei né vili né imprudenti ; e piuttosto 
attribuirei questa colpa alla condizione de' tempi, la quale non 
è nota a chi tale cosa riprende. Perocché egli è da considerare, 
che essendo riscaldati gli animi delle parti , i cittadini più ripu- 
tati e principali s' erano divisi ; ma la plebe , come ambigua e 
incerta, non era più data all'una parte che all'altra: sempre 



LIBRO SECONDO. 81 

seguitava i vincitori , e non meno gli usciti che quelli di drento 
riputava suoi cittadini. E se fosse stata questa contesa co'nimici 
esterni e non co' propri cittadini, non è dubbio che il pericolo 
commune della plebe e de' cittadini eletti e reputati , avrebbe 
unito ognuno insieme alla difesa della patria. Ma la ritornata 
degli usciti, come all'altra parte il pericolo grande, così nes- 
suno alla plebe recava, perchè pareva loro, che la terra non 
venisse nella potestà de' nimici , ma ritornasse nelle mani de' 
loro cittadini. E pertanto, a quelli che erano reputati principali 
della parte guelfa, aspettare i loro avversari e rinchiudersi drento 
dalle mura, non era altro che offerirsi a una manifestissima 
morte : ma partirsi a salvamento e riserbarsi a migliore speran- 
za, pareva che fosse non solamente prudente, ma ancora ani- 
moso consiglio. 

Gli usciti , poi che furono soprastati alcuno di per 
dividere la preda, si partirono da Siena, e con grande gente 
a pie e a cavallo vennero a Firenze. E non trovando alcuna re- 
sistenza, entrarono dentro a' dì XV11 di settembre, che a' dì 
quattro di settembre detto avevano fatto la battaglia in suH'Àrbia 
negli anni della cristiana salute MCCLX. In questo tempo venne A . 
la città a mutare stato, e terminare la potenza del popolo, che 
dieci anni dopo la morte. di Federico, con grande acquisto di 
glorie e di vittorie, aveva governata la repubblica, in nessuna 
cosa degno di riprensione, se non della troppa ferocità e audacia. 

E dopo a queste cose, si cominciò a governare la città, non 
secondo la libertà del popolo, ma in nome del re Manfredi. Fu 
data T autorità dentro dalla terra al conte Guido chiamato No- 
vello ; e Giordano era capitano della guerra ; e la condotta delle 
genti tedesche si pagava de' danari del popolo fiorentino. I cit- 
tadini che erano rimasi dentro furono costretti a giurare fedeltà 
al re Manfredi : i beni ancora de' cittadini che si erano fuggiti 
si pubblicarono, e le loro case e fortezze di fuori e drento 
furono desolate. Appresso, quegli che erano ritornati manda- 
rono ambasciadori al re Manfredi a rendergli grazie, che per 
sua opera erano stati restituiti nella patria: aggiunsero ancora 

6 



82 ISTORIA FIORENTINA. 

lodi amplissime di Giordano capitano e di tutte le genti tedesche 
che avevano fatta la guerra insieme con lui ; e in ultimo doman- 
darono, che si dovesse consentire, che questo capitano insieme 
con le genti d' arme restasse in Toscana oltre al termine che 
gli era stato assegnato. 

Circa a questi tempi si faceva un' aspra guerra in quello 
d'Arezzo, perchè gli Aretini che dalla battaglia dell'Àrbia s'erano 
ritratti a salvamento , benché vedessero la mina dello stato loro, 
nientedimeno deliberarono di fare ogni pruova di tenersi e con- 
servarsi drento; e massimamente, perchè si rifidavano nel sito 
della città, la quale pareva loro potere difendere, e neh" abbon- 
danza delle vittuvaglie, che n'era la terra molto bene fornita. 
E pertanto, cacciati che ebbero della città quelli che vi restavano 
della parte contraria, afforzarono la terra, riparando le mura, 
cavando i fossi , aggiugnendo steccati, e provvedendo di altre 
cose necessarie a tale difesa: e per maggiore diligenza, ordina- 
rono dodici cittadini, i quali insieme col magistrato loro ogni dì 
ricercassero la terra e provvedessero alle cose necessarie. Ma 
ili contrario gli avversari loro eh' erano stati cacciati , avendo 
aiuto da' Sanesi e Fiorentini , avevano occupate le castella vici- 
ne, e ogni dì con grande terrore correvano insino alle mura, e 
facevano aspre zuffe con quelli di drento. Queste sono le cose 
che neh" anno della battaglia dell' Arbia furono fatte. 
a. i26i. Nel principio del seguente anno gli ambasciadori , tornati 
dal re Manfredi, riferirono tutte le altre cose essere state gra- 
tissime alla sua maestà, eccetto quello che si domandava di 
Giordano capitano delle sue genti : perocché non avevano potuto 
impetrare, che soprastesse in Toscana oltre al tempo che gli 
era ordinato, se non pochi mesi. E pertanto, conosciuto aperta- 
mente la volontà del re , parve loro , innanzi alla partita di questo 
capitano , che si dovessero ragunare insieme tutti i principali e 
capi della parte loro , e di commune consiglio deliberare degli 
stati di Toscana. E il luo«;o commodo a tutte le città che ave- 
vano a intervenire in questi consigli e a mandare loro ambascia- 
dori, parve da eleggere Empoli. In questo luogo, poi che gli 



LIBRO SECONDO. 83 

ambasciadori delle comunità e molti della parte ghibellina furono 
ragunati, si propose la volontà del re, e come la partita di 
Giordano era necessaria; e domandossi consiglio di quello fosse 
da fare. Le sentenze furono varie secondo Y animo e V appetito 
di ciascuno che consigliava. E nientedimeno uno parlare e una 
voce era di tutti , che di nessuno luogo tanto pericolo poteva 
alla parte loro pervenire, quanto dalla città di Firenze, perchè 
quella città in Toscana era capo della parte guelfa; ed era da 
credere, che gli usciti di quella non s'avrebbero a quietare, e 
che la plebe e la moltitudine piuttosto teneva con la parte di 
fuori; e dopo la morte di Federico s'erano ribellati da' gover- 
natori della città , e richiamati gli usciti della parte guelfa : e 
pertanto, s'egli accadesse, che per alcuna cagione avessero a 
ritornare in Firenze, sarebbero atti a turbare ogni cosa; e che 
egli era necessario , che se volevano tutti gli altri essere salvi e 
la parte ghibellina in ogni tempo essere superiore, e non sola- 
mente loro ma ancora i figliuoli liberare da ogni pericolo, bisogna- 
va disfare e desolare la città di Firenze : perocché la sua ruina spe- 
gnerebbe in tutto ogni vigore della parte guelfa ; e cosi in contra- 
rio, stando ferma quella città, verrebbe ancora tempo che la parte 
guelfa risorgerebbe, e farebbe distruzione della parte de' ghibel- 
lini. Questo era il parere degli ambasciadori pisani e sanesi: e 
quasi tutti gli altri che si trovavano in questa raunata, andavano a 
questa medesima via. Consentivano^ancora molti nobili fiorentini, 
che nel contado di Firenze tenevano alcune castella e fortezze, e 
stimavano per la ruina di Firenze potere accrescere la potenza 
loro. Finalmente questa sentenza sarebbe ita innanzi, se messer 
Farinata non avesse sostenuto l' impeto di tutti. Per costui solo 
in quello tempo fu conservata e mantenuta la patria : perocché, 
inclinati quasi tutti in quella sentenza, e non facendo alcuno di 
loro segno di volere contradire, messer Farinata si levò con uno 
grave e sdegnato volto ; e fatto silenzio da ognuno per la sua de. 
griità, parlò nel modo che appresso diremo : « Io non stimai, 
» che dopo alla battaglia dell' Arbia e dopo una tanta e sì rile- 
» vata vittoria, m'avessi a dolere d' essere rimaso in vita. Ora 



84 ISTORIA FIORENTINA. 

» grandemente mi dolgo , che io non sono morto nella batta- 
» glia. E veramente e' non è cosa alcuna umana che si possa 
» dire stabile e ferma : e molte volte accade, che quello che noi 
» crederemo essere giocondo , è di poi molesto e pieno di do- 
» lore e angustia. E non è abbastanza di vincere nella battaglia, 
» ma molto importa in compagnia di chi tu vinci. La ingiuria 
» più pazientemente dall'avversario che dal compagno e colle- 
» gato si sopporta. Questa doglienza non fo al presente, perchè 
» io tema della mina della mia patria : perocché quella, in qua- 
» lunque modo la cosa passi, mentre eh' io sarò vivo, non sarà 
» distrutta. Ma bene mi lamento, e con grande indegnazione mi 
» dolgo delle sentenze eli coloro che hanno parlato innanzi a 
» me. E' pare appunto, che noi ci siamo ragunati in questo 
» luogo per consultare, se la città di Firenze si debba disfare o 
» lasciarla nella condizione eh' ella si trova, e non a fine di pen- 
» sare in che modo insieme con le altre si possa mantenere 
» nello stato della parte amica. Io non ho apparato 1' arte ora- 
» toria , ne gli ornamenti del parlare , come coloro che hanno 
» detto innanzi a me ; ma secondo il volgare proverbio, io parlo 
» come io so, e apertamente dico quello che ho in animo. E 
» pertanto io affermo , che non solamente la città mia , ma an- 
» cora me e i miei cittadini reputerei troppo miseri e abietti, se 
» a voi stesse il disfare o non disfare la nostra patria. E certa- 
» mente voi non lo potete fare, e non è posto in vostro arbi- 
» trio : perocché noi con ragioni eguali siamo venuti nella vo- 
» stra lega : e appresso , la nostra confederazione, non per dis- 
» fare le città , ma per conservarle è stata fatta. Le vostre sen- 
» tenze adunque non so , se sono da essere reputate o più vane 
» o più crudeli : ma e' si può dire Y uno e Y altro , conciossiaco- 
» sachè prima confortino quello che non è posto in vostro ar- 
» bitrio ; appresso , non dimostrino altro che una somma cru- 
» delità e uno acerbissimo odio inverso de' vostri collegati. E* 
» pareva cosa più tollerabile , essendo tutti convocati per la sa- 
» Iute commune, porre da parte gli odii e le inimicizie antiche, 
» e non cercare sotto quesito colore la destruzione di altri. Ma 



LIBRO SECONDO. 85 

egli interviene, che chi consiglia con odio , sempre consiglia 
male: e chi desidera di nuocere al compagno, non cerca 
1' utilità commune. Io vorrei domandare voi : Che è quello 
che avete in odio ? S' egli è la terra di Firenze, vorrei sapere 
che male hanno fatto le case e le mura ? Se sono gli uomini, 
vorrei sapere, se sono gli usciti, o noi che vi siamo drento. Se 
siamo noi, certamente questo errore è nostro, che ci siamo 
intesi co' nimici, stimando che fossero amici e collegati. Ma 
la vostra è ben grande iniquità, che fingete d' essere amici e 
fate con noi confederazione , e da altra parte avete gli animi 
di nimici. Se gli usciti sono quelli che piuttosto che noi avete 
a odio , per che cagione perseguitate voi la terra e le mura 
che sono contradiloro, e per loro offesa e non difesa? E per- 
tanto, ogni volta che voi pensate della distruzione di quella, 
non contro a' vostri nimici, ma contro a' vostri confederati 
tornano questi vostri pensieri. Voi potreste dire : Firenze è 
capo della parte guelfa. E si risponde, ch'ella era quando 
e' tenevano la città : ma ora eh' ella si tiene per noi, quale è 
la cagione eh' ella si dice essere più della parte de' guelfi che 
de' ghibellini? perocché le mura e le torri sono secondo gli abi- 
tatori di quelle. Ancora mi potrebbe essere detto : Il popolo e 
la moltitudine tiene con la parte contraria. A questo si rispon- 
de , che nella battaglia fatta di prossimo al fiume dell' Arbia , 
si vide per esperienza, che buona parte de' cittadini si fuggì, 
dal canto nostro : donde si dimostra, che il popolo piuttosto 
con noi tiene, che co' nostri avversari. Appresso , si può fa- 
cilmente giudicare, che gli avversari nostri, abbandonando di 
loro propria volontà la terra di Firenze, che non si rifidavano 
nel popolo di drento, ch'era fautore della parte nostra: ma di- 
ciamo, che la moltitudine che tiene con la parte nostra, per 
le ragioni assegnate ci sia a sospetto* Noi che abbiamo vinto, 
non meritiamo d' essere a sospetto o ributtati : e voi avete 
trovato per rimedio, che la nostra città, la quale non è infe- 
riore ad alcuna delle altre di Toscana, per questo sospetto sia 
disfatta. Chi è quello che dia uno consiglio di questa qualità? 



86 ISTORIA FIORENTINA. 

» Chi è quello che abbia ardire uno odio conceputo nell' animo 
» con la voce si apertamente dimostrare ? E pare a voi cosa con- 
» veniente, che le vostre città si conservino , e la nostra sia di. 
» strutta ; e voi vi troviate con grande prosperità nelle vostre 
» patrie , e noi, che insieme abbiamo acquistato la vittoria, in 
» scambio del nostro esilio , ci sia retribuito la distruzione della 
» nostra patria, più acerba e più dolente della cacciata nostra? 
» Ma è alcuno di voi , che mi reputi tanto vile , eh' io abbia a 
» restare paziente , non dico a vedere questo , ma solamente a 
» udirlo ? Se io ho portato Y arme e perseguitato i miei nemici, 
» da altra parte io ho sempre amata la mia patria. E non patirò 
» mai che quella, che gli avversari conservavano, sia per me 
» distrutta : né consentirò, che i secoli futuri abbiano a chia- 
» mare i nostri avversari conservatori, e me distruttore della 
» patria. Non sarebbe cosa alcuna di maggiore infamia che 
» questa, ne cosa più vile, che per paura che non sia ricetto 
» de' nemici, disfare la terra tua. Ma che vo io moltiplicando in 
» parole? Finalmente esca di me una voce degna. Io dico, che 
» se del numero de' Fiorentini non fossi se non io solo , non 
» patirò mai che la mia patria sia disfatta : e se mille volte biso- 
» gnasse morire per questo, mille volte sono apparecchiato alla 
» morte. » Avendo fatto fine al parlare suo, di subito uscì di 
consiglio. Ed era tanta l'autorità del prefato messer Farinata, 
che mosse gli animi di tutti gli uditori ; e massimamente per- 
chè era cosa manifesta , che per uno solo della parte ghibellina 
non v' era uomo più eccellente e di più reputazione : e dubita- 
vano tutti, che questo sdegno che egli aveva preso, non avesse 
a fare grandissimo danno alla causa commune della parte loro. 
E pertanto fu prestamente sopito questo ragionamento de' fattj 
di Firenze , e data commissione a alcuni uomini di pregio , che 
con buone parole riducessero messer Farinata nel consiglio. E' 
fu d' animo molto elevato e vólto continuamente a cose grandi ; 
e nientedimeno contro a' suoi avversari fu più aspro che a una 
civile modestia non si conveniva. Ma in questo atto di liberare 
la patria da tanto pericolo, sarebbe sommamente da commenda- 



LIBRO SECONDO. 87 

re, s' egli medesimo non fosse stato cagione che m quello peri- 
colo ella venisse. Tornati questi tali in consiglio, e posto da canto 
ogni contenzione , la quale pareva nociva alle parti , deliberaro- 
no, che oltre alle genti d'arme che ogni terra per se medesima 
aveva, si conducesse ancora mille cavalli a commune spesa di 
tutte quelle città, e capitano generale si facesse il conte Novello. 

Dopo queste deliberazioni, ognuno se ne ritornò alle terre 
sue, e Giordano prese licenza, e tornossi al re Manfredi, come 
gli era stato comandato. Il conte Novello, essendo capitano ge- 
nerale della guerra di tutte queste città, che erano governate dalla 
parte ghibellina, non molto di poi fece ragunare le genti dipu- 
tate a sua obbedienza, e entrò ne' confini de' Lucchesi, i quali 
si reggevano per la parte guelfa, e avevano dato ricetto agli usciti 
di Firenze : e discorrendo per il contado loro , prese alcune ca- 
stella, e finalmente con tutto V esercito pose campo a Fucecchio. 
Era in quel tempo Fucecchio molto nominato : e drento vi si 
trovava degli usciti fiorentini, che insieme cogli uomini della 
terra vigorosamente difendevano quello luogo ; e il conte No- 
vello, perseverando nello assedio, vi piantò le bombarde: ma es- 
sendo il luogo paduloso, poi che vi fu stato circa uno mese, fu 
costretto levarne il campo. 

Circa questo medesimo tempo i Lucchesi e gli usciti di Fi- 
renze mandarono ambasciadori nella Magna uomini molto repu- 
tati a concitare contro al re Manfredi Corradino figliuolo di Cor- 
rado, al quale, come di sopra facemmo menzione, si diceva ap- 
partenersi la successione del reame di Sicilia. E non era questo 
loro pensiero (come alcuni per rispetto dello imperio avrebbero 
giudicato) contrario alla parte de' guelfi : perocché, poi che 
Manfredi ebbe occupato il regno e che le sue fraudi e astuzie 
furono scoperte , Corradino aveva mandati imbasciadori al som- 
mo pontefice, e fatto intelligenza con lui contro a Manfredi. Per 
questa confidenza adunque furono mandati ambasciadori nella 
Magna : e i principali di quest' ambasciata furono messer Simo- 
ne Donati e messer Buonacorso di Bellincione Adimari , cava- 
lieri fiorentini. Questi tali, passate le Alpi, essendo venuti alla 



88 ISTORIA FIORENTINA. 

presenza di Corradino, che era ancora fanciullo, ogni cosa, dal- 
l' età in fuori, trovarono disposto secondo V appetito loro : pe- 
rocché la madre e i propinqui del fanciullo avevano grandissimo 
odio verso di Manfredi, e gli animi cupidi a fare vendetta, e tante 
forze che erano a sufficienza a quella impresa. Ma 1' età sola an- 
cora tenera li ritraeva da simili pensieri : e per questa cagione 
gì' imbasciadori furono confortati aspettare tempo ; e a questo 
modo, pieni di grande speranza, ma vuoti di buoni effetti, se ne 
tornarono a casa. 
a. i262. L' anno di poi seguente gli usciti fiorentini che si trovavano 
a Lucca, ragunate segretamente certe genti, di notte tempo e 
d' improvviso presero il castello di Signa. Questa novella poi che 
fu udita a Firenze, spaventò assai i cittadini, i quali dubitavano, 
che per la opportunità di questo castello, gli usciti non avessero 
a turbare tutto il contado : perocché non è luogo presso alla 
città di Firenze, che sia più atto a offenderla di questo. E per- 
tanto quelli di drento, richiedendo d' aiuto i loro vicini, si misero 
in punto con le genti e con le bombarde e altri istrumenti da 
combattere, per andare a.campo a Signa : il quale apparato co- 
me sentirono gli usciti che avevano occupato quello luogo, spon- 
taneamente si partirono e abbandonarono il castello. 

Dopo alla partita di costoro, il conte Novello con tutte le 
genti le quali aveva ragunate per racquistare Signa , entrò nel 
contado di Lucca. E guastando il paese, i Lucchesi insieme con 
gli usciti di Firenze gli vennero incontro, non con tanta moltitu- 
dine, ne con tante forze quanto erano le sue, perocché i Pisani 
popolarmente erano venuti nel campo del conte Novello , e lui, 
oltre alle genti tedesche eh' egli aveva al suo soldo, di tutte le 
città amiche aveva tratta una gente eletta. Venendo adunque 
alla battaglia, i Lucchesi e gli usciti di Firenze facilmente furono 
vinti. Molti ne furono morti, molti ne furono presi che vennero' 
nelle mani de' loro avversari, e in alcuni fu usata grande crude- 
lità. Dopo a questa battaglia, quasi tutte le castella de' Lucchesi 
si dettero a loro nimici. Trovandosi adunque i Lucchesi avere 
perduto il contado e molti cittadini, che nella zuffa dell' Arbia e 



LIBRO SECONDO. 89 

in questa erano stati presi ; e parendo loro trovarsi in grande 
estremità, cominciarono a praticare la pace co' vincitori. E fuA.^os. 
condotta la cosa per la lunga circa uno anno ; e finalmente si 
conchiuse con queste condizioni: che i Lucchesi, cacciati che 
egli avessero gli usciti fiorentini, venissero nella lega egualmente 
insieme colle altre città amiche; e che tutti i cittadini loro che 
si trovassero presi nelle mani de' collegati , fossero loro senza 
alcuna spesa restituiti, e similmente il contado e le castella che 
in quella guerra erano state loro tolte. Queste furono quasi le 
condizioni della pace : la quale fu conchiusa tanto segretamen- 
te, che non fu alcuno degli usciti che in alcuno modo ne sen- 
tisse. E pertanto, fuori d'ogni loro pensiero, ehbero comanda- 
mento di partirsi ; e poco tempo fu dato loro a comporre le loro 
faccende: donde ne seguì che, perduta ogni speranza, con le 
donne e co' figliuoli passarono il giogo dell' Appennino e anda- 
ronsene a Bologna. 

Circa a questo medesimo tempo i guelfi d' Arezzo , che te- 
nevano il reggimento della città , affaticati da' loro avversari che 
avevano le spalle de' Fiorentini e de' Sanesi ; e parendo loro cht 
la moltitudine non potesse più sostenere la guerra e la ossidio- 
ne, presero partito d'andarsene. E a questo modo i ghibellini 
tornarono in Arezzo : la quale città, come tutte le altre di To- 
scana, seguiva la volontà di Manfredi. Mutato adunque lo stato 
per la Toscana, tutti gli usciti de' Fiorentini e dell' altre terre, 
che di prossimo erano stati cacciati , non potendo stare di qua 
dall' Appennino , si ragunarono a Bologna : e stettero in quello 
luogo alquanto tempo, poveri non solamente di sostanze, ma 
ancora di consiglio. Eppure, accadde una occasione, che dette 
loro materia d' acquistare e ricchezza e riputazione. 

Nella terra di Modena, che è vicina a Bologna, erano due 
parti , che l'una s' ingegnava cacciare V altra con armata mano : 
e la cagione delle discordie era simile a quella della parte guelfa 
e ghibellina, perocché questa malattia aveva compresa quasi 
tutta Italia. Gli usciti adunque, chiamati da quelli che seguivano 
la medesima parte de' guelfi , andarono vigorosamente a dare 



90 ISTORIA FIORENTINA. 

loro aiuto : e aggiunte le forze loro con la parte amica , caccia- 
rono T altra parte della terra di Modena. Donde ne seguì, che i 
Modanesi loro amici , dato loro in preda le sostanze dei loro av- 
versari, gli vennero ad arricchire, e ad ornare le genti loro d' ar- 
me e di cavalli , in tal maniera che egli accrebbero il numero 
loro di fiorita gente. Questa medesima parzialità essendo nella 
terra di Reggio, la parte de' guelfi, colle spalle di questi che ave- 
vano vinto a Modena, presero l' arme e fecero forza di cacciare 
i loro avversari : ma trovarono grande resistenza, che fu fatta loro 
dalla parte contraria, e massimamente da uno uomo molto ga- 
gliardo, chiamato Casca. Questo tale, più volte venendo alle mani 
co'nimici, fece di sé tale esperienza, che ognuno per paura gli 
fuggiva dinanzi. Chiamati adunque i Toscani dalla parte guelfa 
di Reggio , dettero grande aiuto agli amici loro , come innanzi 
fatto avevano a' Modanesi. Una battaglia si fece grande in sulla 
piazza di Reggio, la quale per la parte de' ghibellini Casca solo 
per le sue forze e audacia sosteneva, e fieramente combatteva 
contro a ognuno che gli veniva a petto. Ma i Toscani, veduto 
questo suo ardire, elessero un certo numero di fiorita gente; e 
subitamente le mandarono contro a questo Casca, che era se- 
guito da una grande moltitudine di combattenti. L'impeto di 
costoro fu tanto, che dissiparono tutta questa gente che si tro- 
vava in compagnia con Casca : e lui circondato intorno intorno, 
da ogni parte lo percossero, e abbattuto e morto nel mezzo della 
piazza lo distesero : per la morte del quale la sua parte sbigot- 
tita, non sostenne più la battaglia, e subitamente fu cacciata di 
Reggio. E in questa maniera gli usciti di Firenze e delle altre 
città di Toscana, come aveano fatto a Modena, cosi a Reggio 
acquistarono grande preda e grande copia d' arme e di cavalli e 
di danari dalla parte avversa. Il capitano delle genti toscane in 
questa battaglia di Reggio si dice , che fu messer Forese Adi- 
mari cavaliere fiorentino, d' età molto giovenile, ma singolare 
nel mestier dell' arme. E' non è così noto chi fosse capitano a 
Modena. Ma a Reggio dicono alcuni messer Forese, oltre al- 
l' essere stato capo di queste genti , ancora avere morto Casca 



LIBRO SECONDO. 91 

nella battaglia di sua mano. La condizione delle cose di Lom- 
bardia si trovava in questi termini che abbiamo detto. Ma in 
Toscana quasi tutte le terre andavano alla via del re Manfredi, e 
la parte avversa al pontefice romano si trovava in stato : ed era 
tanta la potenza di Manfredi, che il papa, per timore, s' era ri- 
dotto a Orvieto. Il quale papa era Urbano quarto, di nazione 
francese; ed era succeduto nel pontificato a papa Alessandro. 
Questo tale pontefice, vedendo che le ragioni pontificali veni- 
vano in grande declinazione, e stimando che bisognasse, per 
abbattere la grandezza del re Manfredi, ricorrere a qualche 
grande potenza, parte di suo moto proprio, parte ancora per 
le continue querimonie e stimoli degli usciti e guelfi di Toscana, 
deliberò chiamare in Italia Carlo fratello di Lodovico re di Fran- 
cia , uomo singolare nell' arme , e dargli il regno di Sicilia con 
giusti e legittimi titoli, il quale era occupato dal re Manfredi. 
Fatta adunque questa deliberazione, e circa a questo non la- a.^cv 
sciata indietro alcuna solennità, mandò gli ambasciadori in 
Francia, che offerissero il reame a Carlo, e la persona sua chia- 
massero in Italia. Carlo, intese le offerte del sommo pontefice, 
deliberò di pigliare la impresa contro al re Manfredi : e senza 
alcuna eccezione, cominciò a mettere in punto una grande copia 
di gente d' arme. 

In questo tempo, essendo gli animi delle genti tutti 
sospesi, e stando in aspetto che effetti avessero a partorire 
le imprese di Carlo, apparve una cometa in cielo con razzi molto 
lucenti, e durò circa di novanta dì. Grande parlare se ne faceva 
fra le genti , e molte cose vane , "secondo la speranza e la pau- 
ra, circa a quello segno si dicevano. Ma di poi seguirono assai 
cose, che pareva confermassero un' antica fama che si vuole al- 
legare delle comete, le quali dicono che significano mutazioni 
di regni. Perocché, dopo a quella apparizione, molte cose e 
quasi tutto lo stato d' Italia fu rinnovato : e seguì in brieve tempo 
la morte del pontefice, la venuta di Carlo, la battaglia e rotta 
e occisione di Manfredi, e gli stati di più città si mutarono. 
Ma esso sommo pontefice in sul mancare della cometa si 






92 ISTORIA FIORENTINA. 

morì: e fu sospetto, che questa cosa non avesse a impedire la 
impresa di Carlo. E nientedimeno, piuttosto gli stette per gio- 
vare, che per nuocere: perocché fu creato il successore imo, 
che si può dire uscisse del suo seno, il quale fu chiamato papa 
Clemente quarto , e innanzi al suo pontificato si chiamava Guido 
di Fulcodio del paese di Narbona, il quale era stato al secolo 
avvocato molto famoso, nutrito quasi nella corte del re di Fran- 
cia , e di poi , morta la donna , era stato eletto vescovo di Nar- 
bona, e susseguentemente vescovo sabinese, ed era venuto al 
cardinalato , e per tutti i gradi delle dignità era venuto al papa- 
to: ed era uomo, senza dubbio, molto singolare; e per la lunga 
esperienza aveva notizia di molte cose. Questo tale adunque, 
poi che si vide condotto alla suprema dignità pontificale, si 
volse con ogni favore inverso Carlo : e cominciò a sollecitare la 
venuta sua in Italia , e acquistargli di molti amici e gente d'arme 
che gli avessero a fare coda. E Carlo, veduta la volontà di que- 
sto pontefice, che non meno che Urbano era volto alla distru- 
a 1265. zione del re Manfredi, deliberò di studiare la sua impresa. E 
per questa cagione , mandato le genti per terra che per la via 
dell' Alpi passassero in Lombardia , egli con trenta galee partito 
da Marsiglia, passò per molte insidie de' nimici, che con grande 
armata avevano preso questi .mari di sotto; e finalmente si con- 
dusse a Ostia a salvamento. Fu ricevuto con grande onore dal 
popolo romano; e quivi si fermò ad aspettare le sue genti, le 
quali aveva mandate per terra. 

Queste cose avendo da principio sentito gli usciti di Firen- 
ze, presero grande speranza di ritornare nella città: e a questo 
proposito, deliberando usare ogni loro diligenza, mandarono 
imbasciadori a papa Clemente , offerendo 1' opera loro contro a 
Manfredi, e pregandolo che li raccomandasse al nuovo re. Papa 
Clemente, volendo sapere delle condizioni di questi tali usciti, 
trovò che erano grande numero d' uomini bellicosi e bene a 
ordine d' arme e di cavalli, e avere grande moltitudine di loro 
seguaci; e oltre a questi atti alla guerra, essere ancora de' loro 
molti vecchi di riputazione e buono consiglio; e tutta questa 



LIBRO SECONDO. 93 

gente, cacciata delle città di Toscana dalla parte amica al re Man- 
fredi, avere acquistato nel loro esilio, per il mezzo dell' arme, 
nome e fama; e che i fautori della chiesa apostolica nelle parti 
di Lombardia, non solamente per l'opera di costoro erano con- 
servati in stato, ma ancora, cacciati i loro avversari, erano re- 
stati superiori. Il sommo pontefice, maravigliandosi della eccel- 
lenza di questi uomini, e stimando che questa compagnia 
sarebbe atta a dare grande momento alla impresa fatta , rispose 
agli ambasciadori , che le offerte loro accettava volentieri, e le 
loro raccomandigie sommamente gli sarebbero a cuore. E di 
poi li confortò a fare opere eccellenti e degne; e finalmente, per 
farli più ardenti alla parte sua, donò loro 1' arme della sua pro- 
pria casa: la quale arme è un'aquila rossa con un dracone sotto 
pie di colore verde. Questo tale segno e arme , ricevuto allora 
da papa Clemente , ritengono ancora oggi i capitani della parte 
guelfa: il quale magistrato fu ordinato nella città dopo la tor- 
nata de' guelfi. Avendo inteso la risposta del sommo pontefice, 
parte per suoi conforti , parte per la disposizione di loro mede- 
simi, questi guelfi si misero a ordine, e deputarono per loro 
capitano Guido, per soprannome chiamato Guerra, uomo di 
consiglio e d' ardire molto eccellente : e messo insieme tutta la 
loro compagnia, si fecero incontro alle genti francesine trova- 
tele in quello di Mantova, s'appresentarono al cospetto loro tanto 
ornati d'arme, di cavalli e sopravveste, che mossero tutto 
quello esercito a grande ammirazione. 

Furono ricevuti da' capitani del re benignamente : e di 
compagnia loro, per la via di Romagna e del Ducato, fuggendo 
la Toscana che era guardata dalle genti inimiche, si condus- 
sero a Pioma. E fu gratissima al re Carlo la venuta de' Tosca- 
ni, perchè delle genti italiane furono i primi che si congiunsero 
con lui, e ancora perchè il papa molto strettamente gli aveva 
raccomandati, e appresso i capitani delle genti francesi, co' quali 
erano venuti molti giorni in cammino , fecero fede e testimo- 
nianza della virtù loro. Per queste cagioni adunque, il re, 
benignamente ricevutili, con gratissime parole li ringraziò della 



94 ISTORIA FIORENTINA. 

buona compagnia che egli avevano fatta alle sue genti , e con- 
formili a stare di buono animo , e aspettare ogni premio , se le 
cose prosperamente succedessero, come era da sperare, me- 
diante la giustizia e le proprie forze e de' suoi amici e seguaci ; 
e eh' egli si era partito delle parti di Francia con questo pro- 
posito : ottenendo la impresa , di restare contento solamente al 
nome di re, e tutte le altre cose e premj della vittoria dis- 
tribuire a quelli tali che avessero vinto con lui. 

Con queste simili parole arendo fatto fine il re al suo par. 
lare, Guido, capitano de' Toscani, rispose in questa forma: 
« Con tutto che fosse stato conveniente, serenissimo re, che 
» piuttosto noi t' avessimo rendute grazie , che essere ringra- 
» ziati dalla maestà tua, nientedimeno ci è suto gratissimo 
» avere conosciuto la tua umanità , la quale tu hai congiunta 
» insieme con la grandezza dell' animo , e con molte altre tue 
» singolarissime virtù. Noi certamente, per la malignità di 
» Manfredi cacciati della patria nostra , non maggiori cose, come 
» sarebbe il desiderio nostro , ma questi corpi e queste braccia 
» ti possiamo profferire e promettere, quando e' sarà il tempo, 
» più vigorosamente adoperarle che al presente non si dimo- 
» stra per le parole. A te certamente siamo molto obbligati 
» perchè, non ci trovando alcuno fermo domicilio , ci se' appa- 
» rito innanzi come una stella salutifera, che ci hai mostra la 
» via, a noi prima non conosciuta, di ritornare alla patria no- 
» stra. E senza dubbio la tua singolare virtù ci dà grandissima 
» speranza della distruzione de' nostri nemici e della nostra 
» vittoria. E se i capitani delle genti tue t' hanno fatta buona 
» relazione di noi , per alquanti dì che noi siamo iti di compa- 
» gnia con loro , ti diciamo , che V opera nostra è stata piccola 
» rispetto alla intenzione e volontà che noi abbiamo : la quale 
» è tale verso la tua maestà, che quando noi ci metteremo per 
» te a ogni pericolo e alle manifeste ferite , non ci parrà avere 
» satisfatto agli amplissimi meriti tuoi verso di noi. Due sono 
» le cose, secondo il giudizio nostro, che grandemente dimo- 
» strano quali hanno a essere coloro che si hanno a trovare 



LIBRO SECONDO. 95 

» nella guerra : F una è F odio commune, e F altra i prernj che 
» parimente si aspettano della vittoria. Queste due cose a' Fio- 
» rentini, e agli altri Toscani che in questa guerra hanno a se- 
» guire le bandiere tue, si possono attribuire. Perocché non 
» fu mai inverso d' alcuno maggiore e più ardente odio , che 
» abbiamo noi inverso di Manfredi, non solamente per le cala- 
ti mità e danni ricevuti per le sue cagioni, ma ancora per la 
» memoria del padre, dell'avolo e bisavolo e di tutta la stia ge- 
» nerazione : da' quali essendo stati gravemente offesi, al pre- 
» sente perseguitiamo questo loro successore. Questa scelerata 
» e maligna stirpe si mosse dalle estreme parti della Magna a 
» turbare la tranquillità e la quiete de' popoli toscani , e sì li 
» condusse insino alle ferite e al sangue e alle distruzioni e de- 
» solazioni delle città. E ultimamente si può dire, che da molti 
» anni in qua non è seguita calamità alcuna in queste parti, che 
» non abbia avuto origine e cagione di qui, benché questi 
» sieno mali communi, de' quali l' una parte e l'altra parimente 
» se ne può dolere. Ma questo è proprio della nostra parte 
» guelfa, che questa generazione non ha mai perseguitata la 
» chiesa romana, che non abbia ancora perseguitato noi, de- 
» votissimi figliuoli di quella. Federico bisavolo di Manfredi, il 
» quale fu il primo della casa di Svevia, che falsamente prese 
» il titolo dello imperadore romano , quante cose scelerate egli 
» ordinasse e di quante e' fosse operatore, crediamo che ti sia 
» manifesto. Questa nostra Italia, quando e' passò di qua, senti 
» non lo imperadore romano (il quale titolo falsamente aveva 
D preso), ma un nuovo Annibale essere venuto in queste parti: 
» perocché, avendo disfatto Milano, famosissima e antichis- 
» sima città , e quasi uno ornamento del romano imperio , se- 
» minò per la Toscana tanta materia di discordie, che ne seguì 
» per qualunque città la esaltazione de' tristi e la declinazione 
» de' buoni, con grandissima dissenzione di tutti i cittadini. 
» Seguitò la malignità di costui Arrigo suo figliuolo , il quale 
» a' modi del padre aggiunse ancora lui una somma ingrati- 
ì> tudine, perocché, avendo ricevuto uno dono libéralissimo 



96 ISTORIA FIORENTINA. 

» dal sommo pontefice della possessione del reame, fu poi 

» della chiesa grande e acerrimo persecutore. Succedette di poi 

» nella eredità di questi modi scelerati Federico padre di Man- 

» fredi : il quale quante persecuzioni egli abbia fatto inverso de* 

)> sommi pontefici, non è necessario farne menzione, perocché, 

» in mentre che durerà la memoria degli uomini, saranno per- 

» petui testimoni della sua pertinacia e malignità i concilj con- 

» tro a lui celebrati alla città del Lione, dove il sommo ponte- 

» fice, scacciato d'Italia, rifuggì; e non si tenne sicuro dalla 

» perfidia sua, se non quando e' fu condotto di là dal fiume del 

» Rodano. Queste cose ti sono notissime, serenissimo re; e 

» sono ancora congiunte alla gloria della tua inclita casa. Ma 

» per questi tempi non potrei esprimere quello eh' egli ha fatto 

» contro agli uomini della parte nostra, conciosiacosachè, quanto 

» maggiormente egli era provocato , tanto più atrocemente la 

» sua rabbia si volgeva contro a fautori de' pontefici romani. 

» Furono cacciati in questo tempo molti della parte nostra; e 

» rinchiusi nelle castella e nelle fortezze, aspramente furono 

» assediati : e di questi tali , alcuni che per lungo assedio o per 

» altra via vennero nelle sue mani, per vari e inusitati tor- 

» menti crudelissimamente furono morti. E' sono molti in 

» questa compagnia che tu vedi , a chi il padre , a chi il fra- 

» tello , a chi altri di sanguinità congiunti , egli ha fatto mori- 

» re , che ora insieme con teco portano 1' arme , per fare ven- 

» detta inverso di Manfredi suo figliuolo. Finalmente, dopo la 

» morte di Federico, la fortuna ci aveva favoriti e restituiti 

» nella patria e condotti in buono stato , se Manfredi di nuovo 

» non fosse stato capo della nostra distruzione. Donde nasce, 

» che tu puoi essere certo, che mai ci potremo quietare, insino 

» a tanto che noi non vedremo stirpata e spenta questa gene- 

» razione. E pertanto noi ti preghiamo che tu ti metta nell'ani- 

» mo, che per Y odio passato e per la speranza presente della 

» quiete nostra, noi siamo tanto ardenti alla distruzione di Man- 

» fredi, che ogni celerità e prestezza alla sua mina ci pare 

» uno lungo indugio. E' suole intervenire spesse volte, che le 



LIBRO SECONDO. 97 

menti degli uomini stanno sospese e in grande pensiero, 
come e' possino remunerare quegli tali che s? affaticano per 
loro, accadendo che i premj sono alle volte con danno di 
chi gli ha a dare. Questa difficoltà non è appresso i desiderj 
e appetiti nostri, perchè noi seguitiamo quegli premj che 
hanno piuttosto a dare che a torre favore e commodità alla 
maestà tua: perocché noi non domandiamo, che né paesino 
città conquistate e tolte a nimici, ma solamente la tornata 
nella patria sia il premio nostro. In questo modo, la potenza 
tua sarà atta a conservarci in Toscana , e noi a fare uno osta- 
colo quasi di forti mura contro a coloro che da quella parte ti 
volessero offendere. Ma riducendo tutte queste cose a una 
somma, stima che questi uomini ti saranno fedelissimi, i quali 
l'odio commune del nimico e la commune utilità te gli ha fatti 
amici. E ultimamente voglio aggiugnere questo: che, finitala 
guerra, tu faccia inverso di noi tanto, quanto ti parrà che noi 
abbiamo meritato: e mettiti in animo che, in ogni caso, tu ci 
hai a trovare devotissimi e osservantissimi della maestà tua. » 
Questo parlare fu cagione di fare gli usciti più accetti al 
re, e accrescere la benevolenza e la grazia ch'egli avevano 
acquistata con lui. La maestà del re Carlo, messo in punto tutte 
le cose necessarie alla guerra, con quelle genti ch'egli aveva 
menate di Francia , e con gli usciti di Firenze e delle altre terre 
toscane, e con alquante genti di quello di Roma, che per la spe- 
ranza de' premi o per Y affezione della parte guelfa seguitavano 
le sue bandiere, entrò ne' confini del reame per la via di Monte 
Casino, e trovò quello passo, che facilmente gli poteva fare resi- 
stenza, d'ogni guardia abbandonato per la negligenza de' nimici : 
e in sulla prima giunta dette la battaglia al castello di Santo Ger- 
mano, e per ardire delle sue genti subitamente lo prese. In quello 
luogo la virtù de' Toscani primamente si cominciò a dimostrare, 
perocché l'audacia e lo sforzo loro, che li fece passare fosse, 
argini e ripari, fu principalissima cagione di pigliare il castello. 
Questa espugnazione dette tanto spavento a' luoghi cir- 
costanti, che alcune terre vicine spontaneamente si accor- 

7 



98 ISTORIA FIORENTINA. 

clarone II re Manfredi, ragunate d'ogni luogo le sue genti, 
deliberò farsi incontro a' nimici in quello di Benevento. La 
qual cosa poi che il re Carlo ebbe sentito, desideroso di ve- 
nire alle mani, si trasferì ne' luoghi vicini al campo di Manfre- 
di; e senza dilazione di tempo, venne all'incontro de' campi 
nimici, e fu il primo a provocare il re Manfredi alla battaglia. 
Trovollo pronto e desideroso di fare pruova della zuffa : e così 
ordinatamente V una parte e 1' altra misero in battaglia i loro 
campi. Ma innanzi che il fatto d' arme cominciasse, pare che, 
riguardando il re Manfredi le genti de' nimici, vide uno squa- 
drone separato dagli altri, molto egregiamente ornato d'arme e 
di cavalli. Questo aveva il suo capitano e la sua bandiera, dove 
era l' arme a lui notissima del sommo pontefice. Quello che 
teneva questa bandiera si dice che fu messer Corrado daMon- 
temagno cavaliere pistoiese, uomo singolare nella pace e nella 
guerra. 11 conci ottiere era Guido chiamato Guerra, uomo ancora 
lui d'animo prestantissimo. Domandando adunque il re Man- 
fredi i suoi: « Di che gente è quello squadrone ch'io veggo?» 
gli fu risposto: « Di Fiorentini e Toscani, che seguitano la parte 
guelfa. » — « Ma, dove sono, disse Manfredi, quelli della parte 
ghibellina di Toscana, a' quali io ho fatti tanti beneiìcj? » Fugli 
risposto, che nessuno ve n' era di quella parte. Il perchè, mosso 
dalla ingratitudine e negligenza loro , disse a' suoi : « Certa- 
» mente (mostrando con la mano la gente toscana), questo 
» squadrone non può oggi in questa battaglia se non essere 
» vittorioso : perocché, se io acquisterò la vittoria, piuttosto 
» voglio costoro per miei congiunti e amici , che gli avversari 
» loro. » E dette queste parole, fece con la trombetta dare il 
segno della battaglia. Dall'una parte e dall'altra si cominciò la 
zuffa molto aspra e dubbiosa, che non si vedeva più vantaggio 
dall' una che dall' altra. I Tedeschi per Manfredi, i Francesi e 
i Toscani per Carlo vigorosamente combattevano : e non sola- 
mente la gente d'arme, ma ancora i propri re con le loro per- 
sone fecero pruova, e a molti pericoli si misero quello giorno, 
per acquistare la vittoria. Dopo una lunga battaglia, o la prospe- 



LIBRO SECONDO. 99 

rità di Carlo o la virtù delle sue genti vinsero i nimici : e furono 
i Tedeschi rotti e scacciati; e il re Manfredi, combattendo, ri- 
mase morto nella zuffa. Questa battaglia, non molto lontano da 
Benevento, cinque anni dopo quella dell' Arbia s'afferma essere a.ì265 
stata fatta. L' uccisione fu grande ; e molti uomini di pregio 
e ancora di sorte, presi, vennero nelle mani del vincitore: tra' 
quali fu Giordano, che era stato nella guerra toscana con- 
dottiero de' Tedeschi, e messer Piero degli Uberti cavaliere fio- 
rentino : i quali mandati in Provenza dal re Carlo, nella carcere 
finirono la vita loro. Il resto della guerra del re Carlo fu in 
conquistare le terre del reame, le quali in brieve tempo, non 
avendo alcuno ostacolo, ridusse a sua obbedienza. 

In questo mezzo che gii usciti fiorentini seguivano le 
vittoriose bandiere del re Carlo , il conte Novello e gli» altri 
capi della parte ghibellina, i quali tenevano lo stato di Firenze, 
spaventati grandemente per la vittoria del nuovo re, e temendo 
la potenza e prosperità degli avversari, si cominciarono a ri- 
strignere insieme e diminuire molto ogni dì dell' ardire e fer- 
vore delle parti ch'egli avevano prima. Ed e converso alcuni degli 
usciti che erano nel contado di Firenze in alcuni luoghi vicini, 
si cominciarono a ragunare insieme, e con grande speranza 
a tentare qualche movimento. Era la moltitudine di Firenze 
male contenta per le disordinate spese e gravezze; e per 
questa cagione avendo a odio i governatori della città, desi- 
derava vedere cose nuove. E già il parlare si divulgava pubbli- 
camente, e con ogni libertà si biasimava i governi che allora 
si facevano nella città. Queste cose crescendo ogni di, parve 
al conte Novello e agli altri capi di quella parte di mitigare 
col consiglio il movimento del popolo, e sotto specie di pace 
e di concordia, a questi movimenti provvedere. Fu adunque a. hqg. 
messa innanzi una provvisione al popolo per riformare lo stato 
della città; e fu deliberato, che i guelfi che erano rimasi dren- 
to , come uomini quieti , insieme fossero ricevuti con gli altri 
nel reggimento della repubblica. Furono ancora eletti per 
ogni parte trentasei cittadini, che fossero quelli che avessero a 



100 ISTORIA FIORENTINA. 

ordinare il buono stato della città. E perchè questa cosa pa- 
resse fatta con maggiore equità, ordinarono che due rettori, 
l'uno detto Catelano e l'altro Loderingo, fossero chiamati a 
Firenze: de' quali l'uno era tenuto amico e fautore del conte 
Novello e della parte ghibellina, e 1' altro della guelfa. Fu dato 
balia e giurisdizione a costoro in vece e nome del popolo 
fiorentino, che insieme co' trentasei cittadini di sopra eletti e 
nominati, si trovassero e avessero autorità di provvedere senza 
passione delle parti al pacifico e tranquillo stato della repubbli- 
ca. Questi tali fecero molti consigli e alcune utili provvisioni: e 
infra l'altre, che si facesse alcune congregazioni e residenze 
delle arti più degne ; e eh' elle avessero ognuna le sue inse- 
gne ; e che ogni volta che nella città nascesse cosa alcuna di 
nuovo, i popolani che erano di qualunque di queste arti si ra- 
gliassero insieme. Questa cosa, benché nel principio paresse 
piccola, nientedimeno dette cagione al popolo d'uscire a poco 
a poco dalle mani de' potenti e ridursi in loro libertà, avendo 
questa occasione di potere a' bisogni pigliare l'arme, e ognuno 
a' luoghi deputati ragunarsi. Dall' altra parte la nobilita, consi- 
derando quanto portava questa provvisione, cominciarono tra 
loro medesimi a turbarsene, e furono alcuni di loro che aper- 
tamente ne facevano querimonia. Accadde ancora che i da- 
nari, i quali erano pubblicamente stati domandati dal conte No- 
vello, non cosi presto furono pagati come era consueto : di che 
lui ne venne in tanta sospizione, che cominciò a muovere i 
capi delle famiglie nobili che erano della parte sua, e stimolarli 
che non volessero patire , che sotto colore di pace si facessero 
maggiori provvedimenti in loro pregiudizio : e ordinò che pre- 
stamente gli aiuti degli amici loro venissero a favorirli ; i Te- 
deschi e altre genti che erano alla sua obbedienza ordinò che 
del continuo gli stessero intorno. Da queste cose subito venno 
la divisione nella terra: e la nobilita fu la prima che prese 
l'arme; e cacciati i trentasei riformatori, ridussero la repubblica 
e lo stato in suo arbitrio. 11 principio di questo movimento 
nacque da' Lamberti, i quali con armata mano usciti delle loro 



LIBRO SECONDO. 101 

case vicine, vennero in Mercato Nuovo, e subitamente scaccia- 
rono i trentasei riformatori che in quello luogo si ragunavano. 
Per quello romore essendo in varj luoghi rifuggiti i riforma- 
tori , di subito la città fu in arme. La plebe e la moltitudine 
della terra si ragunò a Santa Trinità; il conte Novello quasi 
con tutta la nobilita della parte sua e con la gente d' arme de' 
Tedeschi e degli amici che erano venuti in loro aiuto, si ridusse 
alla piazza di Santo Giovanni : dove essendo stato alquanto , e 
.avendo inteso la moltitudine della città essere alla piazza di Santa 
Trinità, si mosse con tutte le genti, e dirizzò le squadre verso il 
popolo, il quale non ricusò la zuffa, e vigorosamente gli andò 
incontro. Ma fu tanta la quantità delle pietre, che come una 
gragnuola dalle torri e dalle case pioveva, che furono costretti 
a ritrarsi dalla battaglia ; e massimamente il conte Novello, che 
veduto il pericolo grande, tirò i suoi indietro, e per la medesi- 
ma via eh' egli era venuto, li ridusse al tempio di Santo Gio- 
vanni. Di poi, pensando seco medesimo al movimento grande 
e allo sdegno della moltitudine, e sapendo ancora che alcunj 
della nobilita s' erano alienati da lui, non gli parve quella 
notte drento dalle mura stare sicuro. E pertanto, partito di 
quello luogo, mosse le bandiere verso le case dove erano Ca 
telano e Loderingo, rettori della città, e domandò le chiavi delle 
porte pubbliche, per uscire fuori della terra. 1 rettori chiama 
varilo dalle fenestre, e confortavano a restare drento nella città, 
promettendo che sopirebbero quello movimento. Ma era tanta 
la sospizione che gli era entrata neh" animo , che ogni cosa ri 
putava che si facesse a sua distruzione. E pertanto, come ebbe 
le chiavi delle porte, comandò a uno trombetto, che ad alta 
voce domandasse , se tutti i Tedeschi si trovavano presenti : 
ed essendo risposto che v' erano, di nuovo fece domandare, 
se tutte le genti degli amici si trovavano quivi : e similmente 
essendo risposto che v' erano , comandò a quello che portava 
la bandiera che andasse via. E cosi partito dalle case de' ret- 
tori, fece la via dietro al teatro antico e dietro alla chiesa di 
santo Pietro Scheraggio; e per la porta detta allora bovina, 






102 ISTORIA FIORENTINA. 

dove Arno anticamente soleva passare, con tutte le sue genti 
e molti della nobilita della parte sua usci di Firenze. E volgen- 
dosi da mano sinistra, se n'andò lungo le mura insino alla 
via di Prato; e senza alcuna dimora, addirizzò sue squadre 
per quello cammino, e il di medesimo si condusse a Prato: 
dove, sicuro d' ogni sospetto, cominciò a conoscere Terrore 
suo, e a dannare il suo consiglio, perchè aveva abbandonata 
la città di Firenze senza esserne cacciato, trovandosi sì bene 
provvisto di gente d' arme. E volendo correggere questo suo 
errore, il di di poi con tutte le genti ritornò insino alle mura 
di Firenze : e per il grande movimento del di dinanzi, trovò le 
porte chiuse. I cittadini che erano deputati a fare le guardie, 
veduto la tornata del conte Novello e della sua compagnia, 
subitamente lo riferirono al popolo, il quale fu presto in arme, 
e corse a quella porta dove erano queste genti. Il conte No- 
vello, non potendo né per forza né con prieghi ritornare nella 
città, poi che fu stato alquanto intorno alle mura, ridusse le 
genti a Prato. Dopo la partita del conte Novello, il popolo, preso 
il governo della repubblica , deliberò riducere la città al vivere 
antico e popolare. E pertanto fu ordinato dodici cittadini che 
tenessero il luogo degli anziani antichi, e gli opportuni consigli 
che avessero a deliberare tutte le cose d' importanza. Ancora 
ordinarono, che solamente uno rettore, e non due, come si 
era fatto prima la riforma, avesse la podestà di fare ragione 
in vece e nome del popolo fiorentino. 

In questa maniera riformato il governo della repubblica, 
ridotto al vivere antico e popolare, perchè la nobilita quasi tutta 
si trovava fuori, parve loro, per ornare e fare reputata la città, 
di restituire tutti gli usciti ; stimando ancora questa tale resti- 
tuzione riguardare la quiete e la tranquillità della repubblica, e 
rimediare che questi tali usciti per violenza non venissero a 
fare qualche grande rivoluzione. Preso adunque questo per mi- 
gliore partito, ottennero una legge nel popolo, che a tutti i 
cittadini che dopo la battaglia fatta all' Arbia si trovavano in 
esilio , e similmente a quelli che s' erano partiti col conte No- 



LIBRO SECONDO 103 

vello, fosse lecito senza alcuno pregiudizio tornare nella città. 
Dopo questa deliberazione , subitamente quelli (cioè i guelfi) 
che avevano seguitato il re Carlo, tornarono drento nella terra 
sei anni di poi ch'egli erano stati in esilio. Grande letizia* 
prese il popolo a vedere questa compagnia de' guelfi ornata 
d' arme e di cavalli e di fortissimi uomini ed esercitati nel me- 
stiero della milizia, parendo loro vedere uno grande fonda- 
mento della loro repubblica. Ma desiderando di levare viaA.*267. 
le nimicizie e le discordie della nobilita , e stimando che questo 
avesse a essere uno buono provvedimento a tenere la terra in 
pace non solamente per il tempo presente ma ancora per lo 
avvenire, furono operatori di fare molti parentadi fra i capi del- 
l' una parte e dell' altra, per unirli insieme con qualche vin- 
colo di benevolenza. E a questo effetto fu dato a messer Fo- 
rese Adimari la figliuola del conte Novello, e ancora i Do- 
nati fecero parentado con gli Uberti; e molti altri matrimonj 
ancora si fecero a fine, come è detto, di sopire le loro discor- 
die. E molto maggiormente si mosse il popolo a pigliare 
questo rimedio, per mettere unione fra i cittadini, perchè 
Tessere stato rifiutato uno parentado innanzi a queste cose, 
era stato principio di tutti i mali. E benché le divisioni ori- 
ginalmente nascessero per tenere la parte o dell' Imperio o 
della Chiesa , nientedimeno nella città di Firenze fece grande 
aggiunta il rifiutare uno parentado, del quale, per maggiore no- 
tizia, facendoci un poco più innanzi, appresso diremo. E' fu a. 1215. 
uno cavaliere chiamato messer Buondelmonte, in quello tempo 
molto generoso. Questo tale aveva grandissima inimicizia con 
Oddo di Arrigo de' Fifanti, ancora lui di nobile casa. Gli Uberti 
e Lamberti e altre famiglie nobili e reputate avendo parentado 
con Oddo, gli davano in quel tempo grande favore. Messer 
Buondelmonte per sé medesimo era potente, e aveva ancora 
aiuto da molti uomini reputati. Moltiplicando le inimicizie di 
costoro e ogni giorno mostrandosi essere maggiori, molti buoni 
uomini si misero di mezzo, e finalmente fecero pace fra loro : e 
perchè ella fosse più stabile e ferma, procurarono che messer 



104 ISTORIA FIORENTINA. 

Buondelmonte togliesse per donna una nipote d'Oddo dal lato 
della sorella. Questo parentado insieme con la pace fatta fra 
loro si pubblicò : e già nel cospetto degli uomini si teneva per 
cosa ferma, ed era deputato il dì delle nozze, e molti apparati 
palesemente ordinati per fare la festa. Bene è vero, che alcuni 
congiunti e seguaci di messer Buondelmonte non molto lo 
commendavano. Accadde in quelli dì, che una donna delle case 
de' Donati, sentendo che alcuni biasimavano questo parentado, 
prese animo di chiamare uno giorno dimesticamente questo 
giovane de' Buondelmonti ; e cominciollo a riprendere, ch'egli 
avesse tolto una donna, che né di sangue né di bellezza 
era simile a lui. « Io certamente, disse costei, con grandissimo 
» desiderio ti serbavo questa mia figliuola d'età da marito, e 
» di forma e di presenza speciosa e singolare, come tu vedi. » 
Subitamente, come il giovane la vide (che la donna la fece ve- 
nire alla presenza), si turbò nell'animo, e cominciò a conside- 
rare seco medesimo la bellezza della fanciulla e V ammonizione 
della madre: e facendo comparazione nel suo pensiero della 
bellezza e della nobilita dell' una e dell' altra, senza dubbio 
prepose questa fanciulla a quella di prima. E quasi infiammato, 
il dì seguente' ritornò a questa donna a casa i Donati; e par- 
lando con lei, le disse: « Madonna, egli è ancora tempo a cor- 
» reggere gli errori fatti, perchè io sono disposto partirmi da 
» quello parentado (e so il danno e la pena che me ne va), e 
» in tutto io sono vòlto, sevi piace, a torre la figliuola vostra. » 
Veduto l'ardire di questo giovane e la sua disposizione, subita- 
mente questa madonna consentì al parentado : e a uno tratto si 
dette ordine, in quel medesimo tempo che era deputato alle 
prime nozze, a fare le seconde. Questa cosa poi che fu divul- 
gata per la terra, Oddo e il padre e la madre di questa fanciulla 
rifiutata convocarono i parenti loro, e proposero questo caso e 
questa ingiuria senza alcuna loro colpa ricevuta; e che da loro 
né di fatti ne di parole si troverebbe essere stato commesso al- 
cuno mancamento, che ragionevolmente avesse potuto alienare 
e offendere 1' animo di questo giovane ; ma tutto questo incon- 



LIBRO SECONDO. 105 

veniente era seguito per la superbia e insolenza sua: e quasi 
lacrimando in questo loro parlare, domandarono l' aiuto de' pa- 
renti, i quali vigorosamente deliberarono, che di questa ingiu- 
ria si dovesse fare vendetta. Era nel numero di questi parenti 
convocati molti uomini di nobili famiglie : i quali consultando 
del modo della vendetta, si levò su uno dei Lamberti chiamato 
Mosca , e consigliò che si dovesse fare morire , dicendo quello 
che in volgare si è preso in proverbio : Cosa fatta, capo ha. 
Questo medesimo consiglio essendo per lo sdegno confermato 
dagli altri, si deputò il luogo e il dì molto memorabile alla sua 
occisione. E questo fu il dì della santissima pasqua, e il luogo 
parve loro accomodato sotto le case dpi la fanciulla eh' egli aveva 
rifiutata. E pertanto il sopradetto dì della pasqua, venendo 
messer Buondelmonte per il ponte vecchio, vestito, come si dice, 
di bianco in su uno cavallo leardo , quelli che si erano congiu- 
rati insieme uscirono delle case degli Amidei, e si gli fecero 
cerchio intorno, e subitamente lo gittarono a terra del cavallo, 
e con molte ferite l'ammazzarono. A questo omicidio furono 
presenti alcuni degli Uberti e de' Lamberti e altri parenti della 
fanciulla: ma innanzi a ogni altro si adoperò Oddo a tale occi- 
sione. Fu fatto questo maleficio presso al segno di Marte, che 
anticamente era stato levato dal tempio e posto al ponte vec- 
chio. Fu notato questo da alcuni per malo segno della città. 
Dopo questa occisione fatta, subitamente gli autori di quella si 
ridussero nelle case degli Amidei. 11 romore si sparse per la 
terra, e commosse il popolo a grande indignazione, per la so- 
lennità della pasqua e per l'omicidio superbamente fatto: pe- 
rocché, s'egli era stato errore di messer Buondelmonte lasciare 
il primo parentado, vi era posta la pena del danaro secondo le 
leggi; ma essersi intesi e congiurati a fare una tanta occisione, 
non pareva cosa civile ne tollerabile in una repubblica. Final- 
mente i consorti e gli altri parenti del morto si ragunarono in- 
sieme, e non solamente la nobilita, ma ancora la moltitudine e 
la plebe, cominciò a decidersi e pigliare parte. Da questa ori- 
gine nata la divisione de' cittadini, di mano in mano crebbe 



106 ISTORIA FIORENTINA. 

tanto, che posto da parte la civile modestia, vennero insino alle 
ferite e al sangue e alla totale perdizione l'uno dell' altro. 
a. 1267 Ma, per tornare al proposito nostro, il popolo fiorentino 

avendo notizia, che per rifiutare quello parentado erano nate 
tante discordie nella città, deliberò usare rimedi contrari, e 
operare che dopo la restituzione e tornata degli usciti si facesse 
de' parentadi assai, stimando che questo fosse uno buono ri- 
medio a mantenere in unione i cittadini. Ma la infermità era 
maggiore che non era l' aiuto di questa tale medicina; e alla sa- 
nità della terra bisognava maggiore provvisione : e benché da 
principio si dimostrasse da ognuno speranza e letizia assai, 
nientedimeno non passò molto che se ne vide poco frutto , pe- 
rocché la concordia e l' unione durò brieve tempo. E la cagione 
si fu, perchè i guelfi che avevano vinto coire Carlo, sprezzando 
la parte contraria , si reputavano superiori , e gli avversar) loro 
erano pieni di sdegno e di sospetto. La moltitudine ancora, o 
vogliamo dire la plebe, si ricordava della battaglia dell' Arbia e 
del grandissimo danno che in quel tempo ebbe la repubbli- 
ca ; e quelli tali che furono cagione di tanto disordine e che si 
fuggirono del campo nostro, e che la gloria della patria trasferi- 
rono a'Sanesi, palesemente li biasimavano. A queste cose si 
aggiungeva grande sospizione , che nasceva da una fama divul- 
gata per Italia, del passare di Corradino figliuolo di Corrado e 
nipote dello imperadore Federico, il quale si diceva ragunare 
nella Magna grande copia di gente d'arme, per venire in 
Italia a racquistare il regno paterno. In su questi romori e in 
sulla speranza della venuta sua, i Pisani, i Sanesi e gli altri della 
parte dello Imperio, i quali per la vittoria del re Carlo erano 
molto sbigottiti, cominciarono a pigliare a dire e divulgare per 
tutto, che Corradino a loro istanza passava dalle parti di qua, 
e grande capitale faceva dell'amicizia e delle forze loro. E in 
questo modo si rinnovarono le antiche ferite delle parti, e fu- 
rono cagione che l'una non si fidava dell'altra. 

In questo mezzo il re Carlo, avendo composte le cose del 
reame, e stimando che portasse assai alla sicurtà dello stato 



LIBRO SECONDO. 107 

suo strignere i Pisani e Sanesi alla sua divozione innanzi alla 
passata di Corradino, mandò uno de' suoi condottieri con buona 
copia di gente d'arme in Toscana. Sono alcuni scrittori, che vo- 
gliono dire il re Carlo a istanza degli amici suoi fiorentini guelfi 
avere mandate queste genti. Io certamente non niego o Fio- 
rentini o altri avere fatto questa domanda: ma io credo bene 
piuttosto, che il re si movesse a fare questo provvedimento in 
Toscana, acciocché, passando Corradino, per ricuperare il re- 
^no di Sicilia come cosa ereditaria e appartenente alla giurisdi- 
zione de'Svevi, non trovasse in queste parti alcuno favore. 
Questa medesima sospizione toccando il sommo pontefice, per- 
chè di Toscana solevano venire molte novità , deliberò ancora 
lui di fare opportuni provvedimenti. E pertanto, con esempio 
nuovo e nientedimeno molto necessario, per sopire ogni tuba- 
zione che potesse nascere, il governo della Toscana, come cosa 
ricaduta e spiccata dallo imperio, riserbò a sé e alla sedia apo- 
stolica. Questa cosa parve ancora più tollerabile, perchè in 
quello tempo nessuno v'era presidente, e pareva che per auto- 
rità della sedia romana e per le condizioni de' tempi, e non per 
ambizione, fosse stata fatta tale deliberazione. Riservata adun- 
que la Toscana e il governo di quella a sé, il sommo pontefice 
fece il re Carlo suo vicario : e con questa presa il detto re, 
quasi mosso da giusto titolo , mandò la prima volta le genti in 
Toscana. Venendo queste genti, e appressandosi alla terra di 
Firenze, i cittadini che avevano fatta la guerra sotto il re Carlo, 
insieme con tutta la parte che per la vittoria e beneficio suo 
erano ritornati nella patria, si misero in punto a ricevere il 
capitano e tutte queste genti francesi, le quali erano per co- 
mune esercizio della guerra a loro notissime. Dall'altra parte 
gli avversari loro, cioè i ghibellini, tutti sbigottiti, un dì in- 
nanzi che le genti entrassero in Firenze, volontariamente se ne 
partirono: e questo fu tre mesi di poi che i guelfi erano ritor- 
nati. 

Per questa mutazione essendo rinnovata la contesa delle 
parti, i cittadini che erano rimasi drento dettero pieno arbitrio 



108 ISTORIA FIORENTINA. 

della città al re Carlo, mossi da singolare benevolenza verso di 
lui, il quale veramente predicavano essere stato autore della 
loro tornata e protettore della salute loro, lo trovo per questi 
tempi il signore Malatesta dal Verrucchio (capo di quella fami- 
glia, la quale è stata di poi tanto famosa) essere stato mandato 
al governo di Firenze in nome del re Carlo : e nientedimeno a 
tenere ragione e a punire i maleficj erano deputati magistrati 
minori. Circa a questo tempo gli usciti di Firenze ghibellini 
cominciarono a muovere guerra alla città: e da più luoghi, e 
massimamente da Santo Ellero , non solamente furti celati , ma 
prede manifeste per tutte quelle circostanze si facevano; e la 
moltitudine ogni dì cresceva in tale forma, che pareva già diven- 
tato un copioso e sufficiente esercito. 

Contro a queste genti, che si trovavano ogni di insino 
alle porte di Firenze, usci fuori il popolo fiorentino, e per 
forza li fece tirare indietro e ridursi dentro nel castello. E 
non contento a questo , deliberò di fare pruova di combatterlo : 
e benché fosse di sito fortissimo , nientedimeno fu tanto 1' ar. 
dire e industria de' cittadini esperti nel mestiere dell' arme, che 
alla fine V ebbero ed espugnarono per forza. Molti degli usciti 
vi furono presi; molti in sull' ardore della zuffa vi furono mor- 
ti : e soprattutto l'ira e lo sdegno de' vincitori si sfogò sopra gli 
uomini di più nobilita. E innanzi che ritornassero a Firenze, 
presero alcune altre castella circostanti , e sì ne menarono al- 
cuni cittadini, e infra gli altri Geri daVolognano con alcuni suoi 
consorti, il quale di poi fu messo in carcere in una parte del 
palazzo pubblico; e finalmente lungo tempo tenutovi, si morì. 
Di qui poi fu dato il nome alla prigione, non dal nome dell' edifi- 
catore, come fu a Roma la prigione tulliana, ma da questo tale 
che vi fu tenuto chiamato Volognano. 

Ritornato che fu V esercito nella città, e tutti quegli ghibel- 
lini i quali s' erano partiti innanzi alla venuta delle genti del 
re, furono fatti ribelli, cominciò di nuovo fra i cittadini una 
grande contesa: perocché i guelfi che erano stati in esilio dopo 
la rotta dell' Arbia, domandavano i beni de' loro inimici, asse- 



LIBRO SECONDO. 109 

gnando e ricordando, che in quel tempo le case loro nella città, 
e le ville e le possessioni nel contado, erano state disfatte; e in 
compensazione e ristoro di questi danni, domandavano i beni 
di quelli tali che ne erano stati cagione. E perchè le loro do- 
mande erano senza alcuna misura, e chi più poteva, più s'in- 
gegnava d' occupare, parve loro di rimettere questa cosa nel- 
l' arbitrio del re: il quale, avuto piena notizia di queste differen- 
ze, giudicò, secondo che si dice, che de' beni de' ribelli si 
satisfacesse a' cittadini guelfi , secondo la stimazione de' danni 
ricevuti. E permettere ad esecuzione quest'ordinamento, fu- 
rono creati dodici uomini, che diligentemente esaminarono ogni 
cosa, e in su libri deputati per loro officio ne fecero fare parti- 
colare nota. Dopo la restituzione fatta, avanzarono certi beni, 
de' quali una parte ne misero in commune; un'altra parte ne 
consegnarono all' officio de' capitani di parte guelfa. 

E' pare, che il sommo pontefice e il re Carlo non senza 
grande cagione fossero desiderosi d' accrescere ed esaltare la 
parte guelfa : perchè il papa, avendo ricevuto da Manfredi e da' 
suoi per lo addietro molte ingiurie, e in quel tempo temendo 
grandemente la venuta di Corradino , s' ingegnava che questi 
uomini, i quali aveva trovati fedelissimi inverso di se e della 
chiesa romana, in ogni tempo avessero a dominare. E simil- 
mente la maestà del re, avendo fatto pruova della virtù loro, e 
desiderando di spegnere in Toscana la parte ghibellina, dava a 
costoro ogni favore a lui possibile. E a questo fine hanno opi- 
nione alcuni, che per quegli tempi fosse ordinato, che la parte 
de' cittadini guelfi avesse l'ufficio e magistrato pubblico, ac- 
ciocché continuamente vegghiassero chi avesse cura di tutte le 
cose appartenenti a commodi e conservazione di quella parte. 
Io molto innanzi a questo tempo nelle pubbliche scritture e in 
più luoghi trovo essere stati nella città i cittadini della parte 
guelfa. E certamente fu osservato alquanto tempo, che i capi- 
tani di parte guelfa s' eleggessero forestieri, uomini nobili che 
nelle loro città tenessero la medesima parte. E infra gli altri mi 
ricorda avere letto Luca Savello, Bertoldo degli Orsini, Tom- 



HO ISTORIA FIORENTINA. 

maso da San Severino , ognuno di costoro il suo anno essere 
stato capitano di parte guelfa: e insieme con questi tali si dava 
cittadini guelfi, che di compagnia con loro si trovassero in con- 
siglio. Ma di poi tornò questo governo a cittadini medesimi della 
terra ; e più capitani insieme si cominciarono a creare , benché 
innanzi uno solo per uno anno fosse capitano. Questo tale magi- 
strato aveva grandissima autorità nella terra di potere correggere 
i cittadini e di chiarire chi fosse da ammonire e privare degli onori 
e offìcj pubblici della città. Ma queste cose più a pieno narreremo 
a' tempi loro : al presente ci basta avere detto insino a qui. 

In questo medesimo anno si rinnovò la guerra contro a' Sa- 
nesi, avendo i Fiorentini uno continuo stimolo di vendicarsi 
della rotta dell'Adria. E pertanto, seguitando il capitano del re 
Carlo, corsero in quello di Siena: e benché l'appetito loro fosse 
grande di venire prestamente alle mani co' nimici , e a questo 
proposito facessero molte prede e arsioni e danni per tutto quello 
di Siena, nientedimeno non poterono tanto fare, che i Sanesi 
volessero uscire fuori alla battaglia. E stando lo esercito così 
sospeso, fu significato, che gli usciti fiorentini con assai genti 
s'erano ragunati a Poggibonizzi. Il perchè il campo si mosse 
prestamente; e il capitano regale e tutte le genti fiorentine si 
trasferirono a Poggibonizzi: e da altra parte i Pisani e Sanesi, 
per discostare la guerra da casa loro , mandarono tutte le loro 
genti a Poggibonizzi per la difesa del luogo e degli usciti che 
v'erano rinchiusi drento. E così da ogni parte si fece lo sforzo 
sì grande, che pareva che in quello fosse posto tutta la somma 
della guerra. Il capitano regale e i Fiorentini che erano con lui 
fecero pruova, se nel primo impeto e' potevano espugnare il ca- 
stello. E in effetto essendo di sito molto forte e bene provve- 
duto da' nimici, facilmente si levarono da quello pensiero; e de- 
liberarono di porsi a campo , e di provare se per lo assedio or- 
dinario potevano ottenere la impresa. Ma gli usciti fiorentini 
che v'erano drento, confidandosi nel loro proprio potere, e 
ne' grandi conforti de' Pisani e Sanesi, si misero in punto di 
fare vigorosamente la difesa: e ogni giorno cresceva loro Fani- 



LIBRO SECONDO. Ili 

mo, perchè egli erano avvisati da' Sanesi e Pisani, che grande 
gente s'erano messe in punto per dare loro aiuto e sussidio. 
Questo romore pubblicato per il campo fu cagione, che il ca- 
pitano del re e i Fiorentini chiamarono ancora i loro fautori 
delle terre vicine, che .erano venute alla devozione del re: e fu 
di tanta gara questa impresa, che il re Carlo proprio deliberò 
personalmente venire in Toscana. Il cammino suo fu da Viterbo 
a Arezzo; e di poi venne a Firenze. Fu ricevuto nell'una città 
e neir altra con grandissimo onore e con grandissima significa- 
zione di benevolenza. Partito di poi da Firenze, si condusse in 
campo: e nella prima giunta gli uomini di Poggibonizzi gli 
mandarono imbasciadori , per mitigare la mente della maestà 
sua. Ma trovata che l'ebbero molto contraria a' desiderj loro, 
e che videro mettere in punto le bombarde e altri edificj per 
l' offensione del castello, mandarono nuova imbasciata a dire in 
propria forma queste parole: « Signore re, tu ci fai ingiuria: 
» perocché, se in tuo nome tu fai la guerra, tu offendi lo impe- 
» rio romano, di chi noi siamo suggetti; se la fai in nome dello 
» imperio, del quale in Toscana tu ti chiami vicario, certamente 
» senza alcuna cagione offendi gli uomini osservantissimi e fe- 
» delissimi di detto imperio. » A questa imbasciata fu risposto 
loro : che poiché si aveva a disputare in propria forma secondo 
ragione, che queste cose lui faceva in vece e nome dello impe- 
rio : e pertanto , se eglino erano uomini e cosa dello imperio , 
dovevano ricevere drento dalle mura il re e lo esercito suo; e 
s'egli andavano sinistrando con volere fare patti, era conve- 
niente trattarli come ribelli. E a questo modo i ragionamenti si 
tagliarono, e l'assedio si cominciò a strignere. Io mi stimo, che 
questo re, essendo peritissimo nell'arte militare ed eguale a 
ogni singolare capitano nel mestiere dell'arme, avesse notizia 
di tutti i modi da espugnare e vincere le terre. Ma questo 
castello era molto forte di sito , e non si poteva andare a offen- 
derlo di luogo alcuno se non per passi molto stretti e sinistri : 
e da quella parte dove il colle era congiunto col castello , non 
solamente le torri, ma ancora le guardie degli armati che vi 



112 ISTORIA FIORENTINA. 

erano posti, facilmente si levavano da dosso ogni forza e impeto 
de' nimici. Per queste cagioni pareva, che la ossidione ogni dì 
raffreddasse e andasse per la lunga : e nientedimeno, stando fer- 
mo il re nel proposito suo, deliberò col tempo domare il ne- 
mico, e non si partire rasino a tanto che egli avesse avuto Pog- 
gihonizzi. Strignendo adunque ogni dì l'assedio, e delle città 
vicine venendo molte genti in campo, si circondò il castello in 
modo , che mancando a quegli di dentro la speranza e le cose 
necessarie della vittuvaglia, finalmente si dettero al re il quarto 
mese di poi che il re era venuto in campo. Quelli che v' erano 
drento , secondo i patti , se n' andarono a salvamento con le 
persone. 

Essendo circa mezzo il verno quando questo castello si 
ebbe, benché il tempo fosse aspro, nientedimeno il re si mosse 
co' Fiorentini e con gli altri suoi amici , e andò a' danni de' Pi- 
sani. E in brieve tempo prese alcune castella; e similmente il 
porto e le torri che erano alla difesa di quello disfece insino 
a' fondamenti; e saccheggiato il contado di Pisa, si ridusse a 
Lucca, che in quel tempo era amicissima della maestà sua. E 
non passarono molti dì, che avendo ricreato l'esercito, a istanza 
de' Lucchesi, andò a campo a Mutrone. Questo castello non per 
forza, ma per astuzia, fu in questa maniera preso dal re. E'fìnse 
di fare cave coperte, per le quali i suoi si conducessero alle 
mura a gittarle in terra. A questo proposito la notte faceva 
portare gran quantità di calcinacci sotto le mura , e di poi il dì 
li faceva levare in tal modo, che del castello erano veduti. Donde 
ne seguì, che quelli di dentro, stimando che tali calcinacci fos- 
rero delle mura loro , e che il re per quelle sue fòsse vi fosse 
già giunto; e temendo che per questa via non si avessero a per- 
dere, volontariamente si dettero nelle mani della maestà sua. E 
in questa forma il re Carlo ebbe il fortissimo castello di Mutro- 
ne: e quello avuto, dette a' Lucchesi. 



113 

LIBRO TERZO. 



Nel seguente anno, dopo queste cose, sopravvennero molte A .m$ 
novità, e in varj luoghi turbolenti movimenti : perocché, essendo 
il re Carlo in Toscana, e avendo tutte le terre che innanzi erano 
state della parte di Federico e di Manfredi ridotte a sua obbe- 
dienza, eccetto che i Sanesi e i Pisani, e questi ancora ordi- 
nando di conquistare, gli furono in uno medesimo tempo por- 
tate due novelle: l'una, che Corradino era già venuto a Trento 
e passato in Italia; l'altra, che in Roma e in Sicilia molte no- 
vità e rebellioni erano seguite. L' origine di queste cose nuove 
procedeva dalla cagione che appresso diremo. Erano due fra- 
telli ispagnoli di sangue regale, l'uno chiamato Arrigo e l'altro 
Federico. Questi tali essendo inimici d'un altro loro fratello, il 
quale era re di Spagna, finalmente cacciati della patria, quando 
e' videro non potere contro la maestà e potenza regale fare al- 
cuno conquisto, con alquanta gente eletta passarono in Affrica : 
e condotti a Tunisi , lungo tempo stettero a' soldi di quello re. 
Ed essendo per le prede e per il soldo diventati ricchi , e con- 
sultando fra loro quello che fosse da fare, finalmente parve loro, 
che Arrigo , il quale era il maggiore fratello , con ogni loro te- 
soro e meglioramento passasse in Italia , e domandasse al papa 
il reame di Sardegna. Partito adunque dal porto di Cartagine e 
venuto in Italia, e condotto alla presenza del sommo pontefice, 
usò con lui la mezzanità e il favore del re Carlo : il quale, avendo 
vinto il re Manfredi, era in singolarissima grazia della santità 
sua. Avevano Arrigo e suoi fratelli dal lato della madre strettis- 
simo parentado col re Carlo. Per questa congiunzione, e simil- 



114 ISTORIA FIORENTINA. 

mente per lo beneficio e favore prestatogli appresso al papa, fu 
contento Arrigo di servire la maestà del re Carlo di grande 
somma di pecunia. Durando questa pratica del reame di Sarde- 
gna, ed essendo inclinato il sommo pontefice a compiacere ad 
Arrigo a petizione del re Carlo, accadde che nella città di Roma 
sopravvennero tali novità e discordie civili, che i cittadini s'erano 
messi in arme: e per comporre queste loro dissensioni, man- 
darono a Viterbo , dove allora si trovava il papa , a pregare Ar- 
rigo, che venisse a levare via le discordie loro. Chiamato adun- 
que Arrigo da' Romani e condotto a Roma, di volontà del po- 
polo, gli fu data la potestà del senato. Donde seguì, che avendo 
lui pacificata la terra , e parendogli di ragione avere acquistato 
quello dominio, e governandolo senza alcuno riguardo del som- 
mo pontefice, subitamente venne in sospetto alla santità sua e 
al re Carlo. Per questa cagione, la pratica del reame di Sarde- 
gna si lasciò indietro : e quella quantità di pecunia che Arrigo 
aveva servita al re Carlo, quando la domandò, gli fu negata, 
acciocché non avesse maggiore facoltà di nuocere. Da prima 
aveva Arrigo la parte contraria al re Carlo e al sommo pontefice 
nella città di Roma favorita: e nientedimeno sotto specie di 
equità 1' una parte e V altra con grande simulazione aveva te- 
nuta dentro. Ma poi che s' avvide del sospetto del papa e del re 
Carlo, cominciò a sollecitare occultamente i Pisani e Sanesi 
e gli altri della parte ghibellina. Mandò ancora a Corradino a 
offerirgli, che se venisse avanti, gli darebbe ogni suo favore e 
di suo fratello, e in ultimo gli metterebbe nelle mani la città di 
Roma: e di queste due cose i nimici ne facevano grande conto. 
Per seguire adunque queste cose, Arrigo mandò in Affrica a 
Federico suo fratello uno napoletano chiamato Corrado Capizio, 
il quale era stato cacciato del reame, e ordinò che passasse in 
Barberia con una nave di Pisani: e significò al fratello che, 
posto da parte ogni altra cura, venisse in Sicilia a fare in quella 
isola quanto movimento e' poteva. Ordinò ancora, eh' egli avesse 
lettere da Corradino a quegli popoli di Sicilia e a loro amici an- 
tichi, per fare in sulla prima giunta maggiore novità. 



LIBRO TERZO. 115 

Federico adunque fratello d'Arrigo e Capizio napoletano, 
passando in Sicilia con grande sollecitudine, menarono con loro 
dugento uomini spagnuoli e dugento Tedeschi e quattrocento 
Toscani, tutti esperti nel mestiere dell' arme. Subitamente, semi- 
nando le lettere di Gorradino, e dimostrando di portare con loro 
molto maggiore speranza che non era in fatto, commossero in 
brieve tempo quasi tutta l'isola di Sicilia a rebellarsi, eccetto che 
Siracusa, Messina e Palermo. E similmente a Roma, poiché vi 
fu notizia della novità di Sicilia, Arrigo, non gli parendo d'aspet- 
tare più , chiamò a sé i capi della parte guelfa : e condotti nel 
campidoglio romano , ordinò che fossero circondati da gente ar- 
mata. Di poi Napoleone e Matteo degli Orsini mandò prigioni 
fuori della città, acciocché, ritenendoli in Roma, perchè erano 
uomini di grande nobilita e grazia, non nascesse qualche movi- 
mento : e Giovanni e Luca de' Savelli fece restare nelle prigioni 
del campidoglio ; e agli uomini della parte ghibellina dette grande 
licenza e autorità in ogni loro governo. In questo modo subita- 
mente mutate le cose, e quasi in uno medesimo tempo venendo 
la novella della passata di. Corradino e della novità di Roma e 
della passata di Sicilia, il re Carlo, stimolato da pericoli di tante 
ragioni, fu costretto abbandonare la impresa de'Sanesi e Pisani, 
e prestamente ritornare nel reame a spegnere il fuoco della 
propria casa. Lasciato adunque una parte della sua gente d'ar- 
me in Toscana, acciocché le città a lui amiche in sulla venuta 
di Corradino non rimanessero spogliate di guardie, tutte le altre 
sue genti mise insieme: e ritornato nel regno, le distribuì per 
la Calabria e per Sicilia, per raffrenare le ribellioni de' popoli. 

Circa a questo tempo, i Pisani mandarono ventiquattro ga- 
lee a predare i lidi e le circostanze di quelli mari del Reame, 
e sollevare le città a ribellarsi contro al re Carlo. Questa tale ar- 
mata ebbe di comandamento, che come eglino avessero fatto la 
cerca delle marine intorno all' Italia, e rimessi gli usciti di più 
città (che ne avevano grande copia) ognuno ne' luoghi suoi, pas- 
sassero in Sicilia, e insieme con Federico e con Capizio, se fosse 
bisogno, dessero favore agli amici della parte loro. Corradino 



116 ISTORIA FIORENTINA. 

in questo mezzo tempo venuto in Italia, menò seco insino a 
Trento dieci mila Tedeschi. Di poi, oper la carestia del danaio, 

veramente che si rifidasse nelle forze degli amici e della 
parte sua, si riserhò solamente tremila cavalli con gente molto 
eletta, e tutto il resto della moltitudine ne rimandò a casa. E di 
poi partito da Trento, lungo il fiume dell'Adige, si condusse a 
Verona: e da Verona volgendosi in sulla mano destra, passò in 
Genovese. E la cagione fu, che non si confidava a dirittura con 
sì poche genti passare in Toscana, e massimamente avendo a 
petto i Bolognesi e quelli di Reggio e quelli di Modena e altre 
città amiche del re Carlo e del sommo pontefice ; e ancora per- 
chè i popoli di Toscana s' erano messi a ordine , per tenere i 
gioghi dell' Appennino e ovviare alla sua passata. Venuto adun- 
que in Genovese, non molto di poi la sua persona con pochi per 
la via di mare , e le genti d' arme per la via di terra e per la 
Lunigiana, si condussero a Pisa: e riposati alquanti giorni, di 
poi insieme co' Pisani e con molti altri della parte sua (i quali 
di tutta Toscana in gran copia quanto ad alcuno altro principe 
innanzi erano convenuti), entrò ne' confini de' Lucchesi. Erano 
rimase a Lucca alquante genti d'arme di quelle del re, che 
aveva lasciate in Toscana a questo effetto, come di sopra fa- 
cemmo menzione : e oltre a quelle v' erano ancora le genti a 
pie e a cavallo de' Fiorentini e delle altre città amiche. Tutte 
queste genti messe insieme uscirono fuori circa due miglia, e 
fecero segno come se volessero pigliare la zuffa co' nemici. 

1 Tedeschi allo 'ncontro, e le altre genti che erano con Corra- 
dino, similmente si misero in punto alla battaglia. Era fra que- 
sti due campi il fiume in mezzo, il quale esce del padule vici- 
no. Mentre che 1' uno aspetta l' altro che passi il fiume, consu- 
marono invano tutto il giorno, e non' avendo fatto altro che 
vedersi, si partirono. 

Corradino, non molto di poi, movendo 1' esercito di quello 
di Pisa, ne venne per il contado di Firenze, e fermossi alquanti 
dì a Poggibonizzi, e di poi con tutte le genti si condusse a 
Siena. Ma le senti d' arme , le quali il re Carlo , come di sopra 



LIBRO TERZO. 117 

abbiamo detto, aveva lasciate in Toscana, andavano seguitando 
gli avversari conquesto ordine, che quasi facevano le mede- 
sime giornate che V esercito di Corradino, e davano animo alle 
terre e a 1 popoli della parte loro , e difendevano dalle correrie 
de' nemici. Ma sentendo che Corradino era giunto a Siena, de- 
! liberarono passare in quello d' Arezzo , perchè quella città era 
amicissima del re Carlo. Condotti che furono a Montevarchi, 
accompagnati dalle genti de' Fiorentini , il capitano del re, rifi- 
dandosi nelle proprie forze , dette licenza a quelle genti che gli 
avevano fatto compagnia : e offerendo pure i Fiorentini d' an- 
dare più oltre con lui, ricusò l'opera loro, e co' suoi propri 
s'addirizzò inverso Arezzo. I nimici stimando quello che accad- 
de, ed essendo guidati dagli usciti di Firenze, si posero in 
aguato circa dieci miglia discosto da Arezzo, dove è il cammino 
molto stretto, perchè si rinchiude tra* monti e le ripe d' Arno. 
Venute che furono in questo luogo le genti del re Carlo , non 
avendo ricercato innanzi , se y ' era aguati o alcune genti de' ne- 
mici, e non andando molto ordinati, subitamente si scopersero 
loro addosso di dietro e dinanzi le genti tedesche : perocché di 
fatto occuparono il ponte , e dinanzi facilmente tennero loro il 
passo, e parte si scopersero di dietro, parte dal canto di sopra 
con le balestre li ferivano. E in questo modo trovandosi in 
mezzo , e non avendo facoltà di rompere da alcuno de' lati, né 
essendo il luogo atto a dimostrare la loro virtù , in brieve spazio 
furono rotti. Di tutta la gente d'arme del re ne scampò una 
piccola parte, la quale aveva passato il ponte innanzi che l'agnato 
si scoprisse : gli altri o e' furono morti in quel luogo , o e' fu- 
rono presi e condotti a Siena. 

Questa vittoria essendo accresciuta da' nimici, e con ro- 
more e con lettere latissimamente divulgata, fu cagione che 
molti popoli, facendo per questa vittoria concetto della prospe- 
rità di Corradino, si partirono dalla divozione del re Carlo. E 
nientedimeno nel Reame seguirono maggiori rebellioni che in 
Toscana, o Veramente perchè i popoli dal canto di qua sieno 
più costanti che quelli , o veramente perchè essendo slati , si 



'118 ISTORIA FIORENTINA. 

può dire, presenti alla vittoria, non la stimavano più che fosse 
da stimare. E pertanto, ne il terrore di Corradino, né la rotta e 
la distruzione delle genti regali, mossero le città eli Toscana a 
partirsi dalla fede e amicizia del re , e infra gli altri gli Aretini , 
negli occhi de' quali era stata fatta la occisione e distruzione di 
quelle genti, costantissimamente perseverarono nella divozione 
sua. In questo mezzo tempo , le ventiquattro galee dette di so- 
pra, avendo predato intorno a Gaeta e tutte quelle circostanze 
marittime, e avendo in molti luoghi, dove commodamente lo 
poterono fare, rimessi gli usciti, e indotti molti a rebellarsi, 
finalmente passarono in Sicilia. Corradino, poi che alcuni dì 
fu soprastato a Siena, si mosse coir esercito, e passò per il con- 
tado di Roselle e di Viterbo e di Sutri , e quasi innanzi al co- 
spetto del sommo pontefice (che in quel tempo era a Viterbo), 
si condusse a Roma. 11 papa aveva mandato innanzi a signifi- 
cargli sotto gravissime censure e scomuniche, che non facesse 
impresa d' offendere il reame di Sicilia, il quale s' apparteneva 
alla sedia romana, né ancora il re Carlo, che dalla medesima 
sedia era stato appellato re; e che gli doveva parere assai quello 
che i pontefici romani, per la loro benignità, da' suoi passati 
avevano sofferto. Finalmente, sprezzando lui tali comandamenti, 
aveva fatto il papa pubblicare le scomuniche : le quali Corradino 
non stimando , innanzi si può dire agli occhi del sommo pon- 
tefice aveva condotto l'esercito, e fatto tutte le cose che s'usano 
fare ostilmente fra nemici. Appressandosi a Roma Corradino, il 
popolo romano armato gli si fece incontro , e con somma letizia 
di tutti gli ordini, con la pompa consueta agi' imperadori lo 
condussero in Campidoglio. In quello luogo fecero ragunata 
non solamente i capi, ma ancora di ogni ragione gente della 
parte ghibellina venuti del Ducato e di Toscana e di tutto il 
resto d' Italia. Messo adunque in punto Corradino tutte le cose 
necessarie alla guerra, perchè il re Carlo teneva il passo di Monte 
Casino, entrò nel Reame per quello di Tivoli e d'Albano. Il re 
Carlo gli venne incontro con meno gente che non aveva lui: 
perocché Corradino, oltre a tremila cavalli de' Tedeschi, molti 



LIBRO TERZO. 119 

signori di Genovese, di Toscana, del Ducato e della Marca e 
di Sabina lo seguivano. E non solamente gli andavano dietro i 
principali della parte , ma ancora una moltitudine d' ogni ra- 
gione gente s' erano uniti con lui. Molti ancora cittadini romani, 
e appresso Arrigo spaglinolo con uno fiore di gente lo segui- 
vano. 11 re Carlo dall' altra parte, benché avesse spartito le sue 
genti d'arme e a Messina, che in quel tempo era assediata per 
mare e per terra, e in molti luoghi lungo le marine del reame 
di Napoli, ernia parte ancora mandata in Toscana, nientedi- 
meno con grande confidenza d' animo , con quello esercito che 
gli restava si pose presso al campo de' nimici : e considerato le 
loro forze e le sue , giudicò essere di bisogno di usare in quel 
tempo ogni arte e ogni ingegno, perchè apertamente non si 
confidava non solo di potere vincere , ma di potere resistere al 
nimico. Era appresso di lui, secondo che si dice, uno uomo 
nobile, antico e molto esperto nell'arte militare, chiamato Alar- 
do: per il consiglio del quale il re Carlo trasse di tutto il suo 
esercito ottocento uomini a cavallo molto eletti, e occultamente 
li pose sotto uno colle vicino , e tutto il resto della moltitudine 
fece scendere nella pianura , e mandò con loro uno vestito di 
abito regale, in tale maniera che paresse il re : ed egli si fermò, 
non molto lontano da quegli che aveva posti dietro al colle , in 
uno luogo eminente e commodo a vedere la zuffa. I condottieri 
di Corradino ordinando la battaglia, posero nella fronte Geno- 
vesi, Toscani e Ispagnoli; e intorno alle bandiere posero le genti 
tedesche. Appiccandosi il fatto d'arme, i Toscani, Ispagnoli e 
Genovesi con grande ardire assaltando le squadre del re, fecero 
tanta occisione , che l' impeto loro non si potè lungo tempo 
sostenere : ma ributtate le prime squadre , e col medesimo im- 
peto entrati più addentro nella battaglia, ed essendo quello con- 
dottiere che pareva il re gittato in terra, le grida e il romore 
andarono per tutto il campo, che il re Carlo era suto preso. 
Allora le genti tedesche , che erano state poste in sussidio delle 
bandiere, per trovarsi ancora loro presenti alla vittoria , si me- 
scolarono nella zuffa. In questo modo rotte le genti del re Carlo, 



120 ISTORIA FIORENTINA. 

e fuggendo per tutto, erano sparse per la campagna: e simil- 
mente i vincitori, scacciandoli e seguitandoli, si vennero a dis- 
ordinare in modo, che più non v'era schiera insieme, ne alcuno 
sussidio, né retroguardia. Ognuno de' vincitori intento alla pre- 
da, come nelle mani certissimamente avessero la vittoria, in 
vari luoghi andavano vagando. Una grande parte di loro perse- 
guitava le genti rotte, e dal luogo della battaglia s' era dilungata. 
Essendo le cose in questi termini, il re Carlo subitamente, con 
quella gente eletta che di sopra facemmo menzione, discese 
nella campagna, e con le squadre ordinate e strette insieme as- 
saltò le genti disordinate di Corradino. Molti ne prese in sulla 
prima giunta , molti ne mise in fuga : e finalmente condotto alle 
bandiere de' nimici, in uno momento 1' ebbe dissipate e prese. 
Corradino attonito, come fosse cosa miracolosa, e di vincitore 
fuori d'ogni sua opinione vedendosi superato e vinto, con po- 
chi compagni se ne fuggì. Il re Carlo, non lasciando seguitarci 
suoi, ma tenendoli insieme bene ordinati, il resto de' nimici, 
nel tornare che facevano dalla persecuzione de' suoi, trovandoli 
stracchi e disordinati , a parte a parte li pigliava : e in questa 
maniera oppressati i nimici, finalmente acquistò pienissima 
vittoria. Corradino, dì e notte continuato il fuggire, si condusse 
a Roma : e subitamente fu ricevuto da Guido da Montefeltro , il 
quale, quando passò nel Reame, aveva lasciato alla guardia di 
Roma. Il popolo romano similmente lo ricettò volentieri, non 
avendo ancora la novella della rotta ricevuta. Ma poco di poi, 
sopravvenendo i cittadini romani della parte guelfa, che da Ar- 
rigo erano stati cacciati e eransi trovati nella zuffa coire Carlo, 
avendo per guida gli Orsini e Savelli, furono cagione che subi- 
tamente tutta la città si mise in arme. Per la qual cosa sbigot- 
tito Corradino, usci di Roma sconosciuto, e di subito se n'andò 
a una terra anticamente chiamata Astura, con proposito di par- 
tirsi di quindi e andarsene per mare a Pisa. Ma innanzi che 
partisse , intorno a' luoghi circostanti fu preso e dato nelle mani 
del re, e non molto di poi condotto a Napoli; e per sentenza 
delle città del Reame (i sindachi delle quali il re Carlo di tutto 



LIBRO TERZO. 121 

il Reame aveva convocati a dare giudizio di lui) fu giudicato e 
morto in sul primo fiore della sua età. Ancora fu morto insieme 
con lui il duca d' Austria che era quasi di quella medesima età, 
e Gherardo pisano che era stato condottiere de' Toscani in que- 
sta zuffa. Arrigo spagnolo, fuggendo ancora lui dalla battaglia, 
fu preso in quello di Rieti e dato nelle mani del re. Ma perchè 
egli era congiunto di parentado con lui, e ancora gli era stato 
dato a patti, gli fu salvata la vita, benché alla perpetua carcere 
fosse relegato. Dopo a questa vittoria, tutti i luoghi che in Si- 
cilia e nel Reame s' erano ribellati , tornarono all' obbedienza 
del re. 

Durante questa guerra nel regno, la Toscana stette quieta, 
perchè buona parte delle genti si trovavano fuori, e gli animi 
di tutti i popoli erano vòlti aspettare la fine della battaglia. Ma 
poi che si vide la distruzione di Corradino , si cominciarono a 
rinnovare le contenzioni, e volgere i pensieri alle guerre di casa. 
E pertanto, nella seguente state, i Sanesi e gli usciti di Firenze A .i269. 
che si trovavano a Siena , con tutto loro sforzo andarono a 
campo a Colle, in sul fiume dell' Elsa. Questa ossidione come 
prima si sentì a Firenze, subitamente vi furono mandate le 
genti a pie e a cavallo, per dare aiuto a' loro collegati. Accadde, 
che il dì medesimo le genti a cavallo andarono sì presto , che 
innanzi che si facesse sera, giunsero a Colle, e da quella parte 
che era più lontana a'nimici entrarono drento: e deliberarono, 
innanzichè innovassero alcuna cosa, d'aspettare le fanterie, le 
quali dovevano giungere 1' altro dì. Ma i nimici, spaventati per 
la venuta di costoro, V altra mattina, in sul fare del di, ritira- 
rono il campo indietro : e perchè in sul levare fecero alcuno se- 
gno di timore, dettero animo a quelli di dentro in tal forma, 
che presero l'arme, e senza aspettare più le fanterie, uscirono 
fuori con grande ardire, e assaltarono i nimici tutti spaventati. 
Quelli della terra ancora con tutta la moltitudine fecero loro 
spalle; e appiccatosi insieme, i Sanesi rimasero rotti: e non si 
fa dubbio, che se le fanterie dei Fiorentini vi fossero state a 
tempo, quel di i Sanesi avrebbero ricevuto grandissimo danno. 



122 ISTORIA FIORENTINA. 

E nientedimeno, le genti d'arme a cavallo, fatta occisione 
quanto fu loro possibile, con pochi prigioni si ridussero a sal- 
vamento. 

Nel medesimo anno fu assediata Ostina da' Fiorentini. 
Questo castello avevano preso gli usciti di Firenze, quando 
e' fuggivano dalla battaglia: ma di poi, essendo stretti dal campo, 
e abbandonando il luogo di nottetempo inconsideratamente, fu- 
rono scoperti dalle guardie : il romore si levò ; e la maggior 
parte furono presi o morti. Non molto di poi, i Fiorentini, ri- 
dotte le genti a casa e richiesti da' Lucchesi, le mandarono in 
loro aiuto contro a' Pisani: le quali, così manciate in gran nu- 
mero a pie e a cavallo , predarono insino alle mura di Pisa , e 
presero alcune castella intorno al fiume del Serchio. Dopo que- 
sto, seguì la pace co'Sanesi: i quali, privati d'ogni altra spe- 
ranza , si volsero alla grazia e amicizia del re Carlo , e uno suo 
mandato ricevettero dentro nella città, e, come è detto, fecero 
la pace col popolo fiorentino. E infra gli altri capitoli consenti- 
rono , che non fosse ricettato alcuno degli usciti di Firenze o 
nella città o nel contado di Siena. Donde seguì, che fuggendosi 
in Casentino , alcuni degli usciti furono presi per la via ; e con- 
dotti a Firenze, furono morti: fra' quali fu messere Azzolino, 
figliuolo di messer Farinata cavaliere fiorentino, uomo di padre 
e di sangue molto generoso. 

In quello medesimo anno , circa calendi d' ottobre , conti- 
nuando due notti e uno dì la piova, crebbero i fiumi assai oltre 
al consueto : molti uscirono de' letti loro, e allagarono il paese 
circostante. Ma la piena dell' Arno con materia di travi e d' al- 
beri fu sì grande, che s' attraversò al ponte di Santa Trinità , e 
trovando il riscontro del ponte , venne come un diluvio allagare 
tutta la città; e finalmente fece rovinare quello ponte, e conio 
impeto grandissimo trasportato all'altro ponte alla Carraia, ruppe 
e rovinò ancora quello. E cosi di quattro ponti dell' Arno den- 
tro dalla città, rovinatone due, ultimamente la piena sfogò: e 
mancando l'acqua, il fiume venne a rimanere purgato nel 
letto suo. 



LIBRO TERZO. 123 

Questo fu un anno famoso per molte cose , e massima- 
mente per la morte del papa e per la contesa principiata fra' 
cardinali subito dopo la morte sua : la quale segui poi con tanta 
ostinazione, che presso a due anni stettero rinchiusi in concla- 
ve. Queste discordie de' cardinali furono cagione di sollevare in 
speranza la parte ghibellina, la quale si diceva tentare cose 
nuove in Toscana : e che a Pisa e a Poggibonizzi si ragunava 
grande moltitudine di gente; e che appresso de' Sanesi non 
stavano le cose quiete j ma erano sollevati molti a espettazione 
di cose nuove. Accresceva ancora questa speranza l'opinione 
che era divulgata della partita del re Carlo dalle parti d' Italia : 
perocché Lodovico re di Francia suo fratello, avendo fatta grande 
armata per passare in Affrica contro a' barbari, aveva richiesto 
il re Carlo, e pregatolo che volesse concorrere alla commune 
impresa de' cristiani. Dubitando dunque il re Carlo, che per 
questa cagione non seguisse qualche movimento, deliberò pas- 
sare in Toscana, e prevenire a queste cose innanzi alla partita 
sua. E pertanto venendo a Roma, riassunse Y autorità del se- 
nato , la quale molto innanzi gli era stata concessa , e per al- 
quanto tempo T aveva lasciata indietro ; e in sulla prima giunta 
abbassò molto la parte ghibellina. Passò di poi nel contado di 
Pisa: e perchè i Pisani gli erano stati avversi, e mandato F ar- 
mata a fare rebellare le terre ne' paesi suoi, e favorito di gente 
e di danari Corradino, era reputato tanto loro inimico, che si 
stimava la destruzione di Pisa non essere abbastanza a saziare lo 
animo suo. 1 Fiorentini e Lucchesi, perpetui inimici de' Pisani, 
s' erano messi in punto a seguire il re e favorire la sua impre- 
sa: ed essendo sollevati a questa speranza, fuori d'ogni loro 
opinione, il re fece la pace co' Pisani. E le cagioni furono per- 
chè i Pisani, nella sua venuta, prestamente mandarono a signi- 
ficare alla maestà sua, che erano parati a ubbidire a ogni suo 
comandamento, e per la via di mare, dove erano potentissimi, 
dare favore alla sua impresa di Barberia. In questo modo facen- 
dosi incontro e offerendo prontamente l'opera loro, piegarono 
la mente del re , non solamente da ritrarsi dalla presente perse- 



124 ISTORIA FIORENTINA. 

dizione, ma ancora di fare lega per l'avvenire con loro. Que- 
sta confederazione offese gli animi di molti, e conobbe il re, che 
la mansuetudine sua inverso coloro che per lo passato gli erano 
stati sì capitali inimici, a tutti i suoi partigiani fu molesta. 
ito. L' anno seguente, in sulla primavera, i Fiorentini e Pisani, 
per ordine del re e de' suoi oratori che vi furono presenti, fe- 
cero pace. Era durata quella guerra dalla passata di Corradino 
insino allora. I capitoli furono pochi, e gli animi erano male 
disposti: e non vennero a tale concordia di propria volontà, 
ma piuttosto per non repugnare all' autorità del re. Il quale, 
poco di poi, per mitigare gli animi de' guelfi mal contenti con 
qualche opera contraria a queste prime, mandò '1 campo aPog- 
gibonizzi : il quale castello era in que tempi uno ricetto di tutti 
i ghibellini di Toscana, che cacciati delle terre loro o persegui- 
tati dal re, per sospetto visi rifuggivano. Questo luogo fu asse- 
diato da Guido condottiere del re , e finalmente disfatto e di- 
strutto : e nondimeno la spesa promise di pagare il popolo di 
Firenze, e in nome della repubblica s'obbligarono messer Rug- 
gieri Malespini e messer Chirico de' Pazzi, cavalieri fiorentini : 
i quali , poi che il castello fu disfatto , a petizione del prefato 
Guido, pagarono la pecunia che gli era stata promessa. La 
maggior parte degli uomini di Poggibonizzi rimasero volonta- 
riamente in paese , e fu conceduto loro il luogo sotto il monte 
ad abitare. 

In quel tempo io trovo mutata appresso i Sanesi la condi- 
zione del vivere, e la parte gibellina abbassata, e fra loro e i 
Fiorentini essere fatta confederazione e amicizia, secondo la me- 
desima conformità della parte. Pacificate adunque le città di 
Toscana, e durante la vacazione della sedia romana, le cose in 
queste parti stettero quiete. 

Ma il re Carlo dopo Lodovico suo fratello passò in Af- 
frica, e insieme con lui entrò nella impresa della guerra di 
Barberia, la quale guerra si vedeva succedere loro prospera- 
mente , se non fosse seguita la morte del re Lodovico : per la 
quale si venne a lasciare la impresa e consentire la pace con 



LIBRO TERZO. 125 

patti e condizioni, che i Barbari dessero certo tributo, accioc- 
ché l'accordo fosse pe' cristiani più onorevole. 

Il re Carlo di poi se ne tornò in Italia insieme con Filippo 4.1271. 
figliuolo del re Lodovico, il quale succedeva al padre nel regno 
di Francia e già aveva preso il titolo, e insieme con molti baroni 
e signori gli fece compagnia per tutta Italia. Durava ancora la 
contesa de' cardinali e la vacazione della sedia romana: ed era 
tanta la loro ostinazione, che ne timore di Dio, né prieghi degli 
uomini, ne le querimonie de' cristiani, li ritraevano da tale con- 
tesa. Ultimamente, dopo una lunga espettazione delle genti, 
per cagione che fra loro non s'accordavano, si volsero fuori 
del collegio a eleggere Teodaldo piacentino, il quale dimorava 
in quel tempo in Soria, per sommo pontefice romano, che fu 
appellato di poi Gregorio decimo. Questo tale chiamato di Soria 
per lettere del collegio, e condotto a Viterbo, ed entrato nel 
pontificato con somma letizia di ciascuno, non molto di poi per 
la recuperazione di Terra Santa pubblicò il concilio a Lione di 
Francia: e partendo da Viterbo accompagnato dal re Carlo e da 
grande moltitudine di signori e baroni, venne a Firenze, dove AJ273. 
lietamente e con grandissima venerazione da tutto il popolo fu 
ricevuto. Dimorando nella città, che molto gli piaceva per 
l'amenità sua, fece proposito di vedere, se poteva in alcuno 
modo comporre le discordie civili e mitigare gli animi de' parti- 
giani, e riducere dentro gli usciti di Firenze, con buona pace e 
concordia de' governatori della città. Questo suo desiderio natu- 
rale gli avevano ancora accresciuto gli usciti di Firenze, i quali 
s'erano gittati nelle sue braccia, e con molte supplicazioni do- 
mandato l' aiuto della clemenza sua. Volendo adunque mettere 
ad esecuzione questo proposito, innanzi a ogni altra cosa dis- 
pose il re Carlo alla volontà sua: e poi che egli intese, che in 
questa impresa non gli sarebbe contrario, chiamò a sé i magi- 
strati della repubblica fiorentina e grande numero de' principali 
della città, e parlò nella forma che appresso diremo : « Quando 
» quello supremo maestro mandò i suoi discepoli a curare le 
» infermità degli uomini, comandò loro, che in qualunque casa 



126 ISTORIA FIORENTINA. 

» eglino entrassero, annunziassero la pace a quella casa. E noi 
» ancora, benché indegnamente chiamati alla successione di 
tale ufficio, allora ci parrà avere adempiuti i suoi comanda- 
menti, se, entrando in questa vostra città, vi annunziamo la 
pace. Perocché, a proposito di simile obbedienza, che cosa si 
può fare maggiore di questa o di maggior frutto e utilità 
degli uomini? Egli è cosa manifesta, che né casa, né città 
alcuna può essere salva, se la pace si scaccia e la discordia si 
mantiene. E pertanto dalla medesima verità sono dette quelle 
parole: Ogni regno in se diviso sarà distrutto, e la casa sopra 
alla casa cadrà. Io già molto innanzi udendo le sedizioni e 
discordie di questo vostro popolo , meco medesimo ne avevo 
uno orrore : e ora, poi che sono venuto in questa vostra terra, 
ed ho più dappresso palpata questa infermità , molto maggior- 
mente spavento e increscemi , che essendo voi stati pel pas- 
sato uomini prudenti, siate al presente in tanta stoltizia tras- 
corsi. Perocché, io vi domando per quello immortale e 
ineffabile Dio: che vogliono dire queste vostre parti, queste 
vostre contenzioni civili ? che proposito e che fine è quello 
del capitale odio e sfrenata rabbia di malevolenza, che voi 
avete inverso de' prossimi, de' cittadini e di coloro che sono, 
si può dire, del sangue vostro? E' pare, che si convenga a tutti 
gli uomini, come passano gli anni puerili, sapere rendere 
qualche ragione probabile de' processi loro , massimamente 
nelle cose importanti e gravi. Ma voi, con che ragione umana 
o divina potete difendere questo vostro fatto? Perocché, se 
voi riguardate i comandamenti divini, e' non è quasi cosa al- 
cuna che voi dobbiate più amare che i prossimi: voi capital- 
mente gli avete a odio. Se voi riguardate gli ammaestramenti 
umani , la patria è quella che vi debba essere carissima : e 
nientedimeno voi crudelmente la disfate. Perocché la patria 
non è altro che la città, e la città non è altro che i cittadini; 
i quali cacciando, uccidendo, perseguitando, a uno tratto ve- 
nite ad avere in odio i prossimi , e conducere la patria all' ul- 
timo esterminio. Ma, donde nasce questa tanta rabbia e tanto 



LIBRO TERZO. 127 

» furore? Certamente non leggieri, ma gravissima cagione 
» debbe essere quella che conduce le menti vostre a tanta 
» infamia. Che cagione può essere questa tanto potente e 
» tanto grande? E' m' è caro d'udirla: ma piuttosto mi dolgo 
)> d'averla udita. Che cosa è guelfo o ghibellino, che sono nomi 
» incogniti a coloro medesimi che li dicono? In queste cose non 
» solamente la nobiltà , ma ancora la plebe che non ci ha inte- 
» resse alcuno , ci diventa stolta ; e secondo la parzialità l' uno 
» sprezza il nome dell' altro , e con odio capitale lo perseguita. 
» Questa è la cagione, per la quale i cittadini si tagliano a 
» pezzi, le case s' ardono, la patria si disfàehassi sete del san- 
» gue del prossimo. Oh stoltizia puerile! oh infamia intolle- 
» rabile! Se egli è ghibellino, egli è cristiano, egli è cittadino, 
» egli è prossimo, egli è, si può dire, del medesimo sangue. 
» Adunque il ghibellino sarà messo innanzi a tanti e sì potenti 
» nomi di congiunzione, e uno nome vano, che nessuno intende 
» quello che significhi, potrà più a inducere l'odio, che tanti 
» espressi e egregi nomi a inducere la carità? Ma io certamente 
» non riprendo più voi che loro, perchè l'una parte e l'altra si 
» truova in errore, ed è degna di riprensione. E 1' una e l'altra, 
» quando ha potato, ha cacciato i cittadini, arse le case e ap- 
» petito il sangue de' prossimi : e l' una ha vendicato l' altra; e 
» affliggere l' una Y altra è stato quasi uno flagello di Dio. E 
» pertanto , essendo in tutte queste cose che ne' tempi passati 
» sono state fatte da voi una evidente stoltizia, uno manifesto 
» errore, la distruzione della patria e dispregio delle umane e 
» divine leggi, che non solamente si vede, ma ancora si palpa; 
» chi sono quelli tanto ostinati e di vita tanto perduti, che non 
» vogliano fare l'opposito di quello che insino a ora avete fatto 
» voi? Vogliate adunque, quando che sia, diventare savi, e 
« queste vostre parzialità tanto pestifere e vituperose con una 
» sempiterna oblivione dimenticare. Sia in scambio dell'odio la 
» carità, in scambio della malevolenza la dilezione, in luogo 
» della distruzione la stabilità, e dello esterminio la conserva- 
» zione e la salute. Ecco, quegli medesimi che voi avete cacciati 



128 ISTORIA FIORENTINA. 

» della città si fanno incontro a domandare la pace: e posto 
» giù il crudelissimo furore delle parti e la memoria de' tempi 
» passati, desiderano in buona concordia vivere con voi. Questo 
» è quello che significano e umilmente addomandano. Quale 
» pace adunque può essere alla vana faina del mondo più gloriosa 
» o più onorevole di questa a voi reggenti la repubblica, la quale 
» r* è domandata di grazia da coloro che per vostro beneficio 
» desiderano essere ridotti nella città? Nelle ingiurie dell'una 
» parte e l'altra, l'ultima sempre suole essere reputata acer- 
» bissima. Se loro adunque sono disposti a porre giù la raemo- 
» ria della ferita di prossimo ricevuta, che si conviene fare a 
» voi che gli avete offesi? non dovete voi avere caro che ogni 
» ingiuria si dimentichi? Finalmente, perchè voi dite che 
» queste parzialità per li romani pontefici contro a' loro inimici 
» avete prese, io pontefice romano questi vostri cittadini, ben- 
» che insino a ora abbiano offeso, nientedimeno tornando al 
» grembo nostro, gli ho ricevuti, e rimesse le ingiurie, gli ho 
» in luogo di figliuoli. E voi nella causa nostra è conveniente 
» non vogliate più che ci vogliamo noi. E pertanto, se a nostra 
» istanza voi pigliaste la guerra, siate contenti ancora per nostro 
» amore pigliare la pace. » 

Questo parlare del sommo pontefice , benché alla moltitu- 
dine fosse grato, nientedimeno agli uomini più potenti della 
città che governavano la repubblica fu molesto e oneroso. Ed 
essendo pure cosa grave, parve loro di consultarla e pigliare 
tempo alla risposta: e cosi fatto, si partirono dalla udienza. 
Il dì seguente, ragunato grande numero di consiglio, dove si 
trovò i più reputati de' nobili e de' plebei, e messo in pratica la 
proposta fatta dalla santità del papa, quasi a ognuno pareva 
dura e pericolosa la revocazione degli usciti : e molti si sde- 
gnavano, che mutata la condizione delle cose, il sommo pon- 
tefice contro agli amici avesse presa la tutela degl'inimici. Ul- 
timamente conchiusero di lamentarsi e negare la domanda fatta 
per la santità sua. Ritornati adunque al cospetto suo grande 
numero di cittadini con manifesti segni di dolore e mestizia, 



LIBRO TERZO. 129 

uno di loro a chi era stato commesso parlò in questo modo : 
« La domanda tua , gloriosissimo Pontefice, tanto ci è stata 
» più grave, quanto noi siamo più desiderosi di compiacerti e 
» obbedire a' tuoi comandamenti. Se la nostra deliberazione 
» sarà contraria alla tua volontà, n' è cagione la forza e la gran- 
» dezza del pericolo , che può in noi più che la reverenza della 
» santità tua. Ma ti preghiamo bene, che con quella equità 
» oda noi tuoi devoti e fedeli, colla quale gli avversari e per- 
» secutori hai udito. Senza dubbio egli è grandissima loda per- 
» donare al nimico : e nientedimeno e' non parrà mai ragione- 
» vole quegli che t' hanno portato le armi contro , e quegli 
» che per te hanno sparso il proprio sangue, in uno medesimo 
» grado reputarli. Finalmente e' non potrebbe parere cosa più 
» indegna o più perversa, che difendere i nimici in modo che tu 
» oppugni gli amici. Molte cose ci hanno dato ammirazione nel 
» tuo parlare : ma sommamente ci ha fatto stupire quello che 
» domandò come cosa nuova la santità tua, che volevano dire 
» queste parzialità: e quasi come la cosa in sé fosse vitupe- 
» rosa, i nomi ancora oscuri a quelli medesimi che li diceva- 
» no biasimasti. Certamente, se combattere perla chiesa ro- 
» mana, difendere i pontefici contro a' loro persecutori, si 
» debba chiamare stoltizia e furore, niente abbiamo che dire. 
n Ma se la cosa pia e gloriosa a ognuno e massime a te debba 
» parere , dicci , Padre , ti preghiamo : come chiami tu pesti- 
» fere e vituperose le parzialità nostre? Dirai tu, che le con- 
} tese nostre o veramente non abbiamo prese in favore della 
» chiesa romana , o che F aiuto dato alla chiesa romana sia 
» cosa stolta e degna di riprensione? Prima, che noi siamo stati 
I in favore della chiesa, oltre a' fatti ci sono ancora le lettere 
» de' pontefici in grande copia fra le nostre pubbliche scritture, 
» piene di esortazioni e commendazioni, che ne rendono testi- 
» monianza. E appresso, i meriti nostri non sono sì piccoli, 
» che quello che per la chiesa in gravissimi tempi contro a 
» Federico e Manfredi abbiamo fatto e sostenuto, si debba fa- 
}) cilmente dimenticare. Ed essendo cosi, il favore dato alla 



150 ISTORIA FIORENTINA. 

» chiesa riebbe essere riputato cosa nefanda? e noi che abbia- 
» mo portate l'arme contro a' suoi persecutori, e gli avversari 
» nostri che V hanno crudelmente offesa, debbono essere col- 
» locati in uno medesimo grado ; e le parti nostre e le loro , 
» come udimmo dire non senza dolore alla santità tua, deb- 
» bono essere poste in uno medesimo errore? Ma quando tu 
» domandi, con che ragione noi difendiamo il fatto nostro, o 
» divina o umana, noi diciamo: e colla divina, perchè abbiamo 
» ubbidito al pastore datoci dal cielo , e fatta la difesa contro 
» a' suoi persecutori; e con la umana, perchè abbiamo con la 
» forza scacciato la forza, i cittadini perniziosi abbiamo man- 
» dati fuori della città. E se avere in odio il prossimo, è contro 
» al comandamento divino, non volere, ti priego, ristagnerei 
» a una regola di vivere tanto scrupolosa. Altrimenti si governa 
» il cielo e altrimenti la terra. I tuoi predecessori, con tutto 
» che fossero reputati santissimi, a chi percoteva loro una gota 
» non porsero però l'altra, secondo il comandamento del Si- 
» gnore, ma fecero resistenza alle percosse di Federico e di 
» Manfredi : e quando e' si diffidavano di potere resistere, se 
» ne fuggivano di là dall'Alpi, per non essere percossi nell'al- 
» tra. Quanto appartiene alla patria, assai s'è provveduto per 
» leggi e gli esempj degli antichi, che i perniziosi cittadini non 
» debbono essere riputati nel numero de' cittadini. E forse che 
» nomi vani sono quelli che ci commovono? Non siamo tanto 
» leggieri, né tanto ignoranti, che ci paia di fare contesa 
» de' nomi e delle parole. Anzi quello medesimo che pareva la 
» tua santità stimassi tanto , donde i nomi delle nostre parzia- 
li lità fossero detti, appresso di noi è di poca stima. Che im- 
» porta, donde ciascuna cosa sia detta? I fatti sono quelli che 
» ci commovono. 1 nostri progenitori furono già cacciati della 
» città: e alcuni crudelissimamente furono morti, alcuni la- 
» cerati con dure pene; ad alcuni furono tratti gli occhi e 
» messi in carcere, per finire miseramente la vita loro. Noi 
» di poi per fraude e inganno essendo rotti , ci furono disfatte 
» le case , arse le ville , guastati i campi ; e quelli de' nostri 



LIBRO TERZO. 151 

» che vennero alle mani degli avversari furono morti. Questa 

» è contesa di nome e di parole, e non piuttosto della vita 

» e del sangue ? Chiama costoro come pare a te : la cosa è 

» quella che noi attendiamo. E se il nome ci è incognito, ci 

» sono noti e manifesti i fatti, e quello che egli hanno fatto e 

» quello che farebbero, se potessero. E se si fanno incontro a 

» domandare la pace, e, poste da canto le passate ingiurie, 

» umilmente domandano di vivere in buona concordia con noi, 

» una facile e semplice risposta si può fare. Certamente la tua 

« bontà è ingannata , beatissimo Padre , se ella stima che si 

» debba credere alle parole loro. Egli hanno senza dubbio mu. 

» tata la fortuna ; ma 1' animo è quello medesimo. Crediamo 

» adunque alle parole loro, se altre volte al fiume dell'Arnia, 

» insieme con la patria» credendo e fidandoci , noi non siamo 

» stati ingannati. Diamo loro la pace e riceviamogli nella città, 

» se questi medesimi, trovandosi dentro, non banno preso con- 

» tro a ogni fede occasione di nuocere. E se allora, che non 

» avevano stimolo dentro se non il proprio naturale, fecero 

» quello, ora che sono offesi dell' ultima ferita, la quale tu 

» medesimo affermi essere acerbissima, non crediamo che 

» eglino abbiano a fare il simile? E se mi fosse risposto: E' non 

» ò così, — dico , che molti più che non si conviene ritengono la 

» memoria delle offese, e nessuno si debbe confidare nel ni- 

» mico, perchè le volontà degli uomini sono oscure, le parole 

i e la fronte spesse volte mentiscono. E però noi non abbiamo 

» cura tanto alla fama, come tu dicevi, vana delle genti, quanto 

» alla propria salute : e non pensiamo tanto ad acquistar gloria 

» per rimetterli dentro, quanto per tenerli di fuora la nostra 

» sicurtà. Ma quello che nell'ultima parte del tuo parlare come 

» ragione potente pose la santità tua : Se per noi avete preso la 

» guerra, dovete ancora per nostro amore prendere la pace t con 

)) tutto che la tua autorità molto ci vinca, nientedimeno consi- 

» dera, se ti pare dovere che, poi ci avete messi in gravis- 

» sime inimicizie e acerbissimi odii, voi ci vogliate dare una 

» pericolosa pace, e rimettere la salute nostra alla fede di co- 



132 ISTORIA FIORENTINA. 

» loro che noi abbiamo offesi. E pertanto, se solamente si do- 
» manda , che come per voi abbiamo presa la guerra, così pi- 
» gliamo la pace, siamo parati a farlo : ma se e' si dice, che 
» egli abbiano ancora a essere ricevuti nella città, troppo ci pare 
» che tu abbi posto da parte la cura della salute nostra. Peroc- 
» che e' non è una medesima importanza, chela santità tua gli 
» abbia ricevuti a grazia, e noi nella città. Loro ricevuti nella 
» grazia tua, che offensione ti possono fare? e a noi quale non 
» possono fare, conversando fra le medesime mura? E che bi- 
» sogna tanto disputare o della ragione o de' meriti nostri, con- 
» ciosiacosachè tu ci conforti a riconoscere gli errori nostri , e 
» voglia che noi facciamo Y opposito di quello che abbiamo 
» fatto insino a ora? Oh incredibile mutazione di tempi! oh spe- 
» ranza fallace e stolta! Quando Innocenzo. Urbano, Clemente, 
» pontefici romani e tuoi predecessori , con lettere ed esorta- 
» zioni ci confortavano alla persecuzione degli avversari; quando 
» e' donavano le insegne che noi avessimo a seguire armati ; 
» quando l'opere nostre non solamente gloriose al mondo, ma 
» ancora accette a Dio essere dicevano , sarebbe stato alcuno 
» che avesse creduto, che venisse ancora tempo, che il pon- 
» tefice romano per questi fatti ci avesse a dire , che noi emen- 
» dassimo gli errori passati e facessimo l' opposito di quello che 
» noi abbiamo fatto insino a ora? Noi non possiamo dire, che 
» non sia la medesima sedia, perocché ella è una e perpetua: 
» ma noi diciamo bene, che da essa siamo stati condotti a 
» quello, di che al presente ci danna e ci riprende. Ma tu, Pa- 
» dre santo, vedi e considera quello che tu fai. Molte e varie 
» sono le mutazioni de' tempi e delle cose : e se ora la chiesa 
» non ha persecutori, la tua santità non è però certa, che non 
» n' abbia avere per lo avvenire. E' potrebbe venire tempo, nel 
» quale non ti parrebbe utile avere la parzialità scacciata e ri- 
» provata : e forse diventerebbero più savi molti , che la tua 
» benignità non debba desiderare. » 

Questa fu la risposta de' magistrati e cittadini che fecero 
al sommo pontefice. E nientedimeno la santità sua, perseve- 



LIBRO TERZO. 155 

rando nel proposito, non si levò prima dalla impresa, che fatto 
arbitro a comporre queste cose, pronunziò la pace fra le parti, 
con l'aggiunta di gravissime censure e pene che «gli impose 
a' trasgressori di quella: e per maggiore sicurtà di quegli di 
dentro, comandò agli usciti, che per osservanza della fede, des- 
sero molti statichi a' reggenti di Firenze. E non molto di poi 
dedicò la chiesa di Santo Gregorio di là dall'Arno appresso al 
ponte Rubaconte dalle case de' Mozzi , dove allora faceva resi- 
denza: e pigliando grande piacere della concordia fatta, con- 
sentì, che nel muro della chiesa fossero scolpite lettere, che vi 
sono ancora a' nostri dì, contenenti il tenore della pace. Queste 
cose ebbero maggiore speranza allora, che efficacia per l'avve- 
nire: perocché i reggenti della città, che erano stati malcon- 
tenti della tornata degli usciti , non molto di poi cominciarono 
occultamente a mettere loro sospetto e fingere cose nove , in 
tal maniera che tutti spaventati, di loro propria volontà se ne 
partirono. E in questo modo tutte le fatiche del sommo ponte- 
fice, che egli aveva messe in pacificare la città, in brieve tempo 
tornarono vane. Mala santità sua, udendo quello che era se- 
guito, l'ebbe tanto a male, che non solamente comandò che 
gli statichi fossero restituiti agli usciti , ma ancora i trasgressori 
multò con gravissime pene , e interdisse la città dalle cose sa- 
cre. A questo interdetto fu obbligata la città circa tre anni : e 
non è facile a dire, se fu maggiore o la persistenza del papa o 
la contumacia de' cittadini ; perocché la santità sua, benché molto 
pregata, non mutò sentenza, né i principali della repubblica 
mutarono loro opinione. 

L'anno seguente fu novità a Bologna, e la parte ghibel- A Km 
lina ne fu cacciata. Per la medesima conformità delle parti, i 
Fiorentini vi mandarono genti d'arme : le quali appressandosi 
alla terra, i Bolognesi uscirono fuori e ricusarono l'aiuto loro, 
dicendo che avevano cacciati gli avversari, e non pareva loro 
da riceverli drento , per non dare maggiore alterazione alla cit- 
tà. In questa forma le genti fiorentine rifiutate da' Bolognesi , 
non senza sdegno se ne tornarono a Firenze. 



134 ISTORIA FIORENTINA. 

In questo medesimo anno fu novità a Pisa, e partorì ef- 
fetti diversi da quelli de' Bolognesi : perocché fu cacciato 
Giovanni di Gallura giudice con una parte de' cittadini. Il quale 
ricorrendo a' Fiorentini e Lucchesi, per la medesima confor- 
mità delle parti fu ricevuto e favorito in modo d'aiuto e di gente , 
che mosse a' Pisani una grande guerra. Ma non molto di poi 
mori di pestilenza. 
A.J275. L'anno succedente fu cacciato il conte Ugolino con tutto 

il resto della parte : e lui similmente fu ricevuto in lega e favo- 
rito da' Fiorentini e da' Lucchesi. Questo movimento dette 
a' Pisani grande alterazione, perocché non solamente dentro 
nella città, ma ancora per tutto il contado, il conte Ugolino 
aveva grande séguito. E per questa cagione i Lucchesi e i Fioren- 
tini deliberarono di fare spalle agli usciti di Pisa : e ragunato un 
grande esercito di gente a pie e a cavallo , entrarono ostilmente 
nel contado de' Pisani; e non solamente predarono il paese, ma 
ancora presero alcune castella delle loro. Laqual cosa accrebbe 
molto la indegnazione del papa, perchè aveva comandato a 
queste città, che non innovassero guerra, e nascendo diffe- 
renza fra loro, la riferissero all'arbitrio suo. Vedendo di poi, 
che i suoi comandamenti erano sprezzati , ne aveva presa gran- 
dissima indegnazione. 

Per questi medesimi tempi fu celebrato il concilio di Lio- 
ne, e molte provvisioni fatte dal sommo pontefice appartenenti 
al conquisto e recuperazione di Terra Santa. Perocché e' fece la 
lega co' Greci , e alcuni errori di quella nazione per decreto del 
concilio furono levati via ; e lo imperadore de' Romani fu ap- 
provato con condizione, che l' anno seguente passasse in Italia. 

Dopo queste cose, papa Gregorio se ne tornò in Italia perla 
medesima via: e passato l'Alpi, e per la Lombardia condotto in 
Toscana, quando fu presso a Firenze, benché i principali della 
città avessero grande sospetto per la indegnazione presa da lui 
delle cose seguite , nientedimeno egli era tanta la reverenza e 
la opinione della sua santità, che tutta la moltitudine, posto da 
canato ogni altro rispetto, gli andò incontro. Il proposito del 



LIBRO TERZO. 155 

sommo pontefice era di non entrare dentro : e per questa ca- 
gione dalla via bolognese che veniva a Firenze, volse alla via 
d'Arezzo. Ma l'Arno in quelli dì era ingrossato in forma, che 
a guazzo non si poteva passare. Donde fa costretto, contro al 
proposito suo, passare dentro per il ponte e per una parte della 
città : e condotto due miglia fuori della porta, alloggiò in sulla 
via d'Arezzo. E non si potò in alcuno modo impetrare dalla 
santità sua, che levasse lo interdetto. Solamente, passando per 
la città, dette la benedizione al popolo : e di poi uscito fuori, 
lasciò pure obbligata la terra com'era prima. Seguendo appresso 
suo cammino , condotto che fa a Arezzo , cadde in una grande 
infermità: e fra pochi dì si morì di gennaio a' dì undici, e l'anno 
quarto del suo pontificato. Fu uomo senza dubbio di ottima eA.i» 
santissima vita , e tanto animato contro agi' infedeli e vòlto a 
racquistare Terra Santa, che giudicava tutti i cristiani dovere 
porre da canto ogni contesa, e volgere le forze loro a quel 
conquisto di Gerusalemme. Quest'era la cagione, che egli scac- 
ciava e detestava le parzialità favorite per lo passato dagli altri 
pontefici. Fu seppellito a Arezzo: e molti miracoli seguirono di 
poi appresso il corpo suo, che pareva facessero indubitata fede 
della santità sua. 

Dopo le esequie pontificali di nove dì celebrate , i cardi- 
nali rinchiusi in conclave crearono papa Innocenzo quinto : il 
quale nelle prime visitazioni e significazioni che gli furono fatte, 
levò via lo interdetto pubblicato da papa Gregorio contro a' Fio- 
rentini, e restituì la città alla grazia della sedia apostolica. 

La seguente state, dopo queste cose, i Fiorentini e Lucchesi 
con grande copia di gente d'arme a pie e a cavallo entrarono 
in quello di Pisa. Una fossa era stata fatta eli prossimo da' Pisani 
per fortezza del contado , la quale passava pel mezzo del paese 
e nasceva dal fiume dell'Arno. Loro la tenevano ben fornita e 
di bastie e di guardie , in tale maniera che venendo il campo 
appresso, e tentando ogni via di superarla, i Pisani, perchè ella 
era larga e afforzata di ripari, facilmente la difendevano. Sola- 
mente fu trovata una via dalle genti d'arme pel fiume dell'Arno 



156 



ISTORIA FIORENTINA. 



presso al capo della fossa, dove prestamente passarono le genti 
a cavallo, di poi le fanterie ; e di subito vólti alla mano sini- 
stra, assaltarono da lato dentro i Pisani, che in vari luoghi 
erano alle guardie. Furono cacciati di fatto e perseguitati insino 
alle mura di Pisa. I Fiorentini e Lucchesi, ottenuta la vittoria, 
con grande preda e moltitudine di prigioni se ne tornarono alla 
fossa; e quivi fermatosi con tutto l'esercito, ostilmente ogni di 
correvano il paese. In questo mezzo venne uno Valasco spano, 
mandato dalla santità del papa , e pronunziò la triegua quivi , e 
similmente a Pisa per commissione pontificale. Di poi si mise 
mezzano fra le parti in tal forma, che condusse la pace. I capi- 
toli furono : che i Pisani rimettessero il conte Ugolino e gli al* 
tri usciti, e restituissero interamente i loro beni. Tutte l'altre 
cose di che fosse controversia rimisero neh" arbitrio del sommo 
pontefice. E in questo modo si pose fine alla guerra. 

E segui poi circa questo tempo la morte di papa Innocenzo , 
che era stato creato ad Arezzo, quasi nel sesto mese del suo pon- 
tificato. I cardinali entrati in conclave in Santo Giovanni Laterano 
crearono papa Adriano, di patria genovese, il quale fra pochi 
di morì a Viterbo. E fu creato Giovanni XXI di nazione ispa- 
gnolo : e questo ancora fra sei mesi dal dì della sua coronazione 

A.i277.morì a Viterbo, perchè gli cadde una volta addosso. E così in 
termine di due anni vennero a mancare quattro sommi ponte- 
fici. Finalmente fu creato Niccola III, uomo prestantissimo di 
casa Orsina. Questo tale, benché e' fosse di famiglia molto 
guelfa, nientedimeno si diceva avere col re Carlo privata ini- 
micizia, perocché essendo morto a Roma papa Innocenzo, e 
rinchiusi i cardinali per creare nuovo pontefice, il re Carlo es- 
sendo presidente al conclave , molto parzialmente aveva favo- 
rito i cardinali franzesi: e per questa cagione s'aveva provo- 
cato 1' odio de' cardinali e prelati italiani. Essendo adunque in- 
degnato il papa , e parendogli la potenza del re Carlo essere 
troppo cresciuta al bisogno della chiesa , ordinò molte cose nel 
tempo del suo pontificato in diminuzione della grandezza re- 

A.i278.gale. Prima e' gli tolse il titolo del vicariato di Toscana, il quale 



LIBRO TERZO. 157 

gli era stato concesso dalla chiesa ; appresso lo privò della di- 
gnità senatoria, la quale insino a quel dì aveva continuata; e 
per costituzione ordinò, che né re alcuno, ne altri nato di san- 
gue regale, gli fosse lecito avere a Roma alcuna dignità : donde 
si venne a notare la persona del re Carlo e d'Arrigo spagnolo, 
i quali di prossimo erano stati senatori. Oltre alle predette cose, 
perchè la chiesa romana non avesse di bisogno dell'opera del 
re , tolse al soldo Bertoldo Orsini suo congiunto , sotto colore 
di racquistare le terre, che per quel tempo erano state tolte nel 
Ducato da Guido da Montefeltro, capo delle parti avverse. Prese 
ancora forma di comporre le discordie delle città di Toscana , 
donde il re Carlo i favori delle parti e grande somma di pecunia 
era consueto di trarre. E pertanto mandò un suo legato, che si 
chiamava messer Latino, nel terzo anno del suo pontificato, 
uomo religioso e di grande autorità : il quale giunto a Firenze, 
fu con grandissimo onore ricevuto. La sua mandata era perso- 
pire le inimicizie pubbliche e private : e a questo effetto, ben- 
ché la industria di questo legato fosse grande , e la maniera at- 
tissima in disporre gli animi degli uomini, nientedimeno si 
crede che egli avesse non mediocre aiuto dalle condizioni delle 
cose , perchè in quel tempo la nobilita era divisa , e molte inimi- 
cizie particolari vegliavano nella città, e le famiglie armate an- 
davano per la terra, e molti maìeficii si commettevano di per- 
cosse e di ferite, non senza romore e spavento de' cittadini. Di 
qui nasceva, che il popolo, turbato di queste cose, desiderava 
la tornata degli usciti: i nobili non potevano rimediare, perchè 
erano divisi e consigliavano il contrario V uno dell' altro. Queste 
cagioni davano grande aiuto a messer Latino, e mostravangli la 
via più facile all'accordo, che nelle medesime cose non aveva 
avuto papa Gregorio. Confortando adunque i cittadini, e inter- 
ponendo in pubblico e in privato V autorità pontificale, finalmente 
ottenne, che la pace si facesse colla tornata degli usciti. E per- A.1279 
che la concordia avesse maggiore stabilità , fece chiamare il po- 
polo, e d' uno luogo eminente molto copiosamente narrò i 
commodi e i beni che seguivano della pace, suadendo e confor- 



158 ISTORIA FIORENTINA. 

landò, che quella si dovesse conservare. Di poi, notificati i ca- 
pitoli della pace, comandò che i sindachi degli usciti si levas- 
sero ritti, e pubblicamente fece abbracciare i cittadini con loro: 
e per levare via ogni sospizione e per stabilità della pace , fece 
dare dall'una parte all'altra molti mallevadori. Appresso ordinò di 
nuovo la riforma della città, creando uno magistrato di quattor- 
dici uomini dell' una parte e dell' altra , i quali per uno certo 
tempo fossero al governo della repubblica. Acconcie le contese 
pubbliche, mise mano in comporre le private discordie delle 
famiglie: e pacificate quelle insieme, prese modo di fare molti 
parentadi, massimamente in que' luoghi dove erano privati odii 
per uccisioni e ferite e altri maleficii commessi. Le scritture an- 
cora delle condannagioni che erano incamerate contro agli usciti, 
non solamente fece cassare, ma ancora spegnere insieme co' libri, 
acciocché di simili cose non restasse memoria alcuna. Ancora 
provvide , che i beni degli usciti che pel commune o da private 
persone si tenevano , fossero a' primi possessori restituiti. In 
questo tempo grande moltitudine della parte ghibellina tornò in 
Firenze, eccettochè alcuni principali, a' quali, perchè 1' accordo 
avesse effetto , fu differito il termine del tornare. E questi tali 
furono circa sessanta di famiglie molto elette, e fu rimesso nel- 
l'arbitrio del papa, che desse loro i confini intorno a Roma, 
come paresse alla santità sua. Oltre alle predette cose fu ag- 
giunto , che alcune castella presso alla città stessero nelle mani 
del papa, e la sua santità fosse quella, che per due anni pros- 
simi avesse a dare il magistrato alla repubblica fiorentina a suo 
piacimento. Avendo questo legato condotte tante cose e acqui- 
stato meritamente fama e reputazione , lasciò la terra in pace , 
la quale prima aveva trovata in grandissima discordia. 

Ma parte per questa unione di cittadini, parte ancora per 
la privazione del vicariato di Toscana, il re Carlo venne a per- 
dere la presidenza della città di Firenze, che gli era come uno 
dominio; e il popolo restituito nella sua libertà si governava per 
quattordici uomini, de' quali di sopra facemmo menzione. Que- 
sta riforma e modo di governo durò circa due anni: e non si 



LIBRO TERZO. 159 

dubita, che molto più sarebbe durato, se il prefato pontefice 
fosse più vivuto. Mail primo anno, reggendosi la repubblica per 
ordine de' quattordici uomini eletti come si è detto disopra, le 
cose stettero quiete drento e fuori , e non si fece cosa alcuna 
degna di memoria. Il secondo anno ancora stettero drento le 
cose pacifiche : ma di fuori si vedevano segni di futura tempe- 
sta, che generavano grande suspizione di cose nuove: e le ca- 
gioni si dimostravano, come appresso diremo. Papa Nicolao, 
del quale si disse di sopra di che animo e' fosse inverso del 
re Carlo , andando 1' autunno prossimo a Sonano presso a 
Viterbo a sette miglia, per prendere alquanto di ricreazione, 
subito gli cadde la gocciola, e perduta la favella, fra pochi dì 
si morì. 

Di poi, rinchiusi i cardinali in conclave per creare nuovo \ >-$<> 
pontefice, quegli che di prossimo erano stati fatti da papa Nicolao, 
lo volevano italiano : l' altra parte , che per se medesima era po- 
tente e dal re Carlo era favorita , lo voleva oltramontano e fran- 
cese. La contesa durò alquanti mesi: e finalmente, non facendo 
conclusione alcuna, i Viterbesi, che erano in quel tempo inimici 
di casa Orsina, si levarono in arme, e crearono nuovi magistrati 
e cacciarono i vecchi. E vennero in tanta rabbia, che armata 
mano corsero al conclave de' cardinali, e per forza ne trassero 
due cardinali di casa Orsina, e con loro messer Latino, il quale 
dicemmo di sopra essere stato autore delle concordie civili de' 
Fiorentini. Ma egli di poi fu liberato e restituito al conclave, e 
que' due Orsini furono messi in carcere: donde la parte avversa 
ne venne si potente, che ottenne d' avere il papa a sua inten- 
zione. 

Fu adunque creato nuovo pontefice Martino quarto, di a-»2&i. 
nazione francese: il quale fu tanto congiunto al re Carlo, che 
gli pareva si convenisse fare verso di lui ogni cosa per dovuto. 
Da questa intima congiunzione e dalla presenza del re , il quale 
subitamente dopo la creazione del papa era venuto a rallegrarsi 
con lui, presero animo le città di Toscana che avevano tenuto 
le parti regali , di ritornare di nuovo alla divozione sua. I primi 



140 ISTORIA FIORENTINA. 

furono i Fiorentini e i Lucchesi, che si scopersero contro al 
luogotenente dello imperadore Piidolfo , il quale di consentimento 
del papa era stato mandato in Toscana , come cosa renduta allo 
imperio, poi che il re Carlo era suto privato del vicariato. Es- 
sendosi levati i Fiorentini e Lucchesi, coni' è detto, il luogote- 
nente dello imperadore cominciò a protestare e dinunziare gra- 
vissime pene. Di poi, veduto che de' suoi minacci poca stima 
n' era fatta , mise insieme le sue genti tedesche : e da santo Minia- 
to , il quale luogo nella prima giunta aveva eletto per sua resi- 
denza, mosse guerra ai Fiorentini e Lucchesi. Questo movimento 
eccitò di nuovo le parzialità, le quali parevano già sopite. E per- 
tanto non molto poi i Fiorentini e Lucchesi, messe le loro genti 
insieme, andarono a campo a Pescia in quel di Lucca, perchè 
gli uomini di quella terra pareva inclinassero alla parte ghibel- 
lina; e durante la ossidione, quegli di dentro cominciarono a 
praticare accordo. I Fiorentini inclinavano alla parte più dolce, 
e davano udienza alle petizioni loro : ma ripresi da' Lucchesi, i 
quali dicevano loro, che egli erano mescolati dell'una parte e 
l'altra, e non erano partigiani guelfi come solevano essere, po- 
sero silenzio a ogni pratica d' accordo. Donde segui, che, levato 
ogni speranza d'averla a patti, finalmente la vinsero, e presa 
la disfecero. 
a. 1282. Circa a questo tempo si ribellò tutta la Sicilia dal re Carlo: 

e Guido da Montefeltro , capo della parte avversa , si diceva che 
molte cose trattava di grandissima importanza. Per tutte queste 
cagioni rinnovate le contenzioni e sospetti delle parti, i Fioren- 
tini deliberarono rimovere dal governo Y altra parte, la quale si 
avevano riconciliata e ricevuta in compagnia. E pertanto, dispo- 
sto il magistrato de' quattordici cittadini che erano stati eletti 
dall' una parte e dall' altra, crearono i priori dell' arti. Da prin- 
cipio furono tre, di poi sei, di poi dodici, di poi otto, come si 
vedrà ognuno ne' tempi suoi. E non fu la prima volta allora tro- 
vato questo modo di governo , perchè è manifesto per gli annali, 
che circa ottanta anni prima furono i priori dell* arti nella re- 
pubblica: ma di poi intermesso e quasi derelitto tale officio, in 



LIBRO TERZO. 141 

questo tempo , come è detto , fu ancora con maggiore autorità 
rinnovato. 

Questa specie di reggimento è molto popolare, come pel 
nome medesimo si può comprendere. E perchè erano alcuni 
potenti nella repubblica, i quali più che non si conveniva cer- 
cavano T alterazione della città , fu trasferito il governo a una 
generazione d' uomini pacifici , i quali non erano volti né a 
guerre ne a sedizioni , ma a fare le faccende loro quietamente. 
Furono adunque chiamati priori dell' arti, perchè non uomini 
rapaci , né contenziosi , né uomini pigri e negligenti , che vo- 
gliono vivere de' beni d'altri, ma quieti e moderati e intenti 
a' loro esercizi erano eletti dal popolo a tale priorato. Questo 
magistrato esser durato nella città più di centotrentotto anni e 
durare ancora, pare segno che non senza ottimo consiglio fosse 
fatta tale invenzione : perocché le cose perniziose, se gli uomini 
non le dannano , il tempo e la esperienza le riprova e non le 
lascia essere diuturne. I primi che furono in quel tempo creati 
de' priori dell'arte fu Bartolo di messere Iacopo de' Bardi, ricca 
e nobile famiglia, Bosso Bacherelli e Salvi del Chiaro Girolami. 
Questi ancora furono i primi deputati a stare fermamente nel 
palazzo alle spese del comune , conciossiacosaché innanzi a quel 
tempo tutti i magistrati fossero consueti ogni giorno tornare a 
casa: e fu commesso loro, che non pensassero se non a' fatti 
della repubblica. Fu dato loro dodici comandatori, sei mazzieri 
per richiedere i cittadini, e sei altri ministri che fossero a' loro 
servigi per le cose occorrenti. Il tempo del magistrato fu costi- 
tuito di due mesi, che ancora oggi si osserva. Fu di poi dupli- 
cato il numero de' priori : e perchè la città era divisa in sestieri, 
ne crearono sei, per ogni sestieri uno. 

In questo medesimo anno, del mese di dicembre, vennero 
si grandi e continue piove, che allagarono quasi tutti i luoghi 
della città , e le semente si vennero a perdere pel contado in 
tal forma , che ne segui di poi grande fame e carestia. 

Circa il medesimo tempo il figliuolo del re Carlo, mosso 
per la novità di Sicilia , venne di Francia con gente d' arme, a 



142 ISTORIA FIORENTINA. 

fu ricevuto a Firenze onoratissimamente: e al padre furono 
mandati seicento cavalli molto bene a ordine, i quali con cele- 
rità passarono nel Reame, e nella Calabria si unirono col re 
Carlo; e di poi passando la maestà sua all'assedio di Messina, 
molto egregiamente in quel luogo e in ogni altro si portarono. 
E' pare conveniente in questo luogo con brievi parole 
dare notizia della rebellione di Sicilia e delle altre novità acca- 
dute allo stato del re Carlo , perchè le cose della città di Firen- 
ze circa a questi tempi sono tanto congiunte con le sue, che 
non si possono bene intendere, se di quelle non si fa menzione. 
Dopo la rotta e distruzione di Corradino , la Sicilia e quelle terre 
che per opera di Federico e Capizio s' erano ribellate , tornarono 
alla divozione del re , e da lui vi furono mandati governatori 
francesi : i quali , essendo di natura feroci e arroganti , molti 
danni facevano in quella isola; ed era tanta la licenza loro, che 
stimavano quegli uomini come servi. Per cagioni leggieri e alle 
volte per parole liberamente dette erano ordinati gravissimi sup- 
plicii e pene. Le terre erano piene di rapportatori, e le mannaie 
e i capestri erano in luogo di leggieri tormenti. Appresso, l'ava- 
rizia e cupidità insaziabile di questi tali comprendeva parimente 
gli uomini nocenti e innocenti , e nessuno modo si poneva alle 
rapine. Le ricchezze erano quelle che si dicevano avere offeso 
la maestà del re : e ciascuno abbondantissimo di patrimonio e 
di sostanze era condotto in gravissimo pericolo. Questi tali 
opulenti e ricchi erano quelli che erano chiamati in giudicio , e 
accusati che egli erano stati autori della rebellione , e eh' egli 
avevano sparlato del re , e che tenevano in casa la immagine di 
Corradino. La perdita della roba era venuta in tale consuetudi- 
ne , che pareva a' Siciliani avere grande mercato di perdere 
quella , quando scampavano le persone da' supplicii e da' tor- 
menti. A queste cose erano aggiunte molte disonestà non sola- 
mente de' principali governatori, ma ancora de' loro ministri 
inverso le donne e figliuole de' Siciliani, senza alcuno riguardo 
e a piacimento dell' appetito loro. Questa durissima servitù sof- 
fersero alcuni anni le città di Sicilia: e finalmente la grandezza 



LIBRO TERZO. 145 

delle ingiurie vinse la loro pazienza e convergila in rabbia. 11 
principio della rebellione venne dagli uomini di Palermo in 
questo modo. Celebrandosi una festa fuori della città, e ricer- 
cando i Francesi, se egli avevano arme, e con questa presa 
mettendo le mani ne' seni delle donne, parve tanta la disonestà 
alla moltitudine, che si mosse a furia contro a' Francesi, e pri- 
ma con sassi e poi coli' arme gli ammazzarono tutti. Questo 
romore da Palermo si divulgò per l'altre terre di Sicilia, e 
commosse i popoli a pigliare Y arme , a morte e distruzione de' 
Francesi. Furono adunque in questa maniera tagliati a pezzi per 
tutta l' isola : e spento col proprio sangue il loro furore , non 
solamente le ricchezze male acquistate, ma ancorai corpi lascia- 
rono a' Siciliani. 

11 re Carlo era in quel tempo in Toscana : il quale, uditala 
rebellione di Sicilia, con grandissima celerità tornò nel Regno, 
e d'ogni luogo ragunò le genti. Domandò ancora aiuto da' Fio- 
rentini e da altre città amiche , e fece capo a Reggio di Cala- 
bria a mettere in punto tutto il suo esercito, donde commoda- 
mente potesse per lo intervallo brieve passare in Sicilia. Ma il 
passaggio era difficile, perchè i navilii del re si trovavano quasi 
tutti seminati per le terre e porti di Sicilia, e dagli uomini che 
di prossimo s' erano ribellati non li poteva recuperare. Fu ne- 
cessitato adunque ragunare navi e galee di tutte le marine 
d' Italia : le quali messe che ebbe insieme , quanto più presto 
gli fu possibile, passò in Sicilia, e pose campo a Messina, che 
era terra più propinqua che vi fosse. Lo sforzo del re all'offesa 
di questa città fu grande, e la resistenza di quelli di dentro non 
fu minore: perocché egli conosceva quello che era il vero, che 
l'altre terre dell'isola avevano a riguardare l'assedio di Messi- 
na, e secondo che succedevano le cose in quella impresa, te- 
mere o non temere la maestà sua. Dall' altra parte i Mamertini, 
cioè Messinesi, temevano l' ira del vincitore, e innanzi agli oc- 
chi loro si rappresentava 1' arroganza e crudelità de' Francesi 
di prossimo sostenuta: e per fuggire simili cose, erano disposti 
mettere la propria vita. Durante questa ossidione intorno a Mes- 



144 ISTORIA FIORENTINA. 

sina , che dava grande terrore a tutta Y isola , l' altre terre di 
Sicilia si mossero a mandare oratori a Piero re d'Aragona, a 
pregarlo con grandissima istanza , che venisse a soccorrere alle 
oppressioni loro, ricordandogli che il regno di Sicilia s' appar- 
teneva a lui , perocché la sua donna chiamata Costanza era 
figliuola di Manfredi, già re di Sicilia : alla quale, essendo con- 
sumata la schiatta de' maschi, indubitatamente ricadeva la suc- 
cessione del regno; e che le città unitamente gli davano la pos- 
sessione. Appresso, a chi altri si conveniva vendicare la morte 
di Manfredi , che al genero o a' nipoti ? specialmente essendo 
uno medesimo quello che era cagione della sua morte e 
d'avere occupato il regno e tenuto le città in tanti affanni: le 
quali cose tacitamente sopportarle, era contro alla degnità del 
suo nome regale. Da queste suasioni e querimonie mosso il re 
Piero d'Aragona, deliberò pigliare la difesa <li Sicilia. E ebbe 
grande opportunità a tale impresa, perchè si trovava 1' armata 
a ordine , e di prossimo era stata in Barberia : e avendo con 
grande danno del paese preso uno castello in sul lito , final- 
mente s'era ridotto col vincitore esercito e coli' armata non 
molto lontano dalla Sicilia. Partito adunque di Barberia e venuto 
a Palermo , fu da quegli uomini con grandissima letizia rice- 
vuto e appellato re di Sicilia : e non molto di poi si mosse con 
tutta 1' armata, e dirizzò le vele verso la città di Messina. Il re 
Carlo, sentendo la venuta del nemico e avendo notizia dell'ar- 
mata che egli aveva molto maggiore che la sua, gli parve peri- 
coloso l'aspettare, e massimamente in quell'isola, dove tutti i 
popoli gli erano avversi. Dubitando adunque, che la via da ogni 
banda non gli fosse tagliata e impedite le vettovaglie , deliberò 
levarsi da campo da Messina e tornarsi in Italia. Questa sua 
deliberazione poi che fu divulgata per l'esercito, mosse tanto 
il concorso delle genti alla marina (percbè ognuno dubitava 
di non rimanere nell'isola), che mise in disordine e in dispe- 
razione tutto il campo. Abbandonavano padiglione e tende e 
l'artiglierie che vi erano per espugnare la città, non altrimenti 
che se fossero rotti: ma fu loro mestiere usare prestezza, 



LIBRO TERZO. 145 

perchè a fatica era ridotto 1' esercito in Italia, quando giunse 
l'armata de' nemici. Al re Carlo non parve tempo di pigliare la 
zuffa: ma deliberando lui di fare la guerra per altra via, ne 
mandò le sue genti alle stanze, e a casa gli amici suoi ri- 
mandò l'aiuto delle genti e de' navili, delle quali era stato 
servito in quella impresa. Accadde, che l'armata sua fu veduta 
in sul partire, e subito assaltata dagli Aragonesi, e prese infra 
le altre quattro galee, le quali per obbligazioni della ultima lega 
gli avevano mandate i Pisani. De' Fiorentini v'era seicento ca- 
valli, i quali tornarono a casa con loro cariaggi a salvamento, 
eccettochè perderono a Messina in quello tumulto il padi- 
glione, che secondo la consuetudine, pubblicamente era stato 
donato al capitano loro : il quale padiglione i Messinesi di poi 
fra l'altre loro spoglie lungo tempo ritennero. 

Nel seguente anno stette quieto il popolo fiorentino, e\.mt. 
non dette molestia ad altri, ed e converso non ne fu dato 
a lui. Ma molte feste si fecero per la città con grandissimi 
apparati , e molti si vestirono di bianco d' una medesima li- 
vrea ; e cosi le donne si rappresentarono in pubblico con or- 
li atissime vesti. 

L' anno di poi a questo seguirono assai cose degne di me- \ s2S4. 
moria. E' si fece léga co' Genovesi, i quali poco innanzi avevano 
vinti i Pisani e seguitavano il resto della guerra : e certamente 
si teneva , che se i Genovesi per mare e i Fiorentini e i loro 
collegati per terra facessero loro sforzo, si poteva disfare in 
tutto il nome de' Pisani. E pareva ancora, che vi fosser nate 
cagioni di guerra, perchè i Pisani dopo la pace fatta non s'erano 
portati inverso de' Lucchesi molto amichevolmente , e nella 
guerra prossima, mossa dal luogotenente dello imperadore Pii- 
dolfo, si diceva che s'erano intesi con lui. E per queste ca- 
gioni fatta confederazione, i Fiorentini e i Lucchesi e gli altri 
collegati si mossero a uno tempo determinato, e posero il 
campo presso alle mura di Pisa; i Genovesi dall'altra parte 
fecero un' armata di quaranta vele : e in questa maniera per 
mare e per terra fu depredato e messo a sacco il contado de' Pi- 
io 



146 ISTORIA FIORENTINA. 

sani. Poi che questi eserciti ebbero dato il guasto e fatti molti 
danni, si partirono dal paese, con proposito di tornare a tempo 
nuovo con maggiore sforzo ad assediare la città di Pisa. Essendo 
adunque le cose a Pisa in grande disperazione per gli appa- 
rati che vedevano fare a' loro nemici, il conte Ugolino gli parve 
avere presa da caricare i suoi avversari, perchè ostinatamente 
s* avevano allettato la nimicizia de' Fiorentini e de' Lucchesi ,' 
co 1 quali dovevano amichevolmente vicinare. « Che durezza e 
» ostinazione è stata questa, disse il conte Ugolino, che noi 
» abbiamo voluto pigliare e sostenere la parzialità diversa da 
» tutti i nostri vicini ? Io sono stato di questa opinione, che 
» come il dominio de' Pisani sia da crescere per mare , così 
« per terra si debbano tenere bene contente con l'amore e 
» benevolenzia le città propinque. Questo consiglio veggo che 
» fu approvato dagli antichi nostri : i quali essendo uomini sa- 
» pientissimi, conquistarono la Corsica e la Sardegna e la 
» Maiorica e la Minorica lontane da noi, e lasciarono stare 
» Lucca posta, si può dire, in sugli occhi de' Pisani. Ma questi 
» nostri egregi governatori presenti, tenendo la via contraria 
» senza alcuna ragione probabile, ci hanno recate a casa mo- 
» lestissime contese e perpetui nemici di verso terra-ferma. 
» Àncora, sono io di questa sentenza, che e' ingegnamo di pa- 
» cificare i Fiorentini e farceli amici. E non sarà difficile, se 
(f noi considereremo bene la natura e condizione di questa 
» cosa: perocché, io vorrei sapere di quello che noi contendia- 
)> mo col popolo fiorentino? del dominio di Sardegna, o d'al- 
« tre isole del mare? Questo pensiero non è mai venuto nelle 
» menti loro: e non è loro proposito di contendere con noi 
)> della potenza del mare, ne cercare contado pel bisogno loro, 
» con ciò sia cosa che egli abbiano paese assai, e il nostro non 
» domandino. Che cagione adunque ci ha condotto con loro in 
)> questa contesa, se non una vana opinione delle parti? Ma 
» questo errore facilmente si -può correggere, ponendo freno 
» alla rabbia di pochi che hanno caricato di questa superflua 
») inimicizia la città nostra. » Queste cose dette veramente 



LIBRO TERZO. 147 

dal conte Ugolino erano ancora approvate dalla condizione 
de' tempi e dal terrore che di presente si dimostrava contro 
a' Pisani : perocché si diceva i Genovesi mettere in punto un'ar- 
mata di settanta navili, e di verso terra-ferma farsi grandi ap- 
parati di gente a pie e a cavallo , per andare la state prossima 
a porre il campo a Pisa. Spaventati adunque i Pisani, e giudi- A - 1285 - 
cando per ultimo rimedio essere utile rimuovere il popolo fio- 
rentino dalla lega de' Genovesi , si cominciarono accostare al 
conte Ugolino, il quale era reputato amico de' Fiorentini e de' 
collegati e della loro parte. Come egli vide le menti de' cittadini 
vòlte alla via sua , prese animo d' abbassare i capi della parte- 
avversa : e a questo proposito ebbe aiuto da' Fiorentini. Donde 
seguì, che il popolo di Firenze levò il pensiero della guerra 
che la state prossima si doveva fare, parendogli abbastanza che 
la parte amica fosse quella che reggesse e governasse Pisa. 
E pertanto, solamente i Genovesi con settanta navili e i Lucchesi 
di verso terra-ferma , che stettero fermi nella lega , al tempo 
nuovo seguirono la guerra contro a' Pisani : i quali, si tiene cer- 
tamente, che se i Fiorentini fossero concorsi a quella impresa, 
avrebbero veduto di Pisa Y ultimo esterminio. 

In questo medesimo anno furono disegnate le mura di Fi- 
renze con molto maggiore circuito che non era prima, e ordi- 
nate le porte egregie e degne in sulle vie principali che 
vanno in Casentino e a Bologna, a Prato e a Pistoia. E non 
direi per cosa certa, se questa fu la seconda o la terza volta che 
s'accrebbero le mura. Molti stimano che fosse la seconda, e 
dicono che il primo cerchio pigliava dal tempio che fu di 
Marte e oggi di San Giovanni insino in Terma e al teatro 
vecchio. 11 secondo cerchio è cosa manifesta, che fu di verso 
il fiume insino alle ripe d'Arno; dall'altra parte insino a Santo 
Lorenzo. 11 terzo cerchio si distese assai più oltre, condu- 
cendosi, come abbiamo detto, insino a quelli termini dove 
sono ora le porte e le mura. Di là d'Arno presso al ponte 
vecchio furono i primi edificii, case e ville mescolate con orti: 
e non molto di poi si fecero tre borghi, due lungo Arno di 



148 ISTORIA FIORENTINA. 

sopra e di sotto, e Y altro a dirittura del ponte. Questi borghi 
stettero lungo tempo senza altro circuito pubblico; e per 
questa cagione privatamente vi furono fatte torri assai per più 
sicurtà e difesa di quelli luoghi. Finalmente quelli ancora in- 
sieme col monte di sopra furono circondati di mura, e cre- 
sciuto il circuito molto più che prima, e fatte tre magnifiche 
porte in su tre vie principali, di Pisa, di Siena e d'Arezzo. 

In questo medesimo anno morì il re Carlo , uomo senza 
dubbio eccellente e molto più famoso nel mestiero dell' arme 
che nel governo della pace: perocché la immoderata licenzia 
de' suoi a tempo di pace tolse assai reputazione alle cose me- 
morabili fatte da lui nella guerra, e fu cagione di molte novità. 
Due vittorie eh' egli ebbe in Italia sopra altre cose lo fecero re- 
putato : 1' una, quando ruppe Manfredi ; e Y altra, quando vinse 
Corradino. Ma dopo queste due vittorie seguirono ogni volta 
tante rebellioni, che non gli lasciarono avere godimento di tale 
prosperità. All'ultimo, preso il figliuolo e perduta Sicilia, nel 
mezzo di grandissime turbazioni allo stato suo , si morì a Foggia 
in Calabria. 
a. 4286. L'anno seguente, il vescovo d'Arezzo, chiamato Gugliel- 

mino, prese il castello detto Cecilia, molto forte di sito, posto 
in sui confini d'Arezzo inverso Siena; e fornitolo di buona 
guardia, dette a' Sanesi grandissimo terrore. E pertanto, uscite 
fuori con prestezza le genti de' Sanesi, andarono a campo a 
questo castello; i Fiorentini ancora vi mandarono gente a pie e 
a cavallo: e durò 1' assedio cinque mesi, e fu si grande la op- 
pressione e lo sforzo dell'esercito, che il vescovo, benché 
avesse assai copia di genti, nientedimeno non ebbe ardire di 
soccorrerlo. Costretti adunque dalla fame quelli di drento, non 
si potendo più tenere , secretamele si fuggivano dal castello : 
ma venendo a notizia a quelli di fuori la fuga loro , ne presero 
la maggiore parte , e avuto il castello , lo disfecero insino a' fon- 
damenti, acciocché per l'opportunità del luogo non avessero 
per 1' avvenire a nascere simili inconvenienti. 

In questo tempo Princivalle dal Fiesco venne in Toscana 



LIBRO TERZO. 



149 



a domandare la obbedienza per parte dello imperatore Ridolfo . 
e secondo 1' opinione di molti, di consentimento di papa Onorio, 
il quale era succeduto a papa Martino. E fu mandato questo 
Princivalle , perchè era italiano e di casa conforme alle parziali- 
tà: il quale venendo a Firenze, e volendo piuttosto con prieghi 
che colla autorità tirare il popolo alla intenzione dello inipera- 
dore, non ottenne cosa alcuna, perchè più pesava loro la causa 
propria della parte guelfa, che il rispetto della famiglia del Fiesco. 
E pertanto come agli altri mandati , così a questo fu negata la 
obbedienza. Partissi adunque da Firenze fra pochi di, e andos- 
sene ad Arezzo; e domandando il simile agli Aretini, a un tratto 
la parte guelfa e la ghibellina gli fu avversa: la guelfa, perchè 
era aliena dal nome dello imperio; la ghibellina, perchè aveva 
a sospetto la famiglia del Fiesco , donde era nato il prefato Prin- 
civalle. In questa maniera rifiutato da tutti, si partì senza^ ot- 
tenere cosa alcuna di sue domande. 

L'anno seguente fu a Arezzo grande mutazione, e poi A . i2 s7 
manifesta guerra alle città vicine , perchè gli Aretini , veduta la 
riforma del governo popolare di Firenze, avevano a quello 
esempio creato uno priore dell' arti chiamato Guelfo, uomo po- 
polare e molto contrario alle famiglie nobili. Questo tale doman- 
dando certe castella di quello d'Arezzo, che erano state occupate 
dalla nobiltà, ed essendogli negate, v' andò a campo con grande 
moltitudine; e prese che ebbe alcune di quelle, le disfece insino 
a 1 fondamenti. Infra gli altri perseguitava molto i Pazzi e gli 
libertini: e avendo disfatte più castella delle loro, ultimamente 
andò a campo a Civitella , dove si trovava il vescovo Guglielmi- 
no, uomo di parte avversa e nimico del popolo d' Arezzo. Es- 
sendo il campo in quello luogo , i capi della nobiltà , che prima 
erano per le parzialità divisi fra loro , dubitando se quello castello 
fosse preso da questo priore d' Arezzo , che la plebe non si fa- 
cesse grande e domandasse ancora a loro le cose che egli ave- 
vano usurpate, per tale sospetto e per invidia della plebe si ri- 
conciliarono insieme e fecero novità nello esercito : ed essendo 
capo Rinaldo Postoli, se ne fuggirono alla parte avversa. A 



150 ISTORIA FIORENTINA. 

questo modo fu abbandonata la ossidione , e V esercito ridotto a 
casa. 

E non molto di poi tutta la nobilita insieme col vescovo , 
fatto loro sforzo, entrarono in Arezzo; e scacciata e vinta la 
plebe, presero il priore dell' arti, e per strazio gli cavarono gli 
occhi, e poi fra loro divisero il governo della repubblica, e cac- 
ciarono tutti i cittadini popolari che v'erano di gravità e di buona 
fama. Questo tale reggimento durò poco tempo : perocché la 
superbia e l'ambizione, commune male della nobilita, cominciò 
a dividere i reggenti. Ma il vescovo insieme co' Pazzi e libertini, 
donde lai era nato , e con altre famiglie della medesima parte , 
prevenne il resto della nobiltà : e prese 1' arme , la cacciò d'Arez- 
zo, e col favore de' suoi, si fece signore della città. Erano di 
due ragioni genti cacciate di fuori : l' una, della plebe che aveva 
seguito il priore dell' arti; l'altra, della nobiltà che ultimamente 
dal vescovo e suoi seguaci era stata cacciata. Tutti questi ragù- 
nati insieme andarono a campo al castello della Rondine e di 
Sabino e altri luoghi circostanti alla città, e mossero guerra 
apertamente a quegli di drento. E non si confidando nelle pro- 
prie forze, mandarono ambasciadori al popolo fiorentino, che 
fu capo uno Domiziano di famiglia antica: i quali giunti a Fi- 
renze, domandarono aiuto e favore, mostrando, che nessuna 
lega aveva fatta la repubblica fiorentina ne più antica né più 
diuturna che con quella parte degli Aretini, che allora si trovava 
fuori cacciata da' communi nimici , i quali erano della parte 
avversa: perocché, subito dopo la morte di Federico, il popolo 
fiorentino, quasi ritornato in libertà, aveva fatto confederazione 
con questa loro parte; e che di poi questa medesima parte reg- 
gendo Arezzo , due volte le genti a pie e a cavallo insieme co' 
Fiorentini aveva mandato nel contado di Siena in quello anno 
che si fece la battaglia all' Arbia; e poi in quella zuffa v' erano 
stati morti più della compagnia loro che d' alcuni altri collegati. 
Ancora, dopo uno lungo esilio e diminuzione di parte guelfa, 
quando il re Carlo venne in Toscana in favore delle parti amiche, 
era stato ricevuto quasi prima dagli Aretini che dg alcuni popoli 



LIBRO TERZO. 151 

del paese. Dopo a queste cose, passando Corradino per la To- 
scana, gli avevano opposto le loro genti : e in tanto terrore della 
venuta sua, benché una parte delle genti del re Carlo fossero 
state prese e morte in Val d' Arno innanzi agli occhi degli Are- 
tini , nientedimeno loro erano stati fermi e costanti nell'amicizia 
del re. Al presente erano stati cacciati d'Arezzo, non tanto per 
la forza degli avversari di dentro , quanto per 1' opera de' fore- 
stieri , i quali il vescovo Guglielmino da' suoi clienti e seguaci e 
da' tiranni vicini della parte ghibellina aveva ragunato : e tro- 
vando loro deboli per la divisione della plebe e della nobilita , 
li aveva cacciati d'Arezzo. Pregavano adunque, per l' antica loro 
amicizia e diuturna congiunzione , che volessero esaudire le do- 
mande loro; e che non volevano dimostrare appresso quella 
signoria, che era prudentissima , quanto importava, e quanta 
differenza era, che la parte inimica o amica tenesse lo stato 
d'Arezzo, massimamente considerato, che i Pazzi e gli Libertini 
e simili uomini avversi alla commune libertà fossero quelli che 
la signoreggiassero al presente, co' quali in fine il popolo fio- 
rentino aveva a pigliare la guerra. E molto importava da pigliar- 
la ora, tenendo i loro amici tante castella, o a pigliarla poi, 
quando quelle, donde grandemente i nimici potevano essere 
offesi, fossero perdute. 

Questo parlare mosse il popolo fiorentino e le menti de' 
cittadini in tal maniera, che fecero loro gratissima risposta, 
dimostrando quanto erano di buono animo verso di loro. Ma, 
per satisfare al loro desiderio , era necessario d' intendere la 
intenzione de' collegati : e cosi farebbero con più celerità che 
fosse possibile. Ragunati adunque gli oratori della lega, e con- 
sultata questa cosa, deliberarono di ricevere gli usciti d' Arezzo 
nella loro confederazione, e dare loro aiuto insino a tanto che 
fossero restituiti nella città. E a questo proposito poi rinnovata 
la lega , deliberarono mandare in loro aiuto cavalli ottocento , 
de' quali ne dettero di presente cinquecento : e il resto promi- 
sero di mandare quando fosse di bisogno. Avuto questo sussidio 
gli usciti d'Arezzo da' collegati, fecero ancora per loro medesi- 



152 ISTORIA FIORENTINA. 

mi grande numero di gente a pie e a cavallo : e messo insieme 
tutto quello esercito, correvano ogni dì insino alle mura d'Arezzo. 
Da questa oppressione mossi quelli di dentro, furono costretti 
ancora loro d' ogni luogo a richiedere gli aiuti della parte ghi- 
bellina: e divulgandosi la cosa, tutti gli usciti di Firenze e tutti 
i capi di parte ghibellina della Marca e del Ducato concorsero 
a' favori di quelli di dentro. E in questa formala guerra eia 
contesa si cominciò da capo con grande sforzo delle parti. 

In quello medesimo anno due volte s' apprese il fuoco in 
Firenze: prima nelle case de'Cerretani, di poi alle case de'Cer- 
chi , che erano abbondantissimi di ricchezze : e fu molto mag- 
giore 1' arsione seconda che la prima. Ancora circa questo tempo 
morì papa Onorio, il secondo anno del suo pontificato. 
a, 1283. L'anno seguente tutto il colmo della guerra si ridusse 
contro agli Aretini di dentro, perchè la parte ghibellina, d'ogni 
luogo ragunate gente, infestando il contado di Siena e di Fi- 
renze, incitarono i collegati a fare ogni sforzo in favore degli 
usciti d'Arezzo. E per questa cagione i Fiorentini e Sanesi e 
gli altri collegati ragunarono grande esercito di gente a pie e a 
cavallo. E fuori della porta di Firenze stettero alcuno dì le ban- 
diere pubbliche; e a' dì 31 di maggio fu posta la giornata del 
partirsi: e detto dì mossero il campo, e pel Val d'Arno di sopra 
andarono verso Arezzo. Era questa sì bella e sì fiorita gente 
quanto avessero mandato fuori dopo la battaglia dell' Arbia. Come 
furono condotti in quel d'Arezzo, presero Leona e alcune altre 
castella , parte d' accordo , parte per forza sopra al fiume del- 
l' Ambra. Di poi andarono a campo a Laterina, luogo assai forte 
di sito e otto miglia lontano d'Arezzo. Ma facendo segno di vo- 
lerlo strettamente assediare, uno uscito di Firenze, chiamato 
Lupo , spaventato di tale apparecchio , dette il castello a patti , 
che- lui e sua compagnia se ne potesse andare a salvamento. 
Avuto questo castello, i Fiorentini e collegati misero tutto l'eser- 
cito in battaglia, e vigorosamente andarono verso i nimici: e 
posto il campo sotto le mura d' Arezzo, ogni di erano alle mani 
con loro e mettevano a sacco tutti i luoghi circostanti. E a dì 24 



LIBRO TERZO. 155 

di giugno fecero correre i cavalli sotto le porte d'Arezzo, e po- 
sero uno palio, secondo la consuetudine della festa solenne di 
Firenze, in premio a chi vinceva. Accadde, che in sul bello del 
corso venne una furia d'acqua e di tempesta sì grande, e mas- 
simamente in quella parte del campo dove erano gli alloggia- 
menti de* Sanesi, che molte tende, padiglioni e trabacche mise 
sotto sopra. Questo parve uno segno del futuro danno, che non 
molto di poi ebbero i Sanesi: perocché, levandosi il campo e 
tornando le genti de' Fiorentini pel medesimo cammino del Val 
d'Arno, quelle de' Sanesi presero la via lontana da loro inverso 
Siena; e furono veduti e osservati, e finalmente, discosto quattro 
miglia, assaltati da quelli didentro, vennero alle mani. Fu grande 
e atroce la battaglia, perchè ebbero a fare insieme tutte le genti 
a picea cavallo. In ultimo i Sanesi rimasero rotti, e gli Aretini 
in sulla vittoria fecero di loro grande occisione per Y ira e sde- 
gno de' danni poco innanzi ricevuti : grande numero ancora ne 
presero e condussero a Arezzo. I Fiorentini, che niente avevano 
sentito di questo assalto, continuato il cammino, giunsero a 
Laterina. In quello luogo inteso la rotta de' Sanesi, benché fos- 
se loro molesto il danno de' loro confederati, e alcuni confor- 
tassero al tornare inverso Arezzo , per raffrenare f audacia degli 
Aretini, nientedimeno deliberarono di seguire piuttosto uno 
sicuro che uno apparente e pericoloso consiglio. E pertanto 
lasciarono certe squadre di gente d'arme a Laterina, per ovviare 
alle correrie di quelli di dentro , e tutto il resto delle genti ri- 
dussero a Firenze. 

Circa questo medesimo tempo nacque a Pisa materia di 
nuova guerra. 11 conte Ugolino, del quale abbiamo fatto men- 
zione di sopra, cacciò di Pisa Ugolino di Gallura giudice, uomo 
della medesima parte e a lui di sanguinità congiunto : e male 
consigliato, si confidò nella parte ghibellina, e ritornò in grazia 
cogli avversari suoi , da' quali non molto di poi fu preso e messo 
in carcere. Quell'altro Ugolino di Gallura giudice e tutti gli altri 
usciti di Pisa rifuggendo a' Fiorentini e a' Lucchesi, furono ca- 
gione di rinnovare la lega fra loro: e non passò molto, che 



154 ISTORIA FIORENTINA. 

avendo le spalle delle loro genti a pie e a cavallo , mossero guerra 
a' Pisani. 

In questo medesimo anno fu da' Fiorentini alzata la piazza 
di Santo Giovanni e ammattonata alle spese pubbliche e tirata al 
pari dell'altro piano della città. E similmente al Ponte ad Era fu 
da loro edificata una fortezza e torri eminenti per difesa di quello 
castello, che di prossimo era venuto nelle loro mani, e manda- 
tovi alla guardia due cittadini con buona compagnia di genti. 

In questo mezzo gli Aretini, preso animo per la vittoria 
avuta contro a' Sanesi, andarono a campo ad alcune castella 
che da' loro usciti si tenevano : e infra gli altri assediarono 
il castello di Carciano, e in tal modo lo strinsero, che gli 
usciti d'Arezzo, temendo della perdita di quello e degli altri 
luoghi, di nuovo ricorsero a Firenze, pregando quel popolo, 
che in tanto estremo pericolo non li volesse abbandonare, né 
patire che venissero nelle mani de' loro nimici. Commossa 
di nuovo la città, mandò le genti in quello d'Arezzo, non 
però in tanta copia quanto aveva fatto la volta dinanzi , pe- 
rocché gli assediati, non potendo sostenere la oppressione, ave- 
vano di bisogno di presto soccorso. E pertanto parve al po- 
polo fiorentino, senza aspettare l'aiuto de' collegati, di mandare 
con ogni celerità quelle genti che fosse loro possibile. In 
questo apparecchio tanto subito fecero della terra cavalli otto- 
cento , e a soldo ne tolsero dugento ; e oltre a questo vi 
furono quattromila fanti. Sentendo gli Aretini la venuta di 
queste genti fiorentine, prestamente si levarono da campo; e 
tornati dentro nella città, e armata la moltitudine del popolo, 
uscirono fuori con fermo proposito di pigliare la zuffa; e ve- 
nuti incontro a'nimici, ordinarono le squadre in battaglia. Ma 
i Fiorentini, inteso che gli avversari avevano assai più gente, 
si fermarono a Laterina: e solamente si mostravano d'in sul 
monte di sopra, e non discendevano alla pianura. All' ultimo, 
dopo una vana espettazione, senza fare pruova di battaglia, se 
ne partirono; e gli Aretini, partiti da Laterina, prestamente 
mandarono per la via di Bibbiena e del Casentino una parte 



LIBRO TERZO. 155 

delle loro genti, e corsero insino in Val di Sieve con tanto ter- 
rore, che drento dalle mura di Firenze si temeva. E per tale 
spavento furono subitamente rivocate le genti a Firenze. 

In questo medesimo anno del mese di dicembre venne 
una piova sì grande e sì continua, che il fiume d'Arno crebbe 
oltre a misura e allagò tutta la città, e alcuni edificii circostanti 
per la gran piova fece rovinare. 

Dopo a queste cose, venendo verso la primavera, le 
genti degli Aretini andarono a campo a Montevarchi ; e pre- 
so che ebbero il castello , si mosse una parte di loro , e con 
grande tumulto corse insino a San Donato in collina presso 
a Firenze circa sette miglia, e misero a sacco tutto quel 
paese, I principali del popolo fiorentino, maravigliandosi della 
audacia di costoro, e dubitando per alcuni usciti che si dice- 
vano essere nel campo loro, che non avessero qualche trat- 
tato secreto , tennero la gioventù , volenterosa a uscire fuora , 
drento dalle mura. Di che gli Aretini presero animo di correre 
più diffusamente per quelle circostanzie : donde raccolta una 
grande preda, se ne tornarono a Montevarchi. 

' Circa questo tempo, i Pisani per la conformità delle parti 
elessero per capitano Guido da Montefeltro, il quale per 
comandamento del papa era confinato in Lombardia: e per 
più e più lettere lo chiamarono in Toscana per opporlo a' Luc- 
chesi e a Ugolino di Gallura giudice , e agli altri usciti che 
avevano mosso guerra a Pisa. Appresso, il conte Ugolino, il 
quale sopra dicemmo d' essere stato preso e messo in car- 
cere, fecero morire di fame con due figliuoli e due nepoti, 
i quali erano rinchiusi insieme con lui in una torre : e nes- 
suna cosa gli condusse a fare tanto grande e inusitata cru- 
dclità se non la rabbia e la contesa delle parti. Ma questa 
cosa fece crescere il sospetto a' Lucchesi e agli altri collegati 
in tal maniera, che gì' indusse a fare loro sforzo e provvedi- 
mento contro a' Pisani, e a dirizzare ogni loro pensiero alla 
guerra futura. In questa forma si trovava da ogni banda alterata 
e afflitta la Toscana per Y assidua contenzione delle parti. 



156 ISTORIA FIORENTINA. 



LIBRO QUARTO. 



AM28D. Appressandosi il tempo della primavera, la cura d' ognuno 
era volta alla guerra aretina. I Fiorentini per le correrie e 
per gl'incendi fatti insino presso alle mura di Firenze, i Sanesi 
per il danno di prossimo ricevuto dalle loro genti, desidera- 
vano di vendicarsi. I Lucchesi per V antica conformità delle 
parti erano uniti co' Fiorentini : i Pistoiesi, i Volterrani e Pratesi 
e altri collegati e aderenti seguivano la medesima impresa. 
Erano ancora in questa medesima volontà gli usciti d'Arezzo 
della parte guelfa, i quali tenevano molte castella in quello con- 
tado ed erano stati ricevuti in lega da' Fiorentini. Tutti costoro 
confederati insieme si mettevano a ordine alla guerra. Dall'al- 
tra parte, gli Aretini che si trovavano drento insieme col ve- 
scovo Guglielmino che signoreggiava la terra , appresso liberti- 
ni , Pazzi, Tarlati, i quali erano famiglie potentissime della città 
d'Arezzo, e insieme con loro Buonconte da Montefeltro e molti 
altri nobili del Ducato e della Marca della parte ghibellina e tutti 
gli usciti di Firenze, erano convenuti a Arezzo, per fare simil- 
mente dal canto loro ogni forza nella guerra. Gli apparati di 
tutte le città di Toscana già ordinati e fatti, gli tenne alquanto 
sospesi la venuta del figliuolo del re Carlo, il quale al tempo 
della guerra che fu fatta a Carlo suo padre dal re Piero d'Ara- 
gona che occupò la Sicilia, in una zuffa navale èra stato preso 
sotto Napoli da Puiggieri capitano dell'armata de'nimici, e con- 
dotto in Cicilia, dove la reina Costanza, figliuola del re Manfredi, 
avendo fatto convocare i sindachi di tutte le città dell'isola, per 
dare di lui sentenza; e condannandolo ognuno alla morte, lei 



LIBRO QUARTO. ]57 

per proprio beneficio gli aveva salvata la vita, e mandatolo in 
Spagna, che onoratamente e a buona guardia fosse tenuto. 
E in questa maniera aveva concitato gli odii di tutte le città del- 
l' isola contro al re Carlo per la dannazione del figliuolo, e 
lei aveva acquistato fama di benignità e di clemenza. 

Essendo di poi morto il re Carlo , il giovane che ancora lui si 
chiamava Carlo, con certe condizioni liberato dalla carcere, era 
passato in Francia , e di poi venuto in Italia , per visitare il sommo 
pontefice e pigliare la giurisdizione del regno paterno. La venuta 
adunque di questo principe tenne sospesi Fiorentini, Sanesi e 
gli altri collegati, perchè tutta la nobilita era volta a riceverlo 
con grandissimo onore. Entrò in Firenze circa a calendi di a. uso 
maggio, e fu ricevuto con grande magnificenza da tutto il po- 
polo: e pochi dì poi n'andò inverso Siena. Ma dopo la sua 
partita, perchè e' venne fama a Firenze, che gli Aretini avevano 
me.:so in punto assai gente a pie e a cavallo , per andare a tro- 
varlo in sul contado di Siena, con tutto che il prefato principe 
fosse bene accompagnato da' suoi e non domandasse alcuno 
aiuto, nientedimeno furono prestamente da'Fiorentini ordinate 
le genti d'arme e mandate in sua compagnia insino agli ultimi 
confini di quello di Siena. E dopo la loro tornata si pubblicò la 
impresa contro gli Aretini, e tutti i collegati furon richiesti a 
mandare le genti. E acciocché con più celerità ognuno si con- 
venisse co' suoi, furono in piano di Ripoli poste le bandiere e 
tenute alcuni dì in sulla via d'Arezzo. Essendo di poi messe a 
ordine tutte le genti de' collegati e apparecchiate le cose neces- 
sarie all'impresa, consultando del cammino i capitani dell'eser- 
cito, finalmente, fuori della espettazione d'ognuno, passarono 
Arno e per la via del Casentino andarono a trovare i nimici. U 
capitano principale delle genti era Amerigo da Narbona, il quale 
Carlo , come uomo esperto nel mestiere dell'arme, aveva lasciato 
a' Fiorentini e a' loro collegati: e con lui erano stati eletti e de- 
putati sei cittadini, uomini egregie di grande reputazione. Pas- 
sando adunque il monte, e conducendo l'esercito sotto Poppi, 
perchè il castello era del conte Novello , che aveva sempre te- 



158 ISTORIA FIORENTINA. 

nuto dal canto de' rumici e in quel tempo si trovava cogli Aretini 
della parte ghibellina, corsero tutto il paese, e predarono tutti i 
luoghi circostanti quanto fu loro possibile. Gli Aretini da altro 
canto, stimando che dovessero venire per il cammino diritto, 
poi che ebbero notizia da molti che fuggivano loro innanzi, il 
campo de' nemici essere passato in Casentino e messo a sacco 
tutto il contado di Poppi, prestamente partiti da Arezzo, con 
tutte le genti a pie e a cavallo vennero a Bibbiena. Erano le 
genti loro, secondo che si dice, ottomila fanti e novecento 
cavalli : i capitani erano il vescovo Guglielmino e Buonconte da 
Montefeltro e altri uomini della parte ghibellina, i quali in quel 
tempo erano reputati molto esperti nell'arte militare. Essendosi 
condotto 1' uno campo e l'altro vicino circa uno mezzo miglio, 
gli Aretini, benché fossero inferiori di gente, nientedimeno, ri- 
fidandosi nella virtù de' loro, furono i primi a domandare la 
battaglia. I Fiorentini non solamente non la ricusarono , ma 
con grande ardire l'accettarono. E in questa maniera l'una 
parte e l'altra nella pianura vicina che si chiama Campaldino 
s'apparecchiarono alla zuffa. I Fiorentini nella prima fronte 
misero le genti d'arme a cavallo, delle quali erano molto più 
copiosi che i nemici ; nella seconda schiera posero tutto il fiore 
delle genti a pie, distendendo la fanteria dall'uno corno all'al- 
tro , acciocché, accadendo il bisogno , potessero fare spalle alla 
gente d'arme a cavallo; il palvesato e balestrieri posero in sulle 
teste dell'uno corno e dell'altro. E oltre a queste due schiere 
ordinarono una terza per retroguardia di Pistoiesi ed altri con- 
federati, la quale messer Corso Donati conduceva. Gli Aretini 
similmente fecero tre schiere delle genti loro: la prima delle 
squadre a cavallo ; la seconda delle fanterie ; la terza estraordi- 
naria per retroguardo, la quale conduceva il conte Novello. 
Era fra i commissari del popolo Vieri de' Cerchi, di nobile fami- 
glia e ricco, e per la sua virtù e prudenza molto famoso : il quale, 
avendo a eleggere della sua compagnia i primi che avevano ap- 
piccare la zuffa, elesse principalmente sé, benché fosse amma- 
lato d'una gamba, e di poi elesse il figliuolo e il nipote; e degli 



LIBRO QUARTO. 159 

altri non volle eleggere alcuno , ma disse , che chi amava la 
patria sua, spontaneamente lo seguirebbe. Molti cittadini, ve- 
duto la grandezza dell' animo suo, per vergogna s'offersero di 
loro propria volontà a fare questo primo assalto , benché innanzi 
come cosa grave e pericolosa lo ricusassero. Furono circa cen- 
tocinquanta uomini d'arme: e infra costoro vi fu circa venti 
cavalieri, che in quel tempo avevano preso il segno della mili- 
zia, a fare questo primo assalto della battaglia. Cominciando 
adunque il suono delle trombe e le grida dal canto dell' una 
parte e dell'altra, si principiò la zuffa subita e aspra , non altri- 
menti che se fosse stata una rovinosa tempesta. Nel primo ri- 
scontro fu tanto lo sforzo de'nimici e tanto il loro ardire, che 
grande parte de' primi feritori dal canto de' Fiorentini fu abbat- 
tuta, e gli altri, messi in fuga, si ridussero alla maggiore schiera. 
Questo principio prospero de' primi assaltatori dalla parte degli 
Aretini dette tanto animo all'altra loro gente a cavallo, che se- 
guitandolo vigorosamente, cacciarono del mezzo la gente d'arme 
de' Fiorentini e strinsongli a rifuggire alla fanteria. E fu dap- 
prima di grandissimo spavento ; ma di poi fu cagione di dare la 
vittoria all'esercito fiorentino: perocché le genti a cavallo degli 
Aretini, seguitando quegli che fuggivano loro innanzi, si ven- 
nero a discostare dalla loro fanteria, e da quel punto innanzi 
si venne a disordinare il campo loro in modo, che in vari luo- 
ghi combattevano spezzati. E dalla parte de' Fiorentini la fante- 
ria, la quale dal destro e sinistro corno, come mostrammo di 
sopra, era stata posta, sostenne le sua genti d'arme ributtate, 
e insieme con loro si rifece, e vennero alle mani colle genti 
d'arme a cavallo de'nimici. La battaglia fu grande. Gli Aretini 
che avevano preso speranza della vittoria in quello primo im- 
peto, facevano ogni forza di rompere le genti a cavallo de' Fio- 
rentini: ma la fanteria che era loro intorno li difendeva, e con 
lance e con balestra e con altri istrumenti offendeva i nimici, i 
quali dall' uno lato e dall' altro si trovavano spogliati di difesa 
de'fanti. Era uno movimento vario ora indietro e ora innanzi 
dall'una parte e dall'altra: e già sopravveniva la fanteria degli 



160 ISTORIA FIORENTINA. 

Aretini, che e.ssendo stata lasciata indietro dalla sua gente a 
cavallo in sul primo assalto, per ancora non s'era potuta me- 
scolare nella zuffa. E non si fa dubbio, che se quella si fosse 
congiunta cogli altri loro combattenti, la vittoria pareva dovesse 
inclinare alla parte degli Aretini. Ma messer Corso Donati, il 
quale conduceva il retroguardo, veduto il pericolo de' suoi, ben- 
ché gli fosse stato comandato, che sanza licenza del capitano 
non entrasse nella battaglia, nientedimeno, parendogli dannoso 
più oltre l'aspettare, si volse a' suoi soldati dicendo: « Àssal- 
» tiamo le genti a cavallo de' nostri inimici, prima che la fan- 
» teria entri nella battaglia. E certamente, in tanto pericolo 
» de' miei cittadini, me non spaventa ne la pena né il coman- 
» damento del capitano, perchè, se noi siamo rotti, avendo 
» animo di morire nella battaglia, non ho da temere alcuna 
» pena. Ma se noi, come spero, vinceremo, allora venga a 
» Pistoia chi ci vorrà torre la vita. » E dette queste parole, 
entrò colla sua schiera da traverso nella zuffa. Da questa parte 
è opinione, che massimamente s'acquistasse la vittoria de'Fio- 
rentini : perocché essendo percossi i nemici dalle spalle , furono 
costretti riguardarsi indrieto ; e quegli che nel principio dal canto 
de'Fiorentini con grande fatica sostenevano l'impeto de'nimici, 
ripresero animo. E in questa maniera le genti a cavallo degli 
Aretini, interchiuse dalla loro fanteria, facilmente si venivano a 
rompere. 11 conte Novello , il quale era nel retroguardo , ve- 
dendo implicate e quasi abbattute le genti a cavallo degli Are- 
tini, fu il primo che si mise in fuga. Ma il vescovo Guglielmino 
che era innanzi alla fanteria, essendo confortato da molti, che 
rotte le genti a cavallo, e inclinando la vittoria a'nimici, si do- 
vesse riducere a Bibbiena, e salvare la vita dal manifesto peri- 
colo , domandò se poteva ritrarre le fanterie a salvamento : ed 
essendogli risposto, che questo non si poteva fare, disse: « La 
» morte sia communea me e a costoro, perocché, essendo quello 
» che gli ho condotti nel pericolo, mai gli abbandonerò. » E 
subitamente rinnovata la zuffa, assaltò i nemici con grande im- 
peto, e poco di poi, combattendo, fu morto; e le fanterie, 



LIBRO QUARTO. 161 

essendo spogliate dell'aiuto delle genti a cavallo, con molta 
uccisione di loro, finalmente furono rotte. In questa zuffa 
dalla parte degli Aretini furono morti più che tremila, fra i 
quali fu il vescovo Guglielmino e Buonconte da Montefeltro e 
altri uomini di grande reputazione della parte ghibellina: an- 
cora circa dumila vi rimasero presi. E dalla parte de' Fioren- 
tini vi furono morti alcuni uomini di pregio , i quali si trovarono 
in quel primo assalto a appiccare la zuffa. Dante Alighieri poeta 
fiorentino scrive in una sua epistola, che essendo giovane, si 
trovò in questa zuffa: e narra, come dal principio i nimici 
furono superiori in tal modo, che i Fiorentini grandemente 
cominciarono a temere ; ma che in ultimo ottennero la vittoria 
con tanta uccisione degli avversari , che fu quasi annichilato il 
nome loro. Questa battaglia è manifesto, che fu fatta a dì undici a. 
di giugno nel piano di Campaldino. E in quel medesimo dì e in 
quella medesima ora dicono essere stata la novella a Firenze 
della vittoria: perocché i priori essendo dalle occupazioni e vi- 
gilie affaticati , erano il dì ili a dormire , e gli usci loro furono 
fortemente picchiati , e udita una voce presta: « Levatevi su, 
» perchè i nimici sono stati rotti, e voi avete avuta la vittoria. » 
A questa voce levatisi prestamente e aperti gli usci, comincia- 
rono a fare festa. La fama subitamente si divulgò per la terra, e 
il concorso de'cittadini fu grande insieme colla moltitudine d'ogni 
ragione gente che correvano a rallegrarsi. Ma ricercando l'autore 
di questa novella, nessuno si ritrovava: e per questa cagione 
il romore come vano e di poca sostanza si quietò. La seguente 
notte venendo le novelle vere dal campo, e narrando il modo e 
il tempo della zuffa, si trovò chela vittoria s'era ottenuta in 
quella ora, nella quale era stata significata a' priori che dormi- 
vano. La qual cosa, benché ella paia mirabile, nientedimeno 
noi leggiamo essere altre volte accaduta: e non pare cosa aliena 
a credere, che la divina Provvidenza con quello favore che ella 
concede la vittoria, prestamente mandi la fama e la novella a 
quelli tali a quali è stata propizia e fautrice. Perocché noi tro- 
viamo in simile modo, nella guerra di Macedonia, quando fu 

il 



162 ISTORIA FIORENTINA. 

rotto il re Perse, essere stata significata la vittoria a Roma: e 
per i tempi di Domiziano imperadore, essendo Roma in grande 
sospetto, venne la novella della vittoria acquistata nella Magna 
in quello medesimo di che l'avevano ottenuta. Molte altre cose 
simili si trovano essere scritte, se noi volessimo lungamente 
ricercarle, e narrare gli esempi de' nostri e delle nazioni esterne. 
I Fiorentini dopo a questa vittoria perseguitando il resto 
de'nimici, col medesimo impeto presero il castello di Bibbiena, 
che in quello tempo era degli Aretini. E così alcune castella 
vicine, parte per forza, parte d'accordo, ridussero a loro ob- 
bedienza: e gittate in terra le mura di Bibbiena, l'ottavo di dopo 
la vittoria ottenuta passarono in quel d'Arezzo. 11 soprastare 
di questo poco tempo fu cagione che non occupassero la città : 
perocché, se prestamente dopo la vittoria avessero condotto il 
campo a Arezzo, facilmente lo potevano prendere, trovandosi 
la terra in grandissimo spavènto e sfornita di buone guardie. 
Ma quella dilazione confermò gli animi di quegli di drento, e 
dette occasione a molti che erano scampati dalla zuffa per varie 
vie ritornare a casa, e moltiplicare in modo che erano sufficienti 
a difendere la città. Il campo adunque dei Fiorentini si pose nella 
prima giunta appresso alla casa vecchia : e da quella parte che 
ancora non era circondata di mura , ma solamente di fossi e di 
steccati, cominciarono a combattere la terra. E a questo pro- 
posito fecero in più luoghi le bastie, che misero a'nimici gran 
terrore : e fu tanta la speranza ci' acquistare la città , che due 
dei priori di Firenze, che era cosa nuova e inusitata, andarono 
in campo per fare più aspra e più stretta la ossidione. Da questi 
priori confortate le genti, ogni giorno facevano forza d'empiere 
i fossi, e rompere gli steccati. Finalmente, crescendo il pericolo 
di quelli di drento, e con grande fatica facendo resistenza, ac- 
cadde che una notte, levandosi un grande vento, deliberarono 
uscire fuori: e così fatto, subitamente assaltarono le bastie, e 
appiccarono il fuoco in tal maniera, che tutte l'arsero e gua- 
starono. Donde ne seguì, che i Fiorentini, perduta la speranza 
per allora di potere ottenere la impresa, fornirono le castella 



LIBRO Q L'ARTO. 165 

ch'egli avevano occupato nel contado d'Arezzo, e predarono 
tutto il paese vicino alla terra, e di poi ridussero le genti a 
Firenze. 

Appressandosi il campo nella sua tornata, tutto il popolo 
di Firenze gli usci fuori incontro, e non lasciò alcuna specie 
d' onore, che non facesse a' capitani e al resto delle genti. En- 
trarono drento in similitudine d' una trionfale pompa, mandan- 
dosi innanzi lo scudo e l'elmetto del vescovo Guglielmino, ij 
quale fecero appiccare nel tempio che anticamente si diceva di 
Marte, come se fossero spoglie opime: le quali ancora oggi si 
veggono sospese. Questa vittoria nelle pubbliche scritture è chia- 
mata vittoria ottenuta nel piano di Campaldino contro a' ghibel- 
lini. E fu scritto in questa maniera, perchè gli usciti d'Arezzo 
confederati co' Fiorentini trovandosi con loro in quella guerra, 
parve più onesto scrivere i ghibellini essere stati vinti che gli 
Aretini , acciocché quella parte degli Aretini loro amici e guelfi 
non fosse notata. 

Non molto di poi alla tornata di queste genti, domandando 
i Lucchesi e gli usciti di Pisa aiuto al popolo fiorentino , fu 
mandato loro quattrocento cavalli e duemila fanti. I Lucchesi 
con queste genti e con altri aiuti de' collegati entrarono nel 
contado di Pisa , e misero a sacco tutto il paese, e presero alcune 
castella, le quali desolarono insino a' fondamenti. Di poi anda- 
rono a campo a Vicopisano, e fecero grande sforzo d'avere il 
castello: ma essendo bene difeso da quelli di drento, finalmente 
si levarono dalla impresa. 

In quello medesimo anno quasi all'uscita dell'autunno 
furono rimandate genti in quello d'Arezzo per la cagione che 
appresso diremo. Era dentro in Arezzo uno cittadino chiamato 
Tarlato, uomo famoso di stirpe e di ricchezza, il quale dopo la 
rotta degli Aretini e l'arsione del loro contado, aveva preso i 
governo della terra. La potenza sua alcuni avevano a odio: e 
questi tali tenevano colloqui occulti di rimettere gli usciti in 
Arezzo e ricevere le genti de' Fiorentini. Tirando adunque in. 
nanzi questa pratica, e fermando il dì nel quale dovevano met- 



164 ISTORIA FIORENTINA. 

tere a esecuzione questo trattato , subitamente a Firenze s'ordinò 
da'magistrati della repubblica, che alla porta s'accendesse una 
candela, e innanzi ch'ella fosse consumata, sotto gravissima 
pena fu comandato alla gente d'arme a cavallo, che uscisse 
fuori della terra. E cosi fatto, uscirono la sera medesima, e 
cavalcando tutta notte , innanzi di si condussero a Montevar- 
chi. E preso alquanto di riposo, di poi andarono il di a Civitella T 
il quale castello tenevano gli usciti d'Arezzo: e fecero stima la 
seguente notte, come s'erano composti, entrare drento in 
Arezzo. La cosa ordinata maturamente e in maniera d'avere 
effetto, fu disturbata per uno caso inopinato. Uno de'congiu- 
rati, cadendo una parte della casa sua, era stato gravemente 
percosso in modo, che trovandosi allo stremo della sua vita, 
aveva manifestato ogni cosa a uno sacerdote : il quale , paren- 
dogli il pericolo grande, se questo trattato tenesse occulto, 
manifestò ogni cosa a' principali della città. E così, scopertosi 
l'ordine che s'era tenuto, eia venuta delle genti d'arme de'Fio- 
rentini, subito providero con grande diligenza alla custodia della 
terra: e le genti de' Fiorentini, poi che furono soprastate alcuno 
di a Civitella, inteso la venuta loro essere stata vana, se ne 
tornarono a casa. 
a. <289. 1° quello medesimo anno furono alcune innovazioni in Fi- 
renze; e ordinossi la prima volta il gonfaloniere della giustizia: 
della qual cosa ci faremo più innanzi a dirne , perebè ognuno 
ne possa avere particolare notizia : perocché , contenendo la 
istoria due membri, l'uno delle cose di fuori e l'altro di quelle 
di drento, non è da reputare di meno frutto avere cognizione 
de' reggimenti di drento che delle guerre di fuori. Molto antica 
e quasi da principio fu a Firenze la contesa fra la moltitudine 
e la nobilita. Fu questa medesima, credo, in altre città : ma non 
so, come in questo luogo le stirpe delle famiglie, quasi poste 
in uno fertilissimo terreno, crebbero vigorosamente e diventa- 
rono potentissime ; e il popolo contrario agli nomini potenti 
s'era unito insieme per il timore della nobilita: perocché quegli 
che erano inferiori, non potendo resistere alla grandezza de' pò- 



LIBRO QUARTO. 163 

tenti, e ricevendo spesse volte contumelie, parve loro avere unico 
rimedio, se il popolo s'unisse insieme e le ingiurie private pub- 
blicamente gastigasse. Di qui venne il desiderio al popolo d'ab- 
bracciare la repubblica e diminuire la nobilita. E stimò potere 
salvare la sua condizione, se riducesse in sé il governo della 
repubblica; perocché la nobilita, non avendo oltre alle private 
forze ancora le pubbliche , non potrebbe sopraffare gl'impotenti , 
o veramente ovviare che le ingiurie non si gastigassero. Questa 
contesa durò lungo tempo nella città, e fu molto varia , come è 
la condizione delle cose umane. Alcuna volta questi , alcuna 
volta quegli ottenevano. Alle volte accadde, che i magistrati 
si creavano della nobilita e del popolo insino al tempo de' priori 
dell'arti: il quale modo e forma di governo fu molto popolare; 
e nientedimeno non fu ordinato da principio di popolani schietti , 
perocché la legge solamente schiudeva gli scioperatori, e non 
vietava però che gli uomini nobili non potessero essere del- 
l'arti. E furono insieme co' priori rinnovati i conventi e i segni 
di ciascuna arte , acciocché , quando fosse di bisogno , si met- 
tessero i cittadini in arme , per conservare il presente reggimento 
della repubblica. E a tenere ragione erano ordinati nella città 
due rettori: l'uno, il podestà, a conoscere le cause e le contro- 
versie; l'altro, il capitano, per difensione del popolo. Ma perchè 
egli accadeva , che per la nobilita si commettevano molti male- 
fiej, i quali i rettori non avevano ardire di punirgli per rispetto 
che i nobili andavano accompagnati per la terra da moltitudine 
armata, e spesse volte le famiglie de' rettori erano percosse e 
battute, e la giustizia veniva a essere impedita, per questa ca- 
gione parve loro di creare il gonfaloniere della giustizia. 

Fu adunque creato il prefato gonfaloniere di giustizia sette 
anni dopo i priori dell'arti. La elezione di quello fu commessa 
a' priori; e fugli dato il tempo di mesi dna. Fu aggiunto per 
legge, che si dovesse torre popolano, e che egli avesse quattro 
consiglieri, due conestabili e mille fanti armali, tutti di popolo, 
cioè dugento del sestiere di San Piero Scheraggio, dngento del 
sestiere oltrarno, e così degli altri quattro sestieri cenlocin- 



IGG ISTORIA FIORENTINA. 

quanta per uno. Questa gente ordinata s' eleggeva per uno 
anno: e ogni volta ch'egli accadeva, era obbligata di seguire 
il gonfaloniere della giustizia. Àncora era aggiunto nella legge, 
che nessuno della nobilita potesse essere del numero de' mille 
fanti, e che non dessero loro impedimento né con parole nò 
con fatti: e contro a' trasgressori di questa legge posero gra- 
vissime pene. Il gonfaloniere della giustizia per la legge non 
poteva trarre fuori il gonfalone, se non per il comandamento 
de' priori; e in quel tempo, non stava con loro e non aveva 
altra autorità , se non eh' egli era capo di mille armati ad ese- 
guire la giustizia contro a' potenti , se ricusassero d' ubbidire 
al magistrato. 

In quello medesimo anno fu ordinato nella città, chenes- 
suno de* priori potesse essere del medesimo ufficio se non finiti 
i tre anni dal di della uscita sua, benché innanzi nessuna legge lo 
vietasse, ma solamente la vergogna ritenesse i cittadini da simile 
domanda. Questo tempo così ordinato per legge fu vulgarmente 
dilaniato divieto. La cagione ai questa legge tu per aprire la 
via agli onori a molti , e per torre via la cagione che certi , riii- 
dandosi nella grazia e nella potenza, non volessero continuare 
il magistrato. E non meno necessario fu questo provvedimento 
per gli offici che erano per sorte, che per petizioni. Queste cose 
furono fatte in quello anno di fuori e drento, come abbiamo 
narrato. 
A i2 n La state prossima i Fiorentini innanzi alla ricolta condus- 

sero di nuovo le loro genti nel contado d'Arezzo, sperando 
che gli avversari per continui danni, perdendo già la terza volta 
le ricolte, sarebbero costretti a ubbidire. Con questa intenzione 
condotte le genti insino alle porte d'Arezzo, e fatte alcune sca- 
ramucce, non sentendo che drento si facesse novità , si volsero 
a dare il guasto non solamente a' frumenti e alle biade , ma an- 
cora alle viti e agli alberi intorno alla città : e poi che ebbero 
fatto grandissimo danno, si voltarono per la via del Casentino, 
e disfecero alcune castella del conte Novello. Di poi ridussero 
l'esercito a Firenze. 



LIBRO QUARTO. 167 

In quello medesimo anno i Fiorentini e Lucchesi e alti i 
confederati rinnovarono la lega co' Genovesi, e mandarono il 
campo a Pisa. Avevano i Genovesi un'armata di quaranta galee. 
Il perchè i Pisani e per mare e per terra venivano a ricevere 
grandissimi danni, e non potevano a tante forze in alcuno modo 
resistere: e in fra l'altre cose fu loro tolto il castello di Livorno, 
e disfatte le torri del porto, e affondate alcune navi piene di sassi 
in su la bocca di detto porto, acciocché fosse loro impedito 
l'uso e la commodità del mare. Dopo a questi danni, riducendo 
ognuno le sue genti a casa, i Fiorentini nella tornata presero 
alcune castella de' Pisani presso al fiume dell'Era, e fornironle 
di loro genti. Ma dipoi, come ebbero ridotto l'esercito a Fi- 
renze, Guido da Montefeltro capitano de'Pisani, d'improvviso 
assaltando dette castella, con quella medesima facilità che erano 
state tolte da'nimici, le racquistò. La qual cosa poi che a Fi- 
renze fu udita, subitamente mosse i Fiorentini a mandare le 
genti a pie e a cavallo insino a Volterra: e quivi, intesa la per- 
dita delle castella e la partita de'nimici, se ne tornarono ad- 
drieto. 

Il seguente annoi Pisani, condotti da Guido da Montefeltro 
loro capitano, di notte tempo presero il Ponte ad Era, il quale 
i Fiorentini avevano afforzato , e di fossi e torri fatto quasi in- 
espugnabile. E passò la cosa in questa forma. Erano due citta- 
dini posti alla guardia del castello, i quali, parte per avarizia, 
parte per negligenza, a fatica avevano la terza parte de'provvi- 
gionati sotto le loro bandiere: e questi tanti, rifidandosi nella 
fortezza del luogo, negligentemente facevano le guardie. Questa 
cosa venendo a notizia de'nimici, dette loro cagione di tale 
impresa. E pertanto, Guido da Montefeltro, mosso da questa 
speranza, a dì venticinque di decembre, la notte, la quale lui 
spontaneamente elesse, perchè era ventosa e fredda, acciocché 
trovasse le guardie negligenti e pigre , condusse le genti a detto 
castello. E poi che venne a'fossi, che erano larghi e pieni d'acqua, 
fece passare i suoi con uno navicello, il quale aveva portato a 
questo fine, e condussegli in sull'argine di là dal fosso: e loro 



108 • ISTORIA FIORExMLXA. 

di poi colle scale montarono in sa la torre, che era loro vicina, 
sì destramente, che nessuna della guardie gli senti. Essendovi 
condotti drento uno grande numero , assaltarono i nimici cari- 
chi di sonno; e morti che ebbero grande parte di loro e il resto 
presi, occuparono interamente il ponte e il castello. 

La perdita di questo luogo, parte per la opportunità della 
guerra, parte per la vergogna, fu molto grave al popolo fioren- 
tino. E pertanto, accesi d'ira e di sdegno, mossero la guerra 
contro a' Pisani, come propria impresa: che innanzi era stata 
piuttosto guerra de' Lucchesi, e loro erano consueti mandare 

a.4292. le genti in aiuto. Ma in questo caso, parendo che la vendetta 
s'appartenesse a loro, si mossero innanzi alla primavera, e en- 
trarono coli' esercito in sui confini de' Pisani. E correndo per 
il contado di Pisa, e mettendo a sacco il paese, e pigliando 
ville e castella, sopravvennero parecchi giorni tante piove, che 
furono costretti di partirsi, e riducere le genti a casa, e aspettare 
il tempo commodo, chele biade fossero mature, e allora di 

a. m\. nuovo ritornare all' impresa. Fu adunque fatto comandamento 
a ognuno, che andassero alle stanze, e di poi in calendi di 
giugno fossero a ordine per seguire la guerra. 

In questo mezzo fecero grandi apparati , e elessero per loro 
capitano Gentile dell'Orsini, uomo singolare nel mestiere del- 
l'arme e affezionato alla parte guelfa. Il quale Gentile, venuto 
che fu a Firenze con alquanti cavalli tratti di Roma e di Cam- 
pagna , mise insieme tutte le genti de' Fiorentini, e condussele 
in sul contado di Pisa. Le città collegate similmente mandarono 
loro genti in aiuto de' Fiorentini: e tutto questo esercito si con- 
dusse insino appresso alle mura di Pisa, senza avere riscontro o 
vedere volto di nimico. Non era stato in alcun luogo tanto de- 
siderio di combattere dal canto de' Fiorentini, quanto in questa 
guerra: perocché gli animi loro per la vituperosa perdita d'uno 
fortissimo luogo fatta poco innanzi , erano sì accesi , che insino 
sulle porte de'nirnici apertamente domandavano la battaglia. 

Era drento nella città di Pisa Guido da Montefeltro uomo 
astutissimo , e nientedimeno alle zuffe aperte e manifeste poco 



LIBRO QUARTO. 169 

ardito : il quale , benché avesse ottocento cavalli a suo soldo , 
oltre a quelli della città e oltre alla moltitudine del popolo pi- 
sano, nientedimeno non tentò divenire alla battaglia, ne eziandio 
d'uscire fuori a ributtare i nimici. E pertanto, poi che i Fioren- 
tini furono stati alcuni di intorno a Pisa, e manifestamente ve- 
duto che i nimici fuggivano la battaglia e non volevano in alcuno 
modo fare esperienza di zuffa, misero in preda tutto il paese 
circostante, e di poi ritrassero il campo alquanto addrieto. E 
finalmente, dato il guasto e predato tutto quel contado , ridussero 
a casa l'esercito. E benché non avessero fatto alcuna esperienza 
di battaglia, nientedimeno acquistarono reputazione assai, per- 
chè i nemici mostrarono temere tanto, eh' eglino aspettarono il 
campo insino in sulle porte, e patirono che il contado loro an- 
dasse a sacco, e fecero tutti i segni d'essere reputati per vinti. 
Circa alia fine di quello anno si principiarono drento molte 
novità : e la forma della repubblica , la quale di poi circa cento- 
trenta anni s'è usata, in quel tempo s'ordinò. Peroccbè, dopo 
la guerra aretina e la vittoria acquistata, essendo cresciuta gran- 
demente la città di Firenze, e di poi nella guerra pisana sanza 
alcuno dubbio essendo il popolo fiorentino reputato vincitore , 
cominciò a sollevarsi, e dalle guerre di fuori volgersi alla libertà 
di drento. La nobilita, che insino a quel dì era stata superiore 
nella terra, non teneva col popolo una compagnia molto eguale , 
perocché essendo potente di ricchezze e elata d'animi più che 
non si conveniva a una libera città , non si sapeva contenere 
dalle private ingiurie. Erano questi tali accompagnati di molti 
seguaci, e forti di parentado , e tenevano quasi sotto una onesta 
servitù i deboli e gl'impotenti. Molti di mezzana condizione erano 
battuti da loro, molti spogliati de' loro beni, e spesse volte scac- 
ciati delle proprie possessioni. Le quali cose, benché la città 
facesse impresa di gastigarle, nientedimeno loro erano sosten- 
tati dal grande favore del parentado, e gli uomini offesi avevano 
paura di rapportare le ingiurie ricevute, e temevano più la po- 
tenza delle famiglie e le battiture e le ferite, che la perdita del 
proprio patrimonio. E niente difendeva la moltitudine della 



170 ISTORIA FIORENTINA. 

intera servitù, se non la invidia e la divisione che fra sé mede- 
sima aveva la nobilita. 

Veduto adunque questa declinazione e disordine della re- 
pubblica, uno uomo solo, in quel tempo di grande animo e di 
grande consiglio, fece impresa di rimediarvi , il quale si chia- 
mava Giano della Bella, disceso di nota e famosa stirpe: ma 
lui era mediocre cittadino e molto popolare. Questo tale, sepa- 
ratamente dolendosi con ciascheduno popolano della potenza 
della nobilita, riprendeva la pigrizia del popolo, il quale sop- 
portando le ingiurie di qualunque, di per sé non intendeva che 
a tutti insieme era imposta una ignominiosa servitù. E diceva 
essere cosa stolta non conoscere, che sottomessi di mano in 
mano i primi, finalmente come uno incendio verrebbe questo 
male agli altri successivamente insino alla distruzione di tutto 
il popolo; e pertanto essere necessario di fare resistenza, e 
non volere patire, che questa infermità vadia più oltre, la quale, 
benché fosse alquanto cresciuta , nientedimeno non era invec- 
chiata in modo, che ella non si potesse medicare ; ma se loro 
ne facessero poca stima , e V uno aspettasse Y altro , si condu- 
cerebbe in luogo , che poi invano desidereranno di porvi rime- 
dio. Divulgando queste cose per la moltitudine , mossele menti 
degli uomini a pigliare vigorosamente il governo della repub- 
blica. Levandosi adunque i popolani e dando aiuto a questa 
impresa, si condussero nel cospetto del magistrato. E final- 
mente, convocato il popolo, essendo le sentenze varie secondo 
gli appetiti, esso Giano della Bella parlò distesamente di questa 
materia, come appresso diremo: « Sempre io sono stato d'uno 
» medesimo animo, prudentissimi cittadini: e quanto più penso 
» meco medesimo de' fatti della repubblica , tanto più mi con- 
» fermo in questa sentenza , che sia necessario o veramente 
» raffrenare la superbia delle famiglie potenti , o veramente 
» perdere in tutto la libertà. Perocché io veggo le cose ridotte 
» in luogo, che la pazienza vostra e la libertà non possono stare 
» insieme : e di queste dna quale sia da eleggere, io non so 
» chi di sano intelletto ne debba dubitare. E benché io intenda 






LIBRO QUARTO. 171 

» con quanto pericolo parli di questa materia, nientedimeno non 
• reputo essere officio di buono cittadino, quando la patria do- 
» manda consìglio, avere riguardo alla propria utilità, e se- 
» concio i propri commodi misurare i consigli pubblici. Dirò 
» adunque liberamente quello che io intendo. A me pare, che 
» la libertà del popolo consista in due cose: nelle leggi e nei 
» ghuliej . Quando queste due cose possono più nella città che 
» alcuni cittadini, allora si mantiene la libertà. Ma quando e' si 
» trova chi sprezza le leggi e i giudiej sanza alcuna punizione, 
» allora si debba stimare, chela libertà sia perduta. Perocché, 
» come ti potrai tu difendere da coloro, che senza alcuna paura 
» di giudiej , possono a loro piacimento colle proprie inani farti 
» ingiuria? Considerate adunque la condizione nella quale al 
» presente vi trovate, e discorrete in voi medesimi i modi della 
» nobilita: e ognuno di voi mi dica, se la città gli pare libera, 
» o più tempo fa sottomessa. Questa risposta più facilmente po- 
» tra fare chi ha per vicino o nella città o nel contado alcuni 
» di questi uomini potenti. Perocché, cosa abbiamo noi , che 
» loro non abbiano desiderato? e che hanno eglino desiderato, 
» che subito non mettano a esecuzione , o veramente che per 
» via lecita o illecita non reputino dovere ottenere ? I corpi no- 
» stri, se noi vogliamo confessare il vero, non sono più liberi. 
» Voi vi ricordate in questi anni prossimi essere stati battuti 
» cittadini, cacciati delle possessioni, arsioni, rapine, ferite, 
» uccisioni di molti essere state fatte da questi potenti. Gli au- 
» tori di questi maleficj sono sì noti e manifesti, che parte non 
» se ne curano, parte non lo possono negare, e continua- 
» mente stantio in sugli occhi vostri: e quelli che sarebbero cle- 
» gni della carcere e de'supplicj , noi gli veggiamo andare per 
» la città con moltitudine d' armati, ed essere temuti insino dal 
» magistrato. Questa adunque sarà alcuno, che chiami libertà? 
» E quali altri modi sono quegli che usano i tiranni se non uc- 
» cidere, cacciare, torre quello che pare a loro, sanza alcuna 
» paura d' essere puniti? E se uno in altre terre toglie la li- 
} berta, che dobbiamo noi stimare della nostra, essendocene 



172 ISTORIA FIORENTINA 

» molti? Noi certamente più tempo fa siamo sottomessi, e con 
» uno vano titolo di libertà sostegnamo in fatto una ignominiosa 
» servitù. Ma e' mi potrebbe essere detto : Noi conosciamo quello 
» che tu dì, e domandianti il rimedio, e non le querimonie e i 
» lamenti di queste cose. Io adunque dico, che il modo di le- 
» varsi da dosso questa servitù, non è molto difficile a cono- 
» scere : perocché, se la mina delle leggi è cagione della mina 
» della libertà, così, rilevando queste due cose, si verrà a rile- 
» vare la città vostra. E pertanto , se voi desiderate d' essere 
» liberi (che lo dovete desiderare come la vita vostra), bisogna 
» queste due cose restituire nella prima autorità, e con ogni 
)) sforzo e diligenza stabilirle. Voi avete molte leggi che pon- 
» gono freno alle violenze, alle uccisioni, ai latrocinj, alle in- 
» giurie e agli altri maleficj. Queste tali leggi spezialmente giu- 
« dico, che contro a' potenti si debbano innovare, e aggiugnere 
» ancora dell' altre , perocché, crescendo ogni di la perversità 
» degli uomini, è di bisogno di fare nuove provvisioni. Ma in- 
» nanzi a ogni altra cosa stimo essere necessario, che le pene 
» de' maleficj contro a'potenti s'accrescano. Certamente, s'egli 
» è alcuno che voglia legare uno gigante e uno uomo piccolo, 
» non userà uno medesimo legame, ma il gigante legherà colle 
» funi o colle catene, e il piccolo colle corde o co' coreggiuoli. 
» Similmente le pene, che sono i legami delle leggi, si debbono 
» porre più forti contro a' più grandi e più potenti, perocché 
» quelle che noi abbiamo ora, non gli tengono. Ancorami pare 
» da aggiugnere questo , che i consorti siano obbligati alle me- 
» desime pene , i quali si debbono reputare partefici del male- 
» fìcio, perchè coli' ardire della famiglia il malfattore pare che 
» lo commetta. Questi nostri giudicj due cose massimamente 
■» gli sogliono impedire: la difficultà delle pruove, e il manca- 
» mento di metterli ad esecuzione: perocché i testimoni hanno 
» paura degli uomini potenti , e per questo timore periscono 
» i giudicj; e se pure le pruove si danno, il magistrato teme 
» di giudicare. Se a queste cose non provvedete, sappiate che 
•» la vostra città non si potrà chiamare repubblica : perocché 



LIBRO QUARTO. 173 

» niente giova avere le buone leggi, se i giudicj non hanno 
» esecuzione. Debbesi adunque provvedere, secondo il mio pa- 
» rere, a questa difficultà de' testimoni ; e che solamente basti 
» la fama contro agli uomini potenti. Perocché, quando e' sarà 
■ manifesto il maleficio essere commesso, e la pubblica voce 
» degli uomini vicini e luoghi circustanti dimostrino la ingiuria 
» commessa da un uomo potente, non s' affatichi il giudice di 
» cercare altre pruove, le quali sa che spaventano per il timore 
» de' potenti; ma, come abbiamo detto, la fama solamente gli 
» sia a sufficienza. All' altra difficoltà di mettere a esecuzione 
» i giudicj, notate il rimedio che mi pare da tenere: perocché 
» questa mi pare maggiore cosa che gli uomini non stimano. 
» E' panni, che questo rimedio dipenda non tanto dal magistrato, 
» quanto dalle forze del popolo: il quale, se vorrà ritenere la 
» sua degnità nella repubblica , facilmente si metteranno ad ef- 
« fetto i giudicj contro agli uomini potenti ; ma, s' egli avrà ri- 
» guardo a altri, ereputeràgii superiori a sé, raffredderà insieme 
» i giudicj e il magistrato. Questa cosa, antiveduta già molto 
» innanzi , fu cagione di fare creare il gonfaloniere della giusti- 
» zia, la reputazione e forza del quale mi maraviglio, che in 
» brieve tempo sia tanto mancata. Ma dall' altra parte è cosa 
» stolta, quando il popolo è negligente e freddo, dolersi che i 
» suoi fautori e esecutori non sieno vigilanti : e nientedimeno in 
b quel tempo furono lasciate addrieto tante cose, che parve 
» piuttosto uno rimedio cominciato che compiuto. Io adunque 
» giudico, che l'autorità del gonfaloniere della giustizia si 
» debba grandemente afforzare e stabilire; e innanzi a ogni al- 
» tra cosa debbino essere a sua obbedienza non mille, come 
» innanzi , ma quattromila armati , e scritti successivamente di 
» tutto il popolo. Appresso, mi pare, che il gonfaloniere della 
«giustizia debba fare residenza insieme co'priori, acciocché 
» possa di presente sentire le querimonie de' cittadini e prov- 
» vedere alle necessità della repubblica; e che alle sua cagioni 
» standosi a casa, o per non intendere presto o per le interces- 
» sioni degli uomini privati, come s'è fatto insino a ora, non 



174 ISTORIA FIORENTINA. 

> si vengano a ritardare i rimedj opportuni. Il terzo provvedi- 
mento lasciato addrieto in quel tempo mi pare d'aggiugnere : 
che nessuno de' potenti, quando bene fosse matricolato ad 
alcuna arte, possa essere assunto al priorato, E questo si fac- 
cia, acciocché non abbiano facoltà d' aiutare i malfattori e im- 
pedire la giustizia : perocché la potenza loro per se medesima 
è grave e onerosa , sanza armarla ancora della pubblica auto- 
rità . In questa maniera, risuscitate le leggi , restituite le pene, 
stabiliti i giudicj contro agli uomini potenti, porrete freno 
alla loro tirannide : e se pure non resteranno pazienti , rise- 
derete col ferro e col fuoco questa parte perniziosa di questo 
corpo , e come membri insanabili gli esterminerete , ponendo 
da parte la troppa pazienza, la quale evidentemente vi con- 
duce in servitù, lo ho detto quelle cose che giudico essere 
salutifere alla repubblica e necessarie alla vostra libertà: le 
quali se fossero difficili e di grandissima spesa e fatica, con- 
forterei che per la grande utilità si dovessero fare: ma essendo 
facili e poste si può dire nelle vostre mani, chi è quello tanto 
negligente , che voglia piuttosto ignominiosamente servire , che 
onestamente essere pari agli altri? I nostri antichi non sosten. 
nero di servire agi' imperadori romani, benché il titolo e la 
degnità loro aonestasse la servitù. Voi patirete di servire a vi- 
lissimi uomini? Loro ancora sopportavano uccisioni e ferite 
e perdite delle proprie sostanze , e quasi infinite contese pren- 
devano per le loro preminenze. Voi per timore e pigrizia vi 
siete sottomessi, come a tiranni, a chi voi dovreste comani 
dare. E' pare che uno popolo, cioè tanta moltitudine d' uomin- 
forti, che hanno vinto neh" arte militare tutti i suoi vicini, e 
rotto mille volte i suoi nemici, tornando a casa, non si 
vergogni di temere questa o quella famiglia, e sorTerire come 
servi la superbia loro. Io farò fine al mio parlare, acciocché 
l'impeto non mi trasporti troppo oltre : perocché, per reve- 
renza io mi vergogno di riprendere il popolo ; e dall' altra parte, 
quando mi ricordo di questa troppa pazienza, non mi posso 
quietare neh 1 ' animo , né passarla con silenzio: ma voi sola- 



LIBRO QUARTO. * 175 

» mente priego, che alla libertà e salute vostra prodeggiate; » 
Questa orazione fu attentamente udita; e ognuno com- 
mendò la sua grandezza d'animo. E cosi infiammati, a tale ef- 
fetto s'ordinò una legge, la quale fu chiamata ordinamenti di 
giustizia , perchè fu data via e ordine , che venisse a sottomettere 
le famiglie potenti alla giustizia. Ma quante fossero le famiglie 
potenti contro alle quali fu ordinata detta legge, qui di sotto si 
dirà. Furono drento nella città notate per quella legge trentotto 
famiglie, e fuori della città furono molte, le quali stando alle 
loro possessioni, non facevano vicinanza civile a'menipossenti. 
Fu data ancora autorità a' priori di notare degli altri a loro pia- 
cimento. In questa maniera, abbassata la potenza della nobilita, 
il governo della repubblica ritornò al popolo, e Giano della 
Bella, autore della legge, fu per elezione del popolo assunto al 
priorato : e lui di poi insieme co' sua compagni crearono il gon- 
faloniere della giustizia. Il primo gonfaloniere di giustizia dopo 
questa legge fatta fu Baldo Ruffoli , uomo sollecito come richiede- 
vano le condizioni di quegli tempi , e atto a raffrenare i potenti e 
stabilire l' autorità del popolo. Questo tale, essendogli significata 
l'uccisione d'uno impotente fatta da uno di quelle famiglie 
comprese dalla legge, subitamente usci fuori col gonfalone, e 
colla moltitudine armata andò alle case de' Galli, che di quella 
famiglia era l'omicida, e scacciò i sua consorti, e disfece le case 
loro, e guastò le possessioni. Donde seguì tanto spavento alla 
nobilita, che non meno temevano i popolani, che innanzi i po- 
polani avessero temuto loro. 

Ordinate in questo modo nella terra le cose pubbliche , si 
volsero a comporre quelle di'fuori , e cominciarono a trattare 
la pace co' Pisani: i quali benché per la lunga guerra fossero 
tanto afflitti e mancati delle forze, che difficilmente potessero 
resistere, nientedimeno, perchè la nobilita non ordinasse qual- 
che cosa mediante la occasione della milizia, nel qual tempo si 
facevano reputare; e acciocché il popolo non s'avesse a partire 
dal governo della repubblica, giudicarono essere meglio la pace 
che la guerra, massimamente essendo ancora la legge fresca e 



176 ISTORIA FIORENTINA. 

non avendo bene stabilito il loro reggimento. Per questa ca- 
gione furono mandati dua ambasciadori, Migliore Guadagni e 
Arrigo Paradisi, a convenirsi cogli ambasciadori pisani nella città 
di Pistoia. Fu grande difficaltà in quella pratica a fare contenti 
i confederati, e massimamente i Lucchesi e Ugolino di Gallura 
giudice, i quali ricusavano la pace, parendo loro avere nelle 
mani la vittoria manifesta. Ma la volontà del popolo fiorentino 
andò innanzi a ogni altra cosa: e finalmente Tanno prossimo 
fu fatta la pace, e i collegati l'approvarono, per non rimanere 
nella guerra senza i Fiorentini. Le condizioni della pace furono 
queste : che i Pisani rimettessero Ugolino di Gallura e gli altri 
cittadini guelfi, i quali quando furono cacciati s'erano uniti 
co' Fiorentini e Lucchesi; appresso, che fossero obbligati di la- 
sciare tutti i prigioni guelfi , e permettere liberamente che po- 
tessero stare nella terra e usare la civilità insieme cogli altri 
cittadini; ancora, che le mura e la fortezza del Ponte ad Era, 
il quale poco innanzi avevano tolto ai Fiorentini , dovessero dis- 
fare insino a' fondamenti; oltre alle predette cose, che doves- 
sero mandare via Guido da Montefeltro e tutte le sua genti; e 
che il rettore che ministrasse giustizia, per due anni non potes- 
sero eleggere se non di quelle città e terre che s'erano trovate 
in compagnia de' Fiorentini e Lucchesi a fare la guerra a Pisa, 
e nientedimeno non potessero eleggere alcuno uscito di queste 
terre; e cbe i Fiorentini fossero esenti dalle gabelle per le robe 
che conducessero o traessero per la via di mare; e se Guelfo e 
Lotto , figliuoli del conte Ugolino, che in prigione era morto di 
fame, volessero entrare in questa pace, fra sei mesi lo potessero 
fare con quelle medesime condizioni che aveva Ugolino di Gal- 
lura e gli altri guelfi, i quali dovevano essere restituiti nella 
città e liberati di prigione, come di sopra abbiamo detto. Que- 
ste furono le obbligazioni dalla parte de' Pisani. I Fiorentini, dal 
, canto loro, promisero di rendere il castello di Peccioli. E certa- 
mente questa pace fu onorevole quanto alcun' altra che si ricordi, 
perchè furono date le condizioni a' Pisani, come se fossero vinti. 
Ma accadde loro come suole intervenire ne' dubbiosi mali: cbe 



LIBRO QUARTO. 177 

innanzi a queste convenzioni temevano i pericoli della guerra 
e studiarono di fare la pace; e dopo l'accordo fatto, mancando 
i pericoli della guerra, cominciarono a temere quelli della pace, 
parendo loro pericoloso che gli usciti tornassero drento, e che 
il rettore della città avesse a essere di terre màliche. Temevano 
ancora la tornata de'figliuoli del conte Ugolino, ricordandosi 
della crudeltà usata inverso del padre. Per queste cagioni es- 
sendo ambigui, non davano licenza a Guido da Montefeltro, 
come s'erano obbligati, e non liberavano i prigioni: le torri e 
le mura del Ponte ad Era sì lentamente disfacevano , che pareva 
che a un tratto pensassero della pace e della guerra. Questa 
dilazione mosse Ugolino di Gallura a scrivere a Firenze, e la- 
mentarsi che i prigioni non erano liberati, né a lui e agli altri 
usciti aperta la via a ritornare , e similmente non si osservavano 
le altre cose le quali erano state promesse ne' capitoli; e che 
piacesse al popolo fiorentino di provvedere, che i suoi collegati 
non fossero messi in oblivione o ingannati dagli avversari. Per 
questo sospetto furono mandati a Pisa due ambasciadori, Rug- 
geri d'Ugo degli Albizzi e Cambio d'Aldobrandino Bellincioni, 
a domandare l'osservanza de'capitoli: i quali come vedessero 
adempiuti , restituissero il castello di Peccioli , e pigliassero 
promessa da'Pisani, che quegli uomini non sarebbero da loro 
male trattati, per avere favorito là parte de' Fiorentini e de' sua 
confederati. Essendo questi ambasciadori condotti a Pisa e 
esposto le loro commissioni, mossero i Pisani a mettere a ef- 
fetto le obbligazioni fatte. E non molto di poi significarono a 
Firenze, che a Pisa s'era pubblicata la ritornata degli usciti, e 
che le mura e le torri del Ponte ad Era erano in grande parte 
disfatte , e quello vi restava continuamente si disfaceva , e tutte 
le altre cose erano adempiute, eccetto chela liberazione de' pri- 
gioni; ma che erano rimasti d'accordo, che fra otto dì gli po- 
nessero al Ponte ad Era , e loro restituirebbero il castello di 
Peccioli, o veramente gli ponessero a Peccioli. Fu adunque in 
questo modo restituito a' Pisani detto castello: e così loro ren- 
derono i prigioni. Il rettore a ministrare giustizia elessero da 

12 






178 ISTORIA FIORENTINA. 

Colle, una delle terre confederate, come erano obbligati pe'ca- 
pitoli. E in questo modo fu posto fine a quella guerra de' Pisani. 

a. 129 4. L'anno seguente non truovo essere fatta alcuna cosa de- 
gna di memoria. Perocché gli usciti d'Arezzo, veduta la inten- 
zione de' Fiorentini, fecero con grande disavvantaggio patti 
con quegli di drento , e restituirono alcune castella e restarono 
fuori, sotto vana speranza d'essere rivocati. E pertanto, non si 
fece in quel tempo da' Fiorentini alcuna cosane contro a' Pisani 
per rispetto della pace, né contro agli Aretini per la desperazione 
degli usciti. E nientedimeno questo anno fu famoso per la crea- 
zione di dua pontefici romani: cioè papa Celestino creato a 
Perugia da'cardinali, che due anni stettero in conclavio; e di 
poi, rifiutando lui il sesto mese il pontificato, fu eletto Boni- 
fazio ottavo. Per quello medesimo tempo si cominciò a edificare 
la chiesa di Santa Croce in quella maniera che al presente si 
vede, perocché innanzi a quel tempo era iti quello luogo una 
piccola chiesa molto disforme dalla magnificenza che noi veg- 
giamo al presente. 

a. 1295. Dopo la pace di fuori, subitamente seguirono le discordie 
drento , le quali dettero grande alterazione alla città : perocché 
Giano della Bella, dopo la legge fatta contro alla nobilita, venne 
in tanta malivolenza de' potenti e invidia de' pari a lui, che ne 
fu cacciato in esilio, come spesse volte suole intervenire a que- 
gli uomini, i quali hanno posto il fondamento del loro stato ne' 
beneficii de' popoli ingrati. Ma il modo della cacciata sua fu co- 
me appresso diremo. Egli accadde, che essendo nata quistione 
fra consorti d'una famiglia nobile, uno d'infima condizione, fa. 
voreggiando a una delle parti, fu ferito e morto in sulla zuffa. 
E benché non fosse noto per le mani di chi e' fosse stato mor- 
to, nientedimeno la fama di quello omicidio s' attribuiva a uno 
indubitatamente : il quale, rifidandosi o nella grazia o nella in- 
nocenza sua, comparì innanzi al rettore, e personalmente scu- 
sandosi, fu assoluto. Donde la moltitudine che aspettava la ven- 
detta di questa uccisione, sentendo come era stato libero, subi- 
tamente volse ogni suo sdegno inverso di chi ne era stato 



LIBRO QUARTO. 179 

giudice : e armata mano corsero alla casa di Giano della Bella 
gridando, che lui come padrone della libertà e autore della legge 
e vendicatore de' tiranni , gli soccorresse contro alla potenza 
de' nobili e la corruttela de' rettori. Giano, potendo raffrenare 
questo movimento del popolo, non lo mitigò, e da altra parte 
ancora non s'accompagnò con loro : ma confortò la moltitudine 
a ricorrere ai priori e seguire il gonfalone della giustizia. E 
nientedimeno, essendo il popolo infiammato, non seguitò il suo 
consiglio, ma subitamente dalle case di Giano corsero alla resi- 
denza del podestà; e quivi, dato la battaglia con grande violen- 
za, arsero e ruppero le porte e misero a sacco quello palazzo, 
che fu cosa di malo esemplo. Questo furore del popolo pareva, 
che avesse avuto principio dalla casa di Giano della Bella, perchè 
in quello luogo s' era ragunata la moltitudine, e molti si move- 
vano a invidia, perchè il concorso del popolo s' era addirizzato 
a lui e avevanlo chiamato padrone della libertà. E per questa 
cagione non solamente i nobili, ma ancora i popolani l'aggra- 
vavano : e con tutto che nelle altre cose e' fossero stati contrari, 
nientedimeno in questo parimente erano d'accordo. Ma le ca- 
gioni erano bene diverse : perocché la nobilita per le leggi fatte 
l'avevano a odio, e i popolani, benché e' fingessero il pericolo 
della repubblica, nientedimeno erano mossi da invidia. E per- 
tanto, nella seguente elezione del priorato furono assunti uomini 
molto feroci, e Giano della Bella fu accusato, che di suo privato 
consiglio aveva ritenuto a casa la moltitudine armata, e per suo 
comandamento il popolo aveva dato la battaglia alla casa del po- 
destà. Per questa accusazione si venne a alterare e dividere 
tutta la città : perocché l' ìnfima moltitudine, sopportando gra- 
vemente questa cosa, era corsa a casa Giano della Bella, offe- 
rendosi di pigliare l'arme per la sua salute, e confortandolo che 
stesse di buono animo, e non avesse paura de' nimici e degl'in- 
vidiosi ; e mostrandogli, che egli era tanta la loro forza, che te- 
nendo con lui , piuttosto sarebbero a terrore a' nemici , eh' egli 
avessero a # temere di loro. La nobilita in contrario era accesa 
d' odio inverso di lui : e parevagli che fosse venuto il tempo 



180 ISTORIA FIORENTINA. 

della vendetta, non solamente perchè era potente a valersi per 
se medesima, ma ancora perchè aveva aggiunto a questo propo- 
sito molti popolani e l'autorità de' priori. E certamente la zuffa 
sarebbe stata grande, se fossero venuti alle mani. Ma Giano 
della Bella non permesse, che a sua stanza e alle sua cagioni 
avesse a nascere la discordia civile. « Cediamo, disse, piuttosto 
» alle calunnie de' nimici, e diamo luogo alla invidia: perocché 
» io non voglio sia alcuno, il quale possa dire, che essendo io 
» stato autore e stabilitore de'giudicii, al presente contro a'giu- 
» dicii faccia violenza ; e non sarà alcun cittadino, che per mio 
» esempio pigli 1? arme contro alla pubblica autorità. La mia 
» innocenza e i benefica che ho conferiti al popolo, mi confor- 
» tano a sperare bene della mia tornata. » E dette queste parole, 
e abbracciati gl'intimi sua amici, si partì della città : e poi che 
fu assente, fu sbandito lui e Taldo suo fratello e Rinieri suo nL 
potè, e fu guaste loro le case e le possessioni. Per la cacciata 
di costui quanto il popolo diviso in sé medesimo diventò debo- 
le, tanto crebbe la speranza alla nobilita : la qual cosa non molto 
di poi apertamente si dimostrò. 

Era già il terzo anno , poi che il governo era ridotto nel- 
1' arbitrio del popolo. La nobilita adunque, sopportando grave- 
mente le leggi fatte, e vedendo per esperienza, che ogni giorno 
si diminuiva la potenza e autorità loro, e che erano oppressati 
da quelli da' quali poco innanzi erano riveriti , finalmente co- 
minciarono a provvedere a'fatti loro. E conoscendo, che il male 
loro era proceduto dalle proprie discordie, deliberarono di con- 
ciliarsi insieme ; di poi eli commune consiglio sovvenire alle con- 
dizioni loro. E pertanto, innanzi a ogni altra cosa posto da canto 
gli odj, i quali erano stati cagione della loro mina, s'unirono 
insieme i capi delle famiglie, e le diuturne contese convertirono 
in pace. Di poi, consultando insieme della salute commune, de- 
liberarono andare alla presenza del magistrato , e apertamente 
dolersi della iniquità della legge, e all'ultimo fare pruova in 
qualche modo di rimediare a' fatti loro. Ragunati adunque mol- 
ti, si condussero alla presenza de' priori, e domandarono che 



LIBRO QUARTO. 181 

gli ordinamenti sì aspramente fatti contro a loro si levassero. La 
moltitudine, poi che vide la nobilita fare ragunata, stava attenta 
con ogni studio per ritenere la sua autorità , e stimava quello 
che era, che la nobilita infine avrebbe a fare pruova della forza. 
Trovandosi adunque 1' una parte e 1' altra in queste suspizioni e 
contese, ed essendo il proposito di coloro d'ottenere, e di que- 
st' altri di negare la loro domanda, ultimamente vennero all'ar- 
me, e grande tumulto si fece nella città. La nobilita si mise a 
ordine con cavalli eletti e veste e sopraveste ornatissime, co. 
me la magnificenza di quel tempo e quella età data alla gloria 
dell'arme richiedeva, e ragunossi grande copia di loro, ognuno 
colla divisa delle sue famiglie. Ancora fecero venire gente del 
contado dalle loro possessioni , e appresso gli seguivano molti 
loro seguaci , i quali erano consueti di sopraffare altri e simil- 
mente di seguirli al tempo della guerra. E poi che ebbero messo 
insieme tutta questa gente, si distribuirono in tre luoghi della 
città, stimando più facilmente potere correre la terra , e tenere 
la moltitudine del popolo, che non si movesse. Una parte dj 
loro si pose presso al tempio di Santo Giovanni, anticamente 
detto di Marte, l'altra in mercato nuovo , 1' altra, cioè la terza 
parte, di là d'Arno al ponte Piubaconte. Ma la moltitudine del 
popolo similmente aveva preso l'arme, e ragunatosi per le vie, 
e attraversate le strade di materia atta a impedire le genti a 
cavallo; e appresso avevano fornite le case di sassi e d'armi. 
E fu tanto l'apparecchio del popolo, che la nobilita non ebbe 
ardire di manometterli: ma ciascheduno in quelli luoghi dove 
s'era posto, si stava colle sue armi. Finalmente, mettendosi 
di mezzo alcuni buoni cittadini, e confortando l'ima parte e 
l'altra alla pace, fu contenta la nobilita di posare l'armi; e fu 
limitato degli ordinamenti fatti alcune cose , e piuttosto per 
l'autorità de' priori che per la volontà del popolo. E benché 
ognuno avesse posate 1' arme, nientedimeno gli animi de' cit- 
tadini restarono armati, e non cessavano continuamente o [ 
popolani d'abbassare la nobilita, o la nobilita di racquistare la di- 
gnità perduta. Ebbe il popolo molto a male da' priori che erano 



182 ISTORIA FIORENTINA. 

allora, ch'egli avessero favorito la nobilita. Il perchè alla fine 
elei loro ufficio usarono parole contumeliose, e quello poco 
eh' egli avevano fatto in favore della nobilita rivocarono, e ri- 
dussero nella prima forma. Trattarono ancora di rivocare Giano 
della Bella, perchè lui solo cittadino era reputato atto a raffre- 
nare la forza della nobilita. E questo desiderio di rivocarlo era 
nato per l'ardire che allora avevano veduto della nobilita di le- 
varsi e tentare d' annullare gli ordinamenti fatti. 

Mettendo adunque in pratica di richiamare il prefato 
Giano della Bella, gli avversari rifuggirono a papa Bonifa- 
zio: il quale per lettere comandò al magistrato e al popo- 
lo, che non avocassero nella città ne agli onori Giano della 
Bella, ne Taldo suo fratello o Panieri suo nepote; e chi 
contraffacesse a questo, i fautori e tutta la città cadesse in 
gravissime censure: e la cagione si conteneva nelle lettere, 
perchè egli era stato seminatore di scandalo fra cittadini. Per 
questa proibizione la pratica di rivocare Giano della Bella 
non andò più innanzi. E cosi questo cittadino , il quale 
aveva stabilito Y autorità del popolo contro a' grandi, abban- 
donato da lui, morì in esilio. 

Circa a questo medesimo tempo fu rinnovata la lega fra 
le città consuete, e fatta confederazione di nuovo co' Perugini: 
nella quale s' obbligarono nei casi occorrenti mandare aiuto 
l' uno all' altro. 

Dopo a queste cose il popolo si volse a ornare la città e 
il contado di fuori. E prima edificarono fra Arezzo e Firenze 
due castella per ornamento del paese e per rifugio a tempo di 
guerra: e l'uno posero dalla sinistra parte del fiume in sulla 
riva, echiamaronlo San Giovanni dal padrone della città; l'altro 
dalla destra, il quale chiamarono Castello franco. Drento nella 
città, perchè l'abitazione de' priori non pareva casa pubblica nò 
degna del popolo fiorentino, ne pareva a' priori esservi sicuri 
per la potenza della nobilita , ordinarono un edificio pubblico 
r ilevato e di singulare magnificenza. Il luogo fu eletto di qua 
d'Arno molto eminente fra San Piero Schcraggio e il teatro 



LIBRO QUARTO. 183 

vecchio: e per questa cagione comperarono le case de' cittadini 
privati, e disfattole insino a' fondamenti, fondarono il palazzo. 
Mala piazza che v' è intorno in grande parte fu degli liberti: e le 
case loro in quello luogo erano state molto innanzi disfatte, e so- 
lamente v' erano rimasi i casolari, i quali levati via, ridussero 
per l'uso pubblico a fare la piazza, come abbiamo detto. I fonda- 
menti di questo palazzo furono cominciati nel MCCLXXXXVIII ; A . 
e fuvvi edificato la torre molto egregia e rilevata. Di poi si vol- 
sero a edificare le mura della città, le quali prima erano state 
piuttosto disegnate cbe principiate, e -cominciarono dalla infima 
ripa d'Arno verso la via di Pistoia, e seguitando il circuito, ti- 
rarono le mura continuate insino alla medesima ripa d'Arno dal 
lato di sopra, e interposero molte torri , non solamente per 
fortezza, ma eziandio per ornamento della città. Furono ancora in 
questo medesimo tempo dalla porta ghibellina cominciate le 
prigioni pubbliche in su quello degli Uberti, e furono ridotte 
in forma quadra, e cinte di mura e drento ordinate di più ra- 
gioni stanze. E per questa opera fu stanziato la prima volta 
cinquemila fiorini ; e consumarono due anni a fare questi 
editìcj. 

Circa a questo tempo i Bolognesi e Ferraresi, i quali 
avevano fatto grande guerra, rimisero ogni loro differenza nel 
popolo fiorentino. E perchè l'autorità di queste terre dipendeva 
dalla chiesa romana, pareva loro di non fare alcuna cosa senza 
Iq, volontà del sommo pontefice. E per questa cagione manda- 
rono alla santità sua sette ambasciadori, parte del popolo e parte 
della nobilita, cioè Rinieri Buondelmonti, Brunetto Brunelle- 
schi, Bingieri Tornaquinci, Àìbizzo Corbinelli, Baldo Aguglione, 
Gentile Altoviti e Borgo Rinaldi. Questi, per l'autorità del som- 
mo pontefice, pronunziarono la pace fra queste terre in nome 
del popolo fiorentino. 

Seguita dopo queste cose l'anno della cristiana salute MCCC, ^ 
nel quale fu pubblicato il giubileo da papa Bonifazio , e cele- 
brato con incredibile concorso di popoli. 

In quello medesimo anno sopravvennero a Firenze gran- 



184 ISTORIA FIORENTINA. 

dissimi movimenti, quanti in alcuni altri tempi passati fossero 
stati: e il principio di questo male nacque nel modo che ap- 
presso diremo. A Pistoia era per quel tempo una famiglia molto 
potente e copiosa d'uomini e di ricchezze, la quale dal nome 
d' uno loro antico vulgarmente si chiamavano i Cancellieri. Ac- 
cadde, che venendo discordia fra loro , la consorteria si divise 
in due parti, e crebbero gli odj e le inimicizie in forma, che fra 
loro medesimi venivano spesso alle mani e al sangue e alle fe- 
rite; e ognuno tirando a sé favore di cittadini, divisero tutta 
la città : e come accade in simili contenzioni , 1' una parte fu 
chiamata de' bianchi e l'altra de' neri. E crescendo continua- 
mente la contesa, venne la città di Pistoia in sì estremo pericolo, 
che i Fiorentini si mossero a pigliare la cura di questo male ; e 
innanzi a ogni altra cosa giudicarono essere utile , per mitigare 
gli animi de' cittadini, rimuovere di quivi i capi delle parti: e 
pertanto ordinarono, che venissero a Firenze. E fu cagione la 
venuta loro , non tanto di purgare Pistoia, quanto di conducere 
nella città di Firenze la loro infermità : perocché, ricorrendo 
ognuno di loro a' loro amici e parenti, e avendo da loro Favore, 
gli vennero a tirare nelle medesime contese. Questo male prin- 
cipalmente divise le famiglie nobili, e non ci fu casa alcuna di 
nome, che non si dividesse in due parti. Di poi venne ancora 
questa contesa a dilatarsi fra' popolani, e a diventare tanto mag- 
giore chea Pistoia, quanto la città di Firenze era più copiosa e 
più potente. Era adunque divisa la terra, divise le case, divise le 
famiglie; e i fratelli ancora si trovarono in questa contenzione 
l'uno diviso dall'altro. E insino a' guelfi, che prima erano stati 
d'una medesima setta, si divisero in due parti. 

Erano innanzi a questo tempo alcune differenze fra'Cerchi e 
Donati per la vicinità ch'egli avevano insieme e nella terra enei 
contado. E sopravvenendo questa contenzione da Pistoia, fu come 
una esca a accrescere le loro discordie : perocché quella parte 
de' Pistoiesi che erano chiamati i neri, furono ricettati in Fi- 
renze da' Donati, e come parenti, erano favoriti da loro. Di qui 
seguiva, che tutti quegli che davano aiuto alla parte de' bianchi, 



LIBRO QUARTO. 185 

ricorrevano a' Cerchi , come avversari de' Donati. E fai questo 
maniera ognuno si veniva a accostare a questa o a queir altra 
parte. I Cerchi erano uomini piò atti alla pace e alla quiete, 
e abbondantissimi di ricchezze e vòlti a una modestia civile : i 
Donati erano di più antica nobilita , di mediocri ricchezze e di 
loro natura più atti alla guerra che alla pace. Per queste con- 
tenzioni e divisioni di tutta la città, e per il danno che si ve- 
deva ogni dì maggiore, dubitando i capitani della parte guelfa, 
che la parte ghibellina non venisse a risorgere nella terra , ri- 
fuggirono a papa Bonifacio; e mostratogli il pericolo, doman- 
darono che volesse colla sua autorità ovviare a questo male. Il 
sommo pontefice, intese queste cose, fece venire a se messer 
Vieri de' Cerchi; e gravollo, che, diposte le contese, si volesse 
riconciliare con messer Corso capo della famiglia de' Donati, 
perchè non dubitava, che quando loro fossero pacificati insie- 
me, tutti gli altri gli seguirebbero: e aggiugnendo a queste 
parole molte buone promesse, non potè però svolgere messer 
Vieri, il quale continuamente rispondeva, che non aveva ini- 
micizia con alcuno. E in questo modo restò per messer Vieri, 
che le cose non si acconciassero nella città per mezzanità del 
papa : e f tigli imputato da molti a grande errore. E certamente 
offese molto la mente del sommo pontefice, e massimamente 
perchè messer Corso Donati suo avversario, richiesto dalla san- 
tità sua poco innanzi, s'era tutto rimesso in lui. Crescendo 
adunque ogni dì questa contesa, accadde che per calendi di 
maggio alcuni giovani dell'una famiglia e dell'altra, cavalcando 
per la città secondo la consuetudine, e avendo in compagnia 
amici e cittadini simili a loro circa a cavalli trecento, vennero 
alla piazza di Santa Trinità, per vedere uno ballo di donne che 
in quello di vi si faceva. E da prima, fermatosi l'una parte e 
l'altra, si cominciarono a mescolare co' cavalli e a strignere l'uno 
l'altro, e ultimamente vennero alle mani; e tratte fuori l'arme, 
ne furono feriti dell'una parte e dell'altra, e a uno de'Cerchi 
chiamato Ricoverino fu tagliato il naso. Subitamente il concorso 
degli uomini fu grande a favorire ognuno la parte sua, non sanza 



186 ISTORIA FIORENTINA. 

tremore e spavento della città : e in ultimo con fatica si spaili 
la zuffa. Gli odj di costoro vennero per questo ancora a crescere 
in modo, che l'uria parte e l'altra con grande compagnia d'ar- 
mati andava per la città , e tutto il popolo era in grandissima 
turnazione e spavento. 

Per queste cagioni il sommo pontefice, non gli parendo 
da indugiare più, mandò uno legato a Firenze chiamato per 
nome Matteo e cardinale d'Ostia: il quale come fu entrato 
in Firenze, domandò che gli fosse dato l'autorità libera, ac- 
ciocché potesse più commodamente stabilire la repubblica , 
e levare le discordie. I Cerchi e i loro seguaci essendo po- 
tenti nella città, e dubitando che la volontà del legato non 
inclinasse alla parte avversa , recusarono Y opera sua in accon- 
ciare le cose della repubblica. Il perchè lui si partì, e lasciò 
interdetta la terra. 

Seguirono di poi contese molto più gravi : perocché , tro- 
vandosi l'ima parte e l'altra armati all'esequie d'una no- 
bile donna , e minacciando l' uno Y altro , cominciarono a 
trarre fuori l'arme e apiccare la zuffa. Lo spavento fu grande, 
e la moltitudine che s'era ragunata al morto cominciò a fug- 
gire per la terra. E nientedimeno furono divisi da tanti , che 
non ebbero in quello luogo a fare zuffa , ma spartiti per diverse 
vie, ognuno si ridusse alle proprie case. I Cerchi in quel dì, 
per il concorso de' loro seguaci , deliberarono assaltare i Do- 
nati : e avevano in loro compagnia di quelle famiglie , delle 
quali alcuni a Santa Trinità erano stati o feriti o gravemente 
offesi. E pertanto, fatta questa deliberazione, non per vie oc- 
culte ne per inganni, ma quasi a una manifesta battaglia, in su 
cavalli bardati con moltitudine di fanteria andarono alle case 
de' Donati. Loro da altro canto, sentito lo sforzo che si faceva 
per gli avversari, s'erano ragunati alla casa di messer Corso- 
e convocata una moltitudine d'amici messi in arme, aspetta: 
vano la venuta de' nemici, rifidandosi massimamente nell'ar- 
dire di messer Corso, il quale era di tanta costanza e di tanto 
animo, che dove si trovava, i suoi stimavano potere ributtare 



LIBRO QUARTO. 187 

ogni sforzo degli avversari. E così intervenne: perocché, so- 
pravvenendo i nemici con grande romore e con arme e con 
fuoco, ebbero il riscontro di messer Corso, il quale non con mi- 
nore impeto gli ributtò, e finalmente con molte ferite gli mise 
in fuga. 

Per questi romori , che ogni di nascevano nella citta , era 
il popolo in grande suspizione, e alcuna volta i delitti si puni- 
vano, alcun' altra per la moltitudine de' malfattori rimanevano 
impuniti. I Cerchi e quella parte de' cittadini che erano chia- 
mati i bianchi, erano più potenti nella repubblica: e il più delle 
volte i priori e i magistrati erano eletti del numero loro. Il per. 
che la parte avversa, sopportando questo gravemente, e spesse 
volte dolendosi fra loro medesimi , all' ultimo , per consigliare 
sopra questa materia, si ragionarono insieme nella chiesa di 
Santa Trinità: e furono presenti a quella ragnnata alcuni de'ca 
pitani di parte guelfa. In quello luogo, consultando fra loro 
quello fosse da fare, dopo molti colloqui, in somma si ridus- 
sero a questa conclusione : che si richiedesse la santità del Papa, 
che mandasse a Firenze uno di sangue regale a riformare il 
reggimento della città. Questo consiglio, perchè s' era fatto pri- 
vatamente, come venne a notizia agli avversari, subito aggra- 
vando la cosa, se n'andarono al magistrato, e riferirono questa 
ragunata quasi come una congiura fatta contro alla repubblica 
e alla libertà del popolo. E loro, sotto colore del presente pe- 
ricolo, chiamarono del contado grande numero di gente di loro 
amici e seguaci. Similmente l'altra parte s' era provveduta di 
numero di gente, e condotta alla presenza de' priori, grande- 
mente si lamentava. Essendo adunque ridotte le cose in ter- 
mini, che l'una parte gridava, che si punisse la congiura fatta, 
l'altra l'arme prese pubblicamente contro alle leggi, e ognuno 
di loro minacciando i magistrati, era nata una confusione nella 
repubblica, che né leggi né vergogna si temeva. 

Era in quel tempo nel numero de'priori Dante poeta: il 
quale, sendogli dispiaciuto il consiglio del chiamare uno pria, 
cipe nella città, e parendogli che tal cosa fosse la destruzione 



188 ISTORIA FIORENTINA. 

della libertà, si credeva che inclinasse all'altra parte. E perchè 
gli era d'ingegno e d'eloquenza molto singolare fra' suoi com- 
pagni , ognuno riguardava il parere e la volontà sua. Egli 
adunque, veduta la deformità e declinazione della repubblica, 
e sdegnato de' minacci fatti contro a'priori, confortò i compagni 
a pigliare animo, e levare il popolo alla difesa della libertà e con- 
servazione della repubblica. E fatto questo provvedimento, co- 
strinsero i capi dell' una parte e dell'altra a porre giù l'arme, e 
giudicarono quegli che erano stati cagione di tale romore do- 
versi cacciare fuori della terra, come turbatori della pubblica 
tranquillità. E pertanto messer Corso Donati, il quale manife- 
stamente era stato capo di quello consiglio , di poi era ito 
con moltitudine d'armati per la città e minacciato i priori, 
fu mandato in esilio. Gli altri della medesima setta furono con- 
dannati in danari e confinati a tempo, cioè messer Sinibaldo 
Donati fratello di messer Corso, messer Rosso dalla Tosa, mes- 
ser Giachinotto de' Pazzi e messer Geri degli Spini, tutti cava- 
lieri famosi in quel tempo e capi delle loro famiglie. E non so- 
lamente costoro, ma alcuni altri loro consorti, e in effetto 
buono numero della parte de' neri, furono confinati nel con- 
tado di Perugia, e comandato loro , che non tornassero insino 
a tanto che non fossero richiamati dal popolo. 

Dall'altra parte ancora furono condannati in danari e confi- 
nati messer Gentile e messer Torrigiano cavalieri de' Cerchi e 
alcuni consorti della medesima famiglia, Baschieri della Tosa, 
Baldinaccio Adimari, Naldo di Lotto Gherardini, Guido Caval- 
canti e Giovanni Malespina. Tutti questi furono mandati a Ser- 
rezzana, e comandato loro, che aspettassero la revocazione 
del popolo. Ma quella parte fu prestamente revocata sotto 
colore di stanza e aria inferma: e non molto di poi alla tornata, 
morì di loro Guido Cavalcanti , singolare filosofo e per quegli 
tempi sommamente erudito nelle arti liberali. 

Messer Corso Donati, poi eh' egli uscì di Firenze, con- 
tinuato il cammino, se n'andò al sommo pontefice, per 
mettere ad esecuzione quelle cose che a Firenze s'era tro- 



LIBRO QUARTO. 189 

vato a consultare. E come fu giunto alla santità sua , co- 
minciò a stimolarlo, e con ogni istanza s'ingegnò tirarlo al de- 
siderio suo. Era messer Corso uomo eloquente, di lieta faccia 
e nelle pratiche communi molto sagace. Con quelli mezzi tanto 
operò col papa, che si dispose a volere riformare le cose di 
Firenze. Deliberando adunque la santità sua di ricuperare la Si- 
cilia, la quale i Ragonesi tenevano contro alla sua volontà, e 
correggere molte cose in Toscana, ordinò di fare venire in 
Italia Carlo di Valosa fratello del re di Francia, e fecegli molte 
promesse, acciocché egli avesse cagione di venire più presto. 
E queste cose drento e di fuori furono fatte in questo anno. 

L' anno seguente i Pistoiesi , favoriti da quella parte a ì 
Firenze che era superiore , cacciarono da Pistoia i neri, e dis- 
fecero le case loro. Il capo di questa novità fu messer Andrea 
Gherardini cavaliere fiorentino, il quale era stato mandato a 
Pistoia al governo della città. Questo tale, tenendo a Firenze la 
parte dei bianchi, e aiutando a Pistoia la medesima parte, 
fece loro pigliare 1' arme, e mandò per quegli della parte av- 
versa; e non volendo per paura obbedire a' sua comandamenti, 
arse loro le case, mise a sacco i beni, e loro giudicò e chiari 
pubblicamente essere inimici. 

Questa medesima infermità di partisi dimostrò a Lucca: e 
per il medesimo favore i bianchi si levarono, essendo loro capi 
gl'Interminelli, e fecero pruova di cacciare i neri, e ammazza- 
rono uno principale della parte avversa chiamato Olbizzo. E 
nientedimeno i neri, subitamente preso l'arme, non solo si 
difesero, ma cacciarono i loro nimici. E così questo male, cre- 
scendo ogni giorno, si spargeva per tutte le città. 

In questo medesimo anno circa a calendi di settembre 
apparve in cielo una cometa. E non molto di poi passò Carlo di 
Valosa: il quale, giunto che fu alla presenza del sommo pon- 
tefice, che si trovava a Nania, con grande compagnia di signori 
e baroni che erano venuti con lui , ricevuto onoratamente e 
ornato di titoli e preminenze, dette di se grandissima speranza. 
Innanzi a ogni altra cosa parve loro di fare apparato al conqui- 



190 ISTORIA FIORENTINA. 

sto di Sicilia, per potere passare di là a tempo nuovo : ed es- 
sendo in questo mezzo la vernata, deliberò il sommo pontefice 
di mandarlo a Firenze a pacificare la città. Questo principe 
andò prima a Roma : e di poi, divulgandosi la sua, venuta a Fi- 
renze, i reggenti della repubblica fecero molti consigli, e vari 
pareri erano fra loro; e quanto più s'appressava, tanto più 
crescevano le cure e i pensieri della sua venuta, la quale era 
molestissima alla parte de' bianchi che si trovavano in stato; e 
cacciati gli avversari, non avrebbero voluto innovare alcuna 
cosa. Da altra parte gli muoveva assai l'autorità del papa e 
della casa regale: alle quali fare resistenza, essendo reputati 
guelfi, pareva loro cosa abominevole. E a questo era aggiunto, 
che il prefato Carlo prometteva portarsi con loro umanamente, 
mostrando che la sua venuta era solo per il commodo e per 
la pace loro. Finalmente, per queste cagioni, i governatori della 
repubblica deliberarono di metterlo drento : ed entrando nella 
città, gli andarono incontro i magistrati, ricevendolo con gran 
dissimo onore, e la gioventù fece pubbliche armeggerie. En- 
trò in Firenze in calendi di novembre : e non molto di poi, par- 
lando alla presenza del magistrato e del popolo , che s' era 
ragunato a sua richiesta, mostrò che la cagione della venuta 
sua era per mettere pace nella città : e acciocché meglio lo 
potesse fare, domandò che per il popolo gli fosse dato Y au- 
torità di comporre le cose secondo l'arbitrio suo. E poi che 
gli fu conceduto , ancora affermò con giuramento, che questa 
podestà userebbe drittamente e sanza ingiuria d'alcuno. Ma 
di poi che si partì di consiglio, avendo ottenuto piena au- 
torità, gli furono veduti intorno sua soldati armati, che in- 
nanzi neh' entrar della terra gli aveva tenuti disarmati. Questa 
cosa repentina e non consueta parve loro piuttosto una spe- 
zie di tiranno, che di principe. E pertanto, insospettita la mol- 
titudine , subito prese V arme. Una grande parte del popolo 
corse alla residenza de' priori, e fecero le sbarre in molti luo- 
ghi della città. Ma tra la moltitudine e la nobilita era grande 
discordia e confusione d' animi e <T opinioni, perchè alcuni de- 



LIBftO QUARTO. 191 

sideravano la mutazione del governo, alcuni la temevano. E 
trovandosi in questo affanno la città, sanza alcuno capo o certo 
proposito di quello che s' avessero a fare, sopravvenne mes- 
ser Corso Donati con alquante genti, e entrò drento per le 
mura nuove. E trovando serrate le porte delle mura vecchie, 
circondò la terra, e venne alla porta fìesolana vicina alle case 
sue: e facendo forza di fuori e gli amici sua di drento, rup- 
pero la porta, e lietamente lo riceverono. Lui, poi che si trovò 
drento colla compagnia de' suoi seguaci, corse alla residenza 
de' priori che erano della parte avversa , e cacciògli della pub- 
blica residenza , e ridussegli come privati cittadini. Carlo di 
Valosa, mentre che queste cose si facevano, tenne intorno a 
sé i sua soldati: e quando gli fu significato, che si rompe- 
vano le porte, che i priori erano cacciati, che la terra era messa 
a sacco, niente si commosse, perocché quelle genti che ave- 
vano seguitato messer Corso, poi che ebbero diposti i priori, 
per loro medesimi corsero per la città, facendo in più luoghi 
uccisioni e incendi : le quali sopportando il prefato Carlo, fece 
credere a molti d'avere composto questa cosa, non sanza gravi 
querimonie di coloro a chi lui poco innanzi aveva la pace e. la 
quiete con giuramento promesso. Questo medesimo male s 
sparse per il contado, e tirossi drieto ogni spezie di maleficio. 
Furono arse molte ville d' uomini ricchi, e fatti in più luoghi 
omicidj, e similmente molte prede e rapine. Ma di poi, passati 
alcuni dì , si posarono l' arme , e furono creati nuovi priori che 
fornissero il resto dell'officio. 

In questo medesimo tempo il legato del quale di sopra fa- 
cemmo menzione tornò a Firenze , e per sua opera si fece la 
pace tra' Cerchi e Donati e altre famiglie della medesima setta. 
E sforzandosi poi il prefato legato d'accomunare all'una parte e 
l'altra il governo della repubblica, messer Corso e i sua, i quali 
perla ritornata erano più potenti, non vollero in questo obbe- 
dire al legato. 11 perchè lui, come innanzi gli era partito essere 
offeso dalla resistenza fatta da' bianchi , così al presente gli 
parve da' neri. Il perchè si partì, e interdisse la città, e fu ca- 



192 ISTORIA FIORENTINA. 

gione che la composizione fatta tra le famiglie si venisse a dis- 
ordinare. E pertanto tra gli oclj pubblici non durò la privata 
pace : perocché non molto di poi Simone figliuolo di messer 
Corso Donati ancora giovanetto assaltò messer Niccolao de' Cer- 
chi, il quale per la porta che va in Casentino se n'andava 
in villa. Ognuno di loro aveva compagnia; e fu fatto dall' una 
parte e l'altra un'aspra zuffa. Finalmente messer Niccolao fu 
morto, e Simone ferito in modo, che la seguente notte morì. 
Di qui crescendo gli odj, e ogni giorno seguitando di male 
in peggio, in ultimo, stando pure Carlo di Valosa nella terra, 
si scoperse una grande infermità : perocché si diceva , che al- 
cuni capi della parte de' bianchi avevano fatto congiurazione 
contro allo stato della repubblica, e che avevano tirato in loro 
compagnia con molte promesse uno barone di Carlo chiamato 
Pietro Ferrante : e a chiarezza di questo si mostravano i loro 
suggelli e le convenzioni fatte. E nientedimeno erano molti 
che dicevano questa essere cosa finta; alcuni altri stimavano 
questi tali essere stati allettati e indotti dal barone franzese. In 
questa congiurazione, o vera o finta ch'ella fosse, erano nomi- 
nati tre nobilissimi e potentissimi cittadini: Baldinaccio Adi- 
mari, Naldo Gherardini e Baschieri dalla Tosa. E ancora mes- 
ser Vieri de' Cerchi e gli altri suoi consorti erano sospetti : per 
opera e consiglio de' quali gli avversari dicevano, che s'era or- 
dinato questo fatto. Tutti costoro essendo richiesti dal magi- 
strato, e per timore degli avversari non volendo comparire, 
se ne fuggirono della città; e poi che erano assenti, furono 
sbanditi. E chi l'ebbe a fare, non contenti a questo, segui- 
tarono senza alcuna modestia di cacciare i cittadini della parte 
avversa, e pubblicare i loro beni. 

Dante poeta fu confinato allora per la invidia che nel suo 
priorato s'aveva provocato. Lui si trovava in quel tempo amba- 
sciatore a Roma , mandato al sommo pontefice per la concordia 
della città : ma poi, sopravvenute le innovazioni che abbiamo 
detto, eie cacciate de' cittadini della medesima parte, fu ancora 
lui citato e confinato assente, e la sua casa data in preda, e 



LIBRO QUARTO. 193 

guaste le possessioni. In questo modo adunque coloro che ave- 
vano seguito la parte de' bianchi furono cacciati ; e Carlo di Va- 
losa, stato che fu cinque mesi a Firenze, si parti, per passare 
in Sicilia. 

La state prossima i Fiorentini e Lucchesi, messe le loro a. 1302. 
genti insieme, andarono a campo a Pistoia, perchè i bianchi, 
cacciati i loro avversari, come di sopra facemmo menzione, 
reggevano la città, e gli usciti de' Lucchesi e Fiorentini in 
grande numero erano rifuggiti in quella terra. E stando questo 
assedio a Pistoia , una parte degli usciti mosse guerra in Val- 
damo di sopra, e spaventarono non solamente i luoghi vicini 
a loro, ma ancora quegli che erano più rimoti e più lontani. 
E per lesta cagione i Fiorentini rivocarono i due terzi delle 
genti mi' egli avevano intorno a Pistoia, e mandaronle contro 
a questi usciti: le quali, condotte in Valdarno, non solamente 
ributtarono gii avversari, ma ancora racquistarono uno castello 
tolto da loro, con danno e destruzione di quegli che vi s' erano 
rinchiusi drento. 

Di poi volsero 1' esercito contro agli Ubaldini , i quali ri- 
cettavano gli usciti, e da alcune delle castella loro avevano 
mossa la guerra. In questi luoghi ancora succedettero le cose 
prosperamente, perchè furono scacciati i nemici, e guasti tutti 
i luoghi che tenevano intorno all'Appennino e in Mugello. 

E non molto di poi condussero le genti intorno a Grieve, 
e racquistaro il castello d'Aliaro e Monteaguto: e perchè e' 
s'erano ribellati, gli disfecero insino a' fondamenti. In ultimo, 
avendo le genti questo anno in ogni luogo avuto vittoria, ritor- 
narono a Firenze. 

Circa il fine di questo medesimo anno, per le medesime 
discordie furono presi alcuni cittadini di nobili famiglie; e 
come se egli avessero congiurato contro alla repubblica, furono 
morti: e molti altri per il medesimo timore spontaneamente se 
ne fuggirono, e poi assenti furono confinati. 

Trovandosi le cose della terra in questo stato, ed essendo 
drento nella citta pieno di sospetti, gli usciti presero animo di 

n 






194 ISTORIA FIORENTINA 

ragunare d'ogni luogo genti e forze: e favoriti da' Bolognesi 
che tenevano la medesima parte, passarono in Mugello e occu- 
parono tutto il paese. E pigliando di luogo in luogo, sperarono 
di conducersi in sulla città, e entrare dentro contro alla voglia 
degli avversari: e andarono divulgando, che per le novità nate 
in Firenze, i loro avversari non avrebbero ardire d'uscire fuori. 
Questa baldanza e vano parlare fece loro grande nocimento , 
perocché, essendo significata a Firenze la loro venuta, tutta 
la città fu in arme , e vennero le genti de' Lucchesi e de' 
collegati in aiuto di quelli di cìrento: i quali, fornito che eb- 
bero la terra di buone guardie, uscirono fuori col resto delle 
genti contro a' loro avversari. 

Gli usciti in questo tempo erano a campo a Pulicciano : 
i quali, sentendo la venuta de' Fiorentini e de' Lucchesi, e ve- 
dendo che contro alla loro opinione avevano lasciata la terra , e 
venuti sì vigorosamente a trovargli , ebbero tanto spavento loro 
e le loro genti , che grande parte di quegli che erano ve- 
nuti in loro ajuto , se ne partirono , e loro , abbandonato ogni 
cosa insino a' carriaggi, si misero in fuga. In questa confusione 
rimasero presi alcuni degli usciti, fra' quali fu Donato d'Al- 
berto, che era stato di grande autorità nella repubblica, e Nanni 
Ruffoli, fratello di quello che fu il primo gonfaloniere di giusti- 
zia, e alcuni altri di nobili famiglie, i quali furono condotti a 
Firenze e morti. 

Il seguente anno i Fiorentini e Lucchesi, messe le genti 
insieme, eli nuovo andarono a campo a Pistoia. Ma i nemici, 
tenendosi drento dalle mura e non volendo fare alcuna pruova 
di battaglia, il campo di fuori, non potendo fare alcuno conqui- 
sto, si volse a dare il guasto al contacio. 

In quello medesimo anno fu una grande carestia, e bisognò 
sovvenire il popolo di frumento forestiero : e la città ne fece 
grande provvedimento, e con grande spesa ne fece venire di 
Cicilia e di Calavria circa ventisette migliaia di mogge. 

E trovandosi la terra nella fame e nella guerra, sopravvenne 
ancorala discordia civile, non meno dannosa che fossero state 



LIBRO QUARTO. 195 

l'altre dua di prossimo seguite : perocché messer Corso Donati, 
dopo la sua tornata e la cacciata degli avversari, non gli pareva 
essere onorato da' cittadini della parte sua convenientemente, 
e aveva a male che molti di minore condizione fossero favo- 
riti, e il nome suo fosse dimenticato. Per questo sdegno comin- 
ciò a suscitare cose nuove, e a dare opera che si vedesse il 
conto delle pecunie pubbliche, le quali alcuni cittadini grandi 
nella repubblica non sanza incarico e infamia avevano ammini- 
strato. Questo medesimo tutti quegli della parte avversa, che 
per essere occulti o per altra via erano rimasti nella città , e si- 
milmente coloro che avevano a odio quello reggimento, piut- 
tosto per invidia e malivolenza che per bene pubblico doman- 
davano. E pertanto, fuori della opinione d'ognuno, questa ge- 
nerazione di genti si unì con messer Corso a domandare, che 
si rivedesse questa ragione. La domanda apertamente era 
contro a coloro che in quel tempo reggevano la repubblica: 
e il vescovo Lotti eri vi dava favore , ed era uomo di grande 
autorità, benché fosse opinione non avesse uno animo molto 
sincero verso il pubblico governo. La petizione aveva colore 
d' onestà : ma il fine era per abbattere quegli reggenti e 
seminare cose nuove. Il perchè, conosciuta questa intenzione, 
the non era oscura, mosse i cittadini a fare resistenza. Final- 
mente la contesa si ridusse all'arme. Dall'una parte erano i po- 
polani, che dopo la venuta di Carlo di Valosa reggevano la re- 
pubblica : dall'altra parte era messer Corso Donati, che soleva 
esser capo di quella setta, e poi s'era spiccato da loro; e 
tutti quegli che avevano a odio i reggenti o in occulto o in pa- 
lese lo seguivano. Per queste cagioni molte zuffe si fecero nella 
terra: perocché i priori e i popolani di quella parte tenevano 
il palazzo, e con moltitudine d'armati lo difendevano ; gli av- 
versari contro a loro spesse volte facevano impeto, e molte oc- 
cisioni e maleiìcii commettevano nella città: e del contado 
erano venuti diento gente assai di condannati e malfattori, 
che empivano ogni cosa d'omicidj e di rapine. 

Durando alcuni dì questa infermità, e non si vedendoli 






196 ISTORIA FIORENTINA. 

fine di tante perturbazioni, perchè l'una parte e l'altra stava 
ostinata nell'arme, finalmente sopravvennero molti cittadini 
lucchesi, che fu in quel tempo unico rimedio. Questi tali, se 
vennero spontaneamente per la salute de' loro collegati, o pure 
come richiesti, a me non è noto: ma egli è bene manifesto, 
che vennero buono numero con molta gente a pie e a cavallo, 
in tale maniera che a quella parte dove si fossero accostati, cer- 
tamente avrebbero dato la vittoria. Ricevuti adunque drento 
dalle mura, parte pregando e parte minacciando, fecero posare 
Tarme. Di poi per uno banditore in loro nome significarono, 
che tutti i condannati e malfattori uscissero della città , e nes- 
suno ardisse di commettere rapine, occisioni o alcuna spezie 
di maleficio. E appresso, per mitigare gli animi de' cittadini , 
confortarono, che si creassero nuovi magistrati, e che si rifor 
masse il reggimento della repubblica. Furono adunque allora la 
prima volta creati dodici priori, che innanzi ne solevano fare 
sei, e cosi seguirono poi la seconda volta. I Lucchesi, composte 
le cose di Firenze e fatto l' officio di buoni collegati, se ne par 
tirono. 

Circa questi medesimi tempi papa Benedetto, il quale era 
succeduto a Bonifazio nel pontificato, udite le discordie de' Fio- 
rentini, per pacificare la Toscana e Firenze, mandò legato mes- 
ser Niccolaio da Prato cardinale, uomo sagace e di grande in- 
dustria : il quale, benché egli avesse inteso la composizione fatta 
da' Lucchesi, nientedimeno parendogli che vi restasse a fare- 
deli' altre cose, e massimamente fabbricando nella mente sua 
la tornata degli usciti, venne a Firenze tre mesi di poi che i 
Lucchesi s'erano partiti; e entrato drento, domandò che gli 
fosse data libera autorità di riformare la terra. E facilmente la 
ottenne dal popolo, che sentiva essere rimase drento molte re- 
liquie della prossima infermità, che avevano bisogno di rimedio. 
11 legato adunque, sagacemente considerato la natura de' cittadi- 
ni, e veduto che la terra era in molti modi divisa, ma che la prin- 
cipale divisione era fra la nobilita e la moltitudine, si volse a fa- 
vorire la parte del popolo, stimando che quella generazione d'uo- 



LIBRO QUARTO. 197 

mini facesse meno resistenza alla tornata degli usciti , e meno 
si curasse delle parzialità. Cominciò adunque a provvedere a 
molte cose in favore della moltitudine e contro alla nobilita, pa- 
rendogli per questa via obbligarsi il popolo e tirarlo al deside- 
rio suo. Ma considerando che la nobilita per se medesima non 
poteva molto, se non gli fosse fatto spalle dalle clientele e ami- 
cizie della moltitudine, e che i popolani per loro medesimi sa- 
rebbero forti, se e' s'unissero insieme a gastigare le ingiurie 
fatte a qualunque di loro, ordinò sagacemente, che si facesse 
nella città venti compagnie, nelle quali venne a distribuire tutto 
il popolo. Quattro n' ordinò nel sestiere d' oltrarno ; quattro in 
quello di San Piero Scheraggio; e tre per uno in ogni altro 
sestiere. E così vennero a essere venti compagnie : e a ognuna 
di quelle fu deputato il suo gonfaloniere col suo gonfalone di- 
pinto di varie armi, acciocché ognuno distintamente potesse 
conoscere e seguitare il suo segno ; e fu comandato loro, che 
quando accadesse il bisogno, uscissero fuori co' gonfaloni, e 
ognuno menasse seco armata la sua compagnia. Queste tali 
compagnie furono distinte e ordinate di per sé secondo le vie e 
le parrocchie , e furono scritti i nomi de' cittadini popolani, e 
posto gravissima pena, quando e' non fossero presto in arme, e 
uscendo fuori il gonfalone, non lo seguissero. Il tempo al gon- 
faloniere fu ordinato di mesi sei , e questo aggiunto : che nes- 
suno della nobilita potesse essere di dette compagnie, ne me- 
scolarsi o uscire di casa, quando i gonfaloni si traessero fuori; 
e se alcuno popolano fosse assaltato da' potenti, che il gonfalo- 
niere della compagnia del suo gonfalone fosse obbligato dargli 
aiuto e difenderlo con l'arme; e se alcuno della nobilita am- 
mazzase uno popolano, in tale caso la compagnia desse favore 
al più prossimano consorto del morto a fare la vendetta, e quando 
ei fosse di bisogno, sovvenire col danaio alla commune spesa 
del gonfalone; e se uno popolano assaltasse o ammazzasse 
un altro popolano, non erano obbligati né le compagnie né i 
gonfalonieri a fare alcuna cosa. Donde si dimostrava, che 
queste compagnie erano ordinate in favore de' popolani contro 



198 ISTORIA FIORENTINA. 

alla potenza della nobilita, in tal maniera che in quel tempo si 
diceva, poi che elle furono create e deputate, il legato avere 
usato dire: che da quel punto innanzi, le querele d'uno popo- 
lano contra alla potenza della nobilita, non si volevano più udi- 
re; perocché ogni popolano aveva più consorti e vendicatori 
delle sue ingiurie, che alcuno di famiglia, purché egli osservas- 
sero gli ordinamenti delle compagnie. Con questo medesimo 
ordine furono dati i gonfaloni per il contado in alcuno luogo, 
non tanto perchè i contadini s'aiutassero per loro medesimi, 
quanto perchè non avessero cagione di concorrere al favore 
della nobilita. 

Fermato lo stato del popolo, e obbligatosi la moltitudine, 
parve tempo al legato, come innanzi aveva fatto pensiero, di 
tentare la tornata degli usciti. E avendo innanzi avuto l' ar- 
bitrio libero della città, di potere disporre delle cose della 
terra a suo piacimento, domandò quello medesimo agli usciti 
di fuori : i quali, benché si ragunassero in vari luoghi, niente- 
dimeno tutti gli altri si riferivano alle deliberazioni di coloro che 
si trovavano a Arezzo. Quivi era messer Vieri de' Cerchi e tutti 
quegli della sua sètta in grande copia e moltitudine, e avevano 
eletto per capitano Alessandro conte di Romena, e per consi- 
glieri e condottieri de' loro cittadini. Tutti costoro per pubblica 
deliberazione dettero arbitrio e podestà al legato d' ogni loro 
cosa. Trovossi in quello consiglio Dante Alighieri poeta fioren- 
tino uno de' principali, e il padre di Francesco Petrarca, che fu 
poi famosissimo poeta, i quali per simili parzialità erano stati 
cacciati da Firenze e trovavansi in esilio a Arezzo, dove poco di 
poi nacque il Petrarca. Il legato, ricevuto che ebbe il mandato 
dagli usciti e chiamato i loro sindachi, cominciò a tentare la 
concordia dell' una parte e dell' altra e la ritornata degli usciti. 
La cosa era difficile per sé medesima, e p;ù difficile la faceva 
ancora lui, perchè e' tentava la ritornata di tutti gli usciti, i quali 
erano di più ragioni, cioè della parte de' bianchi, che erano stati 
cacciati di frescone della parte de' ghibellini, la condizione de' 
quali era più dura. E molte difficultà v' erano, parte per rispetto 



LIBRO QUARTO. 199 

de' beni che v'accadevano a restituire, parte per le inimicizie 
private. E se il legato solamente avesse fatto forza di revocare i 
bianchi, facilmente gli sarebbe riuscita la cosa secondo il desi- 
derio suo. Ma lui, essendo di grande animo e rifidandosi nel 
favore della moltitudine, fece impresa di richiamare gli usciti di 
tutte a due le ragioni: e volendo ottenere runa cosa e l'altra, 
non ottenne alcuna delle due. E nientedimeno erano certe fa- 
miglie de' potenti che s' accostavano al legato, e, inteso il pro- 
posito suo, grandemente lo favorivano. Ancora molti popolani 
desiderosi di pace aiutavano questa sua impresa : e lui, avendo 
V aiuto di questi tali, sperava poterla condurre. 

Venendo adunque a Firenze i sindachi degli usciti, e fre- 
quentando la casa del legato, e sperando che la pratica dovesse 
avere buona conclusione, subitamente sopravvenne uno movi- 
mento, che disturbò tutte le cose composte : perocché, fuori della 
opinione de' cittadini , fu portata la novella , che gli usciti per 
ordine del legato venivano con grande moltitudine per entrare 
in Firenze. Ed essendo questa cosa di più luoghi significala, 
fu cagione di fare pigliare V arme alla città e tenerla in grande 
sospetto, perchè temevano il legato, e molti lo calunniavano 
come uomo astuto e sagace e atto a simulare. Ma il legato, scu- 
sando la innocenza sua, per ogni modo affermava, che nessuno 
degli usciti era stato chiamato da lui , e piuttosto questa cosa 
era stata composta e ordinata dagli avversarj e da'malivoli, e 
da coloro che erano nimici della pubblica quiete. Egli era ben 
manifesto, che le lettere erano state scritte agli usciti in nome 
del legato : ma dubitavasi, se le erano vere o pure state fìnte 
da altri. Erano alcuni che dicevano, che i capi della nobilita, 
avendo a male la tornata degli avversarj, per disturbare la cosa, 
avevano ordinate e mandate queste false lettere. Noi, quale si 
fosse il vero, non avendo altro di certo, lo lasciamo sospeso. 
Ma questa novità fu cagione di spaventare i sindachi degli usciti 
in tale maniera, che subito si partirono da Firenze. 11 legato an- 
cora, per levare la terra di sospetto, se n' andò a Prato : e nella 
giunta sua trovando i Pratesi in simili dissensioni, e doman- 



200 ISTORIA FIORENTINA. 

dando loro quello medesimo che aveva fatto a Firenze, alla fine 
non potette ottenere alcuna cosa. E facendo pure forza, si levò 
la parte contraria, e cacciollo di Prato. E pertanto, tornando a 
Firenze , cominciò a soldare gente e pubblicar la impresa con- 
tro a' Pratesi. Ma crescendo in Firenze il numero delle genti 
sue, generò sospetto, che sotto altro colore non volesse fare 
qualche novità, in modo che si levarono i cittadini a repugnare 
a quella impresa, dicendo che posasse Tarme. E in questa forma 
tutte le sue fatiche e sforzi tornarono invano. Lui sdegnato inter- 
disse Firenze e Prato: e di poi si ritornò al sommo pontefice. 

In questo medesimo anno il ponte alla Carraja, per uno 
grande peso di gente che v' era su ragunata a vedere rappre- 
sentazioni e feste, rovinò; e fu cagione di grande inconveniente 
e afflizione di molti. Era il ponte in quello tempo di legname, e 
non di pietre come al presente si vede. 

Dopo alla partita del legato, seguirono in Firenze molte 
contenzioni: perocché una parte della nobilita che s' era unita 
col legato aveva fatto segno d' appetire la tornata degli usciti ; 
e eran di quelle famiglie, le quali erano reputate amiche della 
parte bianca. E per questa cagione s' avevano provocato gli odii 
dell'altre famiglie in tal modo, che partito che fu il legato, 
tutti gli altri della nobilita si levarono contro a loro, eccetto 
messer Corso Donati, il quale essendo diventato avverso di quegli 
che solevano essere suoi amici, si stava quietamente contro alla 
natura sua. Questi tali ancora due pregiate famiglie della parte 
de' neri gli seguivano, cioè Medici e Giugni. Crescendo adunque 
gli sforzi e le contese, finalmente vennero alle mani. E il prin- 
cipio della zuffa fu nel Garbo, appresso alle case de' Cerchi: 
di poi si condussero in mercato. E combattendo fra il mercato 
nuovo e il vecchio e intorno alla loggia dove si vendeva il gra- 
no, e cacciando l'uno l'altro ora in qua ed ora in là, Neri degli 
Abati, il quale, per essere inimico degli altri di casa sua, solo 
della sua famiglia era restato in Firenze, in quella zuffa combat- 
tendo contro a' Cerchi e gli altri loro seguaci, s' avvide che po- 
teva fare uno grande danno agli avversarj, perchè traeva un 



LIBRO QUARTO. 201 

grande vento dalla tramontana verso le case loro. E pertanto 
chiamando che gli fosse portato dei sermenti e della stipa, 
disse : « Io caccerò costoro insieme colle loro case. » E subita- 
mente gettò il fuoco che gli fu recato alle case de' suoi consorti, 
che erano vicine alla loggia dove si vendeva il grano. Di poi, 
discorrendo più oltre, mise fuoco nelle case de' Caponsacchi a 
capo di mercato vecchio. Questo fuoco, parte che costoro com- 
battevano, crescendo continuamente e pigliando maggiori forze 
per il vento della tramontana, s' apprese per tutte quelle case, 
e di poi alle botteghe dove erano cose di grande valuta : le 
quali, parte si perdevano per V arsione del fuoco, parte da' cir- 
costanti erano messe a sacco. E in uno medesimo tempo la terra 
ardeva ed era combattuta per le vie, non altrimenti che se ni- 
mici fossero entrati drento. E per questa cagione non potendo 
il popolo rimediare al fuoco, venne a ardere ogni cosa intorno 
alla loggia dove si vendeva il grano , e fra V uno mercato e 
V altro. Di poi, ripigliando il fuoco vigore, si condusse insino a 
Arno: e non prima restò l'incendio, che arse più di mille e 
settecento case. E fu opinione nel vulgo, che questo fosse 
fuoco artificiato. E tale opinione pare alquanto probabile, ve- 
dendo ancora le reliquie delle mura e delle pietre abbrucia- 
te, che pare cosa mirabile a considerarlo. Pel danno di questo 
grande incendio, quella parte che era favorevole a' Cerchi venne 
a essere abbattuta : nel numero de' quali furono i Cavalcanti e i 
Gherardini e i Pulci e più altri vicini, i quali davano grande fa- 
vore a' Cerchi. 

Reputandosi adunque questa parte vinta e cedendo all'ai- a.i3>ì 
tra, si venne a quietare la città. Ma subitamente sopravvenne 
nuovo pericolo e nuova alterazione, come appresso diremo. Il 
legato del quale di sopra facemmo menzione, tornando al som- 
mo pontefice, riferì molte cose perverse de' reggenti di Firen- 
ze. E tacendo di sé e parlando d'altri, mostrò come l'onore 
della santità sua era stato spregiato e avuto in derisione, in tal 
modo che indegnato il papa si mosse a volere correggere do- 
dici cittadini potentissimi in quel tempo e capi della parte che 



202 ISTORIA FIORENTINA. 

reggevano la repubblica. Questi adunque, poi che furono citati 
dalla santità sua, ebbero fra loro varj pareri, temendo a un 
tratto di ubbidire e disubbidire : perocché nella disubbidienza, 
v' era un' infamia delle loro persone, perchè non comparendo, 
parevano colpevoli ; nella obbedienza v' era il pericolo del toro 
stato, dubitando che nell' uscire di Firenze non nascesse per la 
loro assenza qualche novità. Finalmente, compensato ogni 
cosa , deliberarono di volgersi al partito più magnanimo e più 
onesto : e questo è di rappresentarsi al cospetto del sommo 
pontefice. Andarono adunque tutti quegli che erano stali chia- 
mati, cioè i principali della città: messer Corso Donati, messer 
Rosso dalla Tosa e messer Geri Spina e altri capi di potentissi- 
me famiglie: i quali onorevolmente accompagnati si condussero 
a Perugia, dove in quel tempo era il papa. Accadde, che in 
mentre che costoro attendevano a visitare la santità del sommo 
pontefice e i cardinali, e scusare i mancamenti che erano stati 
imposti loro, il legato detto di sopra significò segretamente agli 
usciti di Firenze, che era il tempo a fare impresa di tornare 
in casa, essendone stati tratti d' industria i principali della parte 
avversa, e non essendo atti quegli che vi restavano a fare al- 
cuna resistenza, massimamente avendo il favore di buona parte 
del popolo, che desiderava la tornata loro. Gli usciti, mossi da 
queste esortazioni, prestamente ne dettero notizia V uno all'al- 
tro, e posero il dì nel quale con ogni loro sforzo dovessero 
venire verso Firenze. E così, segretamente in modo che niente 
se ne sentì, vennero con grande moltitudine verso la città. 
Furono le genti che vennero con loro circa novemila fanti e 
mille settecento cavalli. Questa moltitudine fu in grande parte 
d'Aretini e Bolognesi, perchè quelle città, seguitando la parte 
de' bianchi, davano favore volentieri a questi usciti. Era adun- 
que in sul posare del sole, quando le prime genti degli usciti 
per la Via di Bologna si scopersero, non molto lontano da 
Firenze. La qual cosa come si sentì, mosse tutta la città a pi- 
gliare Tarme, e in quella notte quasi per tutte le vie si fecero 
le guardie. Lo sbigottimento che era grande per sé, 1' accre- 



LIBRO QUARTO. 203 

sceva ancora la debolezza delle mura, perchè non erano ancora 
fornite le nuove, e le vecchie erano quasi abbandonate e la- 
sciate deboli per la speranza delle nuove. Gli usciti, la mat- 
tina in sul fare del dì, fecero due parti delle loro genti: e una 
parte, che furono i Bolognesi, lasciarono vicina alla terra 
circa uno miglio per loro soccorso e retroguardia; e l'altra par- 
te, cioè gli Aretini, menarono con loro, e facilmente passarono 
le mura nuove. Di poi fecero alcune scaramucce con quegli di 
drento, nelle quali vincendo la moltitudine, ributtarono i citta- 
dini ; e loro, volgendosi da mano sinistra presso alla chiesa de' 
Servi, in luogo largo e aperto ordinarono la battaglia. E dato 
il segno, corsero con grande impeto alle mura vecchie verso la 
via degli Spadai e verso la porta che era in su quella via. La 
quale spezzando, e ributtando le guardie, entrarono nella terra, 
e vennero insino alla piazza di Santo Giovanni, e alcune delle 
bandiere loro condussero drento dalla porta. E messero tanto 
terrore agli avversar], che certamente si crede, che se le genti 
interamente fossero seguite col medesimo impeto come ave- 
vano cominciato i primi combattenti, gli usciti quel di sareb- 
bero stati vincitori. Ma aspettando fuori della porta il fine della 
battaglia, dettero spazio e facoltà a' cittadini di drento di ra- 
gunarsi in grande moltitudine. E pertanto, crescendo il concorso 
del popolo a quello luogo dove era il romore de'nimici, e con- 
fortando l'uno l'altro, gli ributtarono fuori dalla porta. Sono 
alcuni, che stimano gli usciti non essere stati d' uno animo a 
occupare la terra, ma che i bianchi avessero a sospetto le 
forze de' ghibellini, perchè non pare ragionevole, che essen- 
dovi uomini esperti nell'arte militare, adoperassero una parte 
di quelle genti in sulla battaglia, e l'altra lasciassero oziosa 
di fuori , o combattendosi in uno luogo, non facessero da altra 
parte assaltare la città. Né ancora pare ragionevole, che do- 
vessero lasciare le genti de' Bolognesi si discosto dalla terra: le 
quali se fossero state vedute drento, potevano dare grande spa- 
vento agli avversarj. Questi ed altri simili errori tanto evidenti 
pare che facciano credere , che alcuni degli usciti s' appreseli- 



204 ISTORIA FIORENTINA. 

lasserò con queste genti, non tanto per occupare la città, 
quanto per fare in sul fatto qualche accordo d'essere ricevuti 
drento : perocché i cittadini di poco innanzi cacciati chiamati 
bianchi, non tanto per volontà, quanto per necessità s' erano 
uniti co' ghibellini , e se avessero avuta la commodità, non si 
sarebbero potuti comportare con loro. E infra 1' altre cose a 
questo proposito stimano alcuni, che le genti bolognesi d'in- 
dustria furono lasciate lontane dalla terra, perchè erano molto 
amiche degli Ubaldini e degli altri della parte ghibellina, lo cer- 
tamente non credo che si possa facilmente dire di che animo 
fosse qualunque degli usciti: ma questi errori che s'allegano, 
spesse volte intervengono neir arte militare, dove non è uno 
capitano e sono molti condottieri, e dove i soldati non seguitano 
ordinatamente le bandiere, ma una turba raccolta di varie genti 
seguita l' arbitrio suo : le quali cose accaddero allora , perchè 
molti condottieri v' erano pari fra loro, e la moltitudine v' era 
nuova e raccolta d'ogni luogo. I Bolognesi, poi che intesero 
quelli che erano entrati drento essere stati ributtati , e che al- 
cuni ancora dicevano Y altre genti rimase sotto la porta essere 
state rotte, subitamente se n'andarono. E quelli che erano 
innanzi alla porta essendo stati dalla mattina insino al mezzo dì 
nell'arme, e non potendo per la sete e per il caldo più oltre 
sostenere, subitamente, come udirono i Bolognesi essere par- 
titi, quasi abbandonati da loro , si ritrassero, e seguitarongli con 
tanto spavento, che piuttosto pareva che fuggissero, che si ri- 
traessero a' luoghi loro. Alquanti cittadini di quegli di drento 
uscirono fuori della terra , e ammazzarono alcuni degli ultimi 
che fuggivano. Tutte V altre genti se ne ritornarono per la 
via che erano venute. Ed essendo condotte in Mugello, si fece 
loro incontro messer Tolosano degli Uberti cavaliere fiorentino, 
il quale per la medesima cagione menava seco le genti de' Pi- 
stoiesi, cioè trecento cavalli e circa ottocento fanti. E poi eh' e- 
gli ebbe inteso da loro quanto era seguito a Firenze , e che 
speranza restava loro, rivolse le genti e ridussele a Pistoia. 
In questi medesimi di che gli usciti avevano tentate que- 



LIBRO QUARTO. 205 

ste cose, mori papa Benedetto, e seguitarono fra' cardinali 
molte discordie in eleggere il nuovo pontefice. E pertanto, i 
cittadini che v' erano stati chiamati , inteso la novità seguita 
per ordine del legato, si dolsero co' cardinali: di poi se ne 
tornarono a Firenze, e volsero il pensiero loro a stabilire la 
repubblica. E perchè si dimostrava molti segni di contese, rin- 
novarono la lega con quegli popoli di Toscana che in quello 
tempo tenevano la medesima parte, che furono questi: Luc- 
chesi, Volterrani, Sanesi, Pratesi, Sangemignanesi, Colligiani, e 
quegli di Città di Castello. Tutti questi insieme confederati de- 
liberarono d' eleggere un capitano di grande autorità , che go- 
vernasse la loro guerra. 

Era in quel tempo in Italia Ruberto, il maggiore figliuolo 
del re Carlo , giovane di grande espettazione e fama , il quale 
pareva a' confederati d'eleggerlo per capitano. E per questa 
cagione mandarono imbasciadori a Napoli : e per la parte de' 
Fiorentini v' andò Rinieri del Forese e Borgo Pùnaldi ; e si- 
milmente v' andarono imbasciadori de' Lucchesi e de' Sanesi. I 
quali insieme, visitando prima la maestà del re, e di poi il 
giovane, finalmente impetrarono, che venisse in Toscana con 
queste condizioni: che fosse capitano dell'esercito de' Fioren- 
tini e degli altri collegati ; e non avesse alcuna podestà nelle 
terre o castella loro, ma nell'esercito potesse punire i disub- 
bidienti ; e se facesse alcuna condannazione pecuniaria , che la 
dovesse applicare a quello castello o a quella terra , donde 
fosse il condannato; e che egli avesse a stare uno anno intero 
in Toscana a fare la guerra, e non si potesse partire, se non 
fosse uno evidente pericolo del regno paterno o per il coman- 
damento del sommo pontefice : e dall' altra parte i Fiorentini e 
collegati dessero il soldo alle genti d'arme che menasse, e 
ogni mese facessero il pagamento; e alla persona sua e alla 
sua famiglia dessero una provvisione ordinaria. La maggior parte 
di questi danari toccavano a pagare a' Fiorentini; di poi a' Luc- 
chesi: e i Sanesi ne pagavano meno, e la minor parte pagavano 
i Pratesi, i Sangemignanesi, i Colligiani e quegli di Castello. 



206 ISTORIA FIORENTINA. 

a. 1305. F a tti i capitoli in questa forma, la primavera dell'anno 
seguente Ruberto venne in Toscana, e non menò seco un 
grande numero di gente, ma quelli tanti erano uomini nobili 
e atti alla guerra. Le città collegate avevano fatto proposito di 
mandare il campo a Pistoia, perchè gli avversar]' tenevano 
quella città, e facevano continuamente guerra a' Fiorentini e 
a' Lucchesi. E pertanto , poi che Ruberto fu venuto a Firenze, e 
ragunato F esercito, lo condusse nel contado di Pistoia. E dal- 
l' altra parte vennero i Lucchesi con grande gente, e unironsi 
co' Fiorentini : e di poi posero il campo intorno alla terra di 
Pistoia, e cominciarono a combatterla da ogni banda. Ma i 
Pistoiesi che si trovavano drento facevano grande resistenza, 
e avevano molti degli usciti fiorentini, che erano gente di 
pregio, e circa trecento cavalli, i quali tenevano a soldo. Tutti 
questi, facendo una singolare difesa, e mandando la cosa per 
la lunga, mossero i Fiorentini e gli altri collegati a fare dal 
canto loro maggiore sforzo, in tale maniera che si misero a 
circondare la terra intorno intorno con steccati e fossi, e in più 
luoghi fecero bastie e torri , acciocché alcuno non potesse né 
uscire né entrare. 11 perchè accadeva, che ogni giorno veni- 
vano alle mani fra le mura della città e questi fossi. 

In mentre che queste cose si facevano a Pistoia, papa 
Clemente, il quale era succeduto a papa Benedetto nel pontifi- 
cato, per il conforto del cardinale pratese, mandò due legati in 
Toscana: i quali, il quarto mese poi che era cominciato l'asse- 
dio di Pistoia, vennero nel campo de' collegati, e comandarono 
a Ruberto capitano e all' esercito , per V autorità del sommo 
pontefice, che posassero l'arme e levassero l'ossidione, sotto 
gravissime censure quando non obbidissero. Puiberto obbidì a 
questi comandamenti, perchè cosi aveva fatto di patto ne' capi- 
toli. Gli altri popoli ancora, dubitando che questa guerra non 
fosse lunga, si levarono dalla impresa. I Fiorentini solamente 
e i Lucchesi seguitarono l'assedio con grande ostinazione, sap- 
piendo che tali comandamenti e censure non venivano tanto per 
la volontà e disposizione del pontefice, quanto per opera degli 



; 



LIBRO QUARTO. 207 

avversar]' : e poco innanzi avevano fatto esperienza , che circa i 
fatti de' principali cittadini, la corte non s' era fermamente addi- 
rizzata a stabilire il governo della città. E per questa indegna- 
zione, non vollero obbidire a' comandamenti de' legati, né levare 
h ossidione cominciata e seguita con tanta fatica. 1 legati, perchè 
i loro comandamenti non furono adempiuti , scomunicarono i 
commissarj de' Fiorentini e de' Lucchesi, e interdissero le città 
loro. Ruberto adunque, lasciata a Pistoia buona parte delle sua 
genti le quali aveva condotte in Toscana, con poca compagnia 
n' andò in Provenza, di poi in Francia a rallegrarsi col sommo 
pontefice della sua assunzione. I Fiorentini e Lucchesi perse- 
verando nell'assedio, ogni giorno più strignevano Pistoia: e 
perchè le genti potessero meglio durare, nuovi e freschi sol- 
dati scambiavano i vecchi e lassi nelle fatiche e vigilie del cam- 
pò. Durò questa ossidione in sino all' undeeimo mese. Final- 
mente, mancando le cose necessarie a quegli di drento, comin- 
ciarono a mandare fuori una grande moltitudine di donne e 
gente disutile : le quali venendo agli argini del campo , da que- 
gli soldati che stavano alle guardie erano scacciati e ributtati 
drento. E in questa maniera per lungo assedio furono costretti A.rjos. 
i Pistoiesi darsi con questi patti: che gli usciti i quali v'erano 
drento, se ne potessero andare salvi; e che i cittadini di Pi- 
stoia fossero conservati. 

Poi che i Fiorentini e Lucchesi ebbero preso la terra di 
Pistoia, disfecero le mura e empierono i fossi intorno intorno, 
e divisero fra loro il contado acquistato, e la terra mezza dis- 
fatta si riserbarono a commune. Fu presa la città di Pistoia a 
di 8 aprile nel mille trecento sei, la quale s'era cominciata a 
assediare il maggio antecedente. E tal fine ebbe la guerra pi- 
stoiese. 

Non molto di poi che i Fiorentini ebbero ridotte le genti 
a casa, andarono in Mugello a campo a Accianico, il quale era 
uno castello degli Ubaldini di sito e di mura molto forte. La 
cagione di questa impresa fu, perchè molti degli usciti s' erano 
ridotti in quello castello , e davano non solamente terrore, ma 



208 ISTORIA FIORENTINA. 

ancora grandissimo danno al paese vicino. Il campo vi stette 
tre mesi, e con bombarde e con cave e con ogni sforzo fecero 
prova d' averlo : ma ogni fatica vi spendevano invano per la for- 
tezza del luogo. Se non che il sospetto che nacque fra i capi 
della famiglia degli Ubaldini , gli indusse a fare a gara di dare 
detto castello. E pertanto i Fiorentini, avendo promesso certa 
quantità di pecunia , ebbero il castello e disfecionlo insino 
a' fondamenti. Una parte degli abitatori fu condotta nella pia- 
nura di sotto : quivi fu edificato un altro castello , che si 
chiamò poi la Scarperia. 

In quello medesimo anno fu ordinato uno magistrato di 
nuovo nella terra contro alla nobilita, che si chiamò l'esecutore 
della giustizia : al quale fu dato la cura in buona parte di quello 
che era commesso innanzi al gonfaloniere della giustizia. E per 
levare via la cagione a' cittadini, che non avessero o da temere 
o da confidarsi, fu deliberato che si togliesse forestiere e fuori 
di Toscana. Àncora furono nel medesimo anno rinnovate le 
compagnie del popolo: e levatone una del sestiere di san Piero 
Scheraggio, furono da venti ridotte a diciannove. E allora fu la 
prima volta a dì venticinque di luglio , che i cittadini si manda- 
rono i gonfaloni innanzi. 

In questo medesimo tempo mandò papa Clemente Na- 
poleone cardinale degli Orsini in Italia, per comporre le di- 
scordie di Toscana. La cagione della venuta sua si stima, 
che nascesse dal medesimo autore, dal quale era nata quella 
de' legati poco innanzi venuti a Pistoia: perocché il cardinale 
di Prato già pieno di queste contenzioni, era uno continuo 
fautore appresso al pontefice degli usciti di Firenze , e aveva 
grandissima grazia colla santità sua, perchè si stimava che la 
elezione di questo pontefice fosse stata fatta massimamente 
per suo ordine e suo consiglio. Perocché, essendo i cardinali 
in conclavio a Perugia, e avendo grande differenza fra loro, 
per astuzia di costui consentirono d' eleggere V arcivescovo di 
Bordéo, il quale di poi si fece chiamare papa Clemente. Per 
questa cagione essendo potente appresso la sua santità , e ve- 



LIBRO QUARTO, 209 

dendo che i legati poco innanzi s' erano partiti sanza alcuna 
conclusione, mise neh" animo al papa, che mandasse il prefato 
cardinale degli Orsini legato in Toscana, massimamente per la 
confidenza della famiglia. Questo tale adunque partito da Lione 
di Francia e passato l'Alpi, si condusse in Italia: e come fu 
presso alla Toscana, significò la sua venuta al popolo fiorentino, 
e domandò che gli fosse ordinato il luogo e il ricetto nella città. 
Il perchè si fece a Firenze grande consiglio ; e le sentenze fu- 
rono varie. Finalmente conchiusero, che per lo esemplo degli 
altri legati, i quali erano stati cagione piuttosto d'accrescere che 
diminuire le discordie de' cittadini, non si dovesse ricevere nella 
terra. 

E in questo modo Napoleone cardinale predetto, essendo 
recusato da' Fiorentini, se n' andò a Cesena, donde più volte 
tentò d' essere ricevuto, minacciando i principali cittadini colle 
censure: e finalmente non obbidendo, interdisse la città. Ma 
questo ancora giovando poco, perchè la terra già molto innanzi 
v' era assuefatta, diliberò di fare coli' arme , e mettere gente in 
punto per muovere la guerra. E per questa cagione, nel princi- 
pio del seguente anno partendo da Cesena, venne per quello a. mi 
di Sarsina: e passato l'Appennino, si condusse a Arezzo, per- 
chè giudicava quella città essere attissima a ragunare le genti e 
a fare la guerra. Fu ricevuto dagli Aretini : e oltre agli usciti di 
Firenze che d' ogni luogo vi trassero, in breve tempo ragunò 
uno grande numero di cavagli non solamente di Toscana, ma 
ancora di quello di Roma e del Ducato. Con queste genti fece 
pensiero d' entrare nel contado di Firenze , e fare pruova di ri- 
mettere gli usciti. Ma i Fiorentini, inteso questo suo proposito, 
avevano messo in punto 1' esercito, e richiesto gli amici e col- 
legati d'aiuto, in tal maniera che, d'ogni luogo abbondando 
gente, parve loro essere tanto più forti che il legato, che deli- 
berarono non aspettare la guerra ne' loro terreni : ma facen- 
dosi incontro in quello d' Arezzo, entrarono per Valdambra, e 
passato il colle, posero il campo a Gargonza , nel quale castello 
si diceva che poco innanzi s'erano ridotti gli usciti , e avevano 

14 



210 ISTORIA FIORENTINA. 

trattato di ritornare in Firenze. E pertanto, pareva loro cosa 
più onesta addirizzare il campo a quello luogo che contro al 
legato, non avendo ancora da lui ricevuto ingiuria. 

In mentre che il campo era intorno al castello di Gargonza, 
e attendeva a combattere quello luogo, il legato con tutte le sue 
genti partito d' Arezzo per la via del Casentino , ne venne in- 
verso Firenze. E fu tanto lo spavento in su questa sua venuta, 
che prestamente rivocarono Y esercito da Gargonza : il quale, 
sentita la passata delle genti nimiche, subito si partirono senza 
alcuno ordine , e tornarono verso Firenze. Il legato era già 
condotto a mezza via, quando e' sentì la ritornata dell' esercito 
fiorentino. 11 perchè mutò consiglio, e ridusse le sua genti in 
quello d' Arezzo : e di poi stette alquanto in quegli luoghi cir- 
custanti sotto vana speranza della pace. Finalmente, non avendo 
fatto alcuna cosa memorabile, se ne tornò in Francia. La città 
di Firenze rimase legata sotto gravi censure : e non v'era alcuna 
speranza per allora d' assoluzione, ne appresso i cittadini un 
grande desiderio di domandarla : perocché in quel tempo si sta- 
vano nella loro contumacia, parendo che alle volte gli animi 
de' pontefici si mutassero non tanto secondo la ragione, che è 
cosa perpetua, quanto secondo l'appetito di chi più poteva ap- 
presso di loro. E a questo era aggiunto ancora, che essendo stati 
i Fiorentini fautori de' pontefici romani, pareva loro cosa inde- 
gna, che facessero imprese pe'nimici. E pertanto mossi da 
questo sdegno, perchè le spese della guerra giudicavano esser 
procedute per cagione degli ecclesiastichi , si volsero a porre 
gravezze a' luoghi e persone religiose, e a riscuoterle tanto 
aspramente, che fu più il danno che facevano gli esattori, che 
non era quello che pagavano in commune. 

L' anno seguente stettero le cose quiete dalle guerre di 
fuori: ma drento nacquero grandi sedizioni, e i cittadini pre- 
sero Tarme per la cagione che appresso diremo. Messer Corso 
Donati stava male contento inverso i cittadini della parte sua, 
come abbiamo narrato di sopra. E certamente negli uomini 
grandi pare molto pericoloso, quando pe' meriti loro vogliono 



LIBRO QUARTO. 211 

piuttosto arrogantemente gli onori, che civilmente domandar- 
gli : ma la natura de' popoli suole essere di concedergli a coloro 
che ne priegano e civilmente ne cercano. Questa contesa spesse 
volte ha condotto la repubblica all'arme e alle guerre civili. E 
questo è accaduto, quando gli uomini eccellenti, sdegnati della 
ingratitudine de' cittadini , non hanno potuto contenere l'im- 
peto dell' animo loro , e dall' altra parte i cittadini , accusando 
la superbia di simili uomini, gli hanno non come cittadini , ma 
come tiranni riputati. La qual cosa allora accadde in Firenze, 
perocché non restarono o messer Corso di moltiplicare nello 
sdegno , o alquanti cittadini d' accusare l'arroganza sua, insino 
a tanto che vennero all' arme e alla discordia civile. 

Aveva messer Corso molto innanzi cominciato a fare im- 
presa d'ogni cosa nuova che nasceva nella repubblica, come 
narrammo di sopra, eh' egli aveva fatto in domandare il conto 
delle pecunie del commune. Di qui nasceva, che tutti coloro 
che erano contrarj a' cittadini grandi della repubblica , ricorre- 
vano a lui, come a difensore de' menipossenti e propulsatore 
delle ingiurie. E lui apertamente non dubitava di parlare e di- 
fendergli, e perseguitare coloro che gli volessero sopraffare, in 
tal maniera che il nome suo, il quale soleva essere fondamento 
della nobilita , era diventato popolare. E la moltitudine aveva 
a grado la grandezza dell'animo suo, per la quale e' pareva, 
che in quel tempo avanzasse tutti gli altri. Lui ancora, solle- 
vato da questo concorso , perseverava in fare cose nuove : e 
spesse volte aveva a casa moltitudine d' armati per spaventare 
gli avversarj. In questo era diventato si potente nella città, che 
avanzava tutti gli altri. Gli avversarj, veduto che ogni dì cre- 
sceva la potenza sua e che fabbricava cose nuove, cominciarono 
a divulgare, ch'egli appetiva d' essere tiranno: e avevano presa 
di calunniarlo, perchè poco innanzi, essendo morta la donna, 
aveva tolto la figliuola di Uguccione da Faggiuola, uomo po- 
tente a casa sua e manifesto fautore della parte ghibellina. Que- 
sto parentado adunque, come fu pubblicato, dette cagione agli 
avversarj di pigliare Tarme, come se corressero pencolo della 



212 ISTORIA FIORENTINA. 

libertà. Lui, dall'altra parte, veduti gli apparati che si facevano, 
s' afforzò in tutti i luoghi circustanti alle case sua. Ma il parlare 
de' sua nemici gli aveva alienati gli animi e i favori della molti- 
tudine, perchè dicevano, che dal suocero suo veniva grande 
gente a occupare la repubblica. E pertanto non ebbe il concorso 
come soleva: ma solamente si ragunarono a casa sua i fami- 
gliari e gli amici, e con questi si difendeva , e non voleva ub- 
bidire a' comandamenti del magistrato, dubitando della calunnia 
de' nimici, che per loro opera s'era divulgata. Il magistrato 
adunque, mosso dalle voci e romore degli avversarj, perchè 
lui non voleva obbedire, e difendevasi coli' arme in mano, lo 
condannò come colpevole : e usci tanto dell' ordine e della for- 
ma del giudicio, che in uno medesimo dì fu accusato, citato 
e condannato. E volendo di poi mettere a effetto la sentenza, 
fu chiamata la moltitudine del popolo , secondo V ordine della 
giustizia: la quale ragunata alla presenza del magistrato, si 
mosse dal palagio del podestà col gonfalone della giustizia 
innanzi e colle compagnie ordinate sotto i gonfaloni, e andò 
assaltare le case di messer Corso. Lui niente spaventato, con 
poca gente sosteneva tutto V impeto del popolo , e aveva affor- 
zato l'entrate donde poteva essere offeso, non solamente con 
gente armata, ma ancora con sbarre e altri ostacoli, per soste- 
nere la furia della moltitudine. Poi che il magistrato fu con- 
dotto alle case sua, si combattè parecchie ore molto aspramen- 
te. All'ultimo, crescendo la moltitudine del popolo, ruppero le 
mura delle case e degli orti vicini, e di varj luoghi passarono 
le sbarre, in tal maniera che chi v'era alle difese se ne fug- 
girono. Messer Corso con pochi si parti : e uscito della terra, 
per la via del Casentino se ne fuggiva. Ma subito gli fu man- 
dato drieto una squadra di gente a cavallo con grande celerità: 
la quale lo giunse non molto lontano dalla terra, e combat- 
tendo, lo fecero fermare. E fu tanta la moltitudine de'nimi- 
ci, che vi rimase morto. Furono alcuni morti con lui , e tutta 
la sua setta dissipata. Questo fine ebbe messer Corso Donati , 
uomo sanza dubbio egregio . ma più inquieto che non si con- 



LIBRO QUARTO. 215 

veniva a una buona repubblica. Il dire di volersi fare lui tiranno, 
pare che fosse sospetto, o piuttosto calunnia che altro. E que- 
sto si può comprendere, perchè il nome suo non fu notato come 
di nimico appresso il collegio della parte guelfa : la qual cosa 
s'era consueta fare in simili sbanditi e condannati. Appresso, i 
sua consorti e il resto della famiglia rimase nella città colla 
medesima condizione e grazia che aveva prima: e non molto 
di poi fecero vendetta della morte sua, come se vendicassero 
una ingiuria privata fatta coli' aiuto della forza pubblica. 

Circa questo medesimo tempo gli Aretini, fatta intelli- 
genza insieme, cacciarono d'Arezzo i Tarlati, che erano una 
famiglia tanto potente, che quasi signoreggiavano la città : e ri- 
vocarono drento quegli della parte guelfa, che erano stati lungo 
tempo in esilio. Questi tali guelfi , pigliando il governo della 
repubblica, furono cagione che si facesse la pace e la lega col 
popolo fiorentino, e che si ponesse fine alla loro contesa. 

Nel principio del seguente anno nacque discordia fra' Pra- a.isoo. 
tesi, e fu cacciata una delle parti : la quale subitamente i Fio- 
rentini, perchè il luogo era vicino, presero aiutare e rimesson- 
gli drento. Questo movimento di Prato aveva mosso ancora i 
Pistoiesi per la vicinità del luogo : i quali non solamente que- 
sta turnazione, ma ogni occasione di cose nuove tiravano vo- 
lentieri al loro proposito , massimamente perchè erano molto 
male contenti del dominio de' Lucchesi, e per V antico odio e 
per il nuovo sdegno erano inverso di loro molto male disposti. 
La qual cosa essendo nota a' Lucchesi, i quali avevano partito 
il dominio della terra di Pistoia, come di sopra abbiamo detto, 
stimolavano i Fiorentini a disfarla insino a' fondamenti. Ma la 
mansuetudine del popolo fiorentino e la memoria degli antichi 
collegati potè tanto, che non solamente non vollero consentire 
allo sdegno de' Lucchesi, ma eziandio dettero animo a' Pistoiesi 
a difendersi. 11 perchè, posto giù la paura de' Fiorentini, gli 
uomini e le donne loro e i fanciulli, religiosi, e d' ogni ragione 
gente ed età , fecero impresa di rifare le mura e votare i fossi : 
e dì e notte con ogni sollecitudine e fatica operarono tanto, 



214 ISTORIA FIORENTINA. 

ch'egli afforzarono la terra, e finalmente la difesero da' Luc- 
chesi. E in questa maniera tornò Pistoia nella libertà sua: e 
non so dove il popolo fiorentino mostrasse maggiore grandezza 
d'animo, o quando la prese, o quando la lasciò. 

In questo medesimo anno si rinnovò la guerra contro agli 
Aretini, però che i Tarlati capi della parte avversa, i quali, co- 
me dicemmo, erano stati cacciati da Arezzo, per opera d'Uguc- 
cione daFaggiuola, ritornarono drento, e dopo molta uccisione, 
cacciarono gli avversarj, * quali avevano fatto lega col popolo 
fiorentino. E per questa cagione le genti de' Fiorentini a pie e 
a cavallo furono mandate in quello d' Arezzo, e unitesi cogli 
usciti, corsero il paese, e fecero molti incendj e molte prede. E 
così da capo si cominciò la guerra. 

In questo medesimo tempo, facendo guerra il legato della 
chiesa contro a' Viniziani, i Fiorentini mandarono gente d'ar- 
me a cavallo in suo aiuto : e non è noto, se i Fiorentini spon- 
taneamente fecero questo per riconciliarsi con lui , o pure per 
essere richiesti. Ma il legato poco di poi avendo dato una 
grande rotta a' Viniziani, ricordandosi della liberalità de' Fioren- 
tini, levò lo interdetto, e restituì alla città i sacramenti. E in 
questo modo , riconciliata la terra, ritornò in grazia. 

In questo medesimo anno mandarono i Fiorentini le 
genti in sui confini de' Volterrani, per gravissime contese che 
erano nate fra loro e i Sangemignanesi de' confini del loro con- 
tado, per i quali erano venuti insino all'arme. Il perchè i Fio- 
rentini vi posero i termini secondo l' arbitrio loro , per levare 
via ogni dubbio e ogni contesa. 

Nella fine di questo anno furono mandati da Firenze circa 
trecento cavalli e seicento fanti in aiuto degli uomini di Città d 1 
Castello loro amici e collegati , ai quali in quel tempo gli Are- 
tini facevano guerra. E passarono queste genti per il mezzo del 
contado d'Arezzo, che fu audace e temerario pensiero. E nien- 
tedimeno ebbero prospero fine: perocché, lasciando loro Arno 
dalla mano manca , e addirizzandosi per la via di Cortona e di 
Perugia, gli Aretini subitamente, sprezzando il numero pie- 



LIBRO QUARTO. 215 

colo, gli seguitarono senza ordine e senza guida; e solamente, 
come 1' appetito gli portava , rari e disordinati gli sopraggiun- 
sero, e ricevettero quel dì alquanto di danno, perocché fra gli 
altri vi rimasero morti due uomini di pregio, Vanni figliuolo di 
Tarlato di famiglia nobile, e Uguccione Gherardini uscito di 
Firenze. E perderono ancora tre bandiere , che furono loro 
tolte da' vincitori. 

In questo medesimo anno morì il re Carlo secondo, e ì1a.i3oo 
regnc venne a Ruberto suo figliuolo. La seguente estate i Fio- a. 1310. 
rentiri e collegati mandarono le genti in quello d'Arezzo : le 
quali congiunte insieme cogli usciti si posarono col campo ap- 
presso alla casa vecchia, e di quel luogo spesse volte combat- 
tevano la città. In questo mezzo vennero gì' imbasciadori dello 
imperatore Arrigo, il quale era stato nuovamente eletto allo 
imperio, e domandarono udienza pubblica: il perchè i priori, 
richiesto grande numero d'eletti cittadini, udirono questa am- 
basciata. I prefati ambasciadori, consumato che ebbero buona 
parte della loro orazione in esaltare la virtù di questo nuovo 
principe , e in dimostrare con grande eloquenza che non sanza 
divino e umano consiglio era stato promosso a tanta degnità , 
finalmente proposero tre cose: la prima, che la sua intenzione 
era a tempo nuovo di passare in Italia con uno potentissimo 
esercito di quelle invitte e aspre nazioni ; appresso , di venire a 
Firenze, per mettere pace e riformare la città: e a questo si- 
gnificava, che gli mettessero a ordine il ricetto; ultimamente, 
che gli era molesto, che gli Aretini fossero oppressati dalla 
guerra, perocché, se loro avessero fatto alcuno mancamento, 
si conveniva ricorrere a lui come a giudice, e domandarne la 
punizione , piuttostochè per propria autorità cercare la vendetta. 
E pertanto comandavano, che posassero l'arme, e non segui- 
tassero più oltre nell'impresa contro agli Aretini. A questi am- 
basciadori fu fatto la risposta nel tenore che appresso diremo : 
che i Fiorentini avevano da rallegrarsi della assunzione d'uno 
tale principe, quale loro predicavano; ma della passata sua in 
Italia con uno esercito di ferocissime genti, a fatica potevano 



216 ISTORIA FIORENTINA 

credere, che lo imperadore romano volesse conducere una mol- 
titudine di barbari in Italia, come in uno paese nimico, peroc- 
ché si conveniva al principe de'Romani piuttosto conducere 
Italiani contro a' barbari, che barbari contro a Italiani: nien- 
tedimeno, essendo lui della modestia e della giustizia che si 
diceva, speravano che provvederebbe bene a ogni cosa; e alla 
parte che comandava, che gli s'apparecchiasse il luogo a Fi- 
renze, che il popolo fiorentino farebbe quello che fosse utile 
alla salute e alla degnità sua : ma lo esercito eh' egli avevano 
mandato a Arezzo, l'avevano fatto per rimettere drento gli 
amici e collegati loro, i quali dalla parte avversa crudelmente 
erano stati cacciati; e per questa impresa si giusta nessun) po- 
tersi di loro dolere, massimamente avendo quella parte che 
teneva la città rotta la pace e mossa la guerra, e dirizzando 
quella terra alla tirannide e alla sua distruzione ; e che non du- 
bitavano punto , che se questo giusto principe avesse notizia 
di questa cosa, loderebbe piuttosto la impresa de' Fiorentini, 
che la riprendesse; e che dovevano intendere, se s'aspettasse 
tanto, che le querimonie gli fossero portate, in quel ne segui- 
rebbe la destruzione de' collegati, alli quali volendo poi il prin- 
cipe, non potrebbe sovvenire. 

Avendo avuta questa risposta, gì' imbasciadori se n'anda- 
rono a Arezzo: e passarono prima pel campo ch'egli entrassero 
nella città, e fecero i medesimi comandamenti ch'egli avevano 
fatto a Firenze. E furono non solamente disubbiditi, ma ancora 
fu fatto in sugli occhi loro cose più aspre e più feroci contro a 
quelli di drento , che non avevano fatto prima. E dopo questo , 
i prefati ambasciadori del nuovo principe si partirono. I Fioren- 
tini, poi che furono stati alquanto intorno a Arezzo, finalmente, 
vedendo che la impresa era vana , lasciarono una parte delle 
genti alla Turrita, presso a Arezzo a due miglia, in uno luogo 
forte, acciocché insieme cogli usciti continuassero la guerra: 
e loro, dato il guasto intorno alla terra e arse molte ville, ri- 
dussero le genti a Firenze. 

In questo tempo cresceva ogni dì la fama d'Arrigo impe- 



LIBRO QUARTO. 217 

radore, e varj romori venivano cT oltramonti , e alcuni afferma- 
vano, che della Magna egli era passato in Francia, e che egli 
era venuto intorno al Rodano e al lago di Ginevra a udire le 
ambasciate di più terre e ragunare l'esercito, il quale aveva di 
poi a condurre in Italia. Molti imbasciadori delle parti d'Italia 
l'andarono a trovare: e similmente si diceva, che gli usciti fio- 
rentini che non erano impediti da grande povertà, ricorrevano 
a lui. Sentendo adunque queste cose la città di Firenze, e tro- 
vandosi in sospetto, consultava quello che fosse da fare. Erano 
alcuni, che pareva loro mandarvi imbasciadori, acciocché l'animo 
di quello principe non s'alienasse troppo dalla repubblica fioren- 
tina. E pareva facile a disporre la mente sua, massimamente 
avendo bisogno di danari, i quali non poteva sperare dagli 
usciti fiorentini. E quello che gli moveva a consigliare questo 
era, perchè pareva loro che quelle nazioni fossero cupide di 
pecunia, e con quel mezzo qualunque cosa misurassero. A al- 
cuni altri pareva pericoloso questo consiglio, perchè il nome 
dello imperio era contrario a' modi e reggimenti loro, e non 
giudicavano utile mettere nelle sue mani la pratica della loro 
reconciliazione e pace: della qual cosa pareva, che la mandata 
degli ambasciadori gliene desse cagione. Appresso, era da 
considerare , domandando lui ricetto nella città , come avevano 
significato innanzi i suoi imbasciadori, s'egli era da concederlo 
o da negarlo. Se gliele negassero, lo inciterebbero a uno evi- 
dente sdegno; se gliele concedessero, si metterebbero a uno 
manifesto pericolo: perocché, s'egli entrasse nella città, chi è 
quello che dicesse, che da' suoi pensieri s'avesse a contenere? 
Questa consultazione pareva, che in ogni parte avesse ragione 
probabile. E l'uno consiglio e l'altro al tempo suo ebbe luogo: 
perocché , nel principio si deliberò secondo la sentenza di coloro 
che consigliavano la mandata degl' imbasciadori; il perchè e' fu- 
rono non solamente eletti, ma ancora messi a ordine in ogni 
cosa per andare : all'ultimo mutarono parere , e deliberarono che 
non andassero. E massimamente fecero questa mutazione, per 
la notizia ch'egli ebbero della volontà del re Ruberto, il quale 



218 ISTORIA FIORENTINA. 

si diceva essere poco amico dello imperadore Arrigo. E per- 
tanto, parendo loro che s'avesse a deliberare delle parzialità, 
giudicarono doversi accostare al re Ruberto e opporsi allo im- 
peradore. Ma non molto di poi venne il re Ruberto a Firenze, 
il quale tornava di Francia dal sommo pontefice, dal quale, 
essendo poco innanzi morto Carlo suo padre, aveva ricevuta 
la corona e la investitura del regno. Questo principe, per la 
grazia che nella guerra di Pistoja aveva acquistata a Firenze , e 
per l'antica benevolenza del padre e dell'avolo, fu ricevuto 
nella città con grandissimo onore. Stette circa uno mese in. 
Firenze, per unire e per confermare gli animi de' cittadini contro 
al terrore del nuovo principe , e fu cagione di rinnovare la lega 
delle città di Toscana contro alla potenza dell' imperadore Arrigo, 
promettendo di mandare loro aiuto quando e' fosse il tempo e 
il bisogno. 

In mentre che queste cose s'ordinavano a Firenze, gli 
usciti d'Arezzo che erano alla Turrita rimasi, come di sopra 
narrammo, ogni dì correvano insino alle mura d'Arezzo. Ma 
quegli di drento , non potendo più sopportare questa assidua 
molestia, deliberarono di combattere questo luogo. E perchè 
la resistenza degli usciti si faceva grande, e le guardie che 
v'erano drento per forza non si potevano vincere, delibera- 
rono d'averlo per fame e per assedio, stimando quello che era, 
ch'egli avevano poche vitluvaglie, ma che dì per di se ne for- 
nivano dalle castella vicine. Con questa speranza posero il campo 
a questo luogo, e continuamente con varj tormenti lo combat- 
tevano. I Fiorentini adunque, veduto il pericolo grande de'loro 
collegati, mandarono gente d'arme a cavallo, e ragunarono 
fanti delle castella vicine per levare l'ossidione. E come s'ap- 
pressarono al luogo assediato, i nimici che v'erano a campo si 
ristrinsero tutti insieme; e in quel mezzo gli usciti , abbandonato 
la fortezza, rifuggirono alle genti de'Fiorentini a salvamento. 
E in questo modo, liberati da tanto pericolo, si ridussero nelle 
castella vicine: e i nimici arsero quella fortezza, e poi se ne 
tornarono nella città. E nientedimento gli usciti aretini conti- 



LIBRO QUARTO. 219 

imamente infestavano quegli di drentro , e i Fiorentini davano 
loro aiuto in tal maniera, che accompagnati da molta gente, 
alle volte predavano insino sotto le mura d'Arezzo. 

Ma in questo tempo uno maggiore sospetto e una mag- 
giore cura ritraeva le menti degli uomini dalla guerra are- 
tina: perocché pubblicamente si diceva, che lo imperadore 
Arrigo aveva passato l'Alpi e disceso in Lombardia, e che 
tutti gli usciti di Firenze erano ricorsi a lui con sì « ferma 
speranza di vittoria, che fra loro medesimi avevano già com- 
partiti i beni de'loro nimici. E' si trova una epistola di Dante 
poeta, la quale scrive, come lui dice, contro a'Fiorentini di 
drento, piena di contumelie: e innanzi a quel tempo essendo 
consueto di parlare di loro molto onorevolmente, allora solle- 
vato dalla speranza di questo principe, non dubita d'usare aspre 
e rigide parole. La qual cosa non mi pare d'attribuire ne a le- 
vità ne a malignità di questo uomo tanto prestante di dottrina 
e d'ingegno, ma piuttosto al tempo, perocché pare cosa con- 
forme alla natura de' vincitori, che usino alle volte qualche 
riprensione di parole. E lui era ingannato in questo , che allora 
già si reputava vincitore. Gli usciti fiorentini stavano adunque 
con certissima speranza di vittoria. Da altra parte, la città era in 
grande tremore, e attendeva a ristrignersi co' collegati , e ragu- 
nare gente e afforzare le terre. E al l'are queste cose dette loro 
grande occasione il soprastare che fece lo 'mperadore circa uno 
anno intero in quello di Milano, di Brescia e di Cremona. 

Nel principio del seguente anno fu fatta una provvisione 
nella città circa alla tornata degli usciti molto salutifera: pe- 
rocché, essendola moltitudine grande e per diverse cagioni 
fuori della terra, tutti si stimava dovessero ricorrere a Arrigo 
imperadore per il desiderio del tornare; e volendo diminuire 
questa moltitudine, deliberarono per pubblica autorità di rivo- 
care coloro che non erano molto nimici a quello presente reg- 
gimento, e la tornata loro non era pericolosa. Fu dato adunque 
autorità dal popolo a' priori insieme con dodici cittadini, che 
nominassero quegli che paresse loro da rivocare, e provvedes- 



220 ISTORIA FIORENTINA. 

sero alla pace e alla concordia della città. Era nel numero dei 
priori messer Baldo Aguglione dottore di legge, il quale adendo 
privato odio inverso alcuno degli usciti, come spesse volte si- 
mili uomini sono sottili e inventori di modi d'offendere quando 
vogliono, vide che in questo beneficio commune del popolo 
v'era la via da potere nuocere: e questo era, se nella provvi- 
sione non fossero nominati coloro a chi si dava il beneficio , ma 
piuttosto quegli e quelle famiglie a chi e' si toglieva, acciocché 
perpetualmente fossero notati dalla legge. Ordinando adunque 
la provvisione con questo animo, prese forma chela tornata 
da' confini e gli altri beneficii della pace e della concordia uni- 
versalmente fossero dati a tutti, salvo che a coloro che nomi- 
natamente ne fossero eccettuati. E così nella prima parte della 
legge, dove si dava il beneficio, non nominava alcuno; nella 
seconda parte, dove si toglieva, nominava ciascuno e le fami- 
glie loro con lungo circuito di parole , notandole ancora secondo 
l'ordine de' sestieri: la qual cosa, ne' tempi che seguirono poi, 
fu dannosa a molti. 

Quella parte adunque degli usciti che ebbe il beneficio dal 
popolo ritornò nella città, e l'altra parte che fu esclusa rimase 
in esilio. E in quel numero che rimasero fuori, furono tutti 
coloro che erano stati cacciati in quelle più antiche discordie 
dopo alla venuta di Carlo primo, e a nessuno di questi la legge 
dette beneficio. Furono ancora fra costoro alcuni di quelli cac- 
ciati di fresco, che si chiamavano bianchi, de' quali era la ca- 
gione più leggiera, perocché la contesa contro di loro non era 
tanto per le parzialità, quanto per private inimicizie. E pertanto 
alquanti di questi tali furono restituiti, alquanti ne furono la- 
sciati di fuori: nel quale numero furono alcuni de' Cerchi, degli 
Adimari e de'Tosinghi ed altre famiglie anticamente molto guelfe. 
Ancora rimasero di fuori i figliuoli di Baldo Ruffolo , il quale 
mostrammo di sopra essere stato il primo gonfaloniere di giu- 
stizia; appresso, i fratelli e nipoti di Giano della Bella, Dante 
Alighieri , Palmieri Altoviti , e molti altri della nobilita e del po- 
polo, i quali sarebbe lungo nominare. 



LIBRO QUARTO. 221 

Dopo a queste cose rinnovarono la lega le città e popolj 
di Toscana, che furono questi: Fiorentini, Lucchesi, Sanesi, 
Pistoiesi e Volterrani e gli altri nominati nella lega di sopra. 
Furono ancora in questo numero quegli di Città di Castello e* 
Bolognesi ; e di tutti costoro il capo era il re Ruberto : i quali 
unitamente e apertamente presero la guerra contro allo 'mpe- 
radore. 



222 ISTORIA FIORENTINA. 



LIBRO QUINTO. 



A.13U. Essendo ancora in Lombardia l'imperadore Arrigo, i Fio- 

rentini e collegati mandarono le loro genti a Bologna , accioc- 
ché, se facesse pensiero per quella via di passare in Toscana, 
impedissero con tutte le loro forze la venuta sua. Lui, avendo 
intorno a Brescia compiuta l'ossidione e quasi in tutte quelle 
città posto i governatori, circa mezzo ottobre passò in Ge- 
novese; e ricevuto in quel luogo con grande onore, stette 
circa di tre mesi , cioè la maggiore parte del verno , nella città 
di Genova : di poi si mise a ordine, e con trenta galee, le quali 
i Genovesi e Saonesi gli avevano apparecchiate , all' entrata di 
marzo per la via di mare si condusse a Pisa. E in questo mezzo 
i Fiorentini e loro collegati non furono negligenti : perocché, 
subitamente ch'egli ebbero notizia, che prendeva il cammino 
per il Genovese, rivocarono le genti da Bologna e mandaronle 
in Lunigiana per farsigli incontro da quella parte, e per difen- 
dere il paese de' Lucchesi. In questo tempo che 1' imperadore 
s' era fermo a Pisa, i sua condottieri spesse volte correvano colle 
genti in quello di Lucca e di Santo Miniato : ma non si fece 
però battaglia alcuna in questi luoghi degna di memoria, né fu 
presa alcuna terra di condizione. Lui, avendo messo in punto 
le cose necessarie, nel principio del seguente anno, che fu nel 

a. <3i2. 1312, partito da Pisa, se n'andò lungo il lito del mare inverso 
Roma : e in qualunque luogo e' s' addirizzava, si scoprivano le 
parzialità e grandissimi movimenti , perocché in ogni città di- 
visa per le parti, come lui s'appressava, alcuni speravano, al- 
cuni temevano. E pertanto fu ricevuto in Viterbo con grande 



LIBRO QUINTO. 225 

desiderio della parte amica, e furine cacciata la parte avversa : 
e in Orvieto accadde il contrario, perocché i sua partigiani, 
tentando cose nuove, furono superati dagli avversari e cacciati 
della terra. A Roma ancora crebbero grandemente in sulla sua 
venuta le sedizioni e le discordie, perocché il re Ruberto v'aveva 
grande parte de' cittadini romani per amici, e massimamente la 
famiglia degli Orsini , la quale era e di grazia e di forze poteir 
tissima ; e aveva mandato Giovanni suo fratello con assai buono 
numero di gente d' arme, le quali, unite cogli Orsini e cogli al- 
tri della medesima parte, e preso il Campidoglio e il Gianicolo 
e Castel Santo Angiolo e tutti gli altri luoghi di là dal Tevere e 
i palazzi di Santo Piero , avevano fatto proposito d' ovviare alla 
entrata dello imperadore Arrigo. Ma la parte favorevole, della 
quale erano capo i Colonnesi, avevano preso il Monte Aventino 
e Celio e Quirinale e tutte le Esquilie col Viminale e colla Su- 
burra, e spesse volte da questi luoghi combattevano insieme. 
Per tali contese V imperadore essendo soprastato alcuni dì a Vi- 
terbo, finalmente si parti e condussesi a Roma: e non po- 
tendo entrare drento per la via diritta, passò le genti da ponte 
Molle, e entrò per la porta Flaminia, oggi detta di Santa Maria 
del popolo. Di poi, passando pel mezzo della città, si posò col 
campo in sul monte Aventino. 

I Fiorentini, udite le contese e gli sforzi che si facevano a 
Roma, per dare favore alla parte amica, vi mandarono cinque- 
cento cavalli e mille fanti molto bene a ordine. Mandarono an- 
cora i Sanesi e Lucchesi e altri confederati secondo la facilità 
e disposizione di ciascuno. Molte zuffe si fecero in questo tempo 
a Roma: perocché, essendo fra le mura d' una città ragunate 
tante genti nimiche, e essendo il popolo romano diviso secondo 
le parzialità , quasi ogni giorno per le vie e in su' canti 
delle strade si combatteva. Durò questa contesa circa di tre 
mesi. Finalmente, non potendo lo 'mperadore conducersi 
alla chiesa di San Piero nel Vaticano, dove erano consuet* 
gli altri principi coronarsi, perchè la parte avversa essendo più 
potente lo teneva lontano da questi luoghi, contro alla degnità 



224 ISTORIA FIORENTINA. 

dello imperio, cedendo loro, prese la corona a San Giovanni 
Laterano , e di poi sdegnato se n' usci della città, e andossene 
a Tivoli. Era l'imperadore, per la resistenza che gli era stata 
fatta a Roma, grandemente irato contro a' sua avversari , e spe- 
cialmente contro al re Ruberto e Fiorentini, i quali reputava 
capi delle ingiurie che gli erano state fatte. E non vedendo di 
potersi vendicare così prestamente contro al re Ruberto, avendo 
le genti stracche per le lunghe'contese, si volse contro a' Fio- 
rentini : e per il contado di Todi e del Ducato, passò in Tosca- 
na , e continuando il cammino per quello di Perugia, di Cortona 
e d'Arezzo, venne a dirittura a Firenze. E in questo mezzo, 
divulgato che fu questo suo pensiero, tutti gli usciti di Firenze 
d'ogni luogo l'andarono a trovare. I Fiorentini, come intesero 
che tutto lo sforzo della guerra si volgeva contro a loro , rivo- 
carono prestamente le genti da Roma e aggiunsero dell'altre, e 
mandaronle contro allo 'mperadore, e comandarono loro, che 
non s'azzuffassero, e solamente attendessero a difendere le 
terre e il paese. L'imperadore, come entrò in su' confini de» 
Fiorentini, pose il campo presso a Montevarchi, e di poi dette 
la battaglia al castello, e continuò l'offesa tre dì. La battaglia 
fu grande intorno a' fossi e le mura. Finalmente, essendo affati- 
cati quelli di drento , e diffidandosi per le mura basse, gli fu 
data la terra : e così di poi l'altre castella successivamente prese 
col medesimo terrore. All' Ancisa trovò le genti de' Fiorentini 
che gli erano state mandate incontro ; e volendo fare pruova 
della zuffa, ordinò le sua squadre e richieseli di battaglia. I 
Fiorentini, non parendo loro da mettersi a pericolo, ma sti- 
mando di fare assai s' egli ovviassero all' empito de' nimici , si 
stavano drento dalle loro munizioni, e attendevano a guardare 
la via che è fra il fiume e il castello. Essendo adunque ridotta 
la cosa in questi termini, che non potendo l'imperadore ne fare 
battaglia, né passare per la via diritta, perchè il castello è sopra 
il passo in luogo forte, gli fu mostro dagli usciti, che poteva 
prendere il cammino sulla mano manca per i monti vicini. Il 
perchè, deliberando seguire la 'mpresa, cominciò a dirizzare 



LIBRO QUINTO. 225 

r esercito per quegli luoghi che sono molto difficili e aspri. La 
qual cosa vedendo i Fiorentini che erano all' i\ncisa , e dubi- 
tando che non passassero loro innanzi, subitamente mossero le 
bandiere, e con grande celerità ritornarono verso Firenze. I ru- 
mici erano ne' luoghi di sopra : i quali , vedendo i Fiorentini 
sotto di loro, che già n' era passati una parte il castello, con 
grande empito gli assaltarono. Era il luogo molto sinistro, e da 
ogni banda dal lato di sopra gridavano i nìmici. Non era stato il 
pensiero de' Fiorentini di venire alle mani, ma di conducersi a 
Firenze con celerità. E pertanto, vedendo sopravvenire la mol- 
titudine de'nimici, subitamente si ritrassero indrieto, e con pre- 
stezza si ridussero nel castello : e certamente la vicinità del luogo 
dette loro grande aiuto , e difeseli quel dì da una grandissima 
rotta. Il numero de' morti e de' prigioni fu piccolo, ma invilirono 
negli animi non altrimenti che se fossero stati vinti. L'impe- 
radore, avendo ributtato queste genti, passò sotto il castello del- 
l' Ancisa , e lasciatosi le genti de' Fiorentini addrieto , si posò 
quella notte in uno luogo vicino chiamato il borgo del Padule. 
Il giorno seguente, in sul fare del dì, venne con grande terrore 
inverso Firenze, e pose il campo presso alla porta che va in Ca- 
sentino, informato dagli usciti, che quella parte della città era 
più debole, perchè le mura nuove non erano ancora compiute 
e le vecchie erano quasi abbandonate, e la terra da quella parte 
era chiusa solamente di fossi e di steccati. In sulla prima sua 
venuta spaventò la città, perchè s'era divulgato, che tutte le 
loro genti che gli avevano mandato incontro , erano state rotte 
e distrutte all' Ancisa. E certamente la presenza del nimico e 
1' assenza de' loro faceva fede a questa opinione, perocché non 
si poteva credere, ch'egli avessero lasciati venire i nimiciinsino 
alla città sfornita di genti , se prima non fossero stati disfatti e 
distrutti. E pertanto era nella terra il pianto privato e la paura 
pubblica. E nientedimeno il popolo prese l'arme, e ordinata- 
mente sotto i gonfaloni corse a difendere quelle parti della terra 
che erano oppressate dal nimico ; e a ciascuna delle compagnie 
furono distribuiti i luoghi eh' egli avevano a difendere ; e fu 

15 



226 ISTORIA FIORENTINA. 

rinnovato Io steccato, e fatto torri ne' luoghi più deboli, e af- 
forzate e fornite di buone genti con ogni industria, perocché dì 
e notte si lavorava sanza alcuna intermissione. L' imperadore 
nel principio non si mise a combattere la città ; e non si sa 
quale fussi la cagione. E certamente si crede, che s'egli avesse 
dato la battaglia in sulla prima giunta , con grande fatica si sa- 
rebbe fatto resistenza , essendo la terra spaventata e sfornita di 
gente e sanza mura da quella parte dove egli aveva posto il 
campo. Ma tardando lui e mandando la cosa per la lunga, i 
cittadini presero animo , e le genti fiorentine che gli erano ri- 
mase dietro in capo di due giorni per diversi cammini ritorna- 
rono : donde ne seguì tanta letizia e ardire a quegli di drento, 
che cominciavano a sprezzare le minacce de' nimici. L' impera- 
dore da altra parte si confidava nella speranza sua, perocché, 
dopo la sua venuta, e poi che egli aveva posto il campo alla ter- 
ra , quasi infinita moltitudine d' uomini del contado di Firenze 
v' erano abbondati : e non solamente i partigiani dell' imperio , 
ma ancora molti altri, o per paura o per desiderio di cose nuove, 
s'erano uniti con lui. L' Ancisa, che prima non aveva potuto 
ottenere, subitamente dopo la partita delle genti si ribellò : e 
quasi tutti i popoli del Valdarno di sopra e per il Mugello e pel 
Casentino si dettero spontaneamente allo 'mperadore ; e ab- 
bandonata la difesa della città di Firenze, frequentavano il campo 
de' nimici e fornivanlo di vittuaglie. Ancora si credeva, che 
drento dalla terra molti cittadini contrari a quello reggimento 
fossero favorevoli a' nimici. Stando le cose in questi termini, 
sopravvennero a tempo gli aiuti de' confederati, cioè tremila 
fanti e secento cavalli de' Lucchesi , altrettanti cavalli e dumila 
fanti de'Sanesi, e similmente degli altri collegati certo numero 
d' ognuno secondo le sue facilità. E di tutte queste genti si 
venne a fare a pie e a cavallo uno grande e copioso esercito, il 
quale posero dentro dalla terra, dove era più vuota, contro al 
campo de' nimici , acciocché dì e notte fossero presto alla dife- 
sa. In questi luoghi stavano armati i cittadini e loro collegati, e 
l'altre parti della citià erano sì quiete, che pareva non sentissero 






LIBRO QUINTO. 227 

ia ossidione. Stette l' imperadore col campo appresso alla chiesa 
di Santo Salvi circa di quaranta dì, e vicino alla terra circa uno 
terzo di miglio. Finalmente, vedendo che consumava il tempo 
invano, e che ogni dì nella città crescevano gli aiuti de' loro 
amici, all' uscita d' ottobre innanzi dì si levò col campo , e pas- 
sato l'Arno, si pose in sul fiume dell' Ema, dua miglia presso 
a Firenze. Quella notte che si levò, avendo messo fuoco negli 
alloggiamenti secondo la consuetudine de' soldati, tutta la città 
per quello tumulto fu in arme. Ma poi che conobbero la partita 
de'nimici, stettero quieti, e armati aspettarono il dì: e in sul 
levare del sole uscirono fuori le genti a cavallo, e appiccaronsi 
pure leggermente colle genti d' arme dello imperadore. Lui poi, 
levatosi col campo, in due giornate n'andò a Sancasciano, otto 
miglia discosto dalla terra e in sulla via di Siena. E trovandosi 
in questo luogo, sopravvennero in suo favore cinquecento ca- 
valli e tremila fanti de' Pisani , e di Genovesi circa mille bale- 
strieri, uomini attissimi alle espugnazioni delle terre. L' impera- 
dore per queste genti prese animo, e ostinatamente deliberò 
fermarsi a Sancasciano. 

I Fiorentini da quella parte che era vòlta inverso i nimici, 
dove già erano fatte case ed edificj assai, afforzarono i sobbor- 
ghi, e rimandatone gli aiuti de' loro collegati, per loro medesi- 
mi facevano la guerra. Di qui nasceva, che spesse volte da' ni- 
mici si facevano correrie, e dall' una parte e dall' altra molte 
scaramucce furono fatte : ma non vennero mai con tutte le 
genti e colle bandiere a una intera battaglia. Molti incendj e 
danni di più ragioni si fecero nel contado ; e la sementa in quel- 
1' anno fu impedita in modo, che si dimostrava carestia per l'av- 
venire. 

Stette l' imperadore a Sancasciano più di due mesi, e nel 
mezzo del verno. Finalmente partitosi di quel luogo, se n'andò 
a Poggibonizzi , dove considerando la bellezza e opportunità di 
quel monte, ripose il castello in quel luogo , il quale dal re Carlo 
era stato disfatto, e quivi consumò il resto del verno. E non vi 
stette sanza molestia, perocché Sanesi, Colligiani eSangimigna- 



228 ISTORIA FIOREiNTINA. 

nesi vicini a Poggibonizzi continuamente lo nfestavano, e lui 
similmente faceva d' ogni ragione danno in su' loro confini. 

In questo tempo i Fiorentini, avendo il paese guasto intorno 
alla città, e molte terre che s' erano rebellate facendo loro guer- 
ra, ed essendo il nimico potente e disposto secondo la fama di 
fare a tempo nuovo maggiore sforzo , furono costretti per il pe- 
ricolo grande rifuggire al re Ruberto per aiuto. E per questa ca- 
gione vi mandarono due oratori : messer Iacopo de' Bardi di 
famiglia nobile e Bardano Acciajuoli, uomo in quel tempo di 
grande autorità nella repubblica. Questi due se n'andarono pri- 
ma a Siena, e poi a Perugia, e dall' una città e dall'altra ot- 
tennero ambasciadori che andassero di loro compagnia. E so- 
pravvennero ancora gì' imbasciadori de' Lucchesi e Bolognesi : 
e tutti questi insieme s' appresentarono al cospetto del re, e di- 
mostrando in quanto pericolo si trovavano le città di Toscana , 
domandarono aiuto. Il re, commendato la fede de' Toscani, 
disse che voleva essere capitano alle loro città, e personalmente 
venire al loro soccorso, se le occupazioni del regno lo lascias- 
sero ; ma in questo mezzo manderebbe Piero suo fratello con 
gente d' arme a cavallo. La qual cosa significata a Firenze sol- 
levò gli animi di tutti , e in tante afflizioni dette grandissima 
speranza. Ma poco di poi, questo loro conforto si diminuì assai 
per la domanda del danaio che fece il re , cioè il soldo di tre 
mesi per le genti che mandava. La prestanza di questo danaio 
aveva in sé molte diffìcultà. Prima, la camera del comune per le 
lunghe spese era vuota di danari : i patrimonj de' cittadini per 
le intollerabili gravezze erano consumati. A questo era aggiun- 
to, che Perugini, Bolognesi e Lucchesi, i quali erano più lon- 
tani da' nimici , non volevano concorrere a sopportare questa 
gravezza. E cosi tutta questa provvisione di danari ritornava in 
sulle spalle de 1 Fiorentini. E benché si cercasse avergli dal re in 
prestanza, nientedimeno, negandolo lui e mostrandosi duro, si 
venne per questa cagione a indugiare la venuta delle genti, le 
quali avendo ricevuto parte del danaio, aspettavano il resto. Ma 
andando la cosa per la lunga, e crescendo ogni dì il terrore del 



LIBRO QUINTO. 229 

nimico, giudicarono che in tanti e sì estremi mali, non vi fusse 
più salutifero rimedio che concedere al re pieno arbitrio del 
governo e reggimento della città. Fecesi adunque uno decreto 
pubblico , che i priori avessero autorità di fare quello eh' egli 
stimassero dovere essere il bene della repubblica : i quali prio- 
ri, avuto che ebbero consiglio de' cittadini, dettero al re il go- 
verno e il dominio della terra per cinque anni colle parole che 
appresso diremo : « Noi, vedendo i gravi pericoli della guerra 
» che sono al presente e per lo avvenire si dimostrano, ac- 
» ciocché il popolo fiorentino , la città e il contado si riduca a 
» salvamento, avuta solenne deliberazione, eleggiamo per anni 
» cinque Ruberto re di Cicilia per rettore, governatore, protet- 
» tore e signore della città e del popolo di Firenze colle infra- 
» scritte condizioni : che il re presenzialmente o per uno de' 
» fratelli o de' figliuoli governi la città ; non restituisca alcuno 
» degli usciti ; permetta al popolo usare le sue leggi ; il magi- 
« strato de' priori, com' egli è al presente, così lasci essere per 
» T avvenire nella repubblica. » Questi patti vi furono nomina- 
tamente ; dell' altre cose quasi tutte fu lasciato al re l' arbitrio 
libero. Questo decreto ed elezione fu mandata a messere Iacopo 
de' Bardi e Cardano Àcciajuoli oratori predetti, che in quel 
tempo erano a Napoli ; e fu commesso loro , che la presentas- 
sero al re, il quale lietamente l' udi e accettò. E uno primo atto 
che fece di non molta importanza gli acquistò grande benivo- 
lenza de' cittadini : perocché i priori che s' erano trovati a fare 
al re questa elezione avevano domandato per loro, e per loro 
fratelli e congiunti, esenzioni e privilegi ^ U0Yl della deliberazione 
del popolo ; e lui , approvate tutte quelle cose che si contene- 
vano nel decreto , solamente la domanda de' priori recusò in 
tale modo, che co' gesti e colle parole dimostrò quanto fosse re- 
prensibile la presunzione e disonestà loro. E di questo ne 
crebbe di grazia e fama appresso i cittadini, parendo loro che 
fosse vòlto come giusto principe piuttosto all' onestà della cosa 
che al piacimento degli uomini. E in questo modo si ritrovavano 
in quel tempo le cose della città. 



250 ISTORIA FIORENTINA. 

L' imperadore, come abbiamo detto, era a Poggibonizzi : e 
gì' imbasciadori del re Federigo, che in quel tempo teneva la 
Cicilia, vennero a lui, portandogli nuova materia di guerra, della 
quale, facendoci più innanzi, qui appresso diremo. Quando 1' im- 
peradore si trovava a Roma e drento nella città gli furono date 
assai molestie, fece lega e parentado con Federigo re di Cicilia. 
E principalmente si mossero a fare questo , per vendicarsi contro 
al re Ruberto e privarlo del regno : perocché questa via sola pa- 
reva loro atta a conducere ogni disegno , se il re Federigo si col- 
legasse collo imperadore, e si grandi potenze s'unissero insieme. 
11 re Federigo era mimicissimo del re Ruberto per l'antica con- 
tesa del regno di Cicilia; e perchè il re Ruberto aveva molte 
volte tentato di cacciarlo , si reputava gravemente offeso da lui. 
E per queste cagioni s'era inteso collo 'mperadore; e infra gli 
altri capitoli s' erano convenuti insieme la seguente state di fare 
la guerra nel Reame per mare e per terra. E a questo effetto il 
re Federigo doveva contribuire certa quantità di pecunia, la 
quale i suoi imbasciadori, che erano venuti a Poggibonizzi, 
avevano consegnata allo imperadore, e in nome del re Federigo 
domandato, che secondo le convenzioni si mettesse in punto 
contro al re Ruberto. Per la venuta adunque di questi imbascia- 
dori, nuovi pensieri e nuove contese s'apparecchiavano. L'im- 
peradore, avendo a provvedere a molte cose, e deliberando di 
tornare a Pisa , lasciò a Poggibonizzi e in quelli luoghi circu- 
stanti Branca Scolari che era degli usciti di Firenze, e all' A n- 
cisa e nel Valdarno di sopra Guido Capraia cittadino pisano per 
sua vicarj e al governo di quegli popoli. Lui non molto di poi 
andò a Pisa, e ordinò di fare venire nuova gente dalla Magna; 
e a' Genovesi comandò una grande armata. E aspettando questi 
apparati, in quel mezzo pubblicò gravissimi processi contro al 
re Ruberto e i Fiorentini e l'altre città collegate; molti uomini 
ancora di pregio nominati dagli avversar] condannò. E accioc- 
ché le sua genti non stessero oziose, per il mezzo de' sua con- 
dottieri, i quali erano uomini esperti nell'arte militare, quasi 
ogni giorno veniva alle mani co' Lucchesi. 



LIBRO QUINTO. 251 

Per questa cagione, nel principio del seguente anno i Fìo-a.wj 
rentini mandarono le genti a Lucca , e commisero loro che vi 
stessero tanto in loro ajuto quanto la guerra durasse in quegli 
luoghi. I Lucchesi riceverono molti danni in quel tempo : peroc- 
ché, oltre alle continue correrie che erano fatte in sul loro , per- 
derono alcune castella che furono tolte da'nimici. I Samminia- 
tesi ancora sentirono simili danni. Essendo già in ordine l'eser- 
cito e T armata al tempo diputato , l' imperadore mandò innanzi 
alla sua partita settanta navigli di Genovesi, acciocché s'unis- 
sero coli armata del re Federigo. Lui, partendo da Pisa circa 
a' di cinque d'agosto, entrò in cammino non molto sano della 
persona, e venne per il contado di Santo Miniato e di Firenze, 
e passando sotto le mura di Siena , si posò col campo a Monte- 
aperto, luogo celebrato per la rotta de' Fiorentini. Quivi aggra- 
vando nel male, andò al bagno a Macereto; e non pigliando 
conforto di quelle acque , si partì e fermossi col campo a Buon- 
convento. In questo luogo crescendo la malattia, pochi di poi 
che fu giunto, si morì nel mezzo del corso delle cose grandi. E 
certamente aveva messo al re Ruberto qualche spavento , peroc- 
ché le genti del re Federigo erano già passate nel Reame, e 
avevano preso Reggio, la qual terra è posta riscontro alla Cici- 
lia. Oltre a questo, due potentissime armate occupavano tutti 
quelli liti, alle quali non si poteva sanza grave difficultà fare re- 
sistenza: e sopravvenendo per arroto un uomo tanto ardito e 
ostinato nell'impresa, pareva che le cose del re Ruberto si con- 
ducessero in grandissimo pericolo. Ma il fine delle guerre non 
sia uomo alcuno che lo dica innanzi : perocché la battaglia è com- 
mune, come si dice , e spesse volte grandi terrori per piccoli mo- 
vimenti si spengono. 

Il corpo dello 'mperadore Arrigo con grande lamento de' sua 
fu portato a Pisa, e tutto il suo esercito si venne a dissolvere. 
Similmente l'armata de* Genovesi e del re Federigo e le sua genti 
che avevano passato lo Stretto , udita la morte dello 'mperadore, 
se ne ritornarono a casa. 

Le città di Toscana che s 1 erano intese con lui caddero 



252 lSIOKiA FIORENTINA. 

d' una grande speranza in un grande timore, spezialmente i Pi- 
sani per la vicinità de' Lucchesi e de' Fiorentini, i quali di fresco 
erano stati offesi per molti danni ricevuti : e pertanto , pensando 
alla propria salute, cercavano d'uno capitano che gli difendesse 
da'presenti pericoli. Era in quel tempo Uguccione da Faggiuola 
uomo vigoroso, e oltre alla esperienza dell' arte militare tempe- 
rato nella pace e di buono consiglio, e appresso conforme alla 
parzialità de' Pisani. Parve adunque loro di chiamarlo per capi- 
tano, e di commettergli tutta la 'mportanza delle loro cose. Lui, 
presa che ebbe la cura della città di Pisa, prestamente condusse 
ottocento cavalli delle genti tedesche che erano state collo 'mpe- 
radore Arrigo, dando loro grande speranza di premio: e simil- 
mente provvide all' altre cose necessarie con grandissima solle- 
citudine. Dipoi cominciò a muovere guerra a' Lucchesi, e dette 
loro tanta molestia , che le cose che egli avevano patite innanzi , 
a comparazione di quelle, parevano loro niente. Nel fare loro la 
guerra, non usava una volta l'anno a tempo diterminato uscire 
fuori col campo, come erano consueti fare nelle guerre passate, 
ma perseverando continuamente nell' arme , usava Pisa come 
alloggiamento e ricetto del campo per la vicinità di Lucca. 

Da altra parte i Lucchesi avendo circa al medesimo tempo 
dato l' arbitrio e il governo della terra al re Ruberto come i Fio- 
rentini , e posato la cura delle cose loro in sulle spalle d' altri , 
erano diventati negligenti a' fatti della guerra : e per questa ca- 
gione non facevano loro sforzo vigorosamente, come erano con- 
sueti. E benché da' loro collegati avessero aiuto, nondimeno fa- 
ceva loro poco frutto , perocché ogni volta che le genti ingros- 
savano a Lucca in loro favore, Uguccione si teneva drento in 
Pisa, e fingeva volersi quietare: poi che elle erano partite, cor- 
reva in sui confini de'nimici. Finalmente, erano tanti i danni e 
gl'incommodi che ricevevano i Lucchesi, che mancando gli altri 
rimedi, furono costretti venire a una iniqua pace: nella quale 
parte del contado loro e molti luoghi forti lasciarono a' Pisani , 
e consentirono ricevere drento gli usciti che erano della parte 
contraria. 



LIBRO QUINTO. 253 

Questa pace fu fatta nel principio dell'altro anno che eraA.w.. 
morto T imperadore Arrigo : alla quale contradissero molto i Fio- 
rentini, e annunziarono loro il danno che ne doveva riuscire. 
Dopo questa pace, tornando gli usciti in Lucca, segui dissen- 
zione drento quanto alcun' altra che fosse stata innanzi per la 
domanda che facevano de' loro beni : per le quali cose, finalmente 
vennero all' arme , e in sulla zuffa una parte chiamava i Fioren- 
tini e l'altra i Pisani. Ma Uguccione da Faggiuola giunse innan- 
zi, e fu messo dentro da quegli cittadini che per suo beneficio 
erano tornati nella città, e ipso facto l'altra parte fu cacciata di 
Lucca. Ma i Tedeschi e i Pisani, i quali con Uguccione erano en- 
trati drento, poi che si videro vincitori, si volsero a mettere a 
sacco tutta la terra, e non predarono meno i beni degli amici 
che de' nimici. Questa varietà certamente fu maravigliosa , che 
i Pisani nella paura e disperazione delle cose loro pigliassero 
Lucca, la quale innanzi in tante loro prosperità non avrebbero 
sperato potere ottenere. 

I Lucchesi cacciati della terra occuparono alcune castella in 
Valdinievole e in Valdarno di sotto , e di poi rifuggirono tutti al- 
l' aiuto de' Fiorentini. E veramente potevano accusare la negli- 
genza del re : e da altra parte la speranza de' Fiorentini non mancò 
loro. La prima cosa, avendo compassione il popolo alla calamità 
de' collegati, e pigliando la difesa, deliberò con prestezza sov- 
venire agli usciti, acciocché 1' empito del vincitore, in sul corso 
della vittoria e lo spavento de' cacciati , non togliesse loro le ca- 
stella dove e' s' erano ridotti. E pertanto, mandate le genti pre- 
stamente, dettero animo agli usciti e agli uomini di quegli luo- 
ghi a difendere le castella. Appresso, si volsero a fare maggiore 
apparato, pensando non solamente di sostenere la punta, ma 
ancora di fare la guerra a loro. Il capo e fondamento di questa 
impresa parve, che innanzi a ogni altra cosa fosse da richiedere 
il re Ruberto d' aiuto, e domandargli uno capitano di guerra: e 
per questa cagione mandarono imbasciadori alla maestà sua. Il 
re, mosso dalle cose che erano accadute a' Lucchesi e da' con- 
forti degli ambasciadori , mandò Piero suo fratello , giovane di 



t25i ISTORIA FIORENTINA. 

singulare grazia, con gente d' arme in Toscana : il quale l'agosto 
prossimo entrò in Firenze con grande favore e benevolenza di 
tutto il popolo. Essendo volta la cura de' cittadini alla guerra pi- 
sana e lucchese, nasceva uno sospetto che sopravveniva a que- 
sta guerra, e turbava tutti i loro disegni : perocché la parte che 
teneva Arezzo era apertamente nimica a quella di Firenze e agli 
altri collegati , e innanzi alla venuta d' Arrigo imperadore s' era 
mossa, e di poi apertamente s' era intesa con lui. 

In effetto la condizione degli Aretini e Lucchesi pareva che 
andasse del pari: perocché nell' una città e nell'altra reggevano 
i nimici, e gli amici e seguaci della medesima parte n'erano 
cacciati. Solamente v' era questa differenza, che lamina de'Luc- 
ehesi era più fresca, e da quella parte v'era co' Pisani Uguccione 
nimico più grave e più feroce. E pertanto deliberarono di trat- 
tare la pace cogli Aretini, per levarsi quello impedimento, ac- 
ciocché non gli avessero a turbare, quando fossero occupati nel- 
l'altra impresa. Questa concordia prese a conducere Piero fra- 
tello del re , che fu delle prime cose che facesse in Toscana : e 
bene che la conducesse con grande disavvantaggio degli usciti, 
nientedimeno fu in quel tempo necessaria. 

Le convenzioni furono queste: che al re Ruberto fosse dato 
il governo e il dominio d'Arezzo per cinque anni con questa ec- 
cezione, che non potesse rimettere alcuno degli usciti, nèedifi 
care fortezza drento o tenervi gente a guardia; che le rendite 
pubbliche fossero della città , e che il re non potesse di quelle 
domandare alcuna cosa; e che la città desse ogni anno al re 
quattromila ducati d' oro , e lui fosse obbligato difendergli nella 
pace e nella guerra. Per queste convenzioni, il re veniva avere 
il titolo e i denari; ma il governo della terra rimaneva a quelli 
medesimi reggenti. E appresso, la cura e la balia d' eleggere il 
magistrato permise al vescovo Guido, che era delle principali 
famiglie della parte che reggeva , e a messer Geri Spina cavaliere 
fiorentino: i quali ogni anno, mentre che durò in quella terra 
la presidenza del re, elessero in suo nome il magistrato che 
fusse al governo degli Aretini. 



LIBRO QUINTO. 255 

Dopo questa concordia fatta , tatti i luoghi che pel Valdarno 
di sopra in sulla venuta dello 'mperadore s' erano ribellati, per- 
duta ogni speranza di potere resistere , ritornarono a' Fiorentini. 
E in questo modo quietate le cose dalla parte d' Arezzo , sola- 
mente restava la guerra pisana. 

In mentre che il re e i Fiorentini provvedevano a queste 
cose, Ugiiccione non lasciava a fare cosa alcuna contro a'nimici : 
perocché, dopo l'avuta di Lucca, s'era fatto più innanzi per con- 
quistare le castella dove s'erano ridotti gli usciti, e non dava 
loro spazio a riaversi né riposo alcuno. E di quegli luoghi an- 
cora si volgeva colle genti verso i Pistoiesi , Samminiatesi e Vol- 
terrani, e da ogni banda faceva loro grandissimi danni. All'ul- 
timo si fermò con tutto lo sforzo a Montecatino , e fece intorno 
a quello molte bastie, e fornille di gente. E lui ora presente 
strigneva l'ossidione, ora se n'andava con parte delle genti e 
correva in sugli altri terreni de'nimici in forma, che a un tratto 
pareva ch'egli assediasse il castello e facesse la guerra altrove, 
e in tutti questi luoghi provvedesse. 

Durando l'assedio a Montecatino, e ogni di essendo più a. 1315 
stretti quegli di drento , venne a Firenze la state prossima 
un altro fratello del re Ruberto chiamato Filippo : per la ve- 
nuta del quale presero i cittadini grande conforto , e delibe- 
rarono d' ogni luogo mettere insieme le genti per levare ì 
nimici dall'assedio. Uguccione, udito lo sforzo che s'appa- 
recchiava contra di lui, raglino con sollecitudine non so- 
lamente tutte le sua genti, ma ancora quelle degli amici, e fer- 
mossi ostinatamente a Montecatino. I Fiorentini adunque e i loro 
collegati al principio d' agosto partiti da Firenze 1' andarono a 
trovare. 11 capitano era Filippo fratello del re: e neh' esercito 
v' era ancora V altro fratello chiamato Piero . il quale dicemmo 
di sopra essere venuto a Firenze mandato dal re : ma perchè egli 
era minore di tempo, il governo principale fu dato a Filippo. 
Costoro adunque, passando per il contado di Pistoia e entrando 
ne* confini de' Lucchesi, poi che vennero nel cospetto de'nimi- 
ci, posero il campo non molto lontano dal campo loro. Uguc- 



236 ISTORIA FIORENTINA. 

clone teneva ìe sua genti drento da' fossi e munizioni del campo, 
parendogli fare assai, se contro a tanto sforzo e contro alla vo- 
lontà degli avversarj perseverava nella ossidione. E pertanto, leg- 
gieri scaramucce si facevano quasi ogni dì fra V uno campo e 
l'altro, ma non si conducevano cogli eserciti a una intera zuffa. 
Essendo stati in questa maniera alquanti dì, Uguccione, temendo 
di cose nuove, le quali gli erano significate apparecchiarsi a Lucca 
per la sua assenza, deliberò di partirsi coli' esercito quietamente; 
e se pure fussi sforzato venire alle mani, allora fare pruova di 
battaglia. La notte adunque, messe che ebbe le sua genti in 
squadra, in sul fare del dì arse gli alloggiamenti, e movendo le 
bandiere, cominciò a entrare in cammino: ma come fu veduto 
dal campo de' Fiorentini, subitamente si levò il rumore, e gri- 
dando che il nimico fuggiva, tutto il campo si mise in arme. 
Uguccione, vedendo manifestamente che non si poteva partire 
senza fare zuffa, volse subitamente le bandiere, e ferocemente 
assaltò il campo de' nimici. I Sanesi e Colligiani erano alla guar- 
dia di quella parte donde e' venne : i quali, non essendo ancora 
a ordine, furono turbati dalle prime squadre e costretti a voltare 
le spalle. Le squadre d' Uguccione, passate le prime munizioni 
del campo, entrarono più drento, continuamente combattendo : 
e vedendo lui che tutto l'esercito de' nimici era perturbato e 
disordinato, mise innanzi le genti tedesche a cavallo; di poi 
venne lui con tutto il resto della moltitudine. In questo primo 
assalto i Fiorentini combattevano egregiamente : e benché la cosa 
fosse stata tanto subita, che non aveva dato loro spazio d' ordi- 
nare F esercito e confortare le genti, nientedimeno, correndo a 
quella parte dove era maggiore tumulto, dissiparono e oppres- 
sero le prime squadre de' nimici che volonterosamente s' erano 
messe drento. Ma poi che sopravvennero le genti tedesche, tutti 
quegli che più vigorosamente combattevano essendo o abbat- 
tuti o feriti, dettero la via a' nimici. Uguccione col resto delle 
genti in battaglia seguiva, e non dava loro spazio di potersi ria- 
vere o rinnovare la zuffa. Finalmente, dopo una grande occi- 
sione, furono rotti i Fiorentini e messi in fuga: e dalla parte 



LIBRO QUINTO. 237 

loro e de' loro collegati più di dumila vi rimasero morti ; e infra 
costoro fu morto Piero fratello del re Ruberto e uno figliuolo 
di Filippo chiamato Carlo ; e appresso , il fiore delia nobiltà fio- 
rentina. Il resto del campo per diverse vie e in diversi luoghi sì 
fuggirono; molti ancora ne' paduli vicini annegarono. Filippo, 
avendo perduto il fratello e il figliuolo, mescolandosi fra quegli 
che fuggivano , scampò : e quel di , perchè era oppressato dalla 
febbre, non s'era adoperato nella zuffa, né aveva potuto fare 
l'officio del capitano. Uguccione ancora non ebbe la vittoria 
sanza perdita e occisione de' sua, perocché Francesco suo figliuo- 
lo, che si trovò con quegli dinanzi, fu morto nella zuffa, e quasi 
tutta la prima schiera fu oppressata e distrutta. 

Dopo a questa battaglia, gli uomini di Montecatino , diffi- 
dandosi d' ogni sussidio, dettero il castello al vincitore. La città 
di Firenze avendo ricevuto questa rotta, non tanto provvedeva 
a' rimedj quanto riguardava la maestà del re, sperando che per 
la calamità de' sua si dovessi muovere prestamente alla ven- 
detta. Ma il re, o per la sua prudenza o per essere lento, non 
si risentiva come era Y appetito e desiderio degli uomini : e 
pertanto erano alcuni che cominciavano a calunniare la maestà 
sua, e finalmente dicevano in palese, che per la colpa de' suoi 
capitani s* era ricevuta quella rotta e che si voleva cercare uno 
principe di maggiore animo. 

Accrebbe ancora sommamente questo sdegno la mandata 
che fece il re d' uno capitano di guerra chiamato Novello con 
una compagnia piccola di gente e non conveniente a una tanta 
perdita fatta dalla casa regale. Nel principio adunque del se- A .| 3I{ j, 
guente anno, crescendo l'odio verso il re, ne rimandarono 
questo capitano Novello circa quattro mesi di poi eh' egli era 
venuto a Firenze, e cercavano d'un altro principe e d'un al- 
tro capitano. Erano alcuni che consigliavano, che si chiamasse 
di Francia Filippo figliuolo di Carlo di Valosa: alcuni altri di- 
cevano, che non si voleva alienare 1' animo del re, e dopo la 
morte de' sua ingratamente rifiutarlo. Da queste contenzioni 
nacque fra i cittadini di Firenze due sètte : V una favorevole al 



258 ISTORIA FIORENTINA. 

re, l'altra contraria; le quali perle loro contese erano cagione, 
che non si faceva alcuno provvedimento alla guerra. 

Ma in questi mali unico rimedio fu la discordia che nacque 
appresso a' nimici : perocché i Pisani , dopo la vittoria d' Uguc- 
cione temendo la sua grandezza, ed essendo sicuri dalla parte 
de' loro avversarj , cominciarono a pensare di levarsi da dosso 
questo giogo : e lui ancora, conoscendo questa cosa, cominciò 
a volgere 1' animo dalla persecuzione de' nimici contro a citta- 
dini. E già alcuni Pisani di più stima, accusati di trattato, erano 
stati morti: gli altri,' per paura, contro alla loro volontà sop- 
portavano questo dominio. Lui, crescendogli il sospetto, non 
aveva ardire d' uscire fuori contro a' nimici e lasciare i Pisani 
sanza guardia. Questo fu cagione di dare a' Fiorentini spazio e 
requie dalla guerra, e fu piuttosto inopinato beneficio che prov- 
vedimento di loro proprio consiglio. 

Ma come interviene dell'altre cose violente, i fatti d' Uguc- 
cione, poco tempo durarono: perocché, dopo molte suspizioni, 
finalmente fu cacciato da Pisa e da Lucca. Era uno giovane 
molto nobile, chiamato Castruccio, ardito e vigoroso, nel nu- 
mero e nella setta di coloro che per il beneficio d' Uguccione 
erano tornati a Lucca. La età e la nobilita del sangue gli davano 
grande favore e tiravanlo innanzi. Questo tale, avendo fatte 
alcune occisioni e rapine in Lunigiana, per commessione di Neri 
da Faggiuola era stato preso e incarcerato, e aspettava per le 
colpe commesse d' essere morto. Ma i Lucchesi tanto grave- 
mente sopportavano questa cosa, che manifestamente si vedeva 
che non avrebbero a sofferire la morte di questo giovane. E già 
s' era cominciato a fare ragunate e intelligenza per tutta la città. 
Neri da Faggiuola vedendo la terra indubitatamente vòlta alla 
rebellione, significò al padre, che con grande celerità vi prov- 
vedesse. Uguccione, intesa la novella, subito uscì di Pisa colle 
genti d' arme a cavallo, e andò inverso Lucca con proposito di 
fare morire il prigione e gastigare coloro che erano capi di 
quella novità, e di poi subitamente tornare a Pisa. Ma i Pisani, 
veduto Uguccione uscito della terra, parve loro avere Tocca- 



LIBRO QUINTO. 239 

sione molto innanzi desiderata; e subitamente presero l'arme, 
chiusero le porte, e col fuoco e col ferro corsero alla casa 
d'Uguccione. La novella di questa rebellione fu prestissimamente 
portata a Lucca : e loro in simile modo presero Y arme e af- 
forzarono le case e per le vie misero impedimenti da fare re- 
sistenza ; e tanto più diligentemente fecero questo , quanto che 
intendevano lui venire a Lucca per la loro distruzione. Uguc- 
cione, spaventato per queste cose, vedendo che di drieto e di- 
nanzi gli era chiusa la via, e non gli restando alcuna speranza 
d' ottenere la impresa, all' ultimo, riavuto il figliuolo, se n'andò 
in Lunigiana. 

Durò il governo d' Uguccione a Pisa circa tre anni : e in 
questo brieve -tempo fece molte cose degne di memoria ; e allo 
stremo, quasi dalla varietà delle cose umane percosso, in uno 
medesimo dì perde il dominio di tuttadue queste città. 

L'anno seguente i Pisani mandarono imbasciadori al ren.mi. 
Ruberto; e dolendosi del caso del fratello e del nipote, umil- 
mente ne fecero scusa, e volsero tutta questa colpa a Uguc- 
cione da Faggiuola: e narrarono, come da principio 1' avevano 
chiamato al governo per loro difesa, come permette la ragione; 
e insino a tanto s 7 erano rallegrati del suo reggimento, quanto 
che s' erano difesi dalle ingiurie de' Lucchesi e fatto accordo 
con loro. Quello che era seguito di poi, dicevano essere per 
cagione d' Uguccione e non de' Pisani, il quale avevano trovato 
essere uomo duro e aspro e seminatore di liti e di contese , e 
vòlto piuttosto alla propria tirannide che alla commodità del po- 
polo pisano: di qui era venuto la preda di Lucca, di qui la cac- 
ciata degli amici del re , e di poi susseguentemente era per suo 
ordine nata la guerra e l' assedio di Montecatino e le correrie e 
danni de' Pistoiesi e Volterrani ; e che si poteva comprendere 
per il suo fine quanto i loro governi erano loro dispiaciuti, pe- 
rocché non avevano quietato insino a tanto che coli' arme in 
mano non P avevano cacciato della città. Pregavano adunque la 
maestà sua, che s' egli aveva nel suo petto riserbato alcuna ira 
o alcuno sdegno, conosciuto la verità, la volesse mitigare; e 



240 ISTORIA FIORENTINA. » 

avendo cacciato il tiranno che era stato autore e cagione di 
tutti questi mali, volesse consentire a' prieghi loro, e dare la pace 
a* Pisani. 

Il re, il quale non era innanzi male disposto, udito il par- 
lare di questi ambasciadori, si volse alla pace. Le condizioni fu- 
rono queste : che tutti i prigioni de' Fiorentini e collegati fos- 
sero lasciati; e che la medesima esenzione che si conteneva 
nella pace di prima fosse conservata da' Pisani al popolo fioren- 
tino. I Lucchesi ebbero ancora la pace con queste medesime 
condizioni, eccetto che fu aggiunto nell'accordo, che tutte le 
castella de' Lucchesi, che tenevano gli usciti, rimanessero 
nelle mani di coloro che le tenevano. Questa pace fu quasi da 
tutti biasimata e reputato il re pusillanimo , per averla conce- 
duta loro contro alla sua degnità : e massimamente fu molesta 
a' Fiorentini , che desideravano vendicarsi della rotta di Monte- 
catino. Ma perchè non paresse che volessero diminuire l'auto- 
torità regale, pure in fine, benché malevolentieri , la ratificarono. 

In questo medesimo anno fu deliberato, che le genti 
d'arme a cavallo, quando andassero alla guerra, portassero 
queste arme: la celata e l'elmetto, la corazza e bracciali, la 
falda, gli schinieri, tutti di ferro. E fecero questo provvedi- 
mento, perchè s' era veduto per esperienza nella prossima bat- 
taglia, che l' armadura leggieri aveva nociuto a molti. 

Circa questo tempo il re Ruberto , che per varie querimo- 
nie aveva perduto di grazia nella città di Firenze, la racquistò 
per opera massimamente d'uno suo luogotenente: perocché, 
dopo lo sdegno nato poco tempo innanzi, il re aveva diputato 
per suo vicario nella città di Firenze il conte Guido, il quale, 
perchè egli era vicino e quasi cittadino, e conosceva non sola- 
mente la infermità de'cittadini, ma ancora l'origine e le cagioni 
del loro male, volse tutto il suo pensiero a pacificare la terra. 
Erano drento più di cinquanta inimicizie capitali di famiglie no- 
bili e di popolo : le quali tutte, per la buona provvidenza di co- 
stui e coll'aiuto della repubblica, si levarono via, e, come della 
guerra fussi fatto pace, si posarono 1' arme. 



LIBRO QUINTO. 241 

Questi privati accordi de' cittadini prestamente si tirarono 
drieto l'unione pubblica, perocché innanzi ogni dissensione 
nella città nasceva dalle private contese. Segui adunque mas- 
simamente per la diligenza di costui grande tranquillità pubblica 
e privata. E certamente non è cosa alcuna tanto dura , che per 
beneficenza non si muova, come accadde allora che la città, 
poco innanzi àVendo a odio il re, per il beneficio di questo 
luogotenente, di nuovo si voltò a lui; e pensando loro prima di 
tòrgli T autorità e il dominio innanzi al termine, subito mutando 
pensiero, il prolungarono per tre anni. 

In questo medesimo anno dettero aiuto agli usciti di Cre- 
mona e a' cittadini di Parma loro amici, perchè facessero resi- 
stenza agli avversar]*. 

Il seguente anno né drento ne di fuori truovo essere fatta A .»3ts. 
alcuna cosa memorabile, eccetto che mandarono aiuto al re Ru- 
berto, che in quel tempo si trovava a Genova: perocché, es- 
sendo venuto in Genova grande dissensione, una delle parti 
più potente nell' arme aveva cacciata Y altra parte, e aveva ri- 
messo sé e la città nelle mani del re. Ma quegli che ne furono 
cacciati rifuggirono agli amici della parte loro per il Genovése e 
per Lombardia, e con loro aiuto facevano forza di ritornare 
drento. Questa contesa aveva tirato il re a Genova, il quale per- 
sonalmente amministrava la guerra. Mandarono adunque i Fio- 
rentini per questa cagione delle loro genti, e simile ne manda- 
rono i loro collegati, e in molti luoghi furono utilissimi al re. 
Questa contenzione crebbe in modo, che non solamente il paese 
di Genova, ma ancora tutta la Lombardia si venne a dividere; 
e la Toscana, seguendo il medesimo movimento, rinnovò gran- 
dissime guerre. 

Mescolossi ancora in queste cose papa Giovanni: il quale, 
dando favore al re e a' suoi, rinnovò la controversia antica con- 
tro a' partigiani dello imperio. Essendo adunque questa guerra 
a Genova e per Lombardia come uno incendio dilatata e 
avendo i Fiorentini mandatovi grande aiuto, la parte avversa, 
per impedire quelle genti, con molti premii indussero Ca- 
ie 



242 ISTORIA FIORENTINA. 

struccio (il quale dopo la cacciata d' Uguccione da Faggiuola era 
fatto signore di Lucca) a rompere l'accordo, e muovere guerra 
.1320. in Toscana contro a' Fiorentini, Castruccio, circa due anni 
dopo alla pace fatta, non avendo ricevuto prima alcuna ingiu- 
ria, entrò ostilmente nel contado di Firenze, e predando colle 
genti, trascorse insino a Empoli, e d'improvviso prese alcuni 
luoghi assai forti. Per questa novità, i Fiorentini rivocarono con 
prestezza mille cavalli eh' egli avevano mandati in Lombardia. 
Crebbe ancora il sospetto in Toscana, perchè il vescovo Guido, 
sollevato dalla parte, aveva preso la signoria d'Arezzo. Questo 
vescovo era uomo egregio, e di famiglia ghibellina e molto con- 
traria al popolo fiorentino: il perchè si credeva, che la sua esal- 
tazione fosse proceduta da quegli medesimi che avevano mosso 
la guerra di Castruccio. Tornarono adunque le genti di Lom- 
bardia: e Castruccio, parendogli che per sua opera fossero state 
ritratte da quella impresa, n' ebbe grande piacere; e per dimo- 
strare alla parte amica la sua potenza e il suo ardire, e che non 
solamente in levare loro da dosso le genti inimiche, ma ancora 
colla presenza sua dava loro aiuto, si mosse personalmente 
coli' esercito, e andò in quello di Genova. I Fiorentini da altra 
parte, per ritrarlo di Genovese, non molto dopo la sua partita, 
entrarono ne' confini de' Lucchesi, e con grande sforzo posero 
campo a Lucca: donde segui, che Castruccio per questo timore 
fu costretto riguardare addietro e prestamente riducere le genti 
verso Lucca. Ma i Fiorentini , come sentirono la tornata sua, e 
che s'appressava coli' esercito , predarono il paese e ridussero 
le genti a Fucecchio. Castruccio gli andò a trovare con animo 
di pigliare la zuffa, se loro la consentissero. Il proposito de' Fio- 
rentini non era stato di combattere , né a quel fine erano en- 
trati nel contado di Lucca, ma solo l'avevano fatto per rivocarc 
il nimico : la qual cosa essendo loro riuscita, per allora non cer- 
cavano altro. 

L' esercito dell'una parte e dell'altra stette assai in que' luo- 
ghi, e solamente il pachile non molto largo gli tramezzava. 
All'ultimo, aspettando invano, sanza fare zuffa si partirono : e 



LIBRO QUINTO. 245 

nientedimento fu opinione, che nello stare l'uno campo contro 
all'altro, Castracelo fosse superiore, non tanto per numero di 
gente, quanto per ardire e desiderio di combattere. I Fiorentini 
adunque, essendosi partiti da Fucecchio con non molto pro- 
spera fama, per emendare tale opinione, fecero grande sforzo, 
e deliberarono d'offendere in due luoghi il nimico, stimando 
per questo modo potere più facilmente abbattere il suo ardire, 
se in uno medesimo tempo gli muovessero guerra da due luo- 
ghi. E pertanto , la state prossima, mandarono in Lunigiana \.\Z2\ 
parte delle genti al marchese Spinetta capo di quel paese, il 
quale pe' tempi innanzi essendo stato molestato da Castruccio, 
e avendo perduto le sue castella e possessioni, coli' arme le 
racquistava. Fecero adunque accordo con lui, e, come è detto 
di sopra, gli mandarono gente: e loro da altra parte col resto 
dell'esercito entrarono in quello di Lucca, e posero campo a 
Monte Vettolino. E a uno tratto in Lunigiana il marchese Spi- 
netta, unitele genti de' Fiorentini colle sua, fece gran danno 
a' nimici, e racquistò tutti i luoghi perduti: e da altra parte si 
stringeva d'assedio Monte Vettolino. Castruccio, benché da due 
luoghi fosse offeso, nientedimeno non gli parve da dividere le 
sua forze: ma messe insieme tutte le genti, venne a Monte Vet- 
tolino con certissimo proposito di fare zuffa , se i nimici non la 
ricusassero. 1 nostri, sentendo la venuta di Castruccio, e dubi- 
tando che non fosse loro impedita la vittuvaglia, perchè egli 
era più abbondante di gente d' arme a cavallo, abbandonarono 
la ossidione, e tornando indrieto, si ridussero in sui loro con- 
fini. Castruccio gli seguitò con prestezza; e ponendo il campo 
suo presso al loro, gli richiese arditamente di battaglia: e loro, 
fingendo di volere V altro dì venire alle mani, e facendo molti 
apparati per questa dimostrazione, di poi, in sulla mezza notte, 
ingannato il nimico, si levarono, e a salvamento si condussero 
a Fucecchio, e drento dal castello misero tutte le genti. Ca- 
struccio ancora gli seguitò in quegli luoghi, e innanzi al ca- 
stello ordinò tutto il campo in battaglia, e fece suonare le trom- 
bette: e ultimamente, non gli potendo tirare alla zuffa, dette 



244 ISTORIA FIORENTINA. 

il guasto al paese circostante. Di poi si volse a molestare gli al- 
tri luoghi de' Fiorentini e de' collegati: e per questa cagione fu- 
rono rivocate le genti di Lunigiana; e dopo la loro partita, Ca- 
struccio racquistò facilmente tutte le castella che gli erano state 
tolte. In questo modo gli sforzi della città, quello anno, contro 
alla opinione d' ognuno, ritornarono invano: perocché in Lu- 
nigiana non si fece alcuno profitto, e a Monte Vettolino e negli 
altri luoghi dove si trovarono maggiore numero di gente , fu 
reputato il nimico assai superiore. 

In quello medesimo anno la città, mossa dalla grandezza 
della guerra, crearono dodici uomini, i quali consigliassero i 
priori, parendo che per loro medesimi non potessero sostenere 
sì grande pondo delle cose che si trattavano. Fu creato questo 
magistrato nel 1321 , e ne' tempi di poi successivamente conti- 
nuato nella repubblica. Furono ancora in quello medesimo anno 
certe torri e parte delle mura compiute. 
a. 4322. L'anno prossimo i Pistoiesi, molestati da Gastruccio, dopo 
molti danni ricevuti, fecero pace con lui, e abbandonarono la 
lega antica de' Fiorentini : e benché vi fossero mandati da Firenze 
più imbasciadori per impedire questa cosa, nientedimeno una 
falsa opinione del proprio commodo ebbe tanta forza, che gli fece 
volgere piuttosto alla quiete loro che alla onestà. 

Circa questo medesimo tempo, si divulgò uno romore, come 
Castruccio mandava parte delle genti per il contado di Siena in 
quello d'Arezzo. E a uno tratto i Sanesi temevano di novità per 
la inimicizia di due potentissime famiglie, cioè Tolomei e Salim- 
beni, le quali avevano diviso tutta la terra: e per questo si mandò 
aiuto prestamente a Siena, il quale in tanto timore confortò il 
popolo. E delle genti di Castruccio mandate in quello d' Arezzo 
s'intese il romore essere falso: perocché non erano state alcune 
genti, ma solamente uno rettore, il quale s'eleggeva dagli Are- 
tini forestiero, essendo chiamato da Lucca e entrato in quello 
d'Arezzo con grande compagnia, dette fama di gente mandata. 

In quello medesimo anno il vescovo Guido, il quale di- 
cemmo di sopra avere preso il dominio d'Arezzo, con gente 



LIBRO QUINTO. 243 

d'arme assediò la fortezza di Fronzole posta di sopra a Poppi, e 
finalmente la prese. Di poi pose il campo a Castello Focognano: 
e la cagione di questo sforzo era , perchè gli uomini di quello 
castello erano reputati di parte contraria, e nella guerra dinanzi 
avevano tenuto co'Fiorentini e cogli usciti d'Arezzo. Essendo 
adunque assediati per queste cagioni, lo significarono a Firen- 
ze, e domandarono aiuto. 1 Fiorentini, benché reputassero dan- 
noso aggiugnere alla guerra lucchese ancora quella d' Arezzo , 
nientedimeno, per non abbandonare quegli uomini loro fedelis- 
simi, e perchè dubitavano che il vescovo pigliando quello ca- 
stello non fabbricasse maggiori cose, deliberarono mandarvi 
aiuto. E prima mandarono subitamente certa quantità di gente 
d'arme a cavallo in Casentino : di poi, richiesti gli aiuti de' colle- 
gati, misero in punto maggiore gente. Ma il vescovo, di e notte 
strignendo l'assedio, prese il castello, e disfecelo insino a' fon- 
damenti. E pertanto, gli apparati a Firenze furono lasciati ad- 
drieto ; e il vescovo , dopo la distruzione di Castel Focognano , 
non andando per allora più oltre, ridusse le genti a Arezzo. 

Essendo dall'una parte il sospetto della guerra aretina, dal- 
l'altra parte di quella di Castruccio, e vedendo i Pistoiesi spic- 
cati dalla lega, si deliberò raunare l'esercito generale, per in- 
tendere gli animi degli altri confederati. E pertanto ,• come se 
occultamente si trattasse qualche cosa grande, si comandarono 
tutte le genti, che a' sette di luglio fossero in arme; e similmente 
richiesero gli aiuti de' collegati , i quali si raunarono più copio- 
samente che alcun* altra volta: e tanto fu il concorso d'ogni 
uomo, che molte migliaia di cavalli e fanti si trovarono insieme 
al tempo ordinato. La qual cosa sollevò gli animi de' cittadini 
che niente più temevano , e spaventò la parte avversa, che udito 
questi apparati, e non sapendo la cagione , e alcuni divulgando, 
ch'egli era trattato in Pisa, alcuni in Arezzo, alcuni in Lucca, 
in effetto ognuno temeva e stava attento a' fatti sua. Ma non 
molto di poi, commendati e ringraziati i collegati, come se 
{e cose non riuscissero, licenziarono gli aiuti che se ne tor- 
nassero a casa. 



246 ISTORIA FIORENTINA. 

Alia fine di quello anno, a stanza di papa Giovanni, 
mandarono i Fiorentini da capo gente in Lombardia: peroc- 
ché, essendo il re e il papa occupati nella guerra di Geno- 
va, e trattandosi delia commune contesa delle parti, tutta 
Lombardia era sollevata; e similmente pareva, che la guerra 
di Toscana dipendesse da quella, per rispetto che i nimici del 
re e del papa avevano mosso Castruccio a pigliare 1' arme in 
Toscana. 11 vescovo Guido degli Aretini, benché non si scoprisse 
apertamente, nientedimeno si sentiva ogni di, che fabbricava 
cose assai contro agli amici e confederati de' Fiorentini, e che 
dipendeva tutto dal favore della parte avversa. Furono man- 
date adunque le genti in Lombardia con condizione, che la 
seguente state i Genovesi per la via di mare e i Fiorentini e 
confederati da altra parte con tutte le genti per la via di terra 
venissero in quello di Lucca: perocché pareva loro, che se 
in uno medesimo tempo strignessero Lucca da ogni banda, 
si dovesse disiare Castruccio. Facendo adunque a questo pro- 
posito loro apparati, uno condottiere de'Frollani, il quale in- 
sino a quel dì molto fedelmente era stato a soldo de' Fioren- 
tini, corrotto per il mezzo del danaio, se ne fuggì a Castruc- 
cio. Questa cosa turbò gli animi di molti, non tanto per la 
compagnia che ne menò seco, che furono circa dugento ca- 
valli che lo seguitarono, quanto per il sospetto dell'altre genti 
dell'esercito: e per tale cagione, parve loro di soprassedere 
e non entrare in sul contado di Lucca come era ordinato, 
ma piuttosto dissolvere per allora gli apparati fatti. Castruccio da 
altra parte, avendo per questo preso ardire, e trovandosi colle 
genti le quali aveva messe a ordine per la sua difesa , si fece 
innanzi, e pose campo a Fucecchio: e di quello luogo, pas- 
sato Arno, corse in quello di Santo Miniato e di Montetopoli, 
e per tutto fece grande danno e messe spavento a quegli luo- 
ghi. Di poi con grande festa se ne ritornò a Lucca, paren- 
dogli avere fatto quello inverso i nimici che minacciavano fare 
inverso di lui. 

Mentre che da Castruccio si facevano queste cose, il ve- 



LIBRO QUINTO. 247 

scovo Guido eoa alquanta gente degli Aretini andò a campo 
a Faggiuola e alcune altre castella de'figliuoli d'Uguccione: 
e fu la cagione di questa impresa, perchè loro, benché fos- 
sero simili e conformi nella parte, nientedimeno dimostravano 
di sopportare malevolentieri la signoria del vescovo. Andò 
adunque il prefato vescovo al conquisto di quelle castella, e 
poi che ebbe preso molte fortezze delle loro , che erano in 
luoghi asprissimi, cioè nei confini del contado d'Arezzo presso 
al giogo dell' Appennino, ridusse l'esercito indrieto, e pose 
campo alla Rondine. Questo castello era già molto innanzi 
fedelissimo de' Fiorentini: e pertanto quegli uomini nel prin- 
cipio dell'assedio subitamente mandarono a Firenze a doman- 
dare aiuto. 1 prieghi de' quali, perchè erano fedelissimi uomini, 
movevano tutti i cittadini: ma la città, trovandosi occupata 
nella guerra di Castruccio, per non s'allettare altre contese 
addosso di verso Arezzo, non ardiva mandare aiuto, né ancora 
per vergogna lo sapeva negare. Onde, stando così quegli 
uomini fra la speranza e il timore, sopportarono l'assedio 
alquanti mesi. Finalmente, quando e' videro essere ogni dì più 
stretti, e che non era dato loro alcuno aiuto, restituirono il 
castello agli Aretini. 

In quello medesimo anno Castruccio, fuori del pensiero A> 1323 
d'ognuno, \enne coli' esercito in quello di Prato: e fu tanto 
lo spavento per la sua venuta repentina e delle genti del con- 
tado che gli fuggivano innanzi, che insino della terra di Prato 
si temeva. E per questa cagione i Fiorentini, chiuse le bot- 
teghe per tutta la città e i luoghi di giudicio, popolarmente 
uscirono contro a Castruccio in tal modo, che fra poche ore 
furono in arme più di ventimila fanti e circa dumila cavalli 
terrazzani. Tutta questa moltitudine si condusse a Prato, e 
posero il campo a riscontro de' nimici. Castruccio s'era posto 
colle sua genti presso alla villa d 7 Aiuolo : il quale, poi che 
vide sì grande moltitudine venire contro a lui, benché e' non 
fosse sufficiente a sostenere tanta forza, nientedimeno, fin- 
gendo di rifilarsi nelle sua genti, mostrò di volere combat- 



248 ' ISTORIA FIORENTINA. 

tere l'altro giorno, e tenne la parte avversa in questa spe- 
ranza. Di poi, la notte quietamente e con silenzio si levò, e 
passato il fiume dell' Ombrone, se n'andò per il contado di 
Pistoia, e non si fermò prima che al castello della Serra. 1 
Fiorentini in sul levare del sole vedendo vuoti gli alloggia- 
menti de' nimici, e volendo pigliare qualche partito , furono 
di varj pareri. La moltitudine consigliava, che prestamente si 
dovesse seguire Castruccio: la nobilita, o per sdegno ch'ella 
avesse contro alla moltitudine , o per essere più sperta nella 
guerra, non poneva speranza in uno esercito sì subitamente 
fatto e d'ogni ragione gente ragunato; e confortava, chele 
genti si riducessero a casa, e in altro tempo più commodo 
richiesti i collegati, e fatto uno solenne apparato, si andasse 
nelle terre de* nimici. Questa varietà di sentenze generò tanta 
dissensione, che la moltitudine accusando la fede della nobi- 
lita, è la nobilita la stoltezza della moltitudine, vennero fra 
loro in gravissimi odii: e pertanto parve loro da mandare a 
Firenze, e rimettere questa cosa interamente nella volontà 
de' priori. E fu cagione ancora nella città appresso di coloro 
che erano rimasi a casa generare discordia, per la varietà delle 
sentenze non solamente de' priori ma ancora degli altri cit- 
tadini, insino a tanto che, levandosi la moltitudine de' fan- 
ciulli e dell' infima plebe e gridando pe' canti e per le piazze, 
fu deliberato l'andata. 

Mossesi adunque 1' esercito con incredibile moltitudine : 
perocché , oltre alla turba della terra che tutta s' era volta a 
quella impresa, ancora del contado vi correva ognuno; e gli 
aiuti de' collegati , che alla prima venuta del nimico s' erano 
mossi, frequentemente v'abbondavano. Essendo condotti in- 
torno a Fucecchio, eia nobilita che aveva sconfortato la impresa 
seguitando solamente le bandiere, e lasciando la cura delle vit- 
tuvagìie e delle altre cose a coloro che erano stati confortatori 
di quella andata, non si faceva cosa alcuna a tempo, in tal modo 
che vedendo manifestamente la vanità di questa cosa, si venne 
la impresa stoltamente fatta a risolvere. E pertanto, questo si 



LIBKO QUINTO. 249 

grande e copioso esercito non entrò in sul terreno de' minici, e 
non fecero alcuno profìtto; ma pieni di querimonie, e rimpro- 
verando le ingiurie l' uno all' altro , se ne tornarono a casa , e 
tiraronsi dreto grandissime contese insino dal campo per la fede 
data agli usciti. Perocché, in sulla prima Tenuta di Castruccio, 
quando fu portata la novella eh' egli era in quello di Prato, e 
che si credeva ch'egli avessero a fare fatti d'arme, fu promesso 
agli usciti la revocazione nella città, se nel campo si trovassero 
armati contro al nimico : e per questa cagione uno grande nu- 
mero d' usciti era tratto neh' esercito. Ed essendo di poi nate di- 
scordie tra' cittadini, e condotto il campo insino a Fucecchio, e 
tornando a Firenze male d' accordo , fu messo sospetto agli 
usciti, che le promesse non sarebbero loro osservate, e furono 
alcuni che li confortavano a provvedere a' fatti loro : e pertanto, 
mossi gli usciti da queste cose , deliberarono d' anticipare la 
tornata dello esercito. Partiti adunque sotto la loro bandiera, 
vennero verso la terra con animo d' entrare dentro armati. La 
città che aveva notizia delle discordie e contese dello esercito , 
come intese la venuta degli usciti, dubitando che non fossero 
stati mandati innanzi per fare qualche novità, prese V arme, e 
vietò loro la tornata della terra. Schiusi adunque gli usciti, si 
fermarono innanzi alla porta; e l' altro di, sopravvenendo il re- 
sto dello esercito , dubitarono della forza de' cittadini , e tiran- 
dosi addrieto, si fermarono a Prato, e quello che eglino ave- 
vano cerco coli' arme cominciarono a domandare colle parole e 
co' prieghi : e per cagione di questa loro domanda , vennero 
con salvocondotto pubblico otto amhasciadòri degli usciti. La 
nobilita dava loro favore, perocché fra gii usciti v' era alcuni di 
nobili famiglie e una gran moltitudine di loro seguaci e malfat- 
tori, i quali la nobilita usava molto a suo proposito: e per que- 
ste cagioni favorivano molto la tornata degli usciti. I priori an- 
cora, che avevano fatta la promessa, gridavano che ella si do- 
vesse osservare loro , e che si provvedesse che gli uomini non 
fossero ingannati sotto la fede pubblica. Da altro canto la mol- 
titudine, parte per consuetudine di biasimare, parte per isde- 



250 ISTORIA FIORENTINA. 

gno delio esercito ritornato con vergogna, era contraria a 
questa domanda. 

Finalmente, mettendo il magistrato in pratica questa cosa, 
gli ambasciadori degli usciti vennero in consiglio, e parlarono 
in questo modo : « Se del nostro esilio o della condizione di 
» ciascheduno di noi s'avesse a trattare, ci bisognerebbe usare 
» altra orazione che questa e altro modo di dire. Ma in qua- 
li lunque grado ci siamo, avendo voi fatta la promessa che 
» v'è nota, ci basta solamente fare una semplice domanda, 
• e questo è: che scacciati i nimici e ogni loro terrore ri- 
» mosso, ci osserviate la fede pubblica, la quale in sulla loro 
» venuta ci prometteste. In questa nostra petizione, se ci è 
» alcuno che stia sospeso, è necessario che si muova o per 
» negare la promessa essere stata fatta, o per dire che ella 
» non sia stata adempiuta da noi , o per rispetto dell' una 
» cosa e dell'altra; e nientedimeno pigli a sostenere, chele 
» promesse della città non si debbino osservare. Le due prime 
» parti appartengono a mostrare a noi ; la terza è posta nella 
» equità vostra e nel riguardo che si debbe avere all'onore 
» della città. Ma chi è quello che possa d' alcune di queste 
» cose dubitare? Chi non sa la promessa fatta? chi non sa, 
» che ella fu pubblica, e mandato il bando in modo, che 
» non solamente a Firenze, ma ancora per le terre vicine 
» fu udita la voce della città? Alcuna volta accade, che nel 
» contrattare si farà una promessa da uno a un altro occulta 
» e segreta, la quale, benché si debba a ogni modo osser- 
» vare, nientedimeno la moltitudine non ne avrà notizia. Ma 
» questo non ci è cittadino che possa dire che non lo sap- 
» pia, essendo manifesto e noto a' forestieri. E che bisogna 
» stare in su questa disputa, conciossiachè i priori, uomini 
» degnissimi, lo confessino, e la città sapendo il vero non 
» lo nieghi? L'altra parte a chi può esser dubbia, cioè, se 
» noi abbiamo adempiuto il bando e siamo stati in campo 
» contro al nimico , che fu la condizione aggiunta nella pro- 
» messa? Questo e con lettere e con suggelli de' vostri ca- 






LliMO QUINTO. 251 

» pitani e con mille testimoni lo possiamo provare. E quale 
» cittadino fu nello esercito che avesse alcuna cura della pa- 
)> tria, che non ci vedesse stare nella fronte del campo con- 
» tro a' nimbi, e che non ci vedesse desiderosi di combattere 
» e vólti tutti al conquisto della vittoria? perocché, se ben 
» fosse stato bisogno di morire per tanto beneficio ricevuto 
» da voi, a fatica ci sarebbe paruto satisfare a' meriti vostri 
» verso di noi. E certamente noi eravamo apparecchiati met- 
» tere volentieri la vita per la vittoria della patria, se il ni- 
» mico non avesse voluto piuttosto fuggire che fare esperienza 
» della virtù dell'arme. Ma dopo la vile e vituperosa fuga 
» de' nimici e manifesta confessione di paura, seguendo le 
« bandiere pubbliche, andammo drieto a' vostri capitani, e in 
» nessuno luogo ci partimmo. Ma se loro non andarono in 
» quelli luoghi dove era il desiderio vostro, chi si può do- 
» lere di noi? Il nostro ufficio non era di comandare a'ca- 
» pitani, ma d'ubbidire e seguire i loro comandamenti. E 
» certamente, se noi avessimo potuto adempiere il desiderio 
» nostro, ancora oggi saremmo jn sui terreni de' nimici. Per- 
» tanto, essendo la promessa fatta dalla città e l'aggiunta che 
» era in quella adempiuta da noi, ora quanto s'appartenga 
» alla vostra fede e gravità, voi lo dovete considerare: peroc- 
» che, noi in questa parte temiamo di parlare, essendo cosa 
» ingiuriosa pure solamente dubitare della fede della re- 
» pubblica. » 

Poi che gli ambasciadori degli usciti ebbero parlato, fu- 
rono mandati fuori di consiglio, e i cittadini cominciarono a 
consultare di questa cosa. La nobilita quasi tutta e similmente 
il magistrato confortavano a osservare la fede pubblica, e parte 
per prieghi degli usciti, e parte per le intercessioni de' loro 
congiunti, assai gente si moveva. Ma uno di quegli che si 
trovava in consiglio, uomo di grande severità, come ebbe 
l'attitudine del parlare, disse la sua sentenza in questo modo: 
« Se gl'imbasciadori degli usciti avessero domandato solamente 
» la ritornata, io non avrei risposto altro alla loro domanda 



252 ISTORIA FIORENTINA. 

» se non che tacitamente in scriptis avrei renduto il mio 
» giudicio. Ma volendo inferire per la loro orazione, che la pro- 
» messa è nota a' vicini , e riprendendo la vergogna e la per- 
» fìdia della città, non mi pare abbastanza passarne con si- 
» lenzio; anzi è necessario a viva voce riprovare la calunnia 
» loro. E* dicono, che la città ha promesso loro la revoca- 
» zione. Vorrei intendere in che modo loro dicono: I priori 
» lo promisero, pubblicarono e mandarono la grida , in modo 
» che i vicini lo poterono udire. Lasciamo andare questa 
» pompa di parole, e veniamo alle cose sode. Io confesso la 
» promessa fatta da' priori; e nientedimeno , niego eh' ella sia 
» fatta dalla città. Voi mi perdonerete, prestantissimi priori, 
» perocché il consigliare vuole esser libero; e io per questo 
» non vengo a diminuire della vostra maestà, maio difendo 
» bene contro alla calunnia la maestà del popolo. Io nego i 
» priori e la città essere una medesima cosa, e dico chele 
» loro deliberazioni non sono d' un medesimo valore. Il go- 
» verno delle vostre repubbliche è stato ordinato colle leggi 
» da' vostri antichi in modo , che la città senza alcuno riserbo 
» può ogni cosa, ma i priori possono solamente quelle cose 
» che sono loro permesse dalla città. Domando adunque, se 
» la città ha permesso a' priori la ritornata degli usciti. Ri- 
» spenderanno le leggi , che non è loro concessa questa auto- 
» rità. E pertanto, se la solenne deliberazione di questa cosa 
» fatta da' priori non sarebbe d'alcuno valore, molto meno 
» è valida la semplice loro promessa: e se n'avessero fatto 
» partito o deliberazione, nessuno la osserverebbe, di che 
» può essere calunniata la città, se ella non osserva la loro 
» promessa? La natura ha ordinato , che i fatti sieno più va- 
» lidi delle promesse. Se la città dunque può sanza alcuna 
» reprensione annullare i fatti, che infamia li debbe seguire, 
» se non osserva le loro promesse? I nostri antichi, in le? 
» vare i contini, vollero s'attendesse la deliberazione del po- 
» polo e non la volontà del magistrato, e che tal cosa prima 
» in molti luoghi si disputasse e approvasse : e credo che pa- 



LIBRO QUINTO. ^00 

■ reva loro gran cosa, che uno il quale la città avesse rifiu- 
» tato come dannoso e maligno cittadino, fosse poco di poi 
» restituito come buono. Appresso, per rimuovere gli uomini 
» dal mal fare, posero grandissime difficoltà alla ritornata, 
» acciocché, oltre alle deliberazioni del popolo, s'avesse ri- 
» guardo ancora al consentimento de' loro avversarj. Le quali 
» cose tutte salutifere alla quiete de' cittadini, stabilite per le 
» leggi, approvate per consuetudine, invecchiate pe' costumi, 
» costoro per una promessa giudicano, che elle si debbono 
» annullare, e non per questo e per quello nominatamente 
» degli usciti , ma universalmente per tutti i confinati. Tu mi 
» dirai: E' furono nel campo; eglino stettero contro a'nimici 
» armati, lo non cerco, se e' furono nell'esercito: ma io do- 
» mando bene, s'egli hanno a essere rimessi secondo le leggi. 
» Fa prima di provarmi questo, e io facilmente concederò 
» ogni altra cosa. Ma insino a tanto che questo non mi pro- 
» verai, benché mille volte fossi stato in campo, non giudi- 
» cherò mai che tu debbi esser rivocato. Perocché, se Tessere 
» stato nell'esercito è di tanta importanza , che gli usciti ancora 
» contro alle leggi si debbino rivocare, che premio daremo noi 

■ a'cittadini nostri, i quali, non avendo commesso alcuno er- 
» rore, furono popolarmente nel medesimo campo? In effetto, 

• il mio parlare si riduce a questo, che quando bene gli usciti 
» avessero fatto ogni cosa laudabilmente, nientedimeno non si 
» debbono rivocare. Ma, se dopo la promessa fatta, e' sono ve- 
» miti armati contro la patria, e hanno assediato le porte, che 
» si può dire di loro? Credono eglino sì presto sia uscito di 
» mente al popolo, come il dì che si lasciarono drieto l'esercito 
» de' buoni cittadini, vennero a occupare e oppugnare la patria, 
» la quale credettero trovare spogliata di difensori? Facevano 
» eglino sì poca differenza fra i nimici e i cittadini, che certa- 
» mente, se le porte e le mura non gli avessero ritenuti, cisa- 
» rebbe suto necessario non con parole, come ora, ma con fe- 

• rite e con arme disputarne. E ardiscono di dire, che se non 
» saranno restituiti, la città n'avrà vergogna: i quali se saranno 



254 ISTORIA FIORENTINA, 

» rimessi, ne seguirà grandissimo -vituperio alla repubblica, io 
» adunque , acciocché brevemente faccia conclusione di mio pa- 
» rere, consiglio, che non si debbono rivocare, o veramente 
» perchè la promessa non fu valida, o, se pure fosse valida, 
» loro per nuova colpa hanno fatto in modo, che non debbono 
» essere restituiti. » 

Essendo queste parole dette in favore e disfavore degli 
usciti, il magistrato, per avere più particolarmente il parere e 
la volontà d'ognuno, mise a partito questa cosa: e non rispon- 
dendo in favore degli usciti, ed avendo più volte invano tentato 
la deliberazione e affaticato i cittadini, fu licenziato il consiglio, 
con molte querele di coloro i quali confortavano la fede pubbli- 
ca, in qualunque modo data, si dovesse osservare. La dissen- 
sione fra i cittadini era manifesta, e largamente e con grande 
libertà se ne parlava per la terra, in modo che gli usciti, pi- 
gliando ardire per quello favore , deliberarono di tentare la for- 
za. A questo proposito ordinarono gran copia di scure, e dipu- 
tarono il tempo, il luogo, 1 dove e quando avessero a mettere a 
effetto questo loro disegno. 11 tempo diputarono circa alla mezza 
notte; il luogo elessero la porta fiesolana, la quale facevano 
pensiero di rompere, e per quella entrare dentro. Queste cose 
poi che ebbero maturamente ordinate, dato il segno fra loro 
medesimi , di più luoghi vennero alla terra. Ma perchè la 
cosa era nota a molti , non potette stare celata: e pertanto, in 
sulla sera venendo la fama di tale movimento , cominciò prima 
un mormorio, di poi subitamente si prese Tarme, e tutta la 
notte si fecero guardie per la città, e alle torri delle porte furono 
poste le lumiere con compagnie e guardie armate. Il perchè., 
venendo poco di poi gli usciti , e vedendo il trattato scoperto , 
senza fare alcuna altra cosa, se ne partirono. Fu il numero de- 
gli usciti e condannati più che mille cinquecento. Stimasi e 
tiensi pel vero, che questa cosa non fosse stata ordinata dagli 
usciti sanza consentimento della nobilita. E pertanto, poi che 
furono ributtati, si trattò dentro di punire i congiurati: e giudi- 
cando, che tutta la nobilita venisse in questo pericolo, non 



LIBRO QUINTO. 255 

parve loro né da punirgli tutti, né da lasciargli impuniti, ma 
solamente di volgersi a quegli che erano stati capo di tale mo- 
vimento. E perchè nessuno ardiva privatamente d'accusarli, 
presero un modo nuovo, insino allora inusitato: ragunarono i[ 
popolo, e ordinarono che ognuno scrivesse in sulle cedole quello 
della nobilita che giudicavano più colpevole , senza mettere il 
suo nome da pie. E ragunate e lette queste cedole, si trovò dalia 
maggior parte essere scritti i nomi di tre della nobilita, che fu- 
rono questi: messere Amerigo Donati, messer Tegghiajo Fre- 
scobaldi, messer Lotteringo Gherardini. I quali richiesti dal ret- 
tore, sotto certa fidanza ubbidirono: e domandati di questa con- 
giurazione, risposero che erano stati richiesti dagli usciti, ma 
che non avevano mai voluto consentire. E pertanto, non come 
' congiurati, ma come coloro che non avevano voluto palesare il 
trattato, furono condannati ognuno di loro in dumila lire e per 
breve tempo a confine. Degli altri, per non moltiplicare la di- 
scordia de' cittadini , se ne passarono di leggieri. Di qui avendo 
preso animo i popolani al reggimento della repubblica, ordina- 
rono i pennoni, e aggiunsongli a' gonfaloni, e divisongli fra il 
popolo, avendo fatto la notte del romore esperienza, eh' egli era 
grande commodità, perchè, stando fermo il gonfalone in uno 
luogo, una parte della sua compagnia poteva andare sotto i pen- 
noni ne' luoghi opportuni. 

In questo tempo fu ordinato di trarre gli uffici a sorte, a. 
i quali innanzi si facevano per elezione e partiti. Questa mutazio- 
ne, benché secondo il giuclicio degli uomini allora paresse piccola 
cosa, nientedimeno dette alla repubblica grande inclinazione, 
per avere in tutto mutata la forma e il governo della città, il 
modo della sorte fu questo: dettero autorità a' priori e collegi 
di fare scrivere i nomi in su cedole di quelli cittadini che pa- 
ressero loro degni del magistrato, e di poi approvati, poteri^ 
imborsare; e quando venisse il tempo d' eleggere il magistrato, 
si traessero i nomi per sorte ; e quello che fosse tratto s' inten- 
desse essere di quell'ufficio, se per legge non avesse divieto, 
^a il divieto era di due anni o veramente quando fratello o 



256 ISTORIA FIORENTINA. 

consorto si trovasse nel medesimo ufficio: e in tali casi si rimet- 
tesse la cedola in quella borsa donde egli era tratto. Questo pri- 
mo modo della sorte fu ordinato per tre anni e sei mesi : e la 
sperienza approvò questa legge essere utile a levare via le con- 
tese, le quali, per il favore de' partiti che si cercava e procurava 
innanzi, spesse volte nascevano fra i cittadini. Ma quanto ella 
giovò in quel tempo alla repubblica, tanto nuoce e assai più in 
questo, che per la sorte molti indegni sono assunti al magi- 
strato. Perocché non si provvede colla medesima diligenza agli 
uffici che s' hanno a trarre per l'avvenire, come quelli che 
s'eleggono di presente : ma le cose ordinate per il tempo futuro 
e dubbiose se hanno a essere, certamente noi le giudichiamo 
con più negligenza, e le presenti con più considerazione. Tal 
modo ancora spegne lo stimolo della virtù, perocché, se gli 
uomini avessero a concorrere ne'partiti, e apertamente mettere 
in pericolo la loro fama, molto più si guarderebbero nella vita 
e portamenti loro. Il primo modo adunque non dubito essere 
stato più laudabile e utile alla repubblica , il quale osservò sem- 
pre il popolo romano in creare i suoi magistrati : e nientedimeno 
questo modo della sorte, introdotto in quel tempo in Firenze, è 
venuto insino all'età nostra, e per uno certo favore popolare 
mantenuto nella repubblica. 

In mentre che queste cose si trattavano dentro, non ces- 
savano però di fuori i nimici, che non facessero gravissime 
guerre. Perocché Castruccio, uomo di vigoroso ingegno, ogni 
dì correva in su quello di Firenze : dall' altra parte il vescovo 
Guido degli Aretini, uomo molto sollecito, molestava gli amici 
e collegati del popolo fiorentino, e faceva loro grandissimi 
danni: e infra l'altre cose, molte castella del contado d'Arezzo, 
le quali innanzi co' loro usciti erano venute nella lega de' Fio- 
rentini, aveva prese, molte altre disfatte insino a' fondamenti; 
e crescendogli T animo, era ito col campo a Città di Castello, 
che era confederata e amica del popolo fiorentino, e cacciatone 
la parte avversa, l'aveva ridotta a sua obbedienza. 11 perchè i 
Perugini e altre terre da presso, le quali temevano la vicinità 



LIBRO QUINTO. 257 

degli Aretini, fecero di nuovo confederazione col popolo di 
Firenze per tre anni , per recuperare Città di Castello. 

Nell'ultimo di quell'anno, Canniccio fece impresa d'una 
gran cosa, e fu presso che non rovinò sotto il suo ardire. Era 
Fucecchio nobile castello ne' confini del contado di Lucca. Que- 
sto luogo tenevano i Fiorentini, che nelle guerre innanzi s'erano 
dati nelle loro mani, e in quel tempo era la sedia della guerra 
contro a Castruccio e Lucchesi. Cercando adunque Castruccio 
tutte le vie, come era credibile, di torre questo castello, final- 
mente trovò per il mezzo del danaio chi fece impresa di darlo. 
E pertanto, una notte che era una grande tempesta, acciocché fosse 
meno sentito, venne a Fucecchio, e come era ordinato, gli fu 
data una entrata antica, la quale avevano aperta coloro che trat- 
tavano questa cosa: e gittata in terra, lui entrò dentro con cin- 
quecento cavalli eletti e con cinquecento fanti. E cominciando 
a discorrere per il castello e occupare i luoghi opportuni , i ter- 
razzani presero l'arme, e fatta ragunata, vigorosamente fecero 
resistenza. Rade volte si ricorda, che più aspramente si com- 
battesse che quella notte. E fu la condizione della battagliatale, 
che l'una delle parti non potè molto avanzare l'altra: perocché 
Castruccio non ebbe forza di passare certi luoghi del castello, né 
i terrazzani cacciare lui di quegli che egli aveva presi. In sul fare 
del dì venne aiuto dalle castella vicine, le quali la notte per il 
segno de' fuochi avevano conosciuta la novità. Ricevute queste 
genti da quelli della terra, si volsero con grande ardire contro a 
Castruccio. Lui, come vide venire nuove genti in favore degli av- 
versar^ fece gittare per le strade molti impedimenti, e afforzarsi 
nella parte di sopra del castello, deliberando d'aspettare altre 
sue genti, le quali in grande copia faceva venire. Ma i suoi, 
stracchi per la zuffa della notte, crescendo l'empito degli avver- 
sari, e i freschi scambiando gli affaticati, non poterono più so- 
stenere né conservare quel luogo: e pertanto, passando sopra 
alle munizioni e impedimenti, fecero grande occisione. Castruc- 
cio , combattendo alle strette ed essendo ferito nel volto , se ne 
fuggì. Molti furono morti di quegli che v'erano entrati con lui; 

17 



258 ISTORIA FIORENTINA. 

i più ne furono presi, e gli altri, messi in fuga, se ne uscirono 
del castello a salvamento. Queste cose furono fatte in queir anno 
dentro e di fuori. 

Nel principio del seguente anno, non si fece alcuna cosa 
prima che si mandò le genti a' Perugini che s' erano promesse 
nella lega, acciocché facessero guerra agli Aretini. Fu fatto 
commissario e capitano di queste genti messere Amerigo Donat; 
cavaliere fiorentino e figliuolo di messer Corso. Mandarono an- 
cora i loro aiuti i Sanesi, Bolognesi e l'altre città collegate. 
Quella guerra si fece a Città di Castello e intorno a 1 luoghi cir- 
costanti: ma i Fiorentini e gli Aretini quasi di tacito consenti- 
mento si stettero queti, senza molestare il contado l'uno dell'al- 
tro. E così per nome de' Perugini piuttosto che altrimenti contro 
agli Aretini si faceva la guerra: solamente gli aiuti per favorire 
quella impresa furono mandati da' Fiorentini. 

In questo medesimo tempo la città ebbe grande sospetto, 
che i Pistoiesi non si ribellassero a Castruccio. Era in Pistoia 
uno Filippo Tedici cittadino di grande potenza, il quale appetiva 
il dominio della terra; e per questa cagione, aveva indotto con 
molte ingiurie un luogotenente pel re Ruberto e stimolato a par- 
tirsi della città. E di poi prestamente essendo richiamato da' cit- 
tadini, e tornando inverso Pistoia, ordinò che da una privata 
compagnia di ladroni fosse spogliato e battuto, stimando per 
queste cose fatte al governatore, che il re diventerebbe inimico 
e verrebbe in grande sospetto alla città, e che i cittadini avreb- 
bero cagione in tutto di volgersi a lui e a'suoi. E avendo messo 
ad esecuzione questa cosa, il conte Novello, il quale poco in- 
nanzi il re con certe genti a cavallo aveva mandato a' Fiorentini, 
mosso per la disonestà del maleficio, andò con grande e repen- 
tino impeto , e prese il castello di Carmignano nel contado di 
Pistoia. La qual cosa poi che fu udita da' Pistoiesi, senza alcuno 
indugio fu chiamato Castruccio. Lui prestamente comparì a dare 
loro aiuto: per la venuta del quale spaventati i cittadini fioren- 
tini, costrinsero quegli medesimi che avevano preso Carmignano 
a restituirlo. Ma non molto di poi Filippo, confidandosi nell'aiuto 



LIBRO QUINTO. 259 

e favore di Castruccio , prese la tirannide e dominio di Pistoia , 
e fece confederazione con lui: e nientedimeno non mosse al- 
cuna guerra a* Fiorentini, ma quasi si stava di mezzo e pareva 
che temesse la potenza dell'una parte e dell'altra. Stando adun- 
que in tale varietà, e inchinando ora all'uno e ora all' altro, nes- 
suna delle parti se ne fidava, ma ognuno l'aveva a sospetto. E 
nientedimeno era tanta la opportunità della terra di Pistoia a fare 
la guerra, che tutte e due queste potenze grandemente la sti- 
mavano. 

In quello medesimo anno si rinnovarono le cose a Firenze : 
e lasciata la prima riforma, se ne ordinò una nuova e lo squit- 
tino, e non solamente di trarre i priori a sorte, ma ancora gli 
altri minori magistrati. Per questa mutazione della repubblica, 
quegli che avevano potuto assai innanzi vennero a perdere la 
reputazione, e la invidia per la potenza di prima gli perseguita- 
va. Era Nardo Boldoni uno de' principali che innanzi aveva go- 
vernata la città : il quale , essendo accusato appresso al rettore , 
e trovandosi cagioni volontariamente per disiarlo, i priori, con- 
siderata la qualità sua, per liberarlo da quel pericolo, lo man- 
darono fuori sotto specie d'imbasciadore, acciocché si potesse 
allegare ch'egli era assente pe' fatti della repubblica. Nientedi- 
meno il rettore perseverando di volerlo condannare, e non ac- 
cettando la scusa d'assenza, Michele suo fratello, e con lui i 
mazzieri de' priori, comparendo al tribunale allegavano, ch'egli 
era assente pe' fatti della repubblica; e per autorità de' priori gli 
vietavano il condannarlo. In questo luogo incominciando in 
prima la contesa delle parole, finalmente vennero alle mani i 
famigli de' priori e quegli del rettore. 11 concorso fu grande 
de* cittadini, ed empieronsi le logge di genti che favorivano ora 
a questi e ora a quegli. All'ultimo la ostinazione del rettore andò 
innanzi, e condannò non solamente Nardo assente , ma ancora 
il fratello che era venuto al banco suo colla famiglia de' priori 
confinò a tempo. E di poi condannò alcuno de' priori di grave 
pena pecuniaria, perchè nel loro priorato avevano dato favore a 
questo tale. 



260 ISTORIA FIORENTINA. 

. <325. II seguente anno, Filippo, signore o vogliamo dire tiranno 
de' Pistoiesi, quello che egli aveva lungo tempo conceputo final- 
mente partorì: perocché, non molto innanzi essendo vòlto all'ami- 
cizia de' Fiorentini, e ricevuto dentro i loro aiuti, subitamente 
si mutò, e fatta intelligenza con Castruccio, mise dentro di notte 
tempo le sue genti, e dettegli Pistoia nelle mani. Di che seguì, 
che tutte le genti de' Fiorentini, le quali per aiuto e guardia 
v'erano conciotte dentro, furono prese e distrutte. Questa no- 
vella fu portata a Firenze. I priori, levatisi da uno pubblico con- 
vito che si celebrava quel dì, comandarono che prestamente 
v'andasse soccorso, non avendo notizia dello inganno, e sti- 
mando che qualche parte della terra si difendesse contro a Ca- 
struccio. E così si mosse una subita gente , e con grande cele- 
rità andarono insino a Prato: ma inteso in quello luogo, come 
Pistoia era intieramente perduta per fraude del tiranno, parendo 
loro che ogni scorzo fosse vano, se ne tornarono a Firenze. Di 
poi deliberarono di ragunare maggiore esercito e mandarlo con- 
tro al nimico. Gli apparati adunque non solamente furono fatti 
magnifici e grandi, ma ancora presti. Il capitano delle genti fu 
eletto messere Ramondo di Cardona, il quale aveva guidati 
grandi eserciti in Lombardia sotto il suo governo, ma dopo 
molti rilevati fatti era stato preso in una rotta da' Milanesi e ri- 
scattato da' Fiorentini perla guerra di Castruccio: e accadde, 
che il di dopo la ribellione di Pistoia con alquante genti a ca- 
vallo era venuto a Firenze, e per Y autorità e presenza sua s'erano 
mosse le menti degli uomini a pigliare la guerra vigorosamente. 
Parendo adunque, che questa cosa subita e inopinata avesse bi- 
sogno di celerità , il capitano con parte delle genti a cavallo pre- 
stamente cavalcò a Prato, e comandò che il resto dello esercito 
gli venisse drieto. Poi che ebbe ragunate tutte le genti, si parti 
di Prato, e collo esercito messo in battaglia andò a trovare il 
nimico. Castruccio non ebbe ardire di fare esperienza della zuffa : 
ma teneva i suoi dentro alle mura, stimando fare assai, se di- 
fendeva la città. La qual cosa poi che ebbero intesa le genti 
de' Fiorentini, si volsero a dare il guasto ostilmente intorno alla 



LIBRO QUINTO. 2G1 

terra, mutando spesse volte il campo, acciocché tutto il paese 
rimanesse dannili cato. 

Dopo queste cose, si tirarono addrieto, e posero campo a 
Tizzano: e poi che vi furono stati alcuni dì, cominciarono a far 
fosse e cave e istrumenti da combattere il castello. Tutte queste 
cose si facevano con ogni diligenza per commissione del capi- 
tano, acciocché le menti de' nimici stessero attente a quello as- 
sedio. Lui, essendo vólto col pensiero altrove, segretamente 
mandò un condottiere di notte tempo con parte delle genti a ca- 
vallo, e comandò ch'egli occupasse il passo del padule: e quella 
medesima notte, acciocché il nimico avesse cagione di pensare 
ad altro, mandò un'altra parte delle genti a cavallo a predare 
con grande romore intorno alle mura di Pistoia. 11 contado di 
Lucca da quello di Pistoia dal lato di sopra dividono asprissimi 
monti, e sono congiunti col giogo dell' Appennino, e quasi in 
tutti i passi vi sono le fortezze : dall' altra parte la pianura è di- 
visa da uno padule larghissimo e molto impedito in ogni luogo 
al passare, eccetto che a uno ovvero a due passi dove molto si ri- 
strigne. Questi passi ancora stretti li tenevano i nimici e difen- 
devanli colle castella e colle guardie. Il condottiere adunque, es- 
sendo mandato d'improvviso a pigliare questi luoghi, e giugnen- 
do a Fucecchio, fece porre a quel passo stretto del padule un 
ponte di legno, il quale apposta aveva portato seco: e perchè 
egli era di notte, passò le genti, che non fu sentito da' nimici, 
e subitamente lo significò al capitano. 

Piamondo, come ebbe la novella, ne prese grandissima le- 
tizia, e prestamente mosse le bandiere, e abbandonato in tutto 
la espugnazione del castello, e seguendo le pedate del condot- 
tiere, quasi innanzi che i nimici lo sentissero, passò il padule 
con tutte le genti. Di poi andò a campo a Cappiano castello vi- 
cino , e, quasi otto dì poi che lo cominciò a combattere , lo prese. 
Appresso andò a campo a Montefalcone, che similmente è vicino 
al padule, e nel medesimo modo gli si dette. Divulgandosi la fama 
ogni dì della prosperità de' Fiorentini e dell' avversità del nimi- 
co, i collegati si misero a mandare aiuto. 1 Sanesi, oltre a dugento 



262 ISTORIA FIORENTINA. 

cavalli che da principio avevano mandati, n'aggiunsero degli altri 
e più secento balestrieri. Mandarono ancora alcune famiglie prin- 
cipali di Siena dugento cavalli in loro privato nome. Da' Perugini, 
Bolognesi e Volterrani e altri confederati che avevano sentito il 
medesimo romore sopravvennero ancora genti: delle quali tutte 
insieme si fece un grande e copioso esercito di gente d' arme a 
cavallo e di fanti circa ventimila. I Fiorentini , preso le castella e 
fortezze del padule e vicine a quello, deliberarono d'andare più 
innanzi e posero campo ad Altopascio. Questo castello, oltre 
allo essere forte pe' fossi e per le torri , era ancora fornito di 
cinquecento fanti. Stando adunque il campo in questo luogo, 
e andando la cosa per la lunga, cominciò gran parte dello eser- 
cito per il luogo paduloso e per la gravità dell'aria a infermare: 
e per tutto si vedeva grande numero di gente ammalata, e molti 
ne morivano, molti domandavano licenza al capitano. Questa 
cosa nel principio abbattè assai il vigore dell' esercito fiorentino: 
e nientedimeno il capitano deliberò di perseverare nella ossidione 
e sopportare ogni difficultà. Ma quegli che erano assediati siri- 
fìdavano nella fortezza del luogo, e molto più nella speranza e 
presenza di Castruccio: perocché lui, come intese la subita par- 
tita de' nostri dal castello di Tizzano, e come avevano passato il 
padule, afflitto di pensiero e di dolore, deliberò di tornare a 
Lucca. E pertanto, a tutti i Pistoiesi della fede de' quali egli 
dubitava fatto il comandamento che al suo partire lo seguissero, 
menò seco tutta la nobilita e tutto il resto del popolo, e alla guar- 
dia della terra lasciò altre genti delle sua. Lui di poi, passando 
da Serravalle, per brevissimo cammino entrò in Valdinievole, e 
venne innanzi a'nimici, e occupò un colle alto fra Lucca e il 
campo de' Fiorentini, e di quello luogo ordinò di fare un fosso 
colla industria de' soldati che andasse insino al padule. Richiese 
ancora da ogni luogo gli aiuti degli amici, e di e notte con ogni 
sforzo non restava di provvedere a' fatti suoi. E in quel mezzo 
aveva comandato , per rimuovere i nimici da questa impresa , che 
le genti sue che erano rimaste a Pistoia corressero nel contado 
di Prato e di Firenze , e predassero tutti quegli paesi : alle quali 



LIBRO QUINTO. 265 

genti i Fiorentini opposero dugento cavalli bolognesi che erano 
venuti in loro aiuto, e ordinarono che stessero intorno alla città, 
e dettero loro in compagnia delle genti comandate del contado, 
acciocché fossero apparecchiati e attenti a ovviare alle correrie 
de'nimici. E pertanto, le genti di Castrnccio essendo corse più 
volte e ritratte a salvamento , in ultimo , pigliando ardire di ve- 
nire più innanzi, furono sopraggiunte dalle genti bolognesi e 
dal concorso de' contadini in tal maniera, che vi rimasero quasi 
tutti morti e distrutti. 

Avendo ricevuto questo danno Castruccio , la speranza di 
nuovo gli cominciò a mancare : e gli assediati, poi che intesero 
quelle genti, dove era grande loro speranza, essere state rotte 
e distrutte nel contado di Firenze, diffidandosi delle cose loro, 
dettero il castello con salvamento delle persone. 

Avuto i Fiorentini questo fortissimo castello e fornitolo di 
buone guardie, consigliavano fra loro medesimi quello fosse da 
fare. Erano alcuni a' quali pareva sommamente utile e neces- 
sario a ridurre lo esercito, e massimamente essendo affaticato 
per la infermità e per la mala aria e per lungo e difficile cam- 
peggiare nel tempo deli' autunno e in luoghi infermi , e vedendo 
ancora ch'egli era diminuito assai per la licenza conceduta a molti 
pel capitano di potersi partire : perocché, nel tempo che eglino erano 
stati lungamente a quello assedio , molti , o per disagio del campo 
o per paura dinfermità, avevano domandato e ottenuto licenza da 
lui. E in questa maniera s'era assai diminuito l'esercito: il perchè 
alcuni più gravi e prudenti si movevano a confortare di riducere 
il campo; alcuni altri per una vana apparenza piuttosto che per 
ragione probabile consigliavano che non si riducesse il campo 
indrieto, se prima non andassero insino alle mura di Lucca. 
Questa sentenza, che era meno savia e più feroce e più vana, 
finalmente fu udita e messa in esecuzione innanzi all'altre. De- 
liberando adunque andare a Lucca, il seguente di il capitano 
mosse le bandiere e pose il campo in sul piano del Sesto , e 
stette due dì in questi luoghi : e volendo passare più alto , mandò 
innanzi certa quantità di gente a fare spianare e rilevare i pas- 



264 ISTORIA FIORENTINA. 

si, e comandò, che in loro compagnia andassero per la guardia 
circa cento cavalli. 

Castruccio, come intese la venuta di costoro, mandò di 
verso il poggio una parte della sua gente a cavallo, e appicca- 
rono il fatto d' arme nella valle di sotto, non molto grande da 
principio, ma crebbe poi col tempo, perocché i campi dell'una 
parte e dell'altra erano vicini e continuamente da ogni banda mol- 
tiplicava gente. La battaglia fu aspra sanza fanteria, e durò più 
che tre ore continue con tanta ferocità de'combattenti, che spesse 
volte tutte le squadre si mescolavano, e ora queste ora quelle 
scacciavano le altre. All'ultimo, Castruccio con tutto il resto della 
gente a cavallo entrò nella zuffa : e perchè veniva di verso il 
poggio e aveva più numero di cavalli, fece grandissimo empito, 
e cominciò a ributtare le genti de'Fiorentini. Ramondo eia altra 
parte con tutto il resto delle genti a cavallo era già comparito a 
certi passi poco eli sotto a quello luogo dove si combatteva, e 
non potendo ordinatamente e con facilità passare e conducere 
le squadre nella battaglia, in quel mezzo i suoi mandati innanzi 
che combattevano continuamente contro a Castruccio , voltarono 
le spalle. Il rifugio loro fu la vicinità del resto dello esercito che 
s'era fermo in su quegli passi stretti: e nientedimeno, se 
v' era alcuno uomo di pregio in sulla zuffa o e' fu morto o e' fu 
ferito; molti ancora ne furono presi. Il nimico similmente non 
ebbe vittoria senza danno, perchè perde molti de' suoi, e lui 
combattendo alle strette fu ferito Dopo a «questo fatto d'arme, 
stettero a gara 1' una parte e !' altra nasino alla sera a fare suo- 
nare le trombette. Ultimamente dalla notte ognuno di loro fu 
costretto di tornare negli alloggiamenti. 

Questa battaglia fece più freddi i Fiorentini a combattere 
che non erano in prima, e il nemico prese speranza, e comin- 
ciò a pensare della vittoria e richiedere gli aiuti degli amici, 
e massimamente de' signori di Milano , le genti de' quali si di- 
cevano in quel tempo essere a fare guerra in Parmigiano. E 
perchè eglino erano della medesima parte, e aggiunta la spe- 
ranza de'premii, ottenne che Azzo Visconti, giovane di natura 



LIBRO QULNTO. 265 

feroce ed esercitato in molte guerre, con ottocento cavalli pas- 
sasse r Appennino, e con grande celerità venisse a Lucca. In 
questo mezzo colla sua usata sagacità ordinò, che gli uomini di 
certe castella vicine sotto falsa speranza di trattato tenessero 
per la lunga il capitano e V esercito de' Fiorentini, e avessero 
segreti colloqui co' principali del campo: donde segui, che il 
capitano, indotto da vana speranza, inconsideratamente sopra- 
tenne le genti assai in questi luoghi. Ma, come la fama si di- 
vulgò della venuta d' Azzo Visconti, i Fiorentini stimarono da 
prima, che fosse un falso romore tratto fuori dal nimico : di poi, 
inteso veramente, ch'egli aveva passato il giogo dell' Appen- 
nino ed era già vicino a Lucca, tirarono il campo addrieto e tor- 
narono ad Altopascio, e stettero un dì a afforzare e fornire quel 
castello. Di poi si mossero colle bandiere, e andarono inverso Fu- 
eecchio la mattina che il dì Azzo doveva venire colle genti nel cam- 
po. E pertanto, dolendosi Castruccio, che l'esercito de' Fiorentini 
si partiva senza fare battaglia, e che la vittoria sperata da lui in 
un punto se gli fuggiva delle mani, deliberò di scendere dal 
colle dove si trovava, e appiccarsi colle squadre de' nemici 
che erano mosse. Facendo arlunque questo assalto ferocemente, 
dette a' nostri grande difficoltà, e fecegli stare sospesi, che non 
sapevano che partito pigliarsi. L'andare con celerità alloro cam- 
mino pareva loro vergogna e molto pericoloso. Il fermarsi e fare 
resistenza metteva loro timore per le genti d' Azzo che sopra- 
vennero di nuovo, le quali aggiunte al nimico, pareva loro, che 
gli dovesse mettere in disperazione. Trovandosi in queste dif- 
ficoltà, presero quel partito che pareva loro più onorevole, e 
vòlte contro al nimico le bandiere, che era unico rimedio della 
loro salute, soprasederono dal cammino. I primi riscontri si co- 
minciarono leggeri, perocché i capitani si mettevano a ordine , 
come coloro che avevano a combattere con tutte le loro genti. 
E nientedimeno Castruccio non abbandonava interamente il colle, 
ma quasi minacciando e come uomo che prestamente dovesse 
venire alle mani, menava la cosa per la lunga. In questo mezzo 
sopravenne Azzo colle genti d* arme a cavallo, e unito con Ca- 



266 ISTORIA FIORENTINA. 

struceio, senza alcuno indugio appiccarono la zuffa. I Fiorentini, 
benché la venuta delle nuove genti turbasse gli animi loro, niente- 
dimeno ordinarono lo esercito, e secondo che pativa il tempo, 
s'apparecchiarono alla battaglia. Fecero tre schiere di tutte le gen- 
ti : e come vennero alle mani, nel primo riscontro quelli che erano 
nella fronte vigorosamente combatterono ; ma poi che la zuffa si 
ridusse alla seconda schiera, il condottiere diRamondo che gli gui- 
dava, o per viltà, o per inganno, che l'una cosa e l'altra si disse di 
lui, cominciò a ritrarsi e voltare indietro le bandiere. Questa cosa 
non solamente alla sua schiera che guidava, ma ancora alla terza 
che era posta per retroguardo, dette spavento in modo , che piut- 
tosto pensavano della fuga che della vittoria , e così seguendo i 
nimici con grande sforzo il fatto d'arme , finalmente ruppero tutto 
il campo de' Fiorentini. Durante la battaglia, non vi morirono 
molti per il brieve tempo che ebbero a combattere : ma fu mag- 
giore il danno che riceverono in sul fuggire, perocché Castruc- 
cio mandò subitamente le sue genti ci' arme a cavallo al passo 
del padule dove e' s' avevano a ritrarre. Quelli che v'erano alla 
guardia spontaneamente abbandonarono il ponte: donde segui, 
che da quel passo molti ne furono presi e molti morti. Ramondo 
capitano e il suo figliuolo e tutti i carriaggi vennero nelle mani 
del vincitore. 

Stette Castruccio tre dì in quegli luoghi a racquistare le 
castella perdute : di poi, mandate le spoglie e prigioni a Lucca, 
ritornò a Pistoia con tutte le genti , e subitamente entrò con 
grande terrore in su'terreni de' Fiorentini, e posossi col campo 
a Signa, che fu il sesto di dopo la zuffa fatta. Lacommodità di 
quel luogo, atto a offendere la terra di Firenze, aveva mosso i 
cittadini a fornire Signa ; e per questa cagione v'avevano man- 
dati fanti e cavalli alla guardia : i quali , come intesero la venuta 
di Castruccio, spauriti per la sua presenza, e diffidandosi delle 
munizioni di quello luogo, se ne fuggirono. Il nimico, avuto | 
Signa , venne verso Firenze , e il secondo dì si posò col campo j 
a Peretola due miglia presso alla terra : di poi corse insino alle 
mura della città con grande tumulto e spavento d'ognuno. Sgom- 



LIBRO QUINTO. 267 

bravano i contadini nella terra, e con uno timore inusitato si 
tiravano drieto il bestiame e i piccoli fanciulli. Trovandosi Ca- 
stracelo in sulla porta colle genti ordinate in battaglia, non uscen- 
dogli persona incontro , si volse a dare il guasto , e da quella 
parte arse ciò che v'era di ville e d' edificj. Appresso fece correre 
più premj dal ponte alle mosse verso Peretola. Prima corsero i 
cavalli, di poi le genti a pie, ultimamente le meretrici. In ciascu- 
no di questi corsi dava al vincitore un palio di seta. Stette a Pe- 
retola tre giorni : di poi volgendosi per la via di Prato , conti- 
nuamente dalle mura della terra insino in Val di Marina dette il 
guasto , discorrendo per quella bellissima regione e ornatissima 
di ville. Appresso fece passare per il ponte di Signalesue genti 
di là d'Arno , e tutta quella parte lungo il fiume insino alla terra 
e insino a' monti vicini mise a sacco : e fatte queste cose , ridusse 
a Lucca le sue genti cariche di preda e arricchite in modo, 
che facilmente pagò Azzo Visconti. Il danajo che gli aveva pro- 
messo fa venticinque migliaia di fiorini. La quale pecunia 
avendo ricevuto Azzo secondo la promessa, fece chiamare 
le sue genti, e parlò loro in questa forma: « Noi abbiamo 
» fatto, soldati e compagni miei, cosa preclara : perchè a 
» uno tratto noi abbiamo sovvenuto colla nostra opera a un 
» amico nostro e delle nostre parti , e ne' suoi pericoli insieme 
)) con lui combattendo contro a' nimici , abbiamo acquistato 
» una facile e abbondante vittoria, e congiunto la gloria 
» della guerra colla ricchezza della preda. Ma ora è il tempo 
» da ritornare in Lombardia per il medesimo cammino che noi 
» venimmo La qual cosa noi faremo volentieri , se prima con- 
» cederete non a Castruccio, ma a me vostro capitano, che noi 
» in nostro nome solo un dì percotiamo le mura di Firenze. 
» Perocché quella città è non solamente della parte contraria, 
» ma ancora ordinariamente della famiglia e progenie nostra. 
» Quante volte ha ella mandato aiuto a' nostri avversar] ! quante 
» volte ha favorito i nimici , e condotto noi a vedere le bandiere 
» di quella dalle fortezze di Milano ! Pertanto , siate contenti di 
» somministrare l'opera vostra al presente al padre mio e a me 



268 ISTORIA FIORENTINA. 

» e alla mia progenie. Vegga il Fiorentino dalle sue mura Azzo 
» Visconti vendicare le ingiurie del padre e le sue , e appari a 
» nuocere più temperatamente alla nostra famiglia. » 

A questo parlare levando le grida tutta la sua gente, lui 
commendò la fede loro , e comandò che V altro giorno fossero 
in arme : e poi la mattina sul fare del di cavalcò inverso Signa. 
Le genti di Castruccio ancora lo seguirono, parte per rispetto 
del giovane, parte ancora per cupidità della preda. Stette a Si- 
gna una notte sola : il dì seguente , messo in battaglia tutto 
lo esercito, venne alla città, e di luogo vicino mostrando le ban- 
diere , non gli usci alcuno incontro. Il perchè si fermò in sul 
letto del fiume a fare festa secondo la consuetudine militare, e 
la sera in sul calare del sole si ridusse a Signa: dipoi se n'andò 
a Lucca, e passò in Lombardia. 

Dopo la partita d'Azzo, Castruccio venne con tutte le 
genti in quel di Prato, e tentando invano la espugnazione di 
quello castello , si volse a dare il guasto , e mise in preda tutto 
quello paese. Stette circa nove di intorno a Prato: di poi, ve- 
nuto a Signa collo esercito , ostilmente corse di qua e di là 
d'Arno insino alle porte, e guastò e arse se v' era rimaso al- 
cuna cosa scampata e salva dalle correrie di prima. In tanti 
danni della città v' era aggiunta ancora questa molestia , che 
una moltitudine di contadini col bestiame e con parte delle 
masserizie era rifuggita dentro e ripieno insino alle vie. E d[ 
poi , o per non essere usi nella terra , o per ansietà e disagio 
delle cose loro, erano cominciati ammorbare, eia contagione 
di questo male aveva compreso i cittadini : il perchè ne mori- 
rono molti, e gli ammalati si vedevano per tutto. La carestia 
ancora era sopravvenuta per rispetto de' frumenti tolti e guasti 
e per la debole speranza che avevano per 1' avvenire. Appresso 
ancora accresceva il timore della città , che s' era divulgato il 
vescovo Guido degli Aretini dovere venire con grande esercito 
a strignere Y assedio dalla parte di sopra. Ed era manifesto , 
come Castruccio n'aveva fatto grande istanza, e ricordatogli la 
rotta antica degli Aretini ricevuta a Campaldino , e che ora era il 



LIBRO QUINTO. 2G9 

tempo a disfare la potenza de' nimici, e che facilmente po- 
trebbe seguire, se egli ne veniva dalla parte di sopra, perchè 
Firenze da ogni banda rimarrebbe assediata , e la moltitudine 
del popolo non poteva vivere, se non v'era portato il frumento 
di fuori. 

Per questo timore dello assedio, furono eletti due citta- 
dini a vedere le mura e i fossi della terra e a provvedere al 
bisogno di quelle, che furono Neri d'Agnolo degli Alberti e 
Giano di Landò degli Albizzi. Da costoro fu fatto lo steccato ih 
alcuni luoghi, e fornita la ròcca di Fiesole, acciocché il nimico 
non la occupasse: similmente furono poste le guardie in sul 
colle di San Miniato a Monte. Ma il vescovo Guido, o sì vera- 
mente perchè Y odio suo inverso de' Fiorentini non fosse 
grande, o perchè egli avesse invidia alla gloria di Castruccio, 
o perchè temesse la sua grandezza, né per prieghi né per ri- 
cordi si volle muovere a questa impresa. Castruccio certamente 
dimostrò e apertamente disse, ch'egli era rimasto pel vescovo, 
che Firenze condotta in tanta estremità non si pigliasse. Lui 
adunque, colle proprie forze seguendo la guerra, con rapine e 
con incendj discorse per tutti i luoghi circostanti. Di poi s'in- 
gegnò di passare in Mugello per Val di Marina, e fu ritenuto dai 
paesani del castello antico di Combiate : il perchè si fermò col 
campo intorno al fiume, e ragunata una gran preda d'uomini 
e di bestiame, stette una notte in quelle circustanze. Questa 
cosa essendo significata a Firenze, vi fu mandato dugento ca- 
valli e dumila fanti per occupare il passo del fiume , donde 
doveva tornare : e se l' avessero fatto a tempo , pareva che il 
nimico non avesse via da poterne uscire. Ma Castruccio, anti- 
cipando poco spazio innanzi alla venuta loro , passò con tutta 
la preda e con un grande numero di prigioni: e lasciato il 
paese disfatto quanto in alcuno altro tempo che si ricordi, e 
fornito Signa eli buona guardia, se ne tornò a Lucca, e quivi 
con ostentazione delle opere sue, rappresentò una specie di 
trionfo. A Signa ancora per memoria della sua vittoria fece 
battere la moneta. 



270 ISTORIA FIORENTINA. 

In mentre che queste cose si facevano da 1 Fiorentini e 
da Castruccio, il vescovo Guido degli Aretini con grande gente 
a pie e a cavallo pose campo a Laterina. E la cagione dello as- 
sedio fu questa. Il sommo pontefice romano, mosso per il 
conquisto di Città di Castello fatto dal vescovo e dagli Aretini, 
poco innanzi contro a loro aveva usato minaccie e censure, 
finalmente aveva separato Cortona terra antica dal vescovo de- 
gli Aretini, e avevale dato un proprio vescovo, cioè Riuieri di 
Biordo di nobile famiglia. E parendo, che questo tale avesse 
procurato la separazione di quella terra in diminuzione della 
loro città, venne tanto sdegno agli Aretini, che disfecero le 
case degli libertini, donde era costui, e andarono colle genti 
alle castella che si tenevano per loro. Parendo adunque, che 
gli uomini di Laterina per la vicinità inclinassero al favore di 
questa famiglia, e ancora vi fosse altre cagioni di sdegno, 
v'andò il vescovo a campo con grande moltitudine d'Aretini, e 
finalmente presero il castello e disfecionlo insino a' fondamenti. 

Di poi condusse il campo a Sabino , non per alcuna in- 
giuria di Cortona, ma solo per rispetto della parzialità; e in 
ultimo lo prese e disfece interamente. 

In quello medesimo anno, quasi all' estremo dell'autunno, 
Castruccio, per il mezzo degli amici e congiunti de' prigioni 
che aveva nelle mani , cominciò a praticare la pace co' Fioren- 
tini. E facendo forza i parenti di tirare innanzi questa cosa, 
nacque sospetto , che sotto spezie di pace non si cercasse qual- 
che inganno. E pertanto si pose silenzio a questa pratica , e 
provvidesi per la salutifera deliberazione della città, che a nes- 
suno congiunto o consorto d' alcuno prigione si desse la guar- 
dia di fortezza o di castello. E posero gente in due luoghi, 
cioè a Combiate e a Montebuoni, acciocché il nimico non po- 
tesse apertamente né a suo modo scorrere, né passare il Mu- 
gello, come aveva tentato prima, né per il fiume della Grieve. 
Crebbero ancora di nuovo le gabelle e le loro entrate, e simil- 
mente ordinarono nuova gente al bisogno della guerra. Oltre 
alle predette cose, benché si trovassero in queste difficoltà, 



LIBRO QUINTO. 271 

nientedimeno, per non essere vinti di benefìcio, mandarono 
dugento cavalli a' Bolognesi, i quali erano oppressati da una 
grave e pericolosa guerra: e così, posto da canto la paura, 
provvedevano alle cose con maggiore animo che prima. 

In questo mezzo il nimico , ricondotte le genti in quello 
di Prato, deliberò di porre il campo al castello di Montemurlo; 
e per conquistare quel luogo, poi che vi fu accampato, co- 
minciò a combatterlo con bombarde e cave e con ogni spezie 
d'artificio atto a espugnare le terre. Erano dentro alla guardia 
centocinquanta soldati e due commissarj fiorentini di nobile 
stirpe, Giovanni Adimari e Rinieri de' Pazzi: i quali si gover- 
narono con tanto provvedimento e grandezza d'animo, che 
lungo tempo fecero consumare invano gli sforzi de' rumici. Ca- 
struccio, avendo tentato invano la espugnazione più volte, e 
andando la cosa per la lunga, afforzò alcune bastie intorno al 
castello e formile di buona guardia. Di poi segui di fare cave 
che riuscissero nella fortezza: appresso, spesse volte di dì e di 
notte molestando quelli di derftro, non dava loro spazio al 
dormire o prendere alcuno riposo. Il perchè, temendo i com- 
missarj del troppo affanno de' soldati, perchè il circuito delle 
mura era grande, e continuamente bisognava guardarlo, signi- 
ficarono a Firenze che mandassero soccorso. Ma portandosene 
la terra negligentemente, in questo mezzo il nimico di bastia 
in bastia fece circuito con fosse e steccati, evenne a torre 
ogni speranza di soccorso a quelli di dentro. Durante questa 
ossidione a Montemurlo, le genti di Castruccio che erano a 
Signa continuamente correvano per quel di Firenze. In ultimo, 
venendo per la via di Pisa con grande romore insino alle mura 
di Firenze, i cittadini grandemente indegnati uscirono fuori, e 
! ributtaronli indietro quattro miglia in tal modo, che continua- 
: mente fuggirono loro innanzi, nò con altra arte se non con 
; una presta fuga scamparono. Per questa cagione ebbero di poi 
'sospetto a appressarsi alla città, ma andavano in luoghi più 
remoti, e facevano d'ogni ragione danno al paese. In questo 
mezzo quelli che erano assediati a Montemurlo ogni dì erano 



272 ISTORIA FIORENTINA. 

più stretti, e già le cave avevano gettate in terra ima parte 
delle mura. Le quali cose essendo di grande importanza, e du- 
bitando di peggio per V avvenire, finalmente il popolo fioren- 
tino si volse all' ultimo rimedio, e fu deliberato di chiamare in 
Toscana Carlo figliuolo del re Ruberto e dargli il governo 
della città. Per questa cagione furono eletti cinque ambascia- 
dori: Francesco Scali, messere Alessio Rinucci, Donato Ae- 
riamoli, Donato Peruzzi e Filippo di Bartolo. Questi tali por- 
tando la deliberazione del popolo con loro, ed essendo condotti 
alla presenza di Carlo, messere Alessio, che era riputato in 
quel tempo famoso dottore, parlò in questo modo: « Il popolo 
» fiorentino ti ha deputato per dieci anni , con queste condi- 
» zioni, signore e governatore della città nostra: la qual cosa 
* a te e al padre tuo sia prospera e felice. » Di poi gli appre- 
sentarono i capitoli, simili a quelli che molto innanzi avevano 
fatti al re : solamente erano differenti , che in queste condi- 
zioni v" era determinato il numero del danaio che doveva avere 
e delle genti che doveva tenere, e in quelle di prima questi 
patti erano stati rimessi neh 1 ' arbitrio del re. Il giovane adun- 
que, per consiglio del padre accettata la deliberazione della 
città, si cominciò a mettere a ordine colle genti, per passare 
n Toscana la state seguente. Castruccio, in mentre che queste 
cose si trattavano, con ogni sforzo strigneva Montemurlo. E 
avendo le cave gettato in terra una parte delle mura e le bom- 
barde conquassato il resto, ed essendo stracchi e feriti i soldati 
che v' erano dentro, non potendo più durare, ultimamente det- 
tero il castello con salvamento delle persone nelle mani del 
nimico, il quale subitamente rifece le mura e formilo di buone 
guardie. 

In questo tempo, un condottiero de' Fiorentini che si 
chiamava Piero , di nazione francese , con certi uomini di sua 
gente che erano a soldo de' nimici trattala segretamente la 
morte di Castruccio, e per la recuperazione di Signa, offrendo 
molti e grandi premj. Finalmente la cosa si scoperse e non 
ebbe effetto. Furono presi alcuni e morti che tenevano questo 



LIBRO QUINTO. 273 

trattato, e seguinne molti sospetti sullo esercito di Castruccio: 
e accrebbe ancora la cosa , che Piero francese si mosse subito 
con gran gente (Tarme a cavallo, e più arditamente che l'usato 
andò insino alle porte di Sìgna. E pertanto, Castruccio con 
settecento cavalli e dumila fanti si mosse da Pistoia, e venne a 
Signa : e poi che ebbe levati dalla guardia quegli che aveva a 
sospetto, corse colle sue genti per il contado di Firenze e per 
la via di Siena insino a Sancasciano ; e per accrescere il dolore 
a' Fiorentini, con arsioni e incendj fece grandissimi danni. 

La fama era già divulgata degli apparati di Carlo figliuolo 
del re Ruberto, e per certo si teneva, che la state prossima 
e'verrebbe in Toscana. La qual cosa pensando seco medesimo 
Castruccio, deliberò abbandonare Signa: ma innanzi a questo, 
perchè non si credesse che lo facesse per paura, mise in batta- 
glia tutto il suo esercito, e venne sino a Peretola. E stette al- 
quanto in quello luogo : e non venendo alcuno contra di lui , 
ritornò a Signa, e l'altro dì mise fuoco nel castello, e condusse 
le genti a Carmignano. Il quale luogo fu di poi la sedia della 
guerra , donde scorreva nel contado di Prato e di Firenze con 
grande danno di tutto il paese. 

Nel principio del seguente anno Castruccio, per vendi- a. me. 
carsi di Piero francese condottiero de' Fiorentini per lo inganno 
tentato poco innanzi contra di lui , ordinò uno trattato come 
appresso diremo. Commise a certi uomini, che segretamente 
parlassero col Francese , stimando che come egli aveva voluto 
fare di Signa, così fosse pronto a fare dell' altre castella, e or- 
dinatamente si componessero con lui di dargli Carmignano. 11 
Francese, vòlto di sua natura a queste cose, e reputando che 
per sua opera Signa fosse stata abbandonata dal nimico, più 
volonterosamente che cautamente trascorse in uno grande in- 
conveniente. Perocché, rimasto che fu d'accordo del trattato 
di Carmignano, di suo proprio consiglio, non avendo conferito 
con altri, se n'andò con alquanti uomini eletti a prendere il 
castello, e come era ordinato, si trovò neh" aguato e avere i 
nimici intorno; e volendo fare resistenza, in ultimo rimase 

48 






274 ISTORIA FIORENTINA. 

rotto e preso con molti de* suoi: al quale di poi per comanda- 
mento di Castruccio fu tagliata la testa. Per questa cagione fu 
sollecitata la venuta di Carlo, e di nuovo fatta la deliberazione 
con alcune condizioni più larghe, cioè che durante quella 
guerra avesse ogni anno dugento migliaja di fiorini d'oro, e 
che il popolo fiorentino pagasse tutte le genti condotte a pie e 
a cavallo, che erano un numero di semila soldati. Gli amba- 
sciadori con questi capitoli mandati a sollecitare la sua venuta 
furono Alamanno Àcciajuoli, Spinello di Primerano, Piero di 
Nardo. 

In quello medesimo anno fu riedificato il castello di Signa, 
il quale 1' anno dinanzi era stato disfatto da Castruccio : e ac- 
ciocché egli s' empisse d' abitatori , furono fatti esenti coloro 
che v'andavano. Era in quel tempo la spesa grandissima; e 
molti, per fuggire la gravezza, se n' andarono in quel castello. 

In questo medesimo tempo il sommo pontefice mandò uno 
legato in Toscana chiamato Giovanni cardinale degli Orsini: il 
quale per la via di mare si condusse a Pisa, di poi a Firenze, 
dove aspettava la venuta di Carlo , il quale si diceva già essere 
entrato in Toscana. Ma a Carlo fu necessario soprastare alquanti 
di a Siena, per comporre le discordie di più famiglie e riducere 
la terra in suo arbitrio. Le quali cose avendo condotte secondo 
la volontà sua, si parti, e circa uno mese di poi che era venuto 
il legato, entrò in Firenze con tanta compagnia di baroni quanto 
alcuno altro principe che in quel tempo si ricordi. Ma nel fare 
la guerra, non si dimostrò troppo vigoroso, o per tardità di 
natura o veramente per ordine del padre; e non parve che 
satisfacessi alla grandezza del nome e a quello che richiedeva 
uno sì copioso esercito e abbondante. Crescendo adunque tanti 
apparati appresso a' Fiorentini , e addirizzandosi in loro favore 
lo sforzo del sommo pontefice e del re quasi intollerabile, 
capi della parte avversa incominciaro grandemente a temere, e 
con ogni cura si volsero a provvedere a' fatti loro. Furono an- 
cora sollecitati da Galeazzo Visconti signore di Milano, il quale 
per la guerra che molto innanzi s' era fatta per il papa e il re 



LIBRO QUINTO. 275 

Ruberto , aveva mosso ancora lui la guerra di Castruccio iti 
Toscana, e allora, vedendo crescere sommamente la potenza 
degli avversar)', molto se ne turbava. Sollicitando e stimolando 
i capi della parte ghibellina a fare ogni loro sforzo, fu cagione 
che chiamassero in Italia Lodovico duca di Baviera eletto nuo- 
vamente alla degnità dello imperio. Era questo signore già molto 
innanzi inimico al sommo pontefice, perocché da lui, per avere 
favorito gli avversarj nella guerra di Genova e di Lombardia, 
era stato pronunziato indegno allo imperio e molto severamente 
scomunicato. E pertanto, come intese la disposizione degl'Ita- 
liani, subitamente passato l'Alpi, ne venne a Trento, per trat- 
tare co' signori della richiesta che gli era stata proposta e rima- 
nere d'accordo del modo e del tempo della sua passata. Ordinato 
adunque che a Trento si tenesse questo colloquio, tutti quegli 
signori di Milano, di Mantova e di Verona e altri di Lombardia 
e di Toscana capi della parte ghibellina si ragunarono con lui , 
e finalmente fecero con grandi promesse, che non si tornassi 
per allora nella Magna, ma chiamassi le genti, per passare oltre 
in Italia e a Pioma. La fama e il romore di questa cosa sollecitò 
molto le menti d'ognuno, e tenevale sospese a vedere che fine 
avesse a seguire. 

Nel principio adunque del seguente anno Lodovico, ragu- A i327 . 
nate alquante genti insieme, si mosse da Trento, e pigliando 
il cammino in sulla mano destra , se n' andò prima a Brescia , 
poi a Milano: e in quello luogo, come è di consuetudine, con 
grande concorso di gente per le mani del vescovo Guido degli 
Aretini fu coronato. Questo vescovo per la guerra fatta a Città 
di Castello, come dicemmo di sopra, era stato scomunicato 
dal papa: e di poi, perchè egli sprezzava le scomuniche, dal 
sommo pontefice fu privato d' ogni degnità, e in suo luogo era 
stato fatto vescovo Buoso della casa degli libertini. E per quello 
sdegno e similmente per la parzialità , trovandosi signore 
d' Arezzo , con gente assai a cavallo era ito a Lodovico , e non 
era forse in quel tempo maggiore esca e materia d' incendio 
che quella di costui. Per sua mano adunque appresso a Milano 



276 ISTORIA FIORENTINA. 

fu coronato Lodovico. Ma dopo la sua coronazione soprastette 
assai in ragunare danari , de' quali non solamente era cupidis- 
simo, ma ancora n'aveva grandissimo bisogno. E allora venne 
a scuoprire la sua cupidità: perocché, essendo massimamente 
per opera di Galeazzo Visconti chiamato in Italia e ricevuto a 
Milano con grandissimo onore, tanto fu ingrato, che per cupi- 
dità del danajo lo privò del dominio e miselo nella carcere. E 
appresso, Azzo Visconti suo figliuolo, il quale dicemmo di sopra 
che si trovò in Toscana alla vittoria di Castruccio, e Luchino 
suo fratello fece pigliare e riscattare con grande quantità di pecu- 
nia. Oltre alle predette cose, dette uno governatore a' Milanesi, 
e diputò ventiquattro cittadini al suo consiglio sotto certa spe- 
zie di libertà, e per remunerazione di tale beneficio, trasse da 
loro grande numero di pecunia. 

Mentre che queste cose si trattavano in Lombardia, Carlo 
e i Fiorentini mandarono le genti innanzi alle ricolte contro a 
Castruccio. Non andò personalmente Carlo nello esercito, ma 
restando a Firenze, commise il governo a uno de' suoi baroni 
chiamato Novello. Questo capitano adunque partito collo eser- 
cito andò la prima giornata insino a Signa , e stette tre di in 
quelli luoghi , che nessuno sapeva in qual parte delle terre mi- 
miche volesse entrare. Finalmente, di notte tempo lasciando 
gli alloggiamenti e padiglioni e tende, perchè il nimico non 
avesse sentore della sua partita , prese il cammino in sulla sini- 
stra ripa dell'Arno e andò a Fucecchio. E di quel luogo per un 
ponte subitamente ordinato passò il padule, e con tutte le genti 
pose campo a Santa Maria a Monte, fortissimo castello. Di poi 
dette la battaglia : e le genti d'arme a pie e a cavallo, passando 
pe' fossi e pe' luoghi difficili senza alcuno riguardo, posero le 
scale al castello; e fu tanta la moltitudine del saettume che 
moltiplicò contro a' nimici, che gli levarono dalle difese, e 
finalmente presero le mura. E perchè il luogo aveva tre cir- 
cuiti, i terrazzani, avendo perdute le prime, si ridussero alle 
seconde: e quelle ancora essendo arditamente prese da quegli 
di fuori, vi restò la fortezza, la quale non parve alle genti che 



LIBRO QUINTO. 277 

v* erano entrate drento dovere tentare per allora. Ma volgen- 
dosi alla preda e alla uccisione di quegli di drento, e nascendo 
contesa tra i nostri e i soldati forestieri, quegli che potevano 
meno cominciarono a mettere fuoco nel castello. E fatto questo 
in più luoghi , V incendio per tutto si distese con tanto danno, 
che non vi fu alcuno quasi o maschio o femmina d' alcuna età 
che di quel castello scampasse: perocché, quegli che erano 
nascosti la fiamma e la mina delle case gli ammazzò, e quegli 
che furono presi in sull' ira e sdegno furono morti di ferro. Di 
poi quegli che erano rifuggiti nella ròcca fecero triegua per otto 
di, con patto di darsi tra questo termine, se Castruccio non 
dava loro soccorso. Per questa cagione, Castruccio si mosse a 
venire colle genti, e fermandosi in uno luogo rilevato lontano 
da' Fiorentini , e parendogli non avere sì grande numero di 
genti che fosse pari a loro, non ebbe ardire di dare soccorso a 
quegli di drento: e così al termine diputato secondo i patti, s'ot- 
tenne la fortezza. 1 Fiorentini, avuto interamente il castello, 
lo rinnovarono di mura e di torri e fornironlo di buona guar- 
dia. Di poi andarono a trovare il nimico , e posto che ebbero il 
campo non molto lontano dal suo , lo richiesero di battaglia : 
la quale ricusando Castruccio, e tenendo i suoi drento dalle 
munizioni del campo , loro dopo tre dì si tirarono indrieto ; e 
passato il padule, entrarono nel contado di Pistoja, e assedia- 
rono Artimino , il quale castello in quel tempo era fortissimo : 
e poi che vi furono stati alcuni dì, finalmente gli dettero una 
aspra e valorosa battaglia. E facendo quegli di drento resistenza, 
portarono grande quantità di materia intorno alle mura e mi- 
sonvi fuoco in tal maniera, che arse lo steccato e la porta: e 
non avevano quegli di drento alcuno refrigerio , perchè dì e notte 
lo combattevano. All' ultimo, perdendo ogni speranza, dettero 
il castello con salvamento delle persone. 

Dopo queste cose, desiderando con quello medesimo ar- 
dire porre campo a Carmignano, Carlo gli chiamò a Firenze, 
perchè era avvisato della venuta di Lodovico : il quale , dopo allo 
inganno fatto a' signori di Milano e le pecunie riscosse, sen- 



278 ISTORIA FIORENTINA. 

tendo che gli animi degli altri principi e tiranni erano grande- 
mente per questa cosa alienati, di n\iovo ordinò, che tutti co- 
storo si ragunassero a colloquio in quello di Brescia al castello 
degli Orci In quello luogo fatto sua scusa di quanto era seguito 
contro a' Signori di Milano, e sollevati di nuovo gli animi a 
grande speranza della loro impresa, si mosse collo esercito, 
prendendo il cammino inverso Toscana: e passato il giogo dello 
Appennino con tutte le genti, venne per Lunigiana inverso 
Pisa. Per questa cagione era stato rivocato Y esercito di Carlo 
inverso Firenze. 

Castruccio, come prima intese la venuta di Lodovico, 
gli si fece incontro con le genti d'arme a cavallo, e si lo ri- 
cevè con grande onore e con grande magnificenza di doni 
e di presenti. Ma i Pisani, benché nella sua prima venuta 
di Lombardia si fossero rallegrati e in quel primo colloquio 
mandati ambasciaclori , nientedimeno, temendo o si veramente 
T avarizia di questo principe , ovvero la contesa della sedia ro- 
mana, contra la quale lui apertamente procedeva, delibera- 
rono al tutto serrargli le porte. E pertanto, insino prima quando 
fu loro significato la sua coronazione, avevano vietato , che si 
facesse fuochi e altri segni di letizia; e allora, appressandosi 
alla città, avevano fornita la terra di guardie, e alquante genti 
tedesche che erano a loro soldo, per sospetto del paese donde 
egli erano, avevano cacciate di Pisa e tolto loro i cavalli: final- 
mente avevano fatto pensiero, che se questo signore tentasse 
la forza contra di loro , di domandare ajuto a Carlo e a' Fioren- 
tini. Ma Lodovico, reputando che all'altre sue cose gli sarebbe 
grandissimo impedimento , se fosse^ricusata la amicizia sua da 
quella città che era tenuta sola in Toscana favorevole allo impe- 
rio, mise ogni sua cura e diligenza per tirare i Pisani allo arbi- 
trio e volontà sua. Mandò adunque oratori a Pisa che parlas- 
sero a quel popolo , e con benigne promesse s' ingegnassero 
umiliare gli animi loro. Ma quegli che reggevano la repubblica, 
essendovi uomini sapientissimi e gravissimi, e temendo del 
movimento della moltitudine, non consentirono che eglino en- 



I 



LIBRO QUINTO. 279 

trassero drento. Piestava adunque provare la forza: ma era da 
dubitare, che non si volgessero a Carlo e a' Fiorentini a do- 
mandare ajuto, e apertamente si alienassero da lui. E pertanto 
gli parve da tenere una via di mezzo e tentare per Y opera del 
vescovo Guido degli Aretini, il quale teneva pubblica amicizia 
co' Pisani, se gli potesse rimuovere dal loro proposito. 11 ve- 
scovo adunque ordinò di parlare agli ambasciatori pisani, princi- 
pali uomini della città, e sotto pubblico salvocondotto accostar- 
gli con loro presso al castello di Librafatta. Ultimamente, dopo 
una lunga pratica trattata da ogni parte , la cosa si riduceva a 
questa conclusione : che i Pisani promettevano di dare al nuovo 
principe sessantamila fiorini d'oro, perchè si partisse e non 
facesse loro guerra : e per via alcuna non si potettero condu- 
cere, che fosse ricevuto nella città. Quella condizione essendo 
da Lodovico rifiutata, e tornando gli ambasciatori a Pisa senza 
fare altro , Castruccio subitamente si mosse , e passato il Serchio 
(perocché il campo di Lodovico era di qua dal fiume), assaltò 
gli ambasciadori e presegli contralafede che era stata loro data: 
e Lodovico, come ebbe inteso che gli ambasciadori erano stati 
presi, prestamente passò il fiume , e dirizzò le genti inverso Pisa. 
Ma quella presura degli ambasciadori partorì nello esercito 
grande contesa: perocché, il vescovo Guido avendo dato la 
fede di commessione del principe e che venissero a colloquio 
con lui, gli pareva che lo onore suo fosse offeso; e dolendosi 
che questa ingiuria gli fosse fatta da Castruccio, dimostrava 
che non tanto i Pisani, quanto la sua fede era violata. Questa 
contenzione si ridusse al giudicio di Lodovico. 11 vescovo gri- 
dava che gli ambasciadori de' Pisani si liberassero e rimandas- 
sonsi nella città , e apertamente dimostrava che non soffrirebbe 
questa ingiuria. Castruccio da altra parte diceva che non si 
maravigliava punto, se egli avesse a male che i nimici fossero 
vinti, perchè egli era nato di madre fiorentina, e non era inte- 
ramente uomo d'alcuna delle parti, e seguitava questi e favo- 
riva a quegli, e come egli aveva mescolato la diversità del 
sangue, cosi la incostanza dell'animo. « Questa sua varietà, 



280 ISTORIA FIORENTINA. 

» disse Castruccio , non è cosa nuova , ne al presente la prima 

» volta si dimostra : perocché costui solo è cagione , che Fi- 

» renzs sta in suo stato, e non è stata già molto innanzi di- 

» strutta. Aveva quella città ricevuta una grande rotta, e io 

» m'ero condotto colle genti in sulle porte; il popolo assediato 

» non aveva frumento, né poteva lungo tempo la fame soppor- 

» tare: il perchè si sarebbe assediata e presa senza fatica, se 

» questo uomo , richiesto e pregato da me , fosse venuto dalla 

» parte di sopra a strignere la ossidione. Quella impresa allora 

» ricusata da costui che ha ingannato e abbandonato la pro- 

» pria parte, dà al presente queste molestie al nuovo prin- 

» cipe : e come allora volle salvare Firenze , cosi ora ha per 

» male, che i Pisani vengano nella nostra podestà. Tu adun- 

» que , signore , non debbi guardare al vescovo Guido , ma a 

» quello che è utile a te. » Il vescovo , rispondendo a queste 
cose, disse: <r che non si vergognava punto della sua proge- 

» nie, e come egli era noto e manifesto, come essendo Ca- 

» struccio povero e bisognoso , appressso agli Aretini ebbe 

» dalla sua famiglia il sostenimento della vita; e che la ca- 

» gione, che non era venuto allo assedio di Firenze, era per 

» rispetto della pace che in quel tempo aveva co' Fiorentini, la 

» quale senza mancamento della sua fede non gli era lecito di 

» rompere; e che era sempre stato di questo animo, che il 

» giuramento e la fede data ancora al nimico si dovesse osser- 

» vare. E se tu, Castruccio, come ingannatore e maligno, 

» rompesti la pace a' Fiorentini, non la dovevo però io vio- 

» lare. Ed al fatto de' Pisani, dico che non ci è maggiore im- 

» pedimento, né maggiore ostacolo che la presenza tua: pe- 

» rocche io so certo, che quelle porte sarebbero aperte a questo 

» principe, se i Pisani non temessero te autore di tutte le 

» fraudi e di tutti gl'inganni. » Questa altercazione Lodovico 
divise, e apertamente parve che inclinasse al favore di Ca- 
struccio. Andò di poi a porre campo a Pisa, e circondò colle 
genti tutta la terra, e quasi vi stette un mese intero, e ultima- 
mente l'ebbe a patti. 



LIBRO QUINTO. 281 

In questo medesimo tempo il vescovo Guido , per la inde- 
gnazione detta di sopra, si parti da Lodovico, allegando che 
per faccende d' importanza gli bisognava tornare in quel 
d'Arezzo. Ma facendo la via lungo la marina, quando fu a 
Montenero, cadde in infermità e prestamente si mori: uomo 
senza dubbio grande e glorioso, se non fosse stato ribelle del 
pontefice. E nientedimeno quello errore, scrivono alcuni, in- 
nanzi alla morte lo riconobbe, e promesse, che se la vita gli 
bastasse, sarebbe dal canto della chiesa contro a' nimici. 

Dopo la morte di Guido che era stato vescovo d' Arezzo e 
poi privato , come abbiamo narrato di sopra , Piero suo fratello 
chiamato per soprannome Saccone prese la signoria e tirannide 
degli Aretini. Lodovico, avuta la città di Pisa, vi stette circa 
due mesi , per trarre danari e provvedere a altre cose necessa- 
rie al suo cammino: perocché egli aveva deliberato non sola- 
mente andare a Roma, ma ancora entrare nella impresa del 
Pieame contro al re Ruberto. In quel mezzo tempo, pregato da 
Castruccio , venne a Lucca e di poi a Pistoja , per vedere Fi- 
renze più dappresso. Ritornò a Pisa, e avendo a ordine ogni 
cosa, prese il cammino lungo la marina verso Roma con grande 
esercito di gente a pie e a cavallo. Castruccio, avendo a ire in- 
sieme con Lodovico, lasciò alla guardia di Lucca mille cavalli , 
e poi con cinquecento cavalli e mille balestrieri seguitando le 
vestigie sue, lo raggiunse a Viterbo. Carlo, in mentre che le 
genti de' nimici stettero a Pisa, non si parti col suo esercito da 
Firenze; ma poi che egli intese Lodovico e Castruccio essere 
entrati in cammino, chiamò i cittadini in consiglio, e mostrò 
la necessità della sua partita, e apertamente disse, che lasciava 
alla guardia della terra Filippo condottiere con mille cavalli. 
Confortò appresso i cittadini a portarsi virilmente e costante- 
mente : e di poi col resto delle genti se n'andò a Siena e di poi 
a Perugia, e ultimamente si condusse nel Reame. I Romani, 
molto innanzi intesa la venuta di Lodovico , erano in grandis- 
sima sedizione; e la parte contraria al re e al sommo pontefice 
v' era più potente: dalla quale in ultimo ricevuto nella città Lo- 



282 ISTORIA FIORENTINA. 

dovico, non molto di poi con grande concorso del popolo si 
coronò. Ma nella sua coronazione non vi fu osservata alcuna 
consueta solennità, non vi fu alcuno legato, ne alcuna com- 
messione o autorità del pontefice. La corona gli fu messa in 
nome del popolo da Sciarra Colonnese capo della parte ghibel- 
lina: e per la memoria di quello atto lui e suoi discendenti ag- 
giunsero alla loro antica arme una corona, come se fosse stato 
cosa degna quello che con infamia s' era trovato a fare. 

A Castruccio fu fatto ancora a Roma singolare onore, non 
solamente da Lodovico, il quale avevalo in grandissimo pregio, 
ma eziandio dal popolo romano. Dopo il principe, lui solo era 
guardato; a lui si riferivano tutti i consigli; finalmente egli era 
quello da chi tutto il pondo di questa cosa pareva che dipen- 
desse. Grande numero di gente di tutta Italia concorreva a 
Roma: perocché tutti i nimici del papa e partigiani della parte 
con grande letizia d' ogni luogo v' abbondavano , e apertamente 
dicevano, che il re Ruberto e il suo Reame come capo della 
parte si voleva manomettere e occupare. E già pareva che vi 
fosse forze abbastanza, e per cagione di questa impresa si face- 
a.1328. vano gli apparati manifesti. Essendo adunque gli animi dei 
popoli vòlti alla espugnazione di questo principe, e celebrando 
con grande parlare la sua fama, accadde in Toscana una cosa 
memorabile, che rivolse la mente d'ognuno inverso di quella 
novità: perocché Filippo, il quale era rimasto capitano delle 
genti de' Fiorentini , fece una grande e ardita impresa , cioè di 
pigliare Pistoja, prestando orecchi a' conforti di due usciti, i 
quali avendo notizia di quegli luoghi, promisero mettergli den- 
tro le genti. E pertanto , ordinate scale e altre artiglierie segre- 
tamente nella cittadella di Prato, quando parve il tempo di 
conducere la cosa, Filippo nel principio della notte uscito di 
Firenze colle genti d' arme a cavallo, n' andò a Prato. E nes- 
suno cittadino fiorentino n'aveva notizia, eccetto messer Si- 
mone della Tosa generoso cavaliere e di somma nobilita, il 
quale molto innanzi aveva chiamato in compagnia e al consiglio 
di questo partito. Appresso, giunto che fu a Prato e presta- 



LIBRO QUINTO. 283 

mente messi a ordine gli artificj , si partì con secento cavalli e 
dumila fanti e la notte medesima giunse alle mura di Pistoja. 
Quivi gli usciti per il mezzo del ghiaccio, che era nel colmo del 
verno, passati i fossi, montarono colle scale in sulle mura da 
una parte che era abbandonata, e condussero con loro circa 
cento soldati che li seguirono: appresso, molti altri, passati i 
fossi quietamente, incominciarono a rompere le mura. In que- 
sto mezzo il connestabile delle guardie, andando intorno alla 
terra, giunse in questi luoghi, e volendo destare le guardie 
secondo la consuetudine, sentì lo strepito e cominciò a correre 
e a levare il romore. A quelle grida si destarono coloro che 
erano più vicini , e subitamente si dilatò il tumulto per tutta la 
terra. Filippo aveva già gettato un ponte sopra i fossi, e fatto 
passare grande numero de' suoi, e le mura erano rotte in due 
luoghi in tal modo, che non solamente le fanterie, ma ancora 
le genti d' arme a cavallo vi potevano passare , e la persona sua 
era già entrata dentro, e con grande istanza seguiva l'impresa. 
Ancora quegli che erano entrati in sulle mura avevano presa 
una torre vicina, e oppressate le guardie, avevano gittato il 
fuoco nella porta di sotto, acciocché più facile avesse 1' entrata 
il resto delle genti. Erano alla guardia di Pistoja circa settecento 
soldati di Castruccio, i quali per il timore, intesa la entrata- 
de'nimici, si ristrinsero dapprima insieme, dubitando della 
volontà e del trattato de' cittadini, ma poi che videro i terraz- 
zani animosamente pigliare V arme contro quegli che erano en- 
trati dentro, presero grande conforto, e lasciarono una parte 
di loro in piazza, il resto corsero colla moltitudine de' cittadini 
a ributtare i rumici. La zuffa fu aspra quanto ella fosse stata 
per alcuno tempo innanzi : finalmente , essendo superiori que- 
gli di Castruccio, ricacciarono insino alle mura dove erano 
rotte quegli che erano entrati dentro ; molti spaventati se 
n'uscivano della terra; molti ancora di quegli che erano alle 
mura, perdendo la speranza, abbandonavano il luogo e rifug- 
givano a' loro di fuori. Era la cosa dubbiosa e in grande confu- 
'sione , e alcuni pe' fossi e pe' luoghi diffìcili volevano entrare e 



584 ISTORIA FIORENTINA. 

alcuni uscire: mail capitano era quello che sosteneva la punta, 
il quale con una squadra di cavalli s' era fermo dove le mura 
erano aperte, e come il nemico se gli appressava, se gli vol- 
geva con uno empito di gente d' arme e per forza gli ributtava 
indrieto. Era spesse volte ridotta la zuffa in simile varietà, e le 
genti di Castruccio combattevano si ferocemente, che pareva 
alla fine dovessero ottenere. Ma in questo mezzo, essendo arsa 
erottala porta, entrò dentro con una grande furia tutta la 
moltitudine della gente a pie e a cavallo, e le trombette inco- 
minciarono a suonare con tanto rumore e con tanto tumulto 
che veniva da quella parte, che le genti di Castruccio vi rima- 
sero rotte : e a poco a poco si ritrassero in sulla piazza , e quivi , 
presi due figliuoli di Castruccio, si fuggirono con loro nella 
fortezza, la quale lui aveva fornita nella estrema parte della 
città. I cittadini, abbandonata la battaglia, se ne tornarono alle 
case loro e posarono l'arme, lasciando correre per la terra il 
vincitore a suo piacimento, e non senza grande pericolo di 
coloro che avevano vinto. Perocché Filippo, seguitando i ni- 
mici, s'era fermo colle bandiere dirimpetto alla fortezza, eia 
sua gente d'arme, essendo sparsa a predare la terra, avevano 
quasi lasciato il capitano senza compagnia. I nimici adunque 
presero animo d' uscire fuori con tanto empito, che poco mancò 
che non pigliassero il capitano e le bandiere. E non fu la notte 
la cosa in maggiore pericolo in alcuno luogo che in quello : pe- 
rocché ogni volta che eglino avessero vinto quegli pochi in- 
sieme col capitano, facilmente superavano gli altri che erano 
sparsi per la terra occupati alla preda: ma per singolare co- 
stanza del capitano fu sostenuta la forza de' nimici. E già appa- 
riva l'aurora, e le genti d' arme, inteso il pericolo, ritornarono 
alle bandiere: il perchè, perduta ogni speranza , quegli di 
Castruccio abbandonarono la fortezza , e prestamente se ne 
fuggirono. Tutta la terra fu messa a saccomanno senza fare 
eccezione di parte amica o inimica: e nientedimeno furono ri- 
guardate le persone de' terrazzani. 

Dopo questo, Filippo, composte le cose come si poteva, 



LIBRO QUINTO. 285 

il decimo di poi tornò a Firenze, e fu ricevuto con tanto onore, 
che la sua entrata fu simile a uno trionfo. Le compagnie gli 
andarono incontro co' gonfaloni , e similmente il magistrato e 
tutti gii altri a gara si fecero innanzi a fargli onore. Ma Castruc- 
cio , poi che ebbe la novella della perdita di Pistoja , che per la 
via di mare gli fu portata in tre di, se n' andò a Lodovico, do- 
lendosi gravemente, che vedendo lui i suoi pericoli, contra sua 
volontà l'aveva tirato a Roma. Di poi, partito con prestezza, 
con quelle genti che egli aveva menate seco, che erano se- 
cento cavalli eletti e mille balestrieri, ritornò inverso Pisa; e 
fra il cammino (perchè la sollecitudine dell'animo avanzava la 
tardità del corpo), si lasciò indietro le genti, e cavalcando dì e 
notte per vie rotte di latrocinj si condusse a Pisa. Quivi dimo- 
strando la sua presenza e dando ardire in quella avversità agli 
amici suoi, fu cagione di conservare l'altre cose. Appresso, 
ragunate le genti, passò nel contado di Pistoia, e forni di vit- 
tuvaglia e dr gente la fortezza di Montemurlo che era rimasta 
in mezzo de'nimici. Tornò poi a Lucca e a Pisa: e perchè pa- 
reva che la commune utilità lo richiedesse, governava a suo 
piacimento la repubblica de' Pisani , e da loro traeva danari per 
la guerra. 

In questo mezzo Lodovico fece una impresa molto scele- 
rata e infame, perocché per sua sentenza prese a fare uno pon- 
tefice romano falso, e privò papa Giovanni XXII: la qual cosa 
come vituperosa e di uomo barbaro e maligno fu ricusata dalla 
santa chiesa de' fedeli, e solamente alcuni partigiani della sua 
perfìdia, i quali meritamente furono scomunicati , e ancora al- 
cuni altri ribelli della religione e quasi tutta la sentina de' chie- 
rici scelerati 1' accettarono. E quel falso pontefice creò ancora 
cardinali, e imitando gli ufficj del vero pontefice, confermò Lo- 
dovico nello imperio. E cosi il falso imperadore e il falso ponte- 
fice furono autori di dare la clegnità l'uno all'altro, profanando 
gli altari e la sua sedia della città di Roma. 

In questo tempo Castruccio, continuamente ogni di e 
ogni ora ricercando con grande sagacità quello che si potesse 



286 ISTORIA FIORENTINA. 

fare, venne in grande speranza di racquistare Pistoja per le ca- 
gioni che appresso diremo. Poi che Pistoja fu presa e messa a 
saccomanno, trovandosi spogliata d'ogni cosa, nacque contro- 
versia tra Filippo condottiere di Carlo e i Fiorentini. Perocché 
lui voleva che i Fiorentini provvedessero del pubblico della 
vittuvaglia e altre cose necessarie per la guardia di quella 
terra: loro rispondevano, che per Carlo e non per sé s'era 
acquistata la terra di Pistoja; e che avevano promesso di dargli 
ogni anno dugento migliaja di fiorini, i quali avevano già pa- 
gati; e non essere ragionevole che, oltre a quello che eglino 
erano rimasti d'accordo, affaticare il popolo; ma piuttosto lui, 
che aveva spogliata Pistoja d'ogni cosa, dovere ristorare e fare 
i provvedimenti necessarj alla conservazione di quella terra: 
perocché egli era cosa indegna, che avendo vuoto Pistoja, lui 
avessi la preda e volesse che altri la riempiesse. Filippo da 
altra parte diceva: chele cose acquistate, secondo la ragione 
della guerra, erano consuete essere de' soldati; e che gli pa- 
reva avere latto abbastanza avendo con suo pericolo tolta quella 
città al nimico ; e che la preda che i soldati avevano presa gli 
parrebbe cosa ingrata di domandare che la restituissero. Queste 
contese erano cagione, che vittuvaglia non si portava quanto 
era di bisogno , e non si provvedeva all' altre cose opportune. 
Castruccio adunque, avendo notizia di questo disordine, e pa- 
rendogli che la contesa de' nimici fosse suo guadagno, ordinò 
che i Pisani e Lucchesi facessero un grande numero di gente, 
e con quello esercito subitamente andò a campo a Pistoja. Era 
dentro alla terra messere Simone della Tosa cavaliere fioren- 
tino, che v' era stato lasciato da Filippo con trecento cavalli e 
circa mille fanti: aveva ancora i cittadini pistoiesi della mede- 
sima parte. Con queste genti adunque egregiamente difendeva 
la città, e spesse volte usciva fuori, e non dubitava di turbare 
1' opere e apparati de' nimici. Appresso, un'altra compagnia di 
gente a cavallo era posta a Prato, e spesse volte assaltavano 
Castruccio in modo che non avevano riposo da alcuna delle 
parti. Ma tutta la sua speranza era nel mancamento della vittu- 



LIBRO QUINTO. 287 

vaglia di quelli di dentro, perchè aveva notizia che non avevano 
da vivere se non per due mesi. E pertanto, posto da parte ogni 
pensiero di vincerla per forza, solamente attendeva a questo, 
di circuire la terra e torre loro ogni via e ogni facoltà d' avere 
vittuvaglia. I Fiorentini, benché dapprima a ragione e con loro 
danno fossero indegnati, nientedimeno, poi che videro Ca- 
struccio con tanto sforzo avere assediato Pistoja, presero tardi 
il migliore consiglio, non perdonando ne a spese né a danari: 
e avendo prima nella disputa della piccola spesa fatto resistenza , 
le grandi volontariamente soffersero , come è natura commune- 
mente de' popoli. Ragunato adunque sollecitamente uno eser- 
cito di tremila cavalli e di più di ventimila fanti , ordinarono 
frumento e vittuvaglia con grande fatica e con grande spesa 
per metterla in Pistoja per forza d' arme. Filippo, avendo messo 
in punto ogni cosa e tutte le genti ragunate a Prato , mosse la 
bandiera e andò a trovare il nimico : e posto che si fu presso al 
campo suo, lo richiese di battaglia. Castruccio, benché avesse 
deliberato di non far pruova della zuffa, nientedimeno, simu- 
lando di volere venire alle mani, tenne alquanto il nimico in 
questa vana speranza: e in quel mezzo dì e notte senza alcuna 
intermissione fece afforzare il campo con fossi e steccati e con 
alberi tagliati in tutti i luoghi opportuni. La qual cosa vedendo 
i Fiorentini, deliberarono di far pruova della forza , e colle genti 
ordinate in battaglia fecero spesse volte empito, sforzandosi di 
rompere le munizioni del campo de' nemici. Ma i fossi e gl'im- 
pedimenti e le guardie degli armati che stavano alla difesa gli ri- 
tenevano e ributtavangli indrieto. Finalmente, non potendo con- 
ducere il nimico alla battaglia, nò passare le munizioni del suo 
campo, e vedendo che i loro sforzi erano vani, si posarono, 
non sapendo che partito si pigliare: e cosi stettero alcuni di 
invano. All'ultimo, deliberarono di partirsi e d'entrare nel 
contado di Pisa e di Lucca, per vedere se il nimico per il ti- 
more delle cose sue si movesse a levare V assedio di Pistoja. E 
acciocché la loro partita fosse più magnifica, ordinato l'eser- 
cito in battaglia , nel cospetto de' nimici fecero suonare le trombe 



288 ISTORIA FIORENTINA. 

e richiesongli di zuffa. Poi che nessuno usciva loro incontro 
fuori delle munizioni del campo, mossero le bandiere, e una 
parte se ne tornarono a Prato, per restare in quel luogo col 
frumento e coli' altre cose e vittuvaglie , e stare attenti a ogni 
movimento del nimico; gli altri se ne andarono inverso Pisa; 
una parte ancora corse nel contado di Lucca col medesimo ter- 
rore. Castruccio non si mosse punto, né fece pensiero per 
questo di levare la ossidione, stimando quello che era, che dal 
danno e la preda in fuori, non correva pericolo alcuno, e pa- 
rendogli, che non tanto la speranza, quanto la disperazione 
gì' inducesse in quegli luoghi. Ma gli assediati in Pistoja avendo 
già consumato tutto il frumento, ed essendo stretti dalla 
fame, perduta ogni speranza, tre mesi di poi dettero Pistoja, 
con salvamento delle genti che v' erano dentro. La fama di 
Castruccio per nessuna cosa crebbe quanto per questa una os- 
sidione. E certamente parve cosa mirabile con meno gente 
assai che quella de* nimici essere intorno accampato a una 
grande città, intorno alla pianura, e dentro e di fuori avere 
chi combatteva , solo per industria e scienza delP arte militare 
essere stato tanto superiore , che ributtasse tutti gli sforzi e 
empiti degli avversar)", e finalmente vincitore, si può dire ne- 
gli occhi di tanto esercito de' nimici, pigliasse quella terra. 

Avendo la perdita di Pistoja sbigottiti gli animi de' cittadini, 
e temendo la guerra vicina più che alcuno tempo innanzi, so- 
pravvenne ancora nuovo pericolo e pieno di grande terrore. 
Perocché, fu significato loro, come Lodovico, tentando invano 
la impresa contro al re Puiberto , finalmente si partiva da Roma , 
con fermo proposito di tornare in Toscana. Era venuto insino 
a Todi, e manifestamente diceva, che egli andava alla impresa 
di Firenze: e già erano concorsi a lui gli usciti e gli avversarj 
d'ogni ragione. Appresso, si diceva, che s'erano composti in 
questo modo: che Lodovico venisse coli' esercito per il contado 
di Perugia e di Cortona e d' Arezzo , poi ordinatamente alla 
impresa di Firenze ; Castruccio dall' altra parte fresco in sulla 
vittori^ si movesse da Pistoja con tutte le sue genti; e gli 



LIBRO QUINTO. 289 

Ubalclini e gli altri tiranni della parte ghibellina che tenevano le 
fortezze intorno allo Appennino , con altre genti scendessero in 
Mugello e da quella parte strignessero la città. Erano queste 
cose piene di terrore e d' una dubbiosa espettazione in tal modo , 
che molti non vedevano che speranza o che rimedio fosse a 
tanto pericolo: perocché, essendo Castruccio per sé solo uomo 
terribile e nimico, quanto maggiormente si doveva temere, 
sopravvenendo lo esercito e la presenza di Lodovico con tutta 
la moltitudine degli avversarj? Era dunque sbigottito tutto il 
popolo, e riguardando le cose future, erano dapprima come 
attoniti: ma di poi, confortando l'uno l'altro, non lasciarono 
a fare alcuna cosa, per fuggire il presente pericolo. Parve loro 
innanzi a ogni altro provvedimento d' afforzare Montevarchi e 
le altre castella del Valdarno di sopra, e di fornirle di buone 
guardie: e appresso diputarono in ogni castello due cittadini 
fiorentini per commessarj con alquanto numero di fanti e di 
balestrieri. Quel medesimo si fece nelle altre castella, delle 
quali dubitavano o per debolezza o per sospetto. I fossi ancora 
della terra e altre munizioni appartenenti alla difesa delle mura 
furono rinnovati. E oltre alle predette cose, furono richiesti i 
confederati, che mandassero ajuto quanto fosse loro possibile, 
come si richiedeva a uno tanto e sì estremo pericolo. Poi che 
ebbero provveduto a queste cose, costantemente aspettavano il 
pericolo che si dimostrava, il quale senza dubbio sarebbe suto 
grandissimo , se la benignità di Dio non 1' avesse rimosso. Lo- 
dovico essendo dimorato alcuno di a Todi, e messo in punto 
ogni cosa per venire in Toscana, nuove speranze lo tirarono 
inverso la marina di sotto: perocché Tarmata de' Siciliani, la 
quale doveva infestare il Reame, s'era con tanta tardità appa- 
recchiata, che indugio a venire in quel tempo, quando Lodo- 
vico aveva abbandonata quella impresa. Il capitano dell' armata 
era Piero figliuolo del re Federigo, e con loro s'erano con- 
giunte insieme le navi degli usciti di Genova che erano inimici 
al re Puiberto. Tutti costoro essendo compariti a Ostia, e intesa 
la partita di Lodovico da Pioma, con molti prieghi lo richiama- 
lo 



290 ISTORIA FIORENTINA. 

vano. Per questa cagione si partì da Todi e ritornò a Viterbo: 
e lasciando in quello luogo il falso pontefice e sua carriaggi, 
lui colle sue genti d'arme a cavallo ed espedite andò a Corneto, 
dove allora si trovava l'armata. E poi che s'accozzarono in- 
sieme, piuttosto fecero querela l'uno con l'altro che alcuna 
provvisione. Quegli dell' armata si dolevano , che invano ave- 
vano messo in punto sì grande numero di navigli e consumato 
grande somma di danari: lui accusava la tardità loro, e dole- 
vasi che alle loro cagioni le sue speranze erano tornate vane. 
Ma quegli dell' armata domandavano che di nuovo si ritornasse 
in sulla impresa del Reame. Lui pareva che tacesse e fosse 
a quello disegno molto freddo, perchè vedeva affamate le 
sue genti e contraria la città di Roma, la quale dopo la sua 
partita aveva dispersi i suoi amici e fautori ; e oltre a questo in- 
tendeva 1' entrate e i passi del Reame essere stati afforzati per 
commessione del re Ruberto e forniti eli buone guardie. Queste 
cagioni rimossero Lodovico o veramente ritardarono dallo em- 
pito, che prestamente aveva ordinato fare contro a' Fiorentini. 
Venne ancora a tempo la morte di Castruccio: perocché, dopo 
la recuperazione che egli aveva fatta di Pistoja e i provvedi- 
menti necessarj in quella terra , essendo tornato a Lucca , 
\m. cadde in infermità e dopo a pochi dì si morì. La cagione del 
male suo si tiene che nascesse da una intollerabile fatica 
d'animo e di corpo che egli aveva sostenuta sul campo. 

Circa questo medesimo tempo morì ancora Galeazzo Vi- 
sconti, il quale innanzi aveva tenuto il dominio di Milano e 
d' altre terre di Lombardia molte, grandi e simili a uno regno. 
E poi che egli ebbe perduta la signoria , se n' era ito a Castruc- 
cio , e trovatosi con lui nello assedio di Pistoja e ammalato nel 
campo, si fece conducere a Pescia, e in quella terra si mori. 

Di Castruccio rimasero due figliuoli, Arrigo e Galerano: i 
quali, essendo ancora giovanetti e teneri a sopportare tanto 
peso , il padre gli aveva lasciati sotto la tutela della madre e 
degli amici. Questi loro tutori, celando la morte di Castruccio, 
con nuove genti occuparono Pisa, dubitando che se i Pisani 



LIBRO QUINTO. 291 

avessero sentore, non pigliassero partito di ribellarsi. E non 
era la suspizione vana: perocché i Pisani malvolentieri sop- 
portavano il dominio di Castruccio. Corsero adunque la terra, 
e in alcuno luogo scacciarono il popolo, e per forza d'arme 
confermarono il dominio a 1 giovanetti : e di poi si pubblicò la 
morte di Castruccio, e fecionsi l'esequie con grande magnifi- 
cenza. La novella della morte di Castruccio venne a notizia di 
Lodovico, quando egli era in colloquio con quegli dell' armata: 
e per questo subitamente mutò consiglio, e lasciato addrieto 
ogni altra cura, lungo'il lito del mare n' andò a Pisa. In questo 
modo la città eli Firenze non tanto per ajuto umano quanto per 
beneficio divino fu liberata da uno grande e imminente pe- 
ricolo. 

La morte di Castruccio udita a Firenze fra la speranza e 
il timore a fatica si credeva : ma poi che continuamente rinfrescò 
la novella, tutti gli animi si volsero a grande letizia, e comin- 
ciarono a pensare non tanto al difendersi, quanto all'offendere: 
perocché, tolto via questo ferocissimo inimico, sprezzavano 
Lodovico e gli altri suoi seguaci. E pertanto , usciti fuori colle 
genti, andarono a campo a Carmignano, il quale era ben for- 
nito di guardie, e dando il segno della battaglia, corsero a lino 
tratto alle mura: e fu tanto il loro ardire, che passarono gli 
steccati, e finalmente con grande occisione d' uomini presero il 
castello. La fortezza fu di poi combattuta con bombarde e altri 
edificj otto dì continui: e benché e' si vedesse in brieve tempo 
poterla avere per rispetto della moltitudine che vi s' era rin- 
chiusa dentro , che presto avrebbe consumato ogni grande 
quantità di vittuvaglia, nientedimeno, perchè si diceva Lodo- 
vico esser venuto a Pisa, acciocché qualche cosa di nuovo non 
nascesse, la presero a patti, salve le persone di quegli di den- 
tro e quelle robe che ognuno di loro potesse portare : e oltre a 
questo dettero certi danari alle genti d' arme che v' erano alla 
guardia. Lodovico, poi che fu condotto a Pisa, fu ricevuto dal 
popolo con somma letizia; e lui, per acquistare benevolenza e 
torre il dominio ai figliuoli di Castruccio, mise per suo vicario 



292 ISTORIA FIORENTINA. 

messer Tarlato cavaliere aretino fratello di Guido che fu ve- 
scovo, il quale (come dicemmo di sopra) era stato amico 
de' Pisani e nemico di Castruccio. Nelle altre cose ancora Lo- 
dovico non dimostrava essere molto bene disposto inverso i 
figliuoli di Castruccio: e per questa cagione loro temendo , 
dapprima gli avevano chiuse le porte di Lucca, e non vi lascia- 
vano entrare alcuno che venisse da lui. All'ultimo, mitigato lo 
sdegno, la madre de' giovanetti andò a Pisa, e portò seco molti 
doni, e raccomandò con grande istanza i suoi figliuoli. Di qui 
segui, che Lodovico si condusse a LucCa, dove, levandosi il 
popolo alla sua presenza e accusando la tirannide di coloro che 
erano fautori de' figliuoli di Castruccio, tolse il governo ai gio- 
vanetti, e mise per suo vicario a Lucca uno de' suoi baroni: 
appresso, comandò a' Pisani e a' Lucchesi, che gli dessero 
grande somma di danari, quasi in premio d'avergli liberati 
da' tiranni. 

Mentre che queste cose si facevano in Toscana, Carlo 
figliuolo del re Ruberto, ammalato, a Napoli si morì: e i citta- 
dini di Firenze , liberati dal suo governo , ripresero di nuovo la 
repubblica, e con buona speranza si volsero al reggimento di 
quella. E senza dubbio era già venuto loro a tedio Y avara 
cupidità di quelli di Puglia e di Campagna, i quali ogni cosa 
riducevano al danajo. E benché il favore della casa regale gio- 
vasse loro in molte cose, nientedimeno Firenze (che non si 
può negare) fu loro una abbondantissima materia, donde e' 
trassero grande copia di danari, in forma che chi facesse 
conto dal primo Carlo re di Sicilia insino a questo Carlo di 
chi al presente diciamo de' danari che si consumarono, par- 
rebbe cosa incredibile, che uno popolo solo avesse potuto 
supplire a tanti pesi. I cittadini adunque, pigliando l'ammi- 
nistrazione libera della repubblica, provvidero a quelle cose 
che giudicarono essere necessarie : ordinarono lo squittinio 
de' loro magistrati di uomini eletti e approvati per i loro 
partiti per due anni; appresso, diputarono due consigli a di- 
liberare le cose di maggiore importanza: l'uno era scritto 



LIBRO QUINTO. 293 

popolare, e l'altro che partecipava della nobilita e del popolo 
fu chiamato commune. A questi consigli e a' gonfalonier 
delle compagnie fu terminato il tempo di quattro mesi, che 
solevano innanzi durare sei. 

In questo medesimo tempo nacque sedizione nello eser- 
cito di Lodovico , e circa ottocento uomini a cavallo si par- 
tirono da lui, i quali, uscendo di Pisa e deliberando occu- 
pare Lucca, perchè poco innanzi si sentì la loro venuta, fu- 
rono rifiutati, e chiuse loro le porte. Il perchè, privati di 
quella speranza, predarono tutti i luoghi circostanti della 
terra, e di poi si ridussero al Cerugìio in su uno luogo vicino 
chiamato Montecarlo, il quale era stato afforzato in vita da 
Castruccio, e fermandosi in quello luogo cogli alloggiamen- 
ti, misero grande sospetto agli amici e a* nimici: e poco di 
poi mandarono ambasciadori a Firenze a offerire la fede loro. 
Il perchè si fece grande consultazione di questa cosa, e final- 
mente fu lasciata indrieto, perchè pareva loro pericolo com- 
mettere a' Tedeschi, che erano consueti fare la guerra sotto 
il governo de' nimici, lo stato della città. Ma questa loro 
partita e la stanza in que' luoghi fu di poi il seme di molte in- 
novazioni: perocché Lodovico, contristato per la partita di 
costoro , prima con dolci parole s' ingegnò di placare il loro 
sdegno, ma poi che gli trovò duri al suo proposito, temendo 
de' fatti di Lucca, dove erano vicini, prese per partito di mu- 
tare i luogotenenti, e rimuovere i figliuoli di Castruccio, e 
provvedere a altre cose che generavano grande sospetto. Fi- 
nalmente si compose con Azzo Visconti, che fosse restituito 
nella tirannide e signoria del padre, e pagasse certa somma 
di danari che costoro domandavano : e per questa cagione 
andarono ambasciadori di quelle genti tedesche con Azzo 
Visconti, per ricevere il danajo in loro nome. Ma poi che 
gli ambasciadori ebbero ricevuti i danari, non si curando 
della fede né de' loro compagni soldati, per altra via se ne 
andarono nella Magna. E cosi la speranza di questa cosa ri- 
tornò invano, e le genti tedesche tenevano il campo ne' me- 



39i ISTORIA FIORENTINA. 

desimi luoghi, pure inimici a Lodovico, e aspettavano qual- 
che occasione di nuocere. 

Nella line di questo anno, i figliuoli di Castruccio, i quali 
erano stati spogliati del dominio da Lodovico e ridotti come 
privati, ragunavano grande numero di quelle genti d'arme 
che erano stati soldati del padre, e tentarono di pigliare Pi- 
stoja. Erano alla guardia di quella terra gente di Lodovico, 
ma non si grande numero che fosse da temerlo. Entrarono 
adunque drento i figliuoli di Castruccio e loro seguaci, e 
avendo d'improvviso presa e passata certa parte della terra, 
levandosi i cittadini, rie furono cacciati di fuori. 

In quello medesimo anno, si scoperse un trattato a Fi- 
renze d'uomini maligni e malfattori, che avevano pensato di 
metter fuoco nella terra e darla nelle mani al nimico. La 
cosa si diceva essere composta in questo modo : che avevano 
diputato una notte ordinata di metter fuoco in quattro luo- 
ghi della città, e in mentre che i cittadini fossero attenti a 
spegnere quegli fuochi , in quel mezzo i congiurati volevano 
rompere la porta e metter dentro il nimico, col quale s'erano 
composti quando dovesse venire e stare parato a questo ef- 
fetto. Questa conjurazione s'era fabbricata in quel tempo 
che Lodovico e Castruccio si credeva dovessero venire alla 
impresa della terra. E a mettere ad esecuzione questa cosa, 
erano diputati uomini della infima plebe; e furono trovate 
le case dove avevano portati sermenti, acciocché più presto 
e più vigorosamente s'appiccassero gl'incendj. E pertanto, 
fatti morire i congiurati, la città venne a restare in tranquil- 
lità e pace. 



293 

LIBRO SESTO. 



Nel principio dell'anno seguente, Lodovico, perchè le 
genti tedesche partite da lui gli rompevano ogni sua impresa 
e ogni suo disegno, e i danari che aveva promesso Azzo 
Visconti non comparivano, deliberò di passare in Lombardia , 
per provvedere a questi incommodi. Lasciato adunque a Pisa 
il falso pontefice con tutta la sentina degli eretici e scomu- 
nicati, lui col resto delle genti che gli erano rimaste passò 
il giogo dello Appennino, e per il contado di Parma passò 
in Lombardia. Queste cose governava in modo, come se fra 
pochi di avesse a tornare a Pisa. Ma trovò in Lombardia 
maggiori impedimenti che non stimava: perocché Azzo Viscon- 
ti, avendo veduto esperienza di lui nella disfazione del pa- 
dre, non lo volle ubbidire, ma chiusegli le porte di Milano 
e dell' altre sue terre. Il perchè si venne a trovare in nuova 
guerra in quelle parti. In Toscana similmente seguirono cose 
varie, perocché i Tedeschi che s'erano posti in sul colle 
presso a Lucca, non molto dopo la sua partita, elessero per 
capitano Marco Visconti, il quale mandato da Lodovico tene- 
vano appresso di loro per statico. Confidandosi adunque gran- 
demente nella opera e nello ingegno di costui, presero Lucca, 
e furono messi drento per la fortezza da' soldati che v' erano 
alla guardia. Di poi mandarono ambasciadori a Firenze a of- 
ferire la terra di Lucca, e domandarono due cose: il paga- 
mento elei soldi vecchi che erano circa ottantamila fiorini, e 
appresso certe cose in beneficio dei figliuoli di Castruccio , 
perocché Marco Visconti aveva avuta amicizia col padre loro, 



296 ISTORIA FIORENTINA. 

e pareva che si fossero aoperali in mettere dentro in Lucca 
le genti tedesche per odio di quello dominio. 

Essendo adunque condotta questa cosa a Firenze , varj 
pareri erano nella città. Alcuni confortavano, che senza di- 
lazione si pigliasse Lucca e pagassesi il danajo a' Tedeschi ; 
alcuni altri confortavano , che questa offerta si lasciasse an- 
dare. E in questa disputa le private inimicizie nocevano o 
stavano per nuocere alla pubblica utilità : perocché, dicendosi 
per la terra, che alcuni cittadini reputati erano stati inventori 
e autori di questo fatto, di conducerlo insieme co' Tedeschi, 
per questo rispetto i loro avversar}' si contrapponevano. E 
pertanto il magistrato , chiamato il popolo in consiglio e met- 
tendo innanzi queste cose, le sentenze furono varie secondo 
gli appetiti; e dirizzandosi i più a rifiutarle, messer Pino 
della Tosa cavaliere fiorentino, il quale era stato insieme 
co' Tedeschi autore di quel conquisto, parlò in questa forma: 
« Se noi potessimo, prestantissimi cittadini, correggere i 
» dannosi consigli delle cose di fuori , come noi possiamo le 
» leggi dentro, le quali il tempo e la esperienza maestra 
» delle cose dimostra essere inutili , certamente io stimo , 
» che né a me, né a alcuno altro amatore della patria sa- 
» rebbe necessario in questa deliberazione durare fatica: pe- 
» rocche, dimostrando il tempo quello che fosse meglio di 
» fare, voi lo seguireste. Ma perchè la natura delle cose pro- 
» poste da voi è di condizione, che il pentirsi dopo il fatto 
» niente giova, tutti ci dobbiamo sforzare di prendere quello 
» partito che sia utile alla repubblica. La cosa di che si tratta 
» è gravissima, se io non m'inganno, e molto importa a 
» eleggere questa o quella deliberazione. E senza fallo, o io 
» piglio un grande errore, o molte sono le cagioni che vi 
» debbono confortare a pigliare Lucca: le quali essendo po- 
» ste innanzi agli occhi, mi maraviglio essere alcuni che fin- 
» gano non le vedere o non le intendere. Ma io dirò breve- 
» mente quello che m' occorre e quello che mi pare conoscere. 
» L' avuta di Lucca vi reca di due ragioni utilità : perocché, 



LIBRO SESTO. 297 

acquistata da voi, non sarà più il ricetto ne la residenza de' 
ninnici, e da altra parte vi sarà commoda contro a* vostri av- 
versar]'. Voi sapete quante gravi e pericolose guerre avete 
sopportate gli anni passati, tutte sono procedute da coloro 
che hanno tenuto Lucca. Questa occasione adunque, tolta al 
nimico, recherà grande sicurtà alla repubblica vostra, e farà 
stare discosto chi vi volesse nuocere, in modo che da quella 
parte non avremo più da temere. Noi non abbiamo alcuni 
che d' animo né di disposizione ci sieno maggiori inimici 
che i Pisani; né abbiamo luogo più atto per tenerli a freno 
che la città di Lucca, posta si può dire in sulle porte loro, 
donde potete avere alla offesa e alla difesa della guerra gran- 
dissima opportunità. Ma oltre a queste cose, quanto sarà lo 
accrescimento della vostra potenza , se una bellissima e for- 
tissima città, tanto contado, tante castella, tante fortezze, 
verranno nelle mani vostre? Quanto s' accrescerà la maestà 
e la gloria del popolo fiorentino, se una città, che soleva 
essere quasi pari a voi di forze e di potenza, vi sarà sotto- 
messa? Io certamente, come uso la vita commune e conver- 
sazione degli uomini, così confesso che quelle cose mi muo- 
vono che appresso degli uomini sono reputate utili e buone; 
cioè estendere i confini, accrescere lo imperio, esaltare la 
gloria e lo splendore della città, e acquistare sicurtà e utilità. 
Le quali cose se noi diciamo che non si debbino desidera- 
re, è necessario abbandonare la cura della repubblica e la 
pietà della patria, e quasi tutta la vita pervertire. E se coloro 
che sconfortano il pigliare Lucca sprezzano queste cose e 
niente le stimano, certamente eglino introducono nuovo 
modo di vivere: ma se reputano quelle utili e buone , è ne- 
cessario che eglino stimino ancora la avuta di questa terra, 
donde tanti beni e tanti commodi insieme ne risultano. Cer- 
tamente a me pare, che per divina grazia ci sia data questa 
occasione , che senza pericolo e senza ferite noi sottomet- 
tiamo quella città, donde prima Uguccione da Faggiuola, 
poi Castruccio non senza nostri grandissimi danni ci hanno 



298 ISTORIA FIORENTINA. 

» fatto la guerra. Ma se egli accade che noi ci lasciamo fug- 
» gire questa opportunità, e di poi qualcuno degli avversarj 
» nostri pigli Lucca, chi sarà quello che meritamente non ci 
» riprenda, non ci accusi, non dica che noi portiamo le pene 
» della nostra pigrizia, che noi siamo stati si negligenti a 
» prenderla, potendola facilmente avere? Tutti i danni e tutti 
» gl'incommodi, prestantissimi cittadini, sono gravi, ma que- 
» gli massimamente che vengono per nostra colpa: perocché, 
» incorrere per sua pigrizia in uno male, oltre al danno, è 
» ancora cosa ignominiosa e molesta a quello medesimo che 
» n'è cagione. E pertanto gli uomini savj vogliono che noi sia- 
li ino obbligati alla colpa e non alla riuscita delle cose, peroc- 
» che quella è nelle mani nostre, e quest'altra è sottoposta 
» alla umana varietà. Ma io veggo, che due cose massima- 
» mente s' allegano contro alla sentenza mia. Sono alcuni, che 
» parendo loro che noi abbiamo assai , confortano a mantenere 
» il nostro territorio, e guardansi da spese e da imprese nuove. 
» Alcuni altri, riprendendo lo acquisto di quella terra, stimano 
» che senza alcuna spesa finalmente ella abbia a venire nelle 
» mani nostre. Questi secondi mi pare che veglino indovina- 
» re; i primi giudichino con grande errore: perocché dicono 
» che si conservi solamente quello che noi abbiamo, come se 
» questo acquisto non fosse per la conservazione delle cose 
» che si posseggono, o come se le guerre che da questo luogo 
» ci sono state fatte non abbiano messo in pericolo tutto quello 
» che noi tegnamo. Certamente e' non sono col medesimo 
» animo ne' fatti del loro proprio patrimonio e della repubbli- 
» ca, perocché cercano continuamente d'accrescere il patri- 
» monio, e dì e notte per questo s' affaticano , e da altra parte 
» vogliono che sia proibito alla città. Il popolo romano, nostro 
» antico padre, non avrebbe mai acquistato lo imperio del 
» mondo, se e' fosse stato contento alle cose sue, e avesse 
» ricusato le spese e imprese nuove. E certamente e' non è uno 
» medesimo fine nelle cose pubbliche e nelle private: peroc- 
» che pubblicamente si richiede la magnificenza, che consiste 



LIBRO SESTO. 299 

» nella grandezza e nella gloria; nelle private la modestia e la 
» temperanza. Coloro adunque che consigliano i fatti della 
» repubblica, debbono avere V animo grande ed eccelso, 
» e non tanto pensare alle spese e alle fatiche quanto allo 
» splendore e alla gloria. Se tu mi dirai — ella ci verrà nelle 
» mani senza alcuna spesa, — io dubito fortemente, che se 
» non la pigliamo ora, desidereremo di spendere molto più 
» per lo avvenire, e desidereremlo invano. I poeti dicono, 
» che la opportunità e la occasione ha i crini nella fronte e di 
» drieto è calva, acciocché tu la possa pigliare quando ella 
» viene a te; ma se tu la lasci andare , non truovi poi presa da 
» poterti appiccare. Questo dubito che non intervenga a voi, 
» prestantissimi cittadini, se lasceremo andare questo dono 
» tanto opportuno che ci viene incontro. La mia sentenza è 
» adunque, che Lucca senza alcuno indugio si debbe pigliare, 
» e non recusare in alcuno modo questa occasione che ci si 
)> rappresenta innanzi , conciosiacosachè pigliarla ci rechi uti- 
o lità, sicurtà e gloria; il rifiutarla pericolo e infamia. » 

Questo fu il consiglio di messer Pino della Tosa. Ma i 
cittadini, parte per invidia, parte per timore della gravezza, non 
approvarono questa sentenza, e stimarono vanamente, che 
Lucca, senza altra spesa , in ultimo avesse a venire nelle loro 
mani. In effetto , dopo una lunga consultazione, la cosa si la- 
sciò andare con mal consiglio della città. 

Circa il medesimo tempo i Pistoiesi, vedendo le cose di 
Lodovico andare in declinazione, domandarono pace a' Fioren- 
tini , la quale fu conceduta loro volentieri. In quella pace gli 
usciti quasi tutti tornarono in Pistoia, e Montemurlo fu restituito 
ai Fiorentini, e consentito ancora che ritenessero Carmignano 
e Artimino, che erano castella del contado di Pistoja. E perché 
quella pace avesse maggiore fermezza, messere Jacopo degli 
Strozzi cavaliere fiorentino vi fu mandato sindaco, con pubblica 
autorità di fare quattro cavalieri e aornarli della milizia in nome 
del popolo fiorentino; e fu clonato a ognuno cinquecento fiorini 
d'oro. Di poi, si fece a Firenze una magnifica giostra per rispetto 






300 ISTORIA FIORENTINA. 

della pace. Quest'accordo fu cagione, chele castella de' Lucchesi 
in Val di Nievole s' accordassero ancora loro mediante i conforti 
e le opere de' Pistoiesi. Similmente i Pisani circa questo me- 
desimo tempo volgendosi alla libertà, fecero pensiero di levarsi 
da dosso il dominio di Lodovico : e per questa cagione chiama- 
rono occultamente Marco Visconti con alquante genti tedesche, 
e messo che l'ebbero dentro nella città, si levò il popolo, e 
cacciarono messere Tarlato vicario di Lodovico e tutta la sua 
gente; e liberata la repubblica, cominciarono a governare se- 
condo il consiglio loro. E in questa maniera, mutate le cose, 
si venne a rinnovare gli stati e i reggimenti di Toscana. 

Marco Visconti, per quello che aveva aoperato in favore 
de' Pisani, ebbe da loro molto ricchi e magnifici doni ; e non 
molto di poi venne a Firenze, dove fu ricevuto e onorato pub- 
blicamente, e di nuovo offerse Lucca con quelle medesime 
condizioni che eglino avevano fatto prima. E per questa cagione 
fu consultata questa cosa un' altra volta : in ultimo ebbe quel 
medesimo fine che aveva avuto da prima: onde Marco Visconti 
finalmente, senza fare conclusione , si parti con pochi cavalli, e 
andossene in Lombardia. Ma i Tedeschi che erano rimasti a 
Lucca, cercando d'avere danari e offerendo quella terra non 
altamente che una mercatanzia allo incanto, all'ultimo volsero 
il pensiero a' Pisani, i quali molto innanzi dubitando che i Fio- 
rentini non avessero una terra sì vicina , prestamente rimasero 
d' accordo con loro pagare certa quantità di danari e pigliare 
Lucca. Questa cosa come si senti a Firenze, mosse il popolo 
senza alcuna dilazione a fare la guerra a' Pisani, la quale, dopo 
la cacciata delle genti di Lodovico, piuttosto per uno tacito 
consentimento che per una manifesta pace s' era soprasseduta. 
E per questa cagione vi furono mandate le genti d'arme a pie e 
a cavallo, le quali subitamente corsero insino alle mura di Pisa. 

Circa questo medesimo tempo, Monte Catino, che era ve- 
nuto alle mani de' Fiorentini, si ribellò e dettesi a'nimici. Pe- 
rocché i terrazzani , cacciati coloro che erano stati autori d' ac- 
cordargli co' Fiorentini, e messi dentro i soldati di Castruccio 



LIBRO SESTO. 301 

(che molti ve n' era restati in quelle circustanze), subitamente 
si scopersero rumici: e appresso, l'altre castella di quello paese, 
facendo segno di seguire il medesimo movimento, parve a' Fio- 
rentini di mandarvi lo esercito. Fu fatto adunque capitano e 
commissario messere Amerigo Donati figliuolo di messer Corso 
cavaliere fiorentino, il quale con grande compagnia di gente a 
pie e a cavallo si condusse in quegli luoghi, e in sulla prima 
giunta raffrenò le ribellioni ; e non molto di poi , pigliando certi 
principali di Monte Vettolino che erano iti a pigliare accordo 
co'nimici, ebbe mezzo d'avere il castello: e di quello luogo 
andò a Monte Catino, e tanto lo strinse, che chiuse ogni via 
delle vittuvaglie, e non vi poteva entrare né uscire alcuno. In 
questo mezzo i Pisani, per le difficoltà sopravenute perdendo la 
speranza d'avere Lucca, fecero pace co' Fiorentini. Le condi- 
zioni e capitoli furono quasi quegli medesimi che erano stati 
nella pace di prima. Dopo queste cose, essendo di nuovo re- 
cata la pratica di Lucca e rifiutata dalla città, le genti tedesche 
all'ultimo per una certa quantità di pecunia la dettero a uno 
genovese di casa Spinola di nobile famiglia, e più abbondante 
di ricchezze che non suole essere ne' cittadini privati, e si lo 
messero insieme colle genti che menò alla guardia nella fortis- 
sima ròcca edificata in quella terra da Castruccio. Questo 
Spinola adunque, ricevuta la città e fattosi i cittadini bene- 
voli, desiderava la pace co' Fiorentini: ma loro da questo 
proposito erano alieni per la speranza e desiderio che ave- 
vano di prendere Lucca. E pertanto, né prima avevano sof- 
ferto che i Pisani v'entrassero, né allora avevano pazienza della 
impresa fatta di questo Spinola: onde, ricusata la domanda della 
pace, cominciarono a strignere Monte Catino e a incitare altre 
castella del contado di Lucca alla rebellione e a promettere 
ajuto a chi si ribellasse. I Lucchesi adunque e questo degli Spi- 
noli, vedendo la guerra manifesta, e deliberando di fare qualche 
pruova del loro ardire , trassero fuori le genti contro a uno ca- 
stello che in quegli giorni s' era ribellato : e riuscì loro il dise- 
gno, perocché riebbero il castello per forza con molta occisione 



;;;.;is. 



502 ISTORIA FIORENTINA. 

de' loro nimici. Tornarono di poi a Lucca con molta letizia, e 
deliberarono di soccorrere Monte Catino : e per questa cagione 
misero a ordine maggiore numero di gente a pie e a cavallo ; ed 
era fama, che gente assai veniva di Lombardia mandata da Lo- 
dovico in loro favore. Per questo romore, parve a' Fiorentini 
d' accrescere lo assedio e strignere Monte Catino con più pò 
tente e maggiore sforzo, acciocché il nimico, benché venisse 
potentissimo, nientedimeno rimanesse schiuso. Ed a far que- 
sto gli induceva non tanto il conquisto di Monte Catino, quanto 
una generosità d'animo, perchè stimandosi assai, giudicavano 
molto alieno dalla dignità loro, se paresse che per viltà cedes- 
sero al nimico. Per questa cagione adunque, fecero impresa 
a' una lunga e laboriosa opera. 

Il castello di Monte Catino è posto in uno poggio rilevato, 
e a pie si distende la pianura verso mezzodì; da tutte l'altre 
parti intorno lo circondano il poggio, ovvero i colli. I Fioren- 
tini, principalmente per quella pianura donde i nimici più facil- 
mente potevano venire, fecero un largo e profondo fosso, e di 
poi un argine e uno steccato drieto al fosso verso il campo con 
alcune torri e bastie, ed empierono il fosso dell' acqua che trae- 
vano del fiume; e quell'argine che era di fuori al fosso 1' affor- 
zarono con rami d' alberi intrecciati e legati insieme e messi 
colle punte sotto terra. Era questo fosso per lunghezza circa 
sei miglia, e restava tanto spazio dal monte allo steccato che 
vi poteva stare il campo : e di quivi ancora continuando le mu- 
nizioni, pe' poggi e in tutti i luoghi opportuni avevano poste 
le bastie e fornitele di buone guardie, e da ogni parte assediato 
Monte Catino, in modo che il circuito del campo e del serraglio 
era più di dodici miglia: cosa senza fallo maravigliosa e memo- 
rabile ancora appresso del popolo romano. 

I nimici, apparecchiato lo esercito, come le genti d'arme 
a cavallo vennero di Lombardia , si partirono da Lucca e fer- 
maronsi col campo a Pescia ; e di quello luogo presa una for- 
tezza che si chiama lizzano , se n' andarono poi pe' colli di so- 
pra, e fecero forza da quella parte d'entrare nelle munizioni 



LIBRO SESTO. 505 

del campo de' nimici : ma per il concorso de' Fiorentini furono 
ributtati, e ritiraronsi indrieto. Spesse volte tentarono di poi 
d'improvviso d'entrare dentro, ed essendo ricacciati indrieto 
nel medesimo modo, misero in punto maggior copia di gente, 
ed aggiunsero al numero che eglino avevano prima cinquecento 
cavalli tedeschi molto esperti nell'arte militare, ed appresso 
grande moltitudine di fanti, i quali, o per speranza di premio o 
per rispetto delie parti, trassero del contado di Pisa e di Luni- 
giana : ed avendo ordinato ogni cosa , non si misero più di 
nascosto a andare pe' colli, ma palesemente vennero alla pia- 
nura alle munizioni del campo. I Fiorentini si volsero con tutto 
il fiore dello esercito verso quella parte dove s' erano posti i 
nimici, e il primo di si posarono i campi in modo, che non 
v'era in mezzo se non il fosso e lo steccato. I nimici desidera- 
vano di combattere, e arditamente domandavano la battaglia : 
ma i Fiorentini non potevano trarre le genti delle bastie e delle 
guardie, per non perdere tanta fatica che eglino avevano dura- 
to, e non pareva loro da prendere zuffa se non collo esercito 
intero, E pertanto stimavano fare assai, se difendevano le mu- 
nizioni del campo e ributtassero l'empito e lo sforzo de' nimici. 
Da altra parte i nimici, messa in battaglia tutta la loro gente e 
confortato ognuno, distribuirono i luoghi, e con un grande 
empito da più parti andarono a combattere le munizioni del 
campo. I Fiorentini con quel medesimo empito corsero a difen- 
derle. 11 romore e le grida furono grandi dall' una parte e dal- 
altra: ma i nimici che entravano bene innanzi non solamente 
dalle balestre, ma ancora da' sassi che erano gittati dallo stec- 
cato erano oifesi; e quando eglino si conducevano allo argine, 
si trovavano impediti da' rami degli alberi intrecciati, e appresso 
1' altezza del fosso e 1' acqua che v' era dentro toglieva la spe- 
ranza d' ogni loro sforzo. Per le quali difficoltà levarono il pen- 
siero di potere entrare dentro per forza, e deliberarono d'usare 
l'artifìcio e lo ingegno. Era il fosso, come abbiamo detto, di- 
steso per la pianura e lungo circa sei miglia, ma cominciava da 
quella parte che guarda inverso Pistoja e dal colle che è posto 



504 ISTORIA FIORENTINA. 

verso il castello della Serra. Questo principio e capo del fosso 
quanto più era discosto dal nimico, con meno diligenza si 
guardava. I nimici adunque, avendo notizia per spie di questa 
cosa, mandarono di notte una parte delle loro genti che assal- 
tassero questi luoghi ci' improvviso : e da altro canto , per levar 
via ogni sospetto , in sul fare del di andarono a combattere le 
munizioni del campo, e d 7 industria fecero maggiore sforzo che 
avessero fatto ancora. Dandosi la battaglia, ed essendo gli animi 
d'ognuno intenti alla zuffa, le genti de' nimici che erano state 
mandate eli notte, come dicemmo di sopra, uscirono dall'aguato, 
e per quello luogo che era sfornito di guardie entrarono den- 
tro. Di poi in sulla mano sinistra scorsero lungo lo steccato , e 
messi che ebbero in fuga e in spavento quegli che vi si trova- 
rono, passarono di poi alla bastia vicina, e prestamente la pre- 
sero insieme con messer Jacopo de' Medici cavaliere fiorentino 
che v' era diputato alla guardia , e fecero una grande preda. I 
Lucchesi che erano a combattere alle altre munizioni del fosso, 
come eglino intesero loro esser passati dentro, abbandonarono 
la battaglia, e con grande celerità corsero a quegli luoghi, per 
entrare nel campo in quello medesimo modo che avevano fatto 
i primi. I Fiorentini similmente, intesa questa contesa, vi man- 
darono con prestezza tutta la gente d' arme a cavallo, e i fanti 
leggermente armati, e il resto dello esercito ordinato in batta- 
glia lungo lo steccato andava del pari colle genti de' nimici. Ma 
quella parte della gente a cavallo mandata innanzi da' Fiorentini, 
perchè di dentro per la traversa era la via più breve, giunse in- 
nanzi a quegli di fuori, e cominciò a appiccare il fatto d'arme 
co' nimici che erano entrati dentro, e sopragiugnendo succes- 
sivamente i fanti leggermente armati, si mescolarono nella zuffa 
a dare sussidio a quegli che erano a cavallo, e quel di si por- 
tarono molto egregiamente. In ultimo, i nimici che erano en- 
trati dentro alle munizioni del campo , superati da costoro , ri- 
fuggirono in Monte Catino. Il resto dello esercito de' Fiorentini, 
facendosi forte al passo dello steccato, facilmente lo difesero, 
che il resto de' nimici non poterono entrare. E in questa ma- 



LIBRO SESTO. 305 

mera una parte degli awersarj rimase rinchiusa in Monte Cati- 
no , e T altra eschiusa fuori del campo. 

Segui di poi ne 7 seguenti giorni aspra battaglia, perchè a 
un tratto i nimici dentro e di fuori oppugnavano i Fiorentini : i 
quali, per potere meglio resistere, divisero l'esercito in due 
parti, e ordinarono che le genti a cavallo con una parte della 
fanteria facessero resistenza verso il monte , e il resto dello 
esercito difendesse il campo da' nimici di fuori. Il perchè, in 
uno medesimo tempo si combatteva dinanzi e di drieto , e a un 
tratto bisognava guardare le torri e le bastie intorno al circuito 
del serraglio. Nelle quali cose stando occupato grande numero 
di gente, si correva grandissimo pericolo, e quanto più spera- 
vano i nimici, tanto facevano maggiore forza: contra la quale 
fu uno opportuno rimedio , che quasi tutto il popolo di Firenze, 
inteso il pericolo, venne in campo : e così abbondando la moltitu- 
dine e sopravenendo in ogni parte, i nimici perderono la speranza. 

Spinola adunque capitano de' Lucchesi, avendo fatto espe- 
rienza più dì che ogni loro sforzo era vano , si tirò a Pescia 
collo esercito. Quegli che erano ossidiati, avendo prima grande 
carestia, sopravenendo il numero delle genti che v'erano ri- 
fuggite, si condussero ancora in maggiore necessità. Appresso, 
la partita de' loro li metteva in disperazione, e non vedevano 
via da potere assaltare il campo, e aspettare lungamente non 
potevano per il mancamento delle vittuvaglie. Il perchè, vinti 
allo estremo da queste difficoltà, deliberarono d'accordarsi : e 
fatto il patto di potersene andare salve le persone , ne trassero 
le genti che erano venute prima e poi, e lasciarono il castello 
vuoto a' Fiorentini. In questo modo s' ebbe Monte Catino con 
lunga contesa, ma onorevole e gloriosa. Dopo questo conqui- 
sto , le genti coronate di frondi in modo di trionfo tornarono a 
Firenze alle loro donne e a' loro figliuoli. Fecero di poi con- 
siglio di gittare interra il castello di Monte Catino, e final- 
mente si conchiuse secondo la sentenza di coloro che consi- 
gliarono che si dovesse conservare, per la grande opportunità di 
quel luogo al fare la guerra. 

20 



306 ISTORIA FIORENTINA. 

Ma non passò molto tempo dopo la tornata delle genti , 
che il castello di Buggiano, che era a ubbidienza deTiorentini, 
si ribellò a stanza de' Lucchesi. Per questa cagione fu mandato 
loro gente assai da' nimici, co' quali assaltarono il borgo a pie di 
loro dal canto di sopra. Era in quel luogo alquante genti de' 
Fiorentini: i quali, intesa la rebellione del castello e le genti 
che erano venute in loro favore, presero prestamente 1' arme, 
e non tanto difesero quel luogo, ma ancora ruppero i nimici, 
e con grande loro detrimento gli scacciorono. Molte cagioni 
pareva che confortassero di fare impresa d'assediare e d'espu- 
gnare la città di Lucca. Principalmente i Lucchesi per loro me- 
desimi erano deboli e non pari alle forze di Firenze, e massi- 
mamente perchè quella città era divisa, e grande parte de' loro 
usciti seguitavano i Fiorentini. Dalla parte di fuori non si ve- 
deva chi avesse a dare loro ajuto , perocché i Pisani , essendo 
obbligati alla nuova pace, non si credeva che avessero a inno- 
vare alcuna cosa. 

Lodovico, occupatore del nome romano, e unica speranza 
delle parti, per la guerra di Lombardia rotto e consumato, 
finalmente se n' era ito di là dalle Alpi nella Magna; e il falso 
pontefice che era stato lasciato a Pisa da lui dopo la rebellione 
de' Pisani., condotto al vero papa, aveva riconosciuta la verità: 
il perchè non ci restava alcuni altri da temere. Onde i Fioren- 
tini erano venuti in grande speranza della vittoria, e delibera- 
vano di non fare impresa di cosa leggieri , ma andare a campo 
a Lucca, come al fondamento e al capo della guerra. A questo 
proposito avendo messo in punto e ordinato ogni cosa, usci- 
rono fuori collo esercito contro a' nimici : e innanzi a ogni altra 
cosa presero il colle del Ceruglio e della Viminaja e altre for- 
tezze soprastanti a Lucca; e susseguentemente scesero nel 
piano e posero il campo da una parte della terra, prima; di poi, 
abbondando le genti e gli ajuti degli amici, la circondarono tutta. 
Essendo le cose in questi termini, ogni dì la condizione degli 
assediati diventava più dura , e non avevano alcuna speranza 
di sovvenzione per lo avvenire. Il perchè Spinola, diffidandosi 



LIBRO SESTO. 507 

delle proprie forze, cominciò ora a tentare i Fiorentini d'ac- 
cordo, ora a riguardare gli ajuti d'altri, e finalmente per la 
difesa ricercare ogni sussidio. Grande forza ha certamente nella 
guerra la varietà delle cose umane , perocché non è cosa tanto 
certa della quale innanzi al suo fine non si debba dubitare. 
Erano gli assediati in questo tempo sbigottiti, e non sapevano 
dove rifuggirsi : e mancando loro il consiglio e la speranza, 
sopravenne ajuto di luogo che nessuno innanzi lo avrebbe 
stimato: perocché il re Giovanni di Boemia, figliuolo dello im- 
peratore Arrigo che morì in Toscana , essendo passato ne' con- 
fini d'Italia per altre cagioni, fu chiamato dai Bresciani per le 
discordie civili ; e lui entrando in Brescia colle genti d' arme a 
cavallo, non molto di poi ebbe maniera quasi per quelle mede- 
sime cagioni di tirare a sua divozione i Bergamaschi , e per 
mezzo degli amici del padre ampliare in quegli luoghi le forze 
sue. Spinola adunque e i Lucchesi gli mandarono ambasciadori a. 1331. 
e dettongli Lucca; e lui s' obbligò di dare loro ajuto e liberarli 
da quel pericolo. Questa impresa, benché gli paresse da con- 
ducerla coli 1 arme, nientedimeno, volendo provare innanzi la 
via più umana, mandò suoi oratori a Firenze a significare, co- 
me la città di Lucca s' apparteneva a lui, e benignamente do- 
mandare che si levassero da campo. La qual cosa essendogli 
negata, si volse alla forza e all'arme, e messo che ebbe in 
punto le genti, pubblicò la 'mpresa di Toscana. I Fiorentini, 
oltre alla turbazione che eglino avevano di questa cosa nuova 
e non pensata, dava loro assai grande molestia la discordia nata 
nello esercito, per la quale i soldati condotti, sprezzando la 
reverenza del capitano, avevano fatto incendj e occisioni senza 
alcuno riguardo. Il perchè, erano insospettiti l'uno dell'altro 
in modo, che eglino del capitano, né il capitano di loro si fidava. 
E di già alcuni s' erano incominciati a fuggire del campo. Pa- 
rendo loro pericoloso a aspettare il nimico, come sentirono 
che il condottiere del re s' appressava colle genti d' arme a ca- 
vallo, abbandonatala ossidione, si ritrassero quasi cinque mesi 
di poi che v'erano iti a campo. In questo modo la impresa 



-308 ISTORIA FIORENTINA. 

prima del popolo fiorentino al conquisto di Lucca, piena 
di buona speranza , tornò vana , e seguinne maggiori 
contese con danno e pericolo de' Fiorentini, che furono 
quasi le pene de' loro mali consigli. Alquanti giorni di poi che 
il condottiere del re fu venuto a Lucca, corse nel contado di 
Firenze con mille dugento cavalli e dumila fanti : e benché ella 
fosse cosa temeraria, nientedimeno succedette a suo proposito y 
perocché, stando tre di in su' terreni de' Fiorentini, facilmente 
potevano essere interchiusi ; ma non avendo ostacolo , scorsero 
il paese, e in ultimo se ne partirono con una grande preda. 

Circa quel medesimo tempo, il re Giovanni ebbe in Lom- 
bardia Parma , Reggio e Modena , che volontariamente se gli 
dettero: e cosi, avvicinandosi ogni giorno e diventando più po- 
tente, veniva a essere più temuto. 
\. U32. 11 seguente anno, crebbe molto il sospetto, perchè il legato 

della sedia romana, il quale era luogotenente in Bologna, s'ac- 
cozzò col re a colloquio : nel quale molto amichevolmente rice- 
vette l'uno l'altro contro alla espettazione d'ognuno, in tal 
maniera che il legato non solamente non dimostrò odio e sde- 
gno al re per avere occupate le terre di Lombardia, ma pareva 
che gliene referisse grazie. E seguirono di poi conviti e altri 
segni di stretta amicizia, che mossero le menti degli uomini e 
generarono suspizioni. Delle quali cose, acciocché se n'abbia 
chiara notizia, mi farò alquanto più innanzi a dirne. 

La guerra di Lombardia ebbe origine da quella di Genova: 
perocché i ghibellini, cacciati di Genova, rifuggirono a' Milane- 
si, e rifidandosi ne' loro favori, s'ingegnavano tornare nella 
città. L' altra parte, chiamato il re Ruberto, aveva dato sé e la 
sua terra nelle sue mani, e collo ajuto suo facevano resistenza 
agli awersarj. Mescolossi in queste cose il pontefice romano, e 
mandò un suo legato in Lombardia. Crescendo adunque la po- 
tenza della sedia romana, più anni si fece la guerra in modo, 
che pareva che tutto lo studio delle parti fosse ridotto e posto 
in quella: perocché il re Ruberto, i Fiorentini e tutta quella 
parte mandavano ajuto al legato in Lombardia, e il legato, quando 



LIBRO SESTO. 309 

bisognava, ne mandava in Toscana. Da altra parte, e contro a 
questi, erano i Milanesi, Veronesi, Mantovani e gli altri fautori 
dello imperio. 

Dopo la partita adunque che fece Lodovico di Lombardia, 
il legato di Bologna strigneva con grandissima guerra Modena, 
Reggio e Parma che s' erano ribellate da lui : e per questo ti- 
more quelle città si dettero al re Giovanni. Seguirono di poi fra 
il legato e il re, che per queste cagioni erano reputati nimici, 
i colloquj e segni d' amicizia che abbiamo detto , i quali genera- 
rono a un tratto sospetto e querimonie : perocché, il re Ruberto 
che riteneva contro al re Giovanni la inimicizia paterna, aveva 
a sdegno questo fatto del legato : i Fiorentini, per avere lui 
quasi tratto loro delle mani la città di Lucca e per Y antica os- 
sidane d' Arrigo suo padre, erano al re Giovanni mimicissimi. 
Similmente in Lombardia i signori di Milano e quelli di Verona 
e di Mantova, nimici antichi del legato, benché il re Giovanni 
per origine e stirpe della casa lo stimassero favorevole delle loro 
parti, nientedimento per questa congiunzione lo avevano a so- 
spetto. E pertanto , quasi fuori del termine e della natura delle 
cose, seguì una certa congiunzione d'animi fra i signori di 
Lombardia e il re Ruberto e i Fiorentini contro al re Giovanni 
e il legato : la quale non mollo di poi si scoperse manifesta con- 
federazione. 

Circa questo medesimo tempo, i Pistoiesi dettero l'arbitrio 
eia podestà della terra al popolo fiorentino, mossi dalle discor- 
die civili, perocché quelli che cacciati da Castruccio per la pace 
de' Fiorentini erano tornati dentro , avevano a male che i loro 
avversarj fossero più potenti, e per quello sdegno pareva che 
facessero segno di volere fabbricare cose nuove. E pertanto 
quelle famiglie che erano state onorate nella pace fiorentina, 
facendosi innanzi, furono cagione di dare la terra interamente: 
e di poi i Pistoiesi sono stati non come confederati, né ancora 
come sudditi, ma come sottoposti reputati, benché per appa- 
renza quando si dettero fosse loro riserbato la giurisdizione 
d'eleggere il magistrato e altre similitudini di libertà. 



310 ISTORIA FIORENTINA. 

In quello medesimo anno, i nimici assediarono nel contado 
di Lucca il castello di Barga che era nelle mani de' Fiorentini : 
i quali , per rimuovere gli avversarj da questa impresa , entra- 
rono collo esercito in quello di Lucca, e posero il campo al 
Ceruglio in sul colle di Monte Carlo, sperando che gli avver- 
sarj per il timore di Lucca abbandonerebbero la ossidione: ma 
non facendo alcuno segno di partirsi, i Fiorentini con tutte le 
genti n' andarono a Barga. Da altra parte i nimici s' erano af- 
forzati intorno al castello , e avevano tagliati i passi in modo 
che non si poteva mettere dentro alcuna cosa , e della battaglia 
non volevano fare esperienza co' Fiorentini. Il perchè i nostri, 
perduta la speranza di poterli soccorrere, ridussero le genti a 
casa, e Barga non molto di poi per la carestia del frumento 
s' arrendè ai Lucchesi. 
i. 1333. " seguente anno, cresceva il sospetto del legato, perchè il 
re Giovanni aveva lasciato in Italia le genti d' arme a cavallo a 
Carlo suo figliuolo, e lui se n* era ito di là dall' Alpi a ragunare 
maggiori forze; e per questa cagione con grande concordia si 
fece la lega: nella quale intervennero i signori di Verona e di 
Mantova e Azzo Visconti, che per la guerra di Castruccio era 
venuto insino alle mura di Firenze. E ebbe tanta forza lo sde- 
gno e la speranza della utilità , che coloro i quali erano già stati 
asprissimi nimici , si congiunsero insieme in confederazione e 
amicizia. I capitoli furono questi: che, quando bisognasse, abi- 
tassero l' uno T altro con tutte le forze ; e in questo mezzo per 
fare la guerra avessero in arme tremila cavalli: de' quali i Fio- 
rentini fossero obbligati averne in punto secento e il re Ruberto 
altrettanti, e Mastino tiranno de' Veronesi ottocento, e Azzo 
Visconti secento: i principi di Ferrara, che erano ancora loro 
venuti in questa confederazione, ne dessero dugento, e altret- 
tanti quegli di Mantova. 

In questi tempi il legato faceva guerra a* Ferraresi, e aveva 
posto campo a Argento: il quale, poi che egli intese la lega 
fatta dal popolo fiorentino co' nimici, pieno d'ira e di sdegno 
mandò suoi oratori a dolersi a Firenze: dove, esponendo Tarn- 



LIBRO SESTO. 311 

basciata, consumarono grande parte del parlare in riducere a 
memoria le antiche inimicizie e dannare la confederazione fat- 
ta; e finalmente domandarono, che da quella si spiccassero. A 
queste cose fu risposto : che il popolo fiorentino era stato in- 
nanzi a ogni altro fautore della sedia romana, e per questo tanto 
più si sdegnava, se alcuno de' suoi avversarj fosse favorito da 
quella sedia; e che nessuno si doveva maravigliare, se contro 
al re Giovanni figliuolo dello imperadore Arrigo, per l'antica ini- 
micizia del padre e per la nuova ingiuria di Lucca loro avversario, 
si provvedevano. Con questa risposta se ne partirono gli amba- 
sciadori. E pareva, che la città volesse significare più oltre che 
quello che si dimostrava colle parole: perocché il re Giovanni, 
riconciliato col papa per la mezzanità del re di Francia, col 
quale aveva stretto parentado , si credeva che non facesse que- 
sta impresa d' Italia senza consentimento della santità sua. 

In questo tempo Carlo figliuolo del re Giovanni venne a 
Lucca; e ebbero sospetto, che non avesse passato lo Appen- 
nino sotto speranza di qualche grande cosa. Ma lui, poi che fu 
stato a Lucca pochi giorni, intesa la ritornata del padre, passò 
in Lombardia, e a Parma s'accozzò con lui. Era venuto col 
re Giovanni non molto grande numero di gente a cavallo, ma 
quegli tanti erano attissimi alla guerra, e uomini molto nobili e 
alcuni principi, che s'erano mossi di Francia e della Magna 
per passare con lui in Italia. In quello mezzo tempo alcune di 
quelle città che innanzi alla sua partita gli erano obbedienti , 
cioè Brescia e Bergamo, s' erano rivolte all' amicizia di Mastino ; 
e Azzo Visconti gli aveva tolto Pavia, benché la fortezza ancora 
si tenesse da' suoi. E pertanto il re Giovanni si condusse a Pa- 
via, e fece pruova se potesse dare soccorso agli assediati : ma 
Azzo con fòsse e con bastie gli aveva circondati in modo, che il 
re non poteva fare alcuno profitto. Il perchè, predando ostil- 
mente il contado di Milano, ridusse le genti a Parma. 

Noi dicemmo poco innanzi, come il legato aveva il campo 
a Argento , e appresso v' erano le genti de' Ferraresi : il perché 
non passò molto, che venendo alle mani, i Ferraresi furono 



512 ISTORIA FIORENTINA. 

rotti , e uno di quegli signori chiamato Niccolò rimase preso 
nella zuffa. Lo esercito del legato andò poi a campo a Ferrara, 
e a questa ossidione, oltre alle genti che avevano acquistata la 
vittoria, grande moltitudine de' Bolognesi e tutti i signori di 
Romagna per comandamento del legato vi si ragunarono. Fer- 
rara è posta in sul Po in modo che il fiume batte quasi le mu- 
ra, e di sotto alla terra si divide e fa isola, nella quale fu la 
terra antica; ed è opinione, che ella fusse abbandonata a tempo 
che la città di Ravenna gli faceva guerra, e che la moltitudine 
si riducesse di là dal fiume e edificasse la città. I nimici adun- 
que si posero prima in quella isola contro alla terra : di poi, 
passato il fiume, posero il campo sotto le mura, e afforzati di 
fossi e di steccati, davano grande terrore a'Ferraresi: perocché, 
essendo stati rotti poco innanzi , venendo di poi il nimico in 
sulle porte, si trovavano in grandissimo pericolo. I Fiorentini 
adunque, inteso la necessità de' loro collegati, deliberarono di 
mandare loro soccorso : ma era grande difificultà per rispetto 
che non si potevano mandare per il Bolognese né per Roma- 
gna, tenendo ogni cosa il legato; né ancora per quello di Mo- 
dena o di Parma, avendo l'ostacolo delle genti del re. E da 
altra parte non volendo abbandonare la salute de' confederati, 
deliberarono di mandare gli ajuti per più lungo circuito , cioè 
pe' confini de' Genovesi e de' Milanesi. E la lunghezza del cam- 
mino fu cagione dimandare minore numero di gente. 11 perchè 
si mandò quattrocento cavalli eletti e due condottieri della no- 
biltà giovani e in quel tempo prestantissimi, Francesco di Palla 
Strozzi e Ugo di Vieri Scali: i quali prima si condusseno a Ge- 
nova, di poi a Milano, e entrarono dentro nella città sotto le ban- 
diere del popolo fiorentino : e Azzo Visconti non solamente non 
se ne turbò, ma liberamente venne loro incontro. Da Milano se 
n'andarono poi a Verona, e furono ricevuti da quel signore si- 
milmente con grande magnificenza; e in quello luogo, perchè il 
resto dello esercito si ragunava, vennero alquanto a soprastare. 
Circa questo medesimo tempo, il re Giovanni andò a Bolo- 
gna al legato, e consultando insieme della guerra commune, 



LIBRO SESTO. 315 

deliberò prestamente andare in campo con tutte le genti d'arme 
a cavallo a strignere lo assedio di Ferrara. Per questa cagione, 
mandata che n' ebbe una parte innanzi , lui ritornò a Parma a 
provvedere all' altre cose necessarie. Questo timore mosse le 
menti de' confederati che erano ragunati a Verona a prevenire 
innanzi alla venuta del re. Partiti adunque da Verona, vennero 
a Ferrara, e di poi deliberarono di fare pruova della zuffa cogli 
avversarj. E pertanto fecero armare tutta la moltitudine della 
terra; e ordinato ogni cosa, uscirono fuori con grande empito 
perdue porte, e assaltarono il campo de' nimici. Mandarono 
ancora circa trenta navigli pel fiume del Po a dare la battaglia 
al campo da quella parte. 1 Fiorentini nella distribuzione de' 
luoghi presero a offendere il campo de' nimici dalla parte di 
drieto, che molti la ricusavano: e con loro s'erano ancora ac- 
cozzati centocinquanta cavalli de' Veronesi , che v' era fra loro 
molti usciti fiorentini, i quali, scacciati perla lunga contesa 
delle parti, s'erano fermi come in uno porto tranquillo ap- 
presso i tiranni di Verona. Tutti questi insieme cavalcando da 
una parte lontana dalla terra circondarono il campo de' nimici, 
e subitamente dettero la battaglia allo steccato, e per rispetto 
che quello lato era meno guardato, benché il passo fusse diffi- 
cile , nientedimeno entrarono dentro alle munizioni del campo, 
e abbatteronsi appresso a quel luogo a trovare le bandiere del 
re Giovanni, e le genti d' arme che egli aveva mandate. Furono 
adunque lieti, che quella parte della battaglia fussi loro venuta 
alle mani, dove oltre alla causa commune, v'era ancora la 
vendetta privata: e così disposti, confortando i loro, si mossero 
con grande empito contro alle bandiere regali. Gli avversar)' 
esperti nelle zuffe si fecero loro incontro. La battaglia fu 
aspra, e durò alquanto si dubbiosa, che a nessuna delle parti 
inclinava la vittoria. Ma spezialmente quel di acquistarono onore 
i condottieri de' Fiorentini , perocché tutti e due erano con 
grande ardire nelle prime squadre, e essendo di grande fama 
a casa, desideravano d'estendere la gloria loro, e piuttosto collo 
esemplo che colle parole confortavano i suoi. Confidandosi 



314 ISTORIA FIORENTINA. 

adunque nel vigore e nello ardire e simili condizioni, finalmente 
vinsero i nimici e costrinsongli ritrarsi indietro, e a un tratto 
s' entrava per le munizioni del campo in più luoghi spezzate e 
rotte. Ancora s'aggiunse a questo, che fu di grande terrore al 
nimico . che fuggendo una grande moltitudine di là dal fiume, 
il ponte rovinò per il troppo peso : donde segui, che tutte le 
genti d' arme a cavallo e grande parte della fanteria rimase 
presa. In questo modo s' acquistò la vittoria pe' Ferraresi e i 
collegati, con grandissimo danno degli avversarj. 

Per questa prosperità tutta la Romagna poco di poi si ri- 
bellò dal legato, e in Bologna fu grande spavento. Che se il re 
Giovanni non fusse venuto colle genti a cavallo, il popolo 
avrebbe preso Y arme : ma la presenza sua fu cagione di raffre- 
nare quel movimento. 

In quello medesimo anno il re andò a Lucca per le cagioni 
che appresso diremo. Parendo, che per la rotta di Ferrara le 
forze del legato e del re fossero diminuite, i figliuoli di Ca- 
struccio, che erano per statichi nelle mani del re, occultamente 
si fuggirono, e, ragunato grande numero degli amici paterni, 
subitamente entrarono in Lucca, e ridussero la terra in loro 
potestà, eccetto la fortezza che si teneva per la guardia del re. 
Questa novità mosse il re a andarvi in persona con dumila ca- 
valli : donde prestamente ne cacciò i giovani, e racquistò la 
terra e fece pagare a' Lucchesi grande quantità di pecunia. Di 
poi, venendogli quasi in tedio le cose d'Italia, deliberò ritrarsi 
e tornare di là dall'Alpi. 

In questo tempo , trovandosi la città di Firenze per la vit- 
toria acquistata in grande letizia, sopravenne uno diluvio d'acque 
che quasi la sommerse. Perocché, circa le calende di novembre 
continuando la piova quattro dì e quattro notti, crebbero i 
fiumi per Y abbondanza dell' acque in Casentino e in quello 
d'Arezzo in modo, che eglino uscivano de' loro letti, e come 
una marina coprivano ogni cosa. E aggiugnendosi il fiume 
della Sieve , che aveva allagato il Mugello , era tanto cresciuto 
l' Arno , che né le ripe né alcuno altro ostacolo lo ritenevano , 



LIBRO SESTO. 315 

e aveva pieno tutti i luoghi di sopra alla città. Questa forza 
d'acqua percotendo nel muro della terra, ne gittò giù una 
parte diverso levante. Di poi, come se ella avesse vinta e 
presa la città, corse per tutto, e i cittadini con grande spavento 
le fuggivano innanzi; e crebbe tanto, che al tempio di San 
Giovanni alzò sopra il mezzo delle colonne di porfido, e ne- 
gli altri luoghi più bassi più che dodici piedi. E non restò 
di crescere insino a tanto che, non potendo la città soste- 
nerla, gittò giù le mura di verso ponente, e allora sfogò la 
quantità grande, e cominciò a scemare. Rovinarono per quella 
piena tre ponti della terra, e molti edificj e case di cittadini 
intorno al fiume. 

Mancato che fu il timore delle acque, e essendo rimasi 
gli uomini come attoniti, sopravenne nuovo timore che nacque 
dalla nobilita. Erano di là dall'Arno potentissime famiglie; e per 
la rovina de' ponti si trovavano separate in forma, che d'una città 
pareva che ne fossero fatte due : e erano nate certe contese, 
che pareva che accrescessero il sospetto. Per questo timore 
fecero due ponti in sulle navi, acciocché la moltitudine di là 
d'Arno, se fussi di bisogno, potesse avere soccorso: e fatto 
questo provvedimento, sùbito cessò la paura. 

In quello medesimo anno gli oratori de' Fiorentini e de' 
collegati si ragunarono a Lerici in quel di Genova, per con- 
sultare delle cose communi : ed era la cagione , perchè il le- 
gato avendo ricevuta la rotta e il re Giovanni, abbandonata 
Italia, essendo ito di là dall'Alpi, per la prosperità delle 
cose era nata controversia per dividere la preda, e pareva 
che ella avesse a generare discordia, se non vi si pigliasse ri- 
medio: e pertanto parve loro di provvedervi. Consultando 
adunque di questa cosa, finalmente rimasero d' accordo, che 
Cremona fosse del signore di Milano, Parma di quello di 
Verona, Reggio di quel di Mantova, Modena di Ferrara, 
Lucca de' Fiorentini; v e che si procurasse a buona fede, che 
queste terre venissero nelle mani di costoro. Cominciarono 
adunque la guerra più aspramente che non avevano fatto in- 



316 ISTORIA FIORENTINA. 

nanzi: e la prima ruina venne dal legato, il quale si diceva 
essere stato origine di questi inconvenienti. Lui era di na- 
zione francese, tenuto molto rigido e altiero: e questo man- 
camento naturale V aveva accresciuto la prosperità delle cose 
in modo che pareva intollerabile. I Ferraresi dopo quella rotta 
avevano preso Argento, e corso colle genti nel contado di 
Bologna predando e guastando ogni cosa. 11 perchè i citta- 
dini bolognesi, avendo quella occasione, presero Tarme, e 
voltaronsi con grande empito contro a' provvigionati e seguaci 
del legato, il quale, per la oppressione de' suoi, spaurito si 
fuggi in una fortissima rócca che aveva edificata. I Bolognesi 
la assediarono, e dì e notte la combattevano. Questa novità 
come si senti a Firenze, benché il popolo non fosse mal 
contento della destruzione del legato, nientedimeno la uma- 
nità e reverenza della sedia romana gli mosse a pensare della 
salute sua. E pertanto mandarono subitamente a Bologna quat- 
tro oratori con trecento cavalli e grande numero di fanti coman- 
dati di Mugello: i quali, pregando e ammonendo, furono mez- 
zani che il legato , restituita la rócca ai cittadini , se n' usci a 
salvamento. E impetrarono questo con tanta difficoltà , che i 
Bolognesi fecero resistenza più giorni a'prieghi loro : e poi che 
l'ebbero impetrato, quando e' condussero il legato fuori delle 
mura, ebbero fatica di difendere la sua salute dall'impeto del 
popolo. Finalmente con grande sforzo si condusse a Firenze , 
poi a Pisa, e in ultimo per la via di mare se n' andò al papa. 

Il seguente anno i Fiorentini avevano deliberato d' asse- 
diare Lucca, e erano rimasti d'accordo, che delle genti de' 
collegati che si trovavano nel campo intorno a Parma , una 
parte ne passasse lo Appennino a strignere la ossidione. Ma 
aspettando questi ajuti , si scoperse uno trattato nel campo 
intorno a Parma, per lo quale i soldati tedeschi , corrotti per 
la pecunia, avevano ordinato fare sedizione nello esercito e am- 
mazzare Mastino e gli altri capitani che v* erano : e fu suspi- 
zione, che non fusse con ordine del legato per valersi delle 
ingiurie. Questa cosa adunque come si scoperse fu cagione, che 



LIBRO SESTO. 317 

molti Tedeschi si fuggivano a Parma, e che la ossidione di 
quella terra s' abbandonò, e che a Lucca, mancando gli ajuti, 
non si mandasse il campo, come era ordinato. 

In questo tempo si cominciò a fondare il campanile di 
marmo di Santa Reparata, e Giotto fu 1' architettore, singulare 
maestro, in quel tempo, di pittura. Lui fu presente a'fondamenti 
della torre, e disegnollain quella forma magnifica ed eccellente 
quale a' nostri tempi la veggiamo. 

In quello medesimo anno le genti de* confederati sotto il 
governo di Mastino veronese ritornarono a campo a Parma , e 
furono in quello esercito le genti dei Fiorentini a cavallo secon- 
do il numero ordinato per la lega. Il resto dello esercito fu 
mandato a Lucca, e mise per tutto grandissimo terrore. 11 per- 
chè il re Giovanni, che era passato di là da' monti in Francia , 
sentendo questa oppressione, per rimediare al pericolo di Lucca, 
la dette in dono al re di Francia. E pertanto il re, convocati 
tutti i cittadini fiorentini che in grande numero si trovavano a 
fare mercatanzie nel suo regno, mostrò la donazione fatta, e 
protestò la città di Lucca esser sua , e che il popolo fiorentino 
si levasse dalla guerra. Questa cosa significata a Firenze da'mer- 
catanti , non ritardò però la 'mpresa del popolo, e il re ancora 
non seguitò più oltre, certificato dal re Ruberto , che Lucca 
non s'era mai di ragione appartenuta al re Giovanni, ma era 
stata sua, e prima da Uguccione da Faggiuola e poi da Castruc- 
cio gli era stata occupata. 

In questo anno morì papa Giovanni, e in suo luogo suc- 
cedette papa Benedetto. La seguente state , essendo guerra 
feroce in Lombardia e Parma assediata , fu mossa in Toscana 
un' altra guerra : perocché, dopo la morte di Guido che era 
stato vescovo degli Aretini, Piero per sopranome chiamato 
Saccone aveva preso la signoria. Questo tale fu uomo molto 
prestante nell'arte militare, ma poco atto alle cose civili : e 
nientedimeno le cose acquistate dal suo fratello e ottenute da 
lui non solamente conservò, ma ancora l' accrebbe : e fu molto 
inimico a certi tiranni della parte sua , a' quali tolto loro le 



518 ISTORIA FIORENTINA. 

castella e fortezze, li aveva interamente dispersi. I Fiorentini 
stavano in pace con lui e erano vòlti col pensiero alla guerra 
di Lucca : ma i Perugini per la perdita di Città di Castello si 
trovavano con lui in questa condizione , che piuttosto avevano 
odj occulti che una manifesta guerra. 

Essendo le cose in questo stato, fecero una segreta ami- 
cizia e intelligenza i Perugini e quegli signori che erano stati 
disfatti da Saccone, de' quali era capo principalissimo Neri da 
Faggiuola, figliuolo d' Uguccioneche aveva tenuta Lucca e Pisa. 
Questo tale adunque occultamente, a tempo che nessuno aspet- 
tava tal cosa , cavalcò colle genti , e per trattato prese il Borgo, 
il qual castello è posto in sul Tevere quattordici miglia discosto 
da Arezzo. E nientedimeno, tenendosi la fortezza, Saccone, 
avutala novella, vi cavalcò colle genti, e per mettervi il soc- 
corso, andava tentando ogni cosa. In questo mezzo i Perugini, 
come era ordinato, per la via di Cortona che è lontana da 
quella del Borgo corsero in quel d'Arezzo; e Saccone, avvisato 
di questo , subitamente lasciò la cura del Borgo e tornò a 
Arezzo : e in quello luogo con grande celerità armò la moltitu- 
dine del popolo, e ordinata in battaglia, andò a trovare i 
nimici con certissima speranza di combattere. I Perugini non 
ricusarono la battaglia, ma come uomini fieri, si misero in punto 
alla zuffa. Dato adunque il segno del combattere, vennero alle 
mani , e fu un dubbioso e aspro fatto d'armi. In ultimo gli Are- 
tini , avanzando d'animo e di forze, ottennero la vittoria, e 
misero in fuga i Perugini ; e rotti e spezzati gli perseguitarono 
con grande danno e uccisione de' nimici , e presero in quella 
vittoria venti bandiere delle loro : e di poi entrarono nel con- 
tado di Perugia, e posero il campo due miglia presso alla città , 
e predarono tutto il paese circostante. 

Ma i Fiorentini, intesa la rotta de' Perugini, ricordandosi 
della amicizia antica, prestamente mandarono loro soccorso di 
gente d'arme a cavallo, che in quella avversità dette loro grande 
conforto. Non molto di poi, passando certe genti presso alla città 
di Firenze, pacificamente mandate in ajuto a Saccone da Geno- 



LIBRO SESTO. 319 

va, donde era la sua donna, furono assaltate dalla gioventù fio- 
rentina e spogliate d' armi e di carriaggi, e rimandate indrieto. 
E cosi la città, benché non avesse presa la guerra manifesta- 
mente, nientedimeno favoriva la parte de'Perugini: che fu loro 
grande ajuto a raffrenare il corso della vittoria de' loro nimici. 

Circa quel medesimo tempo Parma, essendo molto innanzi 
assediata e combattuta , e non potendo più fare resistenza , in 
ultimo fu presa , e Mastino . come s' era convenuto co' suoi 
collegati, l'ebbe nelle mani. 

Modena poco di poi, e similmente Reggio, venne nella 
podestà del vincitore. Lucca solamente vi restava, che era data 
a' Fiorentini in premio della guerra, e era quasi per ordine fatale 
una infinita materia di nuova contenzione : perocché Lucca era 
cagione di mettere i Fiorentini nella guerra di Lombardia , e 
per Lucca medesima presero nuova guerra contro Mastino , e 
appresso per Lucca ancora nacque di poi la guerra pisana : delle 
quali cose successivamente narreremo. 

Erano tre fratelli da Parma di casa Rossi nati di grande 
stirpe, a' quali il re Giovanni nella sua partita aveva lasciato 
Parma e Lucca al governo. Due di costoro, stretti dalla guerra, 
quando dettero Parma, s' accordarono con più condizioni : e 
infra l'altre fecero di patto, che il fratello, che era luogotenente 
in Lucca, con certi capitolila lasciasse a Mastino. E questa con- 
clusione s'era fatta con consentimento de' Fiorentini, i quali, 
mossi da vana speranza, stimarono che questa via fusse più 
facile a poterla ottenere, se Mastino la ricevesse sotto la sua 
fede, e massimamente avendo a essere quegli fratelli nelle sue 
mani. E lui apertamente diceva conducere questa cosa pe' Fio- 
rentini , perocché i loro ajuti in tutte le vittorie e ossidioni di 
Lombardia erano stati presenti, e che gli altri confederati ave- 
vano ricevuto il premio della guerra; solamente il popolo fio- 
rentino restava, il quale secondo la confederazione doveva 
avere Lucca ; e questo desiderio non s' apparteneva tanto a' Fio- 
rentini, quanto alla sua fede e degli altri confederati. Pubbli- 
cando lui apertamente queste cose, gli fu prestato fede, e molto 



520 ISTORIA FIORENTINA. 

più, perchè quello che diceva pareva che consonasse al vero. 
E pertanto fu lasciata la cura a lui di tal cosa, della quale stava 
a aspetto la città di Firenze. Questa pratica andando alquanto 
per la lunga, quel fratello de' Rossi che teneva Lucca la dette 
a Mastino, e lui la fornì di sua gente. I Fiorentini , mandato 
prestamente loro ambasciadori , gli domandarono Lucca secondo 
la promessa. Il tiranno dapprima con benigne parole disse, che 
non fusse loro molesto soprastare alquanto insino che si com- 
ponesse con quegli fratelli de' Rossi. Di poi, passato il termine 
e facendo istanza gli ambasciadori, cominciò a trovare altre 
difficoltà, e allegare che a quegli fratelli bisognava rifare ij 
danajo che eglino avevano avere dal re , e oltre a questo altre 
spese fatte da loro : per tutte queste cose essere di bisogno di 
una somma di trecento sessanta migliaja di fiorini d' oro. Nella 
quale pratica, benché il popolo fiorentino conoscesse la mali- 
gnità del tiranno , nientedimeno, per desiderio d'avere Lucca , 
s' accordarono di dare questa somma. Il perchè è da maravi- 
gliarsi della mente di questo popolo troppo inclinata ora nell'una 
e ora neir altra parte, perocché, offerendo i Tedeschi, e quasi 
pregando, ricusarono di dare una piccola quantità di pecunia 
per Lucca ; per quella medesima poco di poi s'ingegnavano di 
dare a chi quasi gli rifiutava una somma intollerabile. E quella 
quantità ancora che eglino avevano fatto di patto, il tiranno 
non la osservava, ma trovando nuove scuse, con fraude e con 
inganno teneva sotto vana speranza il desiderio degli oratori, 
confidandosi , mediante Lucca , di potere signoreggiare le 
città di Toscana. E a questo gli davano animo le amplissime 
forze che egli aveva in Lombardia , alle quali nessuno tiranno 
del suo secolo fu pari; e molti adulatori, de' quali sogliono 
essere piene le corti de' signori , e molli usciti delle terre 
di Toscana, desiderosi di cose nuove, lo incitavano. E oltre alle 
predette cose v' era aggiunto la commodità del passo, che è 
breve di quello di Parma in quello di Lucca, e quasi i confini 
si congiungono al giogo dell'Appennino, donde facilmente 
poteva fare passare le genti ; e stimava che i Pisani vicini a 



LIBRO SESTO. 321 

quello luogo per le parzialità e per lo antico odio inverso 
de' Fiorentini sarebbero fautori alla causa sua. Il popolo fio- 
rentino avvedendosi di questo suo pensiero , e che egli andava 
dilatando la cosa, senza fare conclusione, comandò a' suoi 
oratori che protestassero a quel signore questa ingiuria , e 
dì poi si partissero. La qual cosa poi che gli ambasciadori 
ebbero fatta, il tiranno, reputando ogni turbazione essere suo 
guadagno , subitamente mandò le genti che egli aveva in 
Toscana a predare in quello di Firenze: e così, rotta la con- 
federazione, nacque di nuovo la guerra di Lucca. I Fiorentini, 
benché la contenzione si dimostrasse grande, e conoscessero 
che già stracchi entravano in nuova guerra , nientedimeno 
non mancarono d' animo né della loro consueta dignità , 
ma valorosamente si levarono , e non con furore , ma con 
maturo consiglio provvederono a ogni cosa: perocché, crea- 
rono dieci uomini con pubblica autorità a provvedere al danajo 
necessario, e sei a pigliare i partiti della guerra. Appresso 
ordinarono di mandare oratori a Azzo Visconti e agli altri 
collegati della guerra di Lombardia, i quali si dolessero della 
perfidia di Mastino, e domandassero ajuto contro quella. 

Rinnovarono ancora la lega co' Perugini e Sanesi, dubi- 
tando di quello che era verisimile, che Saccone, per lo ajuto 
che avevano dato a' Perugini , non s' unisse con Mastino. 
Oltre alle predette cose , distribuirono le loro genti , e una 
parte ne posero a Monte Catino e un' altra a Fucecchio , 
acciocché le genti a cavallo de' nimici , che n' era a Lucca 
assai grande numero , non potessero scorrere a loro modo 
nel contado di Firenze. In questo tempo i Perugini , confi- 
dandosi nello ajuto de' collegati , entrarono con genti assai 
in quello d' Arezzo , e con incendj e con rapine fecero gran- 
dissimi danni : ed eransi accozzati con loro gli usciti d'Arezzo, 
i quali avevano grande séguito in quegli paesi. E per questa 
cagione si ribellarono alcune terre, e cominciarono le cose 
degli Aretini a andare in grande declinazione , e molto gli 
sbigottì la perdita di Città di Castello. Era al governo di 



322 



ISTORIA FIORENTINA. 



quella messere Ridolfo de' Tarlati cavaliere aretino con assai 
numero di gente : ma alcuni di quegli che erano alla guar- 
dia , corrotti per il mezzo del danajo , si composero di dare 
la terra a' nimici ; e il conduttore di questo trattato fu Neri 
da Faggiuola, che era in simili cose astutissimo. Il quale , poi 
che la cosa fu a ordine, secondo che s' erano composti, chiamò 
le genti de' Perugini ; e di notte tempo si condusse alle porte 
di Città di Castello, e messo dentro da coloro che tenevano il 
trattato , che erano alla guardia delle mura , prese la terra. 
Ridolfo, facendo forza di cacciare fuori il nimico , e non potendo 
ributtarlo, finalmente rifuggì alla ròcca, la quale poco di poi 
fu presa insieme con lui. In questo modo si venne a perdere 
Città di Castello. Saccone essendo ito in Val d' Ambra a certe 
castella che s 1 erano ribellate , ne prese alcune e disfecele insino 
a' fondamenti, e il resto, cioè il Bucine, Galatrone, Sanleolino 
e altre castella degli Aretini vicine a queste, per il sospetto della 
guerra dubbiosa si dettero a' Fiorentini. Queste cose si fecero 
in quello anno in Toscana e in Lombardia. 
A.i3;',6. Il seguente anno, i Fiorentini alla primavera apertamente 
protestarono e mossero la guerra agli Aretini, e di poi con 
grande esercito dall' uno lato i Perugini , dall' altro i Fiorentini 
entrarono nel contado d' Arezzo, e unitisi insieme intorno alla 
città, fecero alcune battaglie in sulle porte e guastarono tutto il 
paese circostante. 

Circa questo tempo venne romore , che ottocento cavalli 
di Mastino per la Romagna e per la via di Sarsina venivano a 
Arezzo ; e alcuni affermavano essere giunti in Forlipopolo. Per 
questa cagione, mandarono i Fiorentini le genti in Romagna : 
le quali unite con quelle de! Bolognesi, si misero ne' luoghi op- 
portuni per tenere il passo. In quel mezzo, le genti de' nimici 
che erano a Lucca correvano alle volte nel contado di Firenze, 
e turbavano il paese, e ora facevano a' nostri e ora ricevevano di 
grandi danni. Essendo adunque lo incendio in più luoghi, e 
trovandosi tutta la Toscana in turbazione, e crescendo il ter- 
rore della potenza di Mastino, parve loro, se si potesse, con- 



LIBRO SESTO. 323 

ducere per alcuna via la guerra in Lombardia. Questo rimedio 
salutifero innanzi a tutti gli altri fu veduto dal principio e con- 
sigliato nella repubblica: ma gli oratori mandati a quelli signori 
di Lombardia , poi che gli ebbero tentati tutti . non potettero 
inducere alcuni di loro a pigliare la guerra contro a Mastino , 
non perchè V amassero , ma perchè temevano la potenza sua. 
Finalmente, volgendosi la città a' Veneziani, perchè erano vicini 
di quel tiranno e daini si riputavano offesi e avevano a sospetto 
la sua potenza , gli indussero con molte persuasioni a entrare 
in compagnia della guerra. Per questa confederazione le genti 
de' Fiorentini passarono dal canto di là, e unite con quelle de' 
Veneziani, mossero la guerra in Trevigiano contro al tiranno. 

Mentre che queste cose si facevano in quel di Vinegia , i 
fratelli de' Rossi, da' quali dicemmo di sopra che Mastino aveva 
ricevuta Lucca, scacciati da lui e contro alla fede perseguitati, 
erano ridotti nel castello di Pontremoli collo assedio intorno : 
il perchè , ricorrendo allo ajuto de' Fiorentini e Veneziani , fu- 
rono ricevuti nella lega. Uno di costoro chiamato Piero de'Rossi, 
uomo singolare nel mestiero dell' arme , venne a Firenze , e 
mostrò, che se gli fusse dato gente, potrebbe fare di grandi 
danni a Lucca e liberare i suoi dalla ossidione. 11 perché gli 
furono dati ottocento cavalli e grande numero di fanti, co'quali 
andò verso Lucca, e pose il campo presso alla terra, e ogni di 
colle bandiere si rappresentava valorosamente in sulle porte. 
Queste cose si facevano, a fine che quegli che erano a campo a 
Pontremoli, costretti a dare ajuto a Lucca, si levassero dallo 
assedio. E nientedimeno, non riusci il disegno per rispetto della 
astuzia del luogotenente di Lucca , il quale , avvedendosi di 
questo pensiero, uscì fuori con tutte le genti, e venne al Geru- 
glio, che è vòlto verso il contado di Firenze. Di quello luogo 
mostrando il suo ardire e dando impedimento alla vittuvagiia , 
per forza costrinse il capitano de* Fiorentini a abbandonare 
Lucca e ritrarsi acldrieto colle genti : ma per cagione che nel 
riconducere lo esercito, bisognava passare sotto il nimico , fu 
necessario venire alle mani. Era un fosso già molto innanzi fatto 



324 ISTORIA FIORENTINA. 

per la guerra di Castruccio, che tagliava il passo dal monte al 
pachile. Il capitano de' Fiorentini vi mandò alquanti uomini 
d'arme, i quali presero il fosso, e per forza ne cacciarono le 
guardie de' nimici ; e rotti e spezzati gli seguitarono inconside- 
ratamente insino al campo loro. Il capitano de' Fiorentini , 
vedendo il pensiero di costoro, fece sonare a raccolta, e mandò 
a comandare che si ritraessero indrieto. Ma loro, vedendosi 
superiori e essendo caldi in sulla zuffa, non ubbidirono alla 
trombetta nò al comandamento; il perchè, circondati da'nimici, 
furono rotti e presi la maggior parte: solamente alcuni, che con 
grande celerità si tirarono indietro, scamparono. Quello che por- 
tava la bandiera de' primi feritori, che era stato capo di quella 
temerità , fu morto quasi in sull' entrare del campo de' nimici, 
e la bandiera rimase loro nelle mani. Di qui segui, che veggen- 
dosi i nimici vittoriosi , si misero prestamente con tutte le 
genti e con grande empito e alte grida a assaltare il resto dello 
esercito fiorentino. Piero de'Rossi capitano , con franco animo 
confortando i sua , sosteneva la furia de' nimici : e benché in 
sul primo empito, perchè venivano dalla parte di sopra del 
monte allo in giù come una rovinosa tempesta, si movesse 
alquanto la schiera de' Fiorentini , nientedimeno , ragguagliata 
subito la zuffa, combattendo i nostri vigorosamente, ruppero i 
nimici e misongli in fuga : e seguitando il capitano la vittoria , 
grande numero di loro furono morti e molti presi , infra i quali 
fu il luogotenente di Mastino , che era capitano di quelle genti. 
Dopo questa zuffa, stettero i vincitori in quegli luoghi una notte, 
e F altro di vennero a Fucecchio , e di quindi si tornarono a 
Firenze : e non molto di poi Piero de'Rossi passò in quel di Vi- 
negia, perchè così richiedevano quelle cose di là; e per ordine 
de' collegati prese il governo di tutta la guerra contro a Mastino, 
e portossi costantemente e con prudenza. La sua prima impresa 
fu a Trevigi, dove in varj modi soprafece i nimici : e poi, con- 
dotte le genti fra i paddi e luoghi difficili, passò d' improvviso 
in Padovano. Padova in quel tempo teneva Mastino , e aveva 
gran copia di gente in quelle circostanze ; e nientedimeno in 



LIBRO SESTO. 525 

sulla giunta di questo capitano le tenne dentro alle munizioni, 
io modo che non volle fare alcuna esperienza della zuffa : ma 
riparava, difendendo il paese dalle prede e dando impedimento 
agli avversarj della vittuvaglia, e sperava senza pericolo poterne 
rimuovere il nimico. Il capitano de'Rossi, vedendo che i nimici 
non venivano alla battaglia, passò con grande difficultà e per 
interrotti cammini collo esercito a Bogolenta. Questo luogo con- 
sideratamente fu eletto da questo capitano, perchè v' è un ca- 
nale appresso, per il quale la vittuvaglia si poteva conducere, e 
era vicino a Padova a sette miglia e molto commodo a fare' la 
guerra. Posato adunque quivi il campo e afforzatosi con fossi e 
steccati secondo la consuetudine antica, dava tante molestie al 
nimico, che non gli lasciava pigliare riposo. Alcuna volta d' im- 
provviso discorrendo insino in sulle porte, alcuna volta rappre- 
sentandosi colle bandiere, alcuna volta tentando d'entrare den- 
tro, abbattè in modo la mente e le forze del tiranno, che dise- 
gnando lui poco innanzi d' occupare Toscana, allora pensava di 
mantenere la propria patria. 

In mentre che queste cose si facevano in quel di Vinegia, 
gli Aretini ogni di venivano in maggiore declinazione, perchè 
oltre alla guerra di Perugia che era per sé grande , v' era 
aggiunta ancora quella de' Fiorentini , e avevano perduto Città 
di Castello e il Borgo, e molti altri luoghi s' erano rebellati. Le 
quali cose erano loro tanto moleste, che i cittadini si mossero 
a andare a Saccone, e pregaronlo che egli avesse compassione 
alia città, dicendo: avevano durato insino allora e essere parati 
a durare per l'avvenire, pure che qualche speranza o qualche 
forma di fare la guerra fusse loro mostra; ma se non vi restava 
oiù alcuno rimedio, volesse provvedere al bene di quella terra, 
Jie non aveva di lui mal meritato ; e se non poteva con buona 
indizione, almanco con qualche modo tollerabile desse loro la 
oace. Di qui seguì, che Saccone cominciò con quegli di dentro 
iivere sospetto. E pertanto, accompagnato da moltitudine di 
rmati, non meno temeva i cittadini che i nimici, e quasi fuori 
| ogni speranza volgeva V animo a pigliare accordo. I Perugini 



7)26 ISTORIA FIORENTINA. 

e i Fiorentini ciascheduno per sé desiderava di conducere h 
cosa a suo disegno, e non era in questo la compagnia loro 
fedele. Molte cagioni inclinavano Saccone a' Fiorentini. Prima, 
perchè l'origine della guerra e }' odio grande era co* Perugini; 
appresso, molti suoi nimici s'erano accozzati con loro: per lo 
stimolo de 1 quali, a fatica potea credere, che le convenzioni che 
facesse gli frissero osservate. Queste cose co' Fiorentini gli pare- 
vano più leggieri: e era aggiunto a questo una potente ragione, 
che essendo nato di madre fiorentina e di famiglia nobile, aveva 
con molti parentado a Firenze, che dava al fatto suo grande 
sicurtà. Per queste cagioni era più inclinato a' Fiorentini. E loro, 
avendo notizia delle pratiche occulte de' Perugini , studiarono 
d' accordarsi con lui. In somma le convenzioni furono queste : 
Che il popolo fiorentino avesse la giurisdizione e 1' arbitrio della 
città d' Arezzo per dieci anni, e che Saccone e tutti i suoi con- 
sorti fussero per lo avvenire cittadini fiorentini; e le castella e 
possessioni che erano state loro proprie se le tenessero come 
avevano tenute innanzi. Oltre a queste cose, furono dati a Sac- 
cone quarantamila fiorini d'oro, e diciassette migliaja ne fu 
prestati agli Aretini per pagare i soldati condotti. E cosi il mal 
tiranno prese modo ancora, dopo la signoria finita, che i citta- 
dini pagassero i soldati i quali egli avea tenuto sopra il capo 
loro ; e quella quantità di pecunia che riceveva per prezzo della 
patria venduta si tenne per sé. 

Dopo questo accordo, sette principali cittadini mandati da 
Firenze presero la terra con somma letizia di tutto il popolo. 
Erano in Arezzo, come neh* altre città di Toscana, due parti : 
e quella che v' era contraria allo imperio e favorevole alla chie- 
sa . cioè la parte guelfa, essendo senza dubbio maggiore e più 
potente , per molti tempi governò la repubblica. Questo lo dimo- 
strano le confederazioni antichissime col popolo fiorentino avute 
dopo la morte di Federigo imperadore, le quali durarono insino 
alla battaglia dell' Arbia. È in quella zuffa , nella quale il nome 
de' guelfi fu quasi spento in Toscana, che v'intervennero gli 
Aretini insieme co' Fiorentini : e come si vede per le pubhli-j 



LIBRO SESTO. ÓZ l 

che scritture, quasi maggiore numero d'Aretini vi furono morti 
che d'alcune altre città di Toscana coliegate. 

Dopo questo, il nome di Carlo fa accettato dagli Aretini e 
continuamente stabilito in forma, che né il terrore di Corradino 
ne l'autorità de' nimici, né la occisione degli amici veduta 
quasi dalle mura, gli rimosse dalla fedeltà della parte. Di poi 
molti anni essendo nata discordia fra la nobilita e la moltitudine, 
per opera massimamente diGuglielmino, in quel tempo vescovo, 
furono cacciati i guelfi d'Arezzo; e uniti a' Fiorentini , colle 
forze communi fecero guerra a quegli che erano rimasti nella 
città : nel qual tempo seguì la zuffa di Campaldino , dove il 
vescovo Guglielmino fu morto. 

Dopo questo vescovo , la famiglia de' Tarlati molto potente 
prese il governo della città, e tenendo il reggimento della 
repubblica , la parte guelfa che n' era stata cacciata in varj 
tempi fu restituita, ma non però interamente , perocché certe 
volte ne tornavano alcuni, e di poi in altri tempi alcuni altri , e 
di fuori rimanevano in esilio solamente i capi e quegli che erano 
di maggiore reputazione. Venuta adunque la città nelle mani 
al popolo fiorentino , tornarono tutti gli usciti, e la parte guelfa, 
eia molto innanzi abbattuta, si cominciò prestamente a rilevare; 
e posto da canto la paura del tiranno, con manifeste e libere 
voci si rallegravano. Ma nella riforma della repubblica, come 
furono creati i priori del popolo e il gonfaloniere della giusti- 
zia , de' quali urTicj il tiranno non avea sofferto pure i nomi , 
nacque tanta letizia alla moltitudine, che a fatica le lagrime per 
la allegrezza potevano tenere. In questa maniera gli Aretini con 
lieti animi vennero la prima volta alla potestà e giurisdizione de) 
popolo fiorentino. 

Ma i Perugini, sopportando gravemente questo fatto, e 
reputandosi dileggiati e ingannati, mandarono subitamente ora- 
tori a Firenze che si dolessero della ingiuria, e quello che s'era 
acquistato della guerra domandassero secondo la confederazione. 
Condotti adunque alla presenza del magistrato, parlarono in que- 
sto modo, o La cagione della venuta nostra, signori Fiorentini, 



52* 



ISTORIA FIORENTINA. 



quando bene la tacessimo , stimiamo esser nota a tutti : 
perocché , chi è quello che abbi notizia de' patti e delle 
convenzioni fra le communità nostre, che non intenda voi 
aver contrafatto alla lega, e noi non dovere sopportare 
questa contumelia? Certamente, egli è cosa dura essere 
spregiato da' collegati , scelerata è essere abbandonato , e 
quasi come un sacrilegio è essere offeso. Che diremo noi, 
a un tratto dell'essere spogliati e vilipesi con contumelia ? 
E' fu fatto non molto innanzi la confederazione fra le città, 
e infra le altre cose capitolato , che non si facesse pace 
col nimico se non di volontà de' collegati, e tutte le cose 
che s' acquistassero per la guerra fussero communi. Questi 
patti religiosamente giurati e confermati per scrittura non 
patiscono, che voi pigliate in questo modo Arezzo ; anzi 
dimostrano, che voi noi potete fare con salvamento della 
vostra fede. A noi certamente questa ingiuria tanto è più 
grave quanto la cosa ha meno giustificazione: perocché, 
contrafare alla lega, questo non è altro che non stimare 
i collegati. Noi vi preghiamo che voi ci diciate, che scusa 
o che difesa potete fare. Se voi dicessi, che noi non siamo 
stati neh' arme , egli è manifesto che vi siamo ancora. E 
se voi ci riprendessi , che fussimo venuti tardi alla guerra, 
vi diciamo che noi la cominciammo prima di voi. E ap- 
presso, non si può dire che le genti nostre sieno state di 
poco valore, conciosiacosachè i nimici nessuno altro più te- 
messero; né che abbiano fatto poco conquisto, conciosia- 
cosachè molti e fortissimi luoghi abbiano presi. Che cagione 
adunque potete voi avere di stimarci poco, conciosiacosa-' 
che nessuna ne abbiate di potervi dolere? E se vogliamo 
confessare il vero, non tanto dal tiranno quanto da noi 
avete ricevuto Arezzo. Non è da credere, che Saccone ancora 
spontaneamente ve l'abbia dato, se già per benevolenza, 
come è costume de' tiranni , non si fusse spogliato della 
podestà, e concedutala a voi. Certamente e' non è cosa 
che meno di questa si possa credere. Noi siamo quegli 



LIBRO SESTO. 529 

)> che abbiamo condotto il tiranno contro a sua voglia a 
» pigliare partito, e che intorno alla terra gli abbiamo tolto 
)> le castella. Combattuto e molestato dì e notte da noi, venne 
» a perdere in tutto la speranza della sua difesa. Chi è adun- 
» que cagione di questo fatto, o quello che è costretto, o 
» quello che costrigne ? se già quando uno getta le robe in 
» mare, si debba attribuire la cagione a lui e non alla tem- 
» pesta. Se noi siamo cagione di questo, come è manifesto, 
» quanta ingiuria ci è fotta , se siamo spogliati di quelle cose 
» che per nostra opera si sono acquistate ? Quando i caccia- 
» tori, cbe non hanno fra loro alcuna lega, lievano una fiera 
» e quella perseguitano, se ella è presa poi da altri, vuole 
» la lesrsfe e il costume delle olenti, che ella si renda a chi 
» prima l' ha trovata : perocché non è cosa alcuna più inde- 
» gna che ritenere le cose acquistate dalla fatica d'altri. Voi 
» adunque che siete confederati e congiunti al giuramento, 
» sarà cosa indegna, se non ci metterete in compagnia della 
» preda trovata e perseguitata da noi. Ma voi potreste dire : 
» 11 nimico non vuole venire alle mani tue. A questo si 
» risponde, che non abbiamo fatto lega per fare la volontà 
» del nimico. E ancora non si dà volontario, ma per forza: 
» e necessità è quella che rompe ogni cosa. Che può essere 
» maggiore inconveniente, che attendere la volontà de'nimici 
» e sprezzare quella de' collegati ? Gli uomini savj hanno 
» voluto, che in nessuna cosa umana si richiegga maggiore 
» osservanza dì fede che nella confederazione : perocché, se 
» la fede si viene a violare nel collegato, che sarà quello 
» che in vita si possa chiamare stabile? E pertanto, i giu- 
» dizj dell' altre controversie sono come privati , e quasi non 
» segue se non il danno del danajo ; ma per il collegato il 
» giudicio viene a essere capitale : perocché le leggi non 
» vogliono in alcuno modo che quello uomo si debba repu- 
» tare intero, il quale non è d'intera fede inverso de' collegati. 
» E pertanto e' giudicarono, che simili uomini si dovessero 
» rimuovere dalle testimonianze, da' luoghi di ragione, da' 



530 ISTORIA FIORENTINA. 

» pubblici onori , e finalmente dalla umana società. Il perchè 
» si debbe da voi, Fiorentini, maggiormente considerare e 
» avere riguardo non tanto a quello che appetiscono, quanto 
» alla onestà e a quello che permette la ragione. » 

Gli oratori de' Perugini parlarono in questo modo. 11 magi- 
strato fiorentino , perchè l'ambasciata parve più arrogante che 
non si conveniva, deliberò di presente fare risposta, acciocché 
la dilazione del tempo non gli diminuisse in qualche parte la 
loro degnità. E pertanto, volgendosi a' prefati oratori, disse 
loro: « E' c'era noto innanzi, che voi, Perugini, eravate ab- 
» bondanti d' ardito e copioso parlare ; e ora la imbasciata 
» vostra manifestamente lo dimostra. Ma è necessario, nella 
» nostra risposta, porre da parte alquanto la nostra consuetu- 
» dine, e pigliare la vostra : perocché le cose aspramente oppo- 
» ste non si possono dolcemente riprovare. Ma, innanzi che 
» noi disputiamo della condizione della lega, la quale è stala 
» violata da voi , Perugini , e non da noi , ci pare da rispon- 
» dere al vostro pomposo parlare, per lo quale tutta l'opera 
» della guerra attribuiste a voi , come se noi niente o in 
» nessuno luogo fussimo stati. Che prosunzione fu quella , o 
» vogliamo dire che vanità, dire di noi e a noi queste cose? 
» Che potevate voi mai sperare contro agli Aretini , se noi ci 
» fussimo passati di mezzo , e quasi oziosi stati a vedere , e 
» come uno spettacolo , la vostra contesa ? Perocché , quali 
» fussero le vostre e le loro forze, la battaglia che faceste 
» insieme lo dimostrò. Voi fuste rotti e scacciati da loro : e tro- 
» vandosi gli Aretini intorno alle mura vostre vincitori , vi 
» demmo ajuto ne' vostri bisogni, che fu cagione di conser- 
» varvi. Avete voi adunque ardire d' affermare , eli e voi soli 
» avete fatta la guerra? Voi dite, che da voi abbiamo ricevuto 
» Arezzo. Oh arroganza singolare ! oh intollerabile audacia di 
» parole! Pare egli, che abbiamo ricevuto Arezzo da voi, come 
» se non fussimo stati a alcuna parte della guerra. Che fu quello 
)) che sbigottì gli animi degli Aretini e che gli volse in dispe- 
» razione , se non la guerra nostra , conciosiacosachè della 



LIBRO SESTO. ÓÒi 

vostra facessero poca stima? Dite parole quanto voi volete , 
perocché egli è facile a dire : e nientedimeno la levità di 
quelle parole non muta la gravità de' fatti. Vegnamo ora 
alla fede della nostra confederazione, la quale voi dite essere 
stata violata da noi , che questo piuttosto di voi si può alle- 
gare. Negate, se voi potete, avere avuti con Saccone con- 
tratti segreti di ricevere la città ; avere adoperati mandati e 
lettere occulte e voluto prendere la terra, se l'aveste potuto 
fare. Che fede è questa, che integrità, o Perugini? La fede 
nelle confederazioni per nessuna cosa si viene tanto a violare 
quanto collo animo e colla intenzione : perocché i fatti si 
possono reputare tali, quale è stato il proposito del facitore. 
La mente e la volontà è quella che s'attende per la malizia , 
e lo sforzo del fraudare è pieno d' ignominia e vituperazione: 
il quale essendo stato in voi, che ci potete voi dire o di che 
vi potete dolere? Il fatto nostro è più leggieri che quello che 
è stato tentato da voi , Perugini : perocché, voi tentaste que- 
sta cosa, quando la nostra confederazione era intera ; noi la 
facemmo in quel tempo, quando per vostra malignità e per 
la pratica fraudolentemente tenuta era rotto ogni vincolo e 
ogni ragione di lega : e non pare che a uno rompitore di fede 
si debba osservare la fede. Che dovevamo noi fare, sentendo 
che per inganno v' ingegnavate' di contrafare alla fede della 
nostra confederazione? Non pareva egli conveniente armarci 
contro allo inganno e ovviare a ogni vostra fraucle? Noi 
abbiamo fatto questo, ammaestrati da voi , perocché per noi 
a buona fede ci stavamo quieti. Voi non vi potete giusta- 
mente dolere de' vostri collegati, se hanno fatto quello verso 
di voi che vi pareva lecito di fare contro di loro. Se adunque 
gli uomini savj non richieggono in alcuna cosa umana mag- 
giore fede che nelle confederazioni; se le leggi non vogliono 
chiamare uomo intero quello che non osserva la fede intera 
verso i collegati ; se questo tale si debba rimuovere o scac- 
ciare dalla congregazione degli uomini, vedete voi, Perugini, 
di quello che siate degni, essendo incorsi in si grave pregiu- 



532 ISTORIA FIORENTINA. 

» dicio de' savj e delle leggi. Perocché il fatto nostro ha legit- 
» tima scusa, avendo voi prima colla vostra fraude levato via 
» ogni vincolo e ragione di lega : ma il trattato vostro non si 
» può difendere, che non sia degno d' infamia e di reprensione. 
» Quanta è adunque la vostra stoltezza il mancamento di voi 
» medesimi accrescere colle parole 1 Era vostro ufficio, o Peru- 
» gini, di considerare quello che voi dicevate e molto più a 
» chi, perocché questa arroganza di parole non diminuisce la 
» ignominia, ma piuttosto l'accresce. Chi è quello che possa 
» sopportare , che gli sia opposta una cosa , la quale quello 
» medesimo che l'oppone l'abbia commessa? Voi avete senza 
» alcuna vergogna usato un parlare molto perverso, perocché 
» apertamente dite, che voi soli avete fatta la guerra , la quale 
» è stata nostra; dite le fraudi essere commesse da noi, che 
» sono state vostre. E domandate , che almeno questa cosa vi 
o) sia accomunata! La vostra ambasciata non ha questo tenore, 
» ma piuttosto pare con aspra contumelia ci riprenda , ci 
» sprezzi , ci accusi , come se non fussimo stati utili in alcuna 
» parte della guerra. A questo, come appare, tutto il proposito 
» della vostra imbasciata si dirizza : perocché chi domanda di 
» ragione, non suole usare parole ingiuriose né piene di con- 
» tumelia , ma piuttosto oneste e gravi, massimamente quando 
» si parla della città. » 

Avendo fatto fine il magistrato al suo dire, i cittadini che 
v'erano presenti mitigarono questa contenzione, e ricominciossi 
a ritrattare la cosa con più dolci parole, e quietamente a udire 
le ragioni dell'una parte e dell'altra. In ultimo, si prese una 
via di mezzo a comporre le discordie di queste città: che i Pe- 
rugini avessero Lucignano, Sabino, Floriano e Anghiari , che 
erano castella degli Aretini, e che mandassero cinque anni a 
Arezzo il rettore, al quale si potesse appellare dalle sentenze. 
E in questa maniera le cose di Arezzo e le discordie e le guerre 
si composero. 

Restavano i fatti di Lucca molto più difficili, e variamente 
implicati non solo in Toscana , ma ancora in Lombardia e per 



LIBRO SESTO. 333 

tutto il paese di là dal Po. Nel principio adunque del seguente A.mi. 
anno, Mastino , inteso che i Fiorentini avevano preso Arezzo e 
cresciuto le forze in Toscana, mandò un suo condottiero chia- 
mato Azzo con nuove genti a Lucca : le quali aggiunte a quelle 
di prima crebbero tanto il numero dello esercito , che mosse le 
menti e le volontà degli uomini. E pertanto i Fiorentini, messo 
prestamente in punto le genti e richiesti gli ajuti dei collegati , 
entrarono con un grande esercito in quello di Lucca e con 
grande danno predarono il paese. 11 nimico non era pari a tanta 
moltitudine, e per questo ricusava la zuffa, e solamente atten- 
deva a mantenere le terre e le mura. E per questa cagione , 
non si fece alcuna battaglia, ma assai grandi e dannose prede. 
In Lombardia, trovandosi la cosa in grande speranza, una 
sedizione de' Tedeschi turbò ogni disegno: perocché, Mastino, 
temendo la virtù di Piero de' Rossi capitano della lega , per 
mezzo del danajo aveva trattato con certi Tedeschi, i quali erano 
a soldo di questo capitano, che 1' ammazzassero e fuggissonsi a 
lui. Ma affrettando il trattato, la cosa in quel mezzo si scoperse, 
e i Tedeschi circa di mille che avevano notizia di questa cosa o 
pratica, prestamente ragunati insieme, e messo fuoco in piò 
luoghi del campo negli alloggiamenti de 1 soldati, se ne fuggirono 
al nimico. Era nello esercito de' Fiorentini e Veneziani innanzi 
alla partita di costoro più che cinque mila cavalli. Il resto adun- 
que della moltitudine, rifatti gli alloggiamenti, si fermarono nel 
medesimo luogo. Il capitano, niente sbigottito per tale novità , 
seguì la impresa col suo medesimo ardire e usata confidenza. 
Già gli altri principi di Lombardia, sperando la ruina di Masti- 
no, s'erano collegati insieme, e in quello di Mantova, quanto 
in alcuno altro tempo, si ragionavano genti de' Milanesi, Fer- 
raresi e Mantovani , a' quali il capitano della lega mandò Marsi- 
lio suo fratello con dumila quattrocento cavalli, e lui si rimase 
col resto delle genti nel campo a Bogolenta. Lo esercito di 
questi principi, poi che fu messo insieme, passò di Mantovano 
in Veronese: e di consentimento di tutti, Luchino Visconti v'era 
capitano , il quale si pose presso a Verona a percuotere la sedia 



534 ISTORIA FIORENTINA. 

e la casa del tiranno. Da altra parte Carlo figliuolo del re Gio- 
vanni venne in quel medesimo tempo a offendere Feltro e Bel- 
lona che erano terre di Mastino; e Padova era continuamente 
stretta dall' altro campo. Da' quali mali circondato il tiranno, 
prese un partito benché pericoloso, nientedimeno molto virile. 
Usci di Verona con tutto lo esercito che v' era, circa quattro- 
mila cavalli e grande numero di Fanti, ma terrazzani e inusitati. 
Con queste genti ferocemente andò a trovare il nimico, e ordi- 
nato lo esercito in battaglia , domandò la zuffa. Luchino, ben- 
ché avesse grande numero di cavalli, nientedimeno non volle 
venire alle mani , né fare esperienza della battaglia. La qual 
cosa molto accrebbe gli animi e lo ardire de' nimici, e avvilì in 
formale menti de' suoi, che temendo chi di una cosa e chi 
d' un' altra, deliberarono partirsi. 

Mastino, avendo spento il fuoco da casa, e parendogli 
che il tempo gli succedesse prospero, passò colle genti in quello 
di Padova, e pose il campo in sul fiume tre miglia presso a 
Bogolenta, con proposito d'impedire la vittuvaglia , e tenere 
che Marsilio non potesse tornare in campo colle genti, donde 
s' era partito. 11 perchè la cosa si veniva a riducere in grande 
estremo , perocché tentare la zuffa con sì poche genti o stare 
in quel luogo senza vi ttu vaglia, ognuno di questi era partito da 
disperati. Ma lo ingegno che facilmente non si vince, ripara a 
molte cose difficili. Il capitano della lega Piero de'Rossi avendo 
posto mente, che le genti di Mastino usavano abbeverare al 
medesimo fiume, e d'altro luogo non potevano avere l'acqua, 
ordinò di giugnere Mastino colle sue medesime arti. È un'erba 
in quegli luoghi d' amarissimo sugo, la quale i soldati per 
comandamento del capitano ragunata in quantità e portata in 
sulla ripa del fiume, la pestavano e gittavano nell'acqua. Que- 
sta, andando alla seconda, si conduceva al campo de' nimici , 
e guastava 1' acqua del fiume con sì amaro sapore, che né gli 
uomini né i cavalli ne potevano usare. Per la quale difficoltà, 
all' ultimo il nimico non potendo più sostenere, fu costretto 
levarsi dalla impresa. 



LIBRO SESTO 335 

Dopo queste cose, il capitano de/ Rossi, unito col fratello, 
andò col campo a Padova, dove si trovava Alberto fratello di 
Mastino, maggiore di tempo, ma non di pari autorità. Questo 
tale i Padovani avevano a odio; ma il timore gli teneva quieti. 
Stando adunque sotto le porte il capitano de' Rossi e tentando 
ogni cosa, finalmente i cittadini presero Tarme e corsero alla 
casa del tiranno e misero dentro il capitano della lega con lo 
esercito. L'autore di questa rebellione e delle cose nuove fu 
Ubertino da Carrara, uomo per nobilita e potenza principale 
nella città, il quale aveva prima dato la terra al tiranno per 
cagione di discordie civili ; di poi, avendo ricevute molte cose 
gravi, prese questa via a liberarla. Tutte le genti del tiranno 
che v' erano alla guardia furono oppressate da' Padovani , e 
lui fu preso e mandato a Vinegia. Ma non passò molto, che que- 
sta felicità di vittoria fu turbata per la morte del capitano 
de' Rossi : il quale, avendo composte le cose di Padova, andò 
a campo a Monselice ; e facendosi la battaglia in su la porta, e 
sforzandosi le genti d'entrare dentro , e difendendosi i terraz- 
zani , il capitano de' Rossi scese da cavallo, e andò a' suoi che 
combattevano innanzi: e in quel luogo, confortandogli e com- 
battendo nel mezzo de' verrettoni e dardi che d' ogni luogo 
v'abbondavano, fu ferito sopra al pettignone d'un' asta: la 
quale tratta che ella fu, seguitando pure arditamente d' infe- 
stare i nimici, si gittò nel fosso per passare nella terra; dove 
bagnata la ferita, venne a incrudelire, e poco di poi portato a 
Padova , si morì. 

Marsilio ancora, per la infermità che gli era incominciata 
prima e per dolore del fratello, pochi dipoi passò di questa vita. 
La morte di costoro turbò gli animi de' Fiorentini e Vineziani, 
e fu fatto alle loro esequie dall' una città e dall' altra grande 
onore : perocché grande parte della guerra si reputava essere 
stata fatta per la loro perizia. Brescia ancora in questi medesimi 
tempi si ribellò da Mastino, e venne nelle mani de' signori di 
Milano. 

L' anno seguente le senti de' Fiorentini e de' Viniziani si a. 



356 ISTORIA FIORENTINA, 

condussero nel contado di Verona, e posero il campo non molto 
lontano dalla città ; e poi che vi furono stati alquanti giorni, pre- 
sero alcune castella forti, e, diminuite le forze de'nimici in più 
luoghi, finalmente con grandissimo sforzo assediarono Vicenza. 

Mastino , veggendo ogni giorno le cose andare in maggiore 
declinazione, preso il fratello e con quello perdute quattro 
grosse terre e con quelle molte altre castella, ultimamente 
Vicenza a lui vicina esser posta in pericolo, diffidandosi di sé 
medesimo, mandò oratori a Vinegia per la pace. I Viniziani per 
loro medesimi v'erano inclinati: e a questa disposizione s' ag- 
giugneva in pubblico i prieghi di Mastino e in privato l' amici- 
zia di molti cittadini. Il perchè, la pace finalmente gli fu con- 
cessa da' Viniziani, con patto che lasciasse loro Trevigi e il 
Trevigiano, e a' Fiorentini Pescia e Buggiano e l'altre castella 
del contado di Lucca che possedevano, in caso che volessero 
entrare nella pace ; e gli usciti di Lucca che in quella guerra si 
fussero trovati co' Fiorentini e Viniziani potessero tornare nella 
città. Poi che ebbero segretamente composte queste cose, man- 
darono ambasciadori a Firenze a significare, che a ogni modo 
volevano la pace colle sopradette condizioni: pertanto, se la 
pace piaceva loro , la togliessero con quelli capitoli ; se voles- 
sero restare nella guerra, era posto nello arbitrio loro. 

Questo fatto de' Viniziani parve molto grave al popolo fio- 
rentino ; ma la necessità gli strigneva a eleggere e pigliare par- 
tito : e circa questo fecero più volte consiglio , e le sentenze 
erano varie. Dall'una parte pareva cosa vituperosa, che Lucca 
restasse al tiranno, la quale poco innanzi per fraude aveva tolta 
a' Fiorentini : e la vicinanza di quella era piena di timore e di 
sospetto. Da altra parte giudicavano essere grande e diffìcile 
cosa, essendo affannati per tante spese, loro soli continuare la 
guerra. Appresso, il desiderio di Pescia e di Buggiano gli tirava 
allo accordo : le quali due castella del contado di Lucca venendo 
alle loro mani, pareva loro adebolire le forze del tiranno in ogni 
occorrenza della guerra. Questa sentenza finalmente fu quella 
che andò innanzi: e fu mandato oratori a Vinegia con commis- 



LIBRO SESTO. 357 

sione di sconfortare la pace in quel modo fatta , e sforzarsi di 
riprovarla e farla rimanere indietro ; e se pure i Viniziani stes- 
sero fermi in loro proposito, s'ingegnassero accrescere le con- 
dizioni in favore del popolo fiorentino , e finalmente pigliare la 
pace che era loro data. Gli oratori furono questi : Francesco 
de' Pazzi , Alessi Rinucci e Jacopo Alberti : i quali niente 
acquistarono , perchè i Viniziani erano ostinati nella pace. 
Finalmente fu consentita e ricevuta da loro con quegli capitoli 
che s' era fatta da prima. 

Dopo queste cose, essendo gli animi de' cittadini liberi non 
tanto dalla guerra, ma ancora dal sospetto di quella, quieta- 
mente si posarono. Se non che Mastino nella fine di quello 
anno venne a Lucca, e la sua venuta dava terrore insino nella 
pace. Ma soprastato alquanti dì senza fare innovazione, se ne 
tornò in Lombardia. 

L'anno prossimo, che seguì dopo la pace, non truovo che 
la città facesse alcuna cosa degna di memoria. E nientedimeno 
alcuni segni si dimostravano , che pareva che significassero 
qualche futura calamità : perocché la torre del palazzo, le mura 
della terra e la porta a San Gallo furono percosse dalla saetta , 
e tre uomini vi morirono. 

Le ricolte furono debolissime , che dimostravano una futura a. mo. 
fame. Questa cura mosse la città a vedere il numero degli 
uomini, per intendere quanto bisognasse del frumento fore- 
stiero. Rassegnate adunque tutte le teste de' cittadini, trovarono 
che egli erano novantamila degli stanti nella città. 

Seguita Tanno del mille trecento quaranta, il quale fu a. mo. 
memorabile per molte novità. Nel principio apparve in eielo 
una cometa che spaventò le menti degli uomini, turbate ancora 
pei segni dell' anno dinanzi. E non parve vana quella appari- 
zione, perocché non molto di poi se*guì pestilenza non sola- 
mente per la terra, ma per il contado, e morì grande numero 
degli uomini non tanto giovanetti , ma ancora vecchi, e alcuni 
cittadini reputati nella repubblica: che dicono per quella pesti- 
lenza morì sedicimila persone nella città. 

22 



558 ISTORIA FIORENTINA. 

Ma venendo verso il verno, e essendo quasi cessata la 
pestilenza, sopravennero cose nuove fra i cittadini, le quali 
turbarono grandemente la terra. L'origine delle sedizioni nacque 
di qui. Erano alcuni reputati popolani, e questi ancora piccolo 
numero, i quali più s'attribuivano che non si conveniva, e 
volevano governare la repubblica secondo il loro arbitrio : e a 
questo proposito avevano fatto venire per due anni uno rettore 
forestiero , uomo crudele , che faceva ogni cosa secondo il loro 
appetito : il perchè erano grandemente temuti da ognuno. Da 
questo rettore furono ingiuriati molti ; ma infra gli altri due 
famose famiglie in quel tempo, Bardi e Frescobaldi: e per 
quello sdegno i principali di quelle case si congiurarono insie- 
me di pigliare 1' arme , d' assaltare il rettore e i suoi fautori. 
Essendo venuto il di nel quale s' erano composti di fare questa 
cosa, prestamente ne fu data notizia a' priori. Il perchè, il 
popolo senza dilazione, come se la nobilita si levassi contro a 
lui, fu chiamato all'arme. Da altro canto, quella parte della 
nobilita che si vedeva in pericolo similmente s'armò, e tenendo 
i luoghi di là d'Arno , e poste le guardie a' ponti , aspettava gli 
ajuti di fuori, sperando di potere facilmente passare nel resto 
della terra. Questo timore mosse il popolo a impedire e distur- 
bare il loro disegno. E pertanto , levandosi la moltitudine di 
là d'Arno, e grande parte di quella di qua passando il fiume 
per T ultimo ponte, fecero empito contro a' congiurati, i quali 
a poco a poco cominciarono a cedere e a ritirarsi indietro e 
riducersi intorno alle proprie case: finalmente, perdendo la 
speranza, si partirono la seguente notte della città. Dopo que- 
sto il popolo posò l'arme, e la cosa si cominciò a trattare in 
giuclicio. Furono richiesti d'avere tentato la forza pubblica; e, 
non comparendo, rimasero condannati, e furono disfatte le case 
loro con grande disformità della terra. Finalmente s'andò tanto 
oltre nella severità, che provvidero con grande diligenza, che 
terra alcuna degli amici e collegati non gli ricettasse. La qual 
cosa fatta con maligno consiglio, recò poi alla repubblica gran- 
dissimo danno: perocché quegli che contro al loro volere erano 



LIBRO SiìSTO. 339 

scacciati dalle terre amiche, dolendosi e lamentandosi , furono 
costretti andarsene a'Pisani, e nelle seguenti contenzioni fecero 
grande nocimento alla città. E certamente i cittadini si debbono 
trattare in modo, che noi ci ricordiamo loro essere cittadini. 

Dopo questa turbazione della repubblica, subitamente seguì 
la guerra di fuori : perocché in questo tempo uno Azzo da 
Parma di suprema nobilita fece ribellare la terra da Mastino, 
confidandosi massimamente negli ajuti de* signori di Mantova. 
E pertanto la guerra si venne a rinnovare fra il signore di Ve- 
rona e quello di Mantova : e perchè bisognava a Mastino per 
andare a Lucca passare per quello di Parma , e quella via gli 
era tagliata, pareva che Lucca non si potesse da lui tenere. 11 
perchè i Fiorentini e i Pisani a un tratto si levarono a speranza 
d'avere Lucca. Due erano le vie da poterla acquistare : Y una 
della guerra ; 1* altra d' accordo. La guerra non potevano 
pigliare i Fiorentini per rispetto della nuova pace : e appresso 
si temeva, che movendo la guerra, lui per sdegno non si volgesse 
a'Pisani. E pertanto, benché ellafussi meno gloriosa, nientedime- 
no, come più certa, s' elesse la via del patto e dello accordo. Fu- 
rono adunque diputati a questo effetto venti uomini con pubblica 
autorità, i quali seguitarono la via che noi abbiamo detto. Ma 
la mente del tiranno molto sagace, avendo investigato il deside- 
rio delle città, metteva Lucca all'incanto a chi più ne dava. La 
prima contesa fu del prezzo : del quale si faceva a gara in modo, 
che si dimostrava la parte che fusse più potente nel danaio 
darebbe cagione all' altra di pigliare 1' arme. In ultimo, offeren- 
done più i Fiorentini, il tiranno inclinò a loro, come una bilan- 
cia al maggiore peso. La somma del prezzo fu dugento cin- 
quanta migliaja di fiorini. Ma i Pisani, come eglino intesero la 
cosa venire al disegno del popolo di Firenze, si volsero all'arme : 
perocché il timore vicino de' Fiorentini era loro molestissimo ; 
e appresso Luchino Visconti , il quale era succeduto a Azzo nei 
principato poco innanzi , e gli altri signori di Lombardia nimici 
di Mastino, davano loro animo e offerivano molto grandi favori. 
E pertanto, ricevuti gli ajuti da' signori di Milano, di Mantova, 



310 ISTORIA FIORENTINA, 

di Parma e di Padova , e aggiunti alle loro genti , andarono a 
campo a Lucca : la qua! cosa poi che fu intesa da' Fiorentini, e 
che manifestamente si vide che si veniva all'arme, ragunarono 
ancora loro le proprie genti, e domandarono gli ajuti degli 
amici e de' collegati : e con tutto questo esercito si posero a Fu- 
cecchio. Di poi mandarono a protestare a' Pisani, che si levas- 
sero da Lucca : e stando loro fermi, e essendosi per ogni verso 
afforzati nel campo, i Fiorentini presero partito d' entrare in 
quel di Pisa. Il perché, passato Arno, si dirizzarono inversola 
città di Pisa, e predarono tutto il contado circostante alla terra, 
e corsero il paese, e presero alcuni luoghi assai forti. Ma non 
potè tanto il terrore della propria città, né i danni del contado, 
né la perdita delle castella, che rimovesse la ostinata mente de' 
Pisani dalla ossidione. E pertanto, vedendo i Fiorentini che 
per quella via niente giovavano, ed essendo continuata la piova 
parecchi giorni senza intermissione , ritornarono a Fucecchio. 
Mastino in questo mezzo pe' suoi oratori domandava che i Fio- 
rentini non soprasedessero più oltre a prendere Lucca e pagare 
il danajo. Questa cosa fu consultata di nuovo, e le sentenze 
erano varie : e non era dubbio, che onestamente si sarebbero 
potuti partire dalla convenzione fatta, essendo ossidiata Lucca, 
e prese alcune castella da' Pisani. E pertanto restava la delibe- 
razione, se Lucca si doveva ricevere così ossidiata, o pure 
lasciare andare tutta questa impresa. Finalmente il parere di co- 
loro andò innanzi che riguardava l'onorevole, stimando cosa 
vituperosa abbandonare la impresa. Solamente si provvide col 
tiranno d'accordo, che per le presenti difficoltà si levasse dalla 
prima somma settantamila fiorini , e che ricevessero la terra in 
quel termine che si trovava. E per questa cagione gli furono 
dati gli statichi principali giovani della città, che stessero in 
Ferrara insino a tanto che s'osservasse la promessa: e il paga- 
mento s'aveva a fare in varj termini. 

Fatte queste convenzioni e solennemente confermale, parve 
loro per ultima conclusione di mandare a pigliare Lucca. Mossi 
adunque con tutte le genti, si posarono in su uno colle vicino 



LIBRO SESTO. 34 i 

alla terra. I Pisani, innanzi alla venuta de' Fiorentini, avevano 
fatti tre campi intorno alla città: ma allora, per la presenza 
de'nimici, s' erano ristretti insieme e tirati in una parte: la qual 
cosa dette commodità a' nostri d'entrare dentro. E pertanto 
elessero di tutto lo esercito trecento cavalli e cinquecento fanti, 
e dato loro un segno Timo all'altro, si convennero con quegli di 
dentro , e a un tratto e dalla terra e dal campo de' Fiorentini 
fecero empito contro a' Pisani; e apertasi la via per forza d'ar- 
me, entrarono in Lucca, e con loro tre commessarj fiorentini 
a pigliare la tenuta : Giovanni di Bernardino de' Medici , Naldo 
Rucellai e Ricciardo de' Ricci: i quali, pagato il danajo alle genti 
di Mastino che si trovavano alla guardia , come erano rimasti 
d'accordo, presero la terra e la fortezza. 

Ricevuta adunque Lucca con grande letizia d'ognuno, si a. 
cominciò a pensare di difenderla. La città era fortissima e ben 
fornita di gente e eli guardie : appresso, avevano abbondanza 
d'ogni cosa. Il perchè, quietamente si poteva rompere gli sforzi 
de' Pisani, i quali v'erano stati a campo due mesi; e poi che 
videro i Fiorentini avere preso la terra, erano molto sbigottiti. 
Ma uno superbo e precipitato partito vinse un savio e quieto 
consiglio, perchè niente pareva loro avere fatto, se non caccia- 
vano gli avversar)' per forza. E pertanto , l'ottavo di dopo l'avuta 
di Lucca scesero del colle dove s'erano fermi, e posero il campo 
in sul fiume del Serchio circa uno miglio presso a' nimici : di 
poi, il secondo dì uscirono fuori colle gènti in battaglia, e fe- 
cero segno di volere combattere. I Pisani , vedendo che biso- 
gnava venire alla zuffa, disfecero una parte della munizione 
del campo che era vòlta inverso de' Fiorentini, e spianarono 
il fosso; e subitamente usciti fuori con tutte le genti, l'ordi- 
narono in battaglia, e fecero tre schiere di tutto lo esercito. 
La prima fu de' primi feritori, i quali avevano intorno tremila 
balestrieri: dopo costoro, seguirono le bandiere con tutto 
il fiore delle loro genti d' arme. La terza era una gente 
espedita, che avevano comandamento di resistere alle genii 
che erano in Lucca, se da quella parte volessero uscire fuori. 



342 ISTORIA FIORENTINA. 

I Fiorentini fecero due schiere. La prima di circa mille dugento 
cavalli , e gente eletta de' primi feritori, i quali avevano d'intorno 
tremila balestrieri. Dopo costoro, seguivano le bandiere e la se- 
conda schiera con tutto il resto delle genti a cavallo e a pie egre- 
giamente ordinate. Il primo riscontro, come le trombette co- 
minciarono a suonare, de' primi feritori innanzi alle bandiere fu 
molto terribile, e la battaglia durò alquanto asprissima. Final- 
mente, i Fiorentini essendo superiori, la prima schiera de' Pi- 
sani voltò le spalle, e rifuggì alla maggiore, dove erano le ban- 
diere : nella quale i vincitori come una grande tempesta si mi- 
sero con tanta forza, che nel primo empito la turbarono, e 
presero alcune bandiere e il capitano dello esercito con alcuni 
signori : fra' quali fu Arrigo figliuolo di Castruccio e alcuni prin- 
cipali de'Pisani, e similmente certi usciti fiorentini. La vittoria 
indubitatamente s'era acquistata pe' nostri, se altra schiera 
de' Fiorentini si fusse mossa a seguitare: ma ella stette ferma, 
e non seguitò dietro a'suoi. Il perchè, quanto il nimico era ri- 
fuggito più indietro, tanto più la prima schiera de' Fiorentini si 
venne a discostare dagli altri suoi e ritrovarsi insufficiente a 
tanto peso de'nimici. Donde segui che i Pisani, ristretto insie- 
me tutto lo esercito, combattendo contro a una schiera sola, la 
ruppero. L'altra schiera de' Fiorentini non si mescolò nella zuffa 
e non perde alcuno de' suoi, ma con grande celerità si fuggì a 
Pescia. Della prima schiera de' Fiorentini ne furono presi e 
morti molti, e alcuni, trapassate le munizioni del campo, ri- 
fuggirono a Lucca. Quelli che erano stati presi de' Pisani tutti 
scamparono, eccetto che Giovanni Visconti capitano dello eser- 
cito, il quale preso sotto le loro bandiere e condotto alla mag- 
giore schiera de' Fiorentini, ne lo menarono con loro, quando 
fuggirono a Pescia. 

A Firenze subitamente venne il romore, che significava 
la rotta essere molto maggiore che non era stata: perocché 
e' si diceva tutto il campo e tutte le genti essere interamente dis- 
fatte e distrutte, e le bandiere essere prese da' nimici. Ma poi 
che egli intesero le bandiere esser salve e scampate più che le 



LIBRO SESTO. h 43 

due parti delio esercito, presero animo, e di nuovo si volsero 
con ogni diligenza a rimediare. E innanzi a ogni altra cosa, co- 
me era consueta la città fare ne' tempi forti, mandò al re Ru- 
berto a domandare uno di stirpe regale che venisse in loro ajuto. 
In questa domanda, il re Ruberto da altra parte si mosse a do- 
mandare Lucca a' Fiorentini, mostrando che già molto innanzi 
si trovava a sua obbedienza, e per forza era stata tolta da Uguc- 
cione da Faggiuola. E ben fu inteso dal popolo fiorentino, che 
il re diceva questo, per levarsi da dosso lo incarico di mandare 
ajuto. E pertanto, governandosi con lui colle medesime arti, 
risposero, che erano contenti di dargli Lucca. E nientedimeno 
non si mosse il re altrimenti : se non che mandò suoi oratori a 
trattare co' Pisani di non offendere più Lucca sua antica città, 
e ora Fendutagli da' Fiorentini. Ma la vana domanda del re fu 
con più vane parole sprezzata da' Pisani: perocché non dettero 
altra risposta, se non che manderebbero loro ambasciadori a trat- 
tare questa cosa; e da altra parte seguitarono lo assedio più osti- 
natamente che prima. 

In questo medesimo tempo fu un grande sospetto appresso 
agli Aretini, che Saccone per le cose avverse del popolo fioren- 
tino non- si movesse a pigliare un' altra volta il dominio e la ti- 
rannide d'Arezzo. Prima, non era alcuno che non credesse lui 
desiderarlo, essendo avvezzo alla signoria; appresso, essendo 
tornati i suoi avversarj nella città e stando innanzi agli occhi 
suoi, e alcuna volta gittando parole moleste contra di lui , si 
stimava che vi vivesse mal contento. Crescendo adunque la su- 
spizione , i cittadini andarono al rettore , e mostrarongli il peri- 
colo : e lui, confermandosi colla loro sentenza, comandò che 
pigliassero l'arme. 11 perchè, prestamente armati, furono in- 
torno a Saccone, e fu preso lui e molti della parte ghibellina : 
molti ancora pe' medesimi sospetti furono confinati. Similmente 
fu preso a Lucca Tarlato fratello di Saccone: il quale con al- 
quante genti a cavallo e a pie essendo soldato del popolo fio- 
rentino, e trovandosi nella zuffa di Lucca fra i primi feritori , 
aveva egregiamente combattuto; ed essendo i vincitori della 



544 ISTORIA FIORENTINA. 

prima schiera finalmente rotti da' Pisani, per lo mezzo de' inimici 
per forza d'arme s'aveva fatta la via e fuggito a Lucca , e cogli 
altri assediati v'era rimasto dentro. E perchè lui era reputato 
innocente, e in quella battaglia eossidione s'era singolarmente 
portato, nonio tenevano in prigione, ma con abile e onesta guar- 
dia. E pertanto, non molto di poi cavalcando di fuori della porta 
di Lucca con Giovanni de' Medici commissario della guardia , 
spronò prestamente il cavallo, e rifuggissene a'Pisani. Per que- 
ste cose, Saccone e suoi consorti che erano presi furono con- 
dotti a Firenze e messi in prigione : donde venne a nascere 
guerra per quello d'Arezzo per molte castella delle loro che si 
ribellarono. A questa guerra fu mandato per capitano messere 
Ricciardo Cancellieri cavaliere pistoiese, il quale, armata che 
ebbe una moltitudine d'Aretini, andò a campo a Bibbiena e al- 
tre castella di Saccone, e missele in preda, e le case della sua 
famiglia con grande magnificenza edificate in Arezzo fece gittare 
in terra. 

In mentre che queste cose si facevano in quello d'Arezzo, 
i Fiorentini, vólti a* fatti di Lucca, pensavano a rivalersi del 
danno ricevuto e alla conservazione di quella città, la quale era 
ogni di più stretta da' Pisani. Il perchè, non venendo dal re 
Ruberto gli ajuti ch'egli speravano, e essendo loro molesta que- 
sta cosa , da lui si volgevano col pensiero , se potevano chia- 
mare qualcuno in compagnia della guerra. 

Accadde, che in quel tempo Lodovico di Baviera, il quale 
aveva usurpato il nome e la dignità dello imperio romano, pas- 
sato l'Alpi, era ritornato a Trento. A costui i Fiorentini, me- 
diante l'opera e conforti di Mastino, vi mandarono ambascia- 
dori. Aveva Lodovico grande odio co' Pisani per la rebellione 
fatta innanzi, e desiderava di collegarsi co' Fiorentini. Era 
ancora manifestissimo inimico del re Ruberto e del sommo pon- 
tefice romano : e la città di Firenze per lo sdegno pareva vòlta 
a fare ogni cosa. Questa opinione e questa fama crescendo ogni 
giorno, spaventò molti, dubitando che, turbate le cose, i Fio- 
rentini, per il favore di Lodovico, non s'alienassero dal sommo 



LIBRO SESTO. 010 

pontefice e dal re Ruberto, e finalmente si trovassero in guerra 
contra di loro. 

Molte compagnie di Fiorentini erano nel regno del reRuberto 
e nelle parti di Francia, le quali insino allora con grande credito 
governavano le loro mercatanzie, e per varie cagioni si trovavano 
grande somma di pecunia nelle mani: ma per quella suspizione 
domandando i creditori a uno tratto i loro danari, furono costretti 
fallire con incredibile danno della città. E nientedimeno i Fioren- 
tini non fecero alcuna intelligenza con Lodovico , perocché quella 
via messa loro innanzi benché paresse molto opportuna al tempo 
che correva, nondimeno, potendo più in loro il rispetto delle 
parti, deliberarono di lasciare indrieto quella pratica e fare ogni 
sforzo per loro medesimi. E pertanto condussero dumila caval- 
li, e secento n'ebbero da' Bolognesi e Ferraresi, e cinque- 
cento da Mastino. Oltre a questo aggiugnendovi le genti d* arme 
a cavallo e la fanteria loro propria, ragunarono un potente esej-.^ 
cito, del quale fecero capitano Malatesta da Rimino, uomo in 
quel tempo famoso nell'arte militare. 

La rotta s'era ricevuta a dì quattro d'ottobre. E in fare a.i 
questi apparati e in mandare queste imbasciate attorno , s' era 
consumato il verno : il perchè la impresa si venne a dilatare in- 
sino a tempo nuovo. Nel quale ragunatele genti, si mossero da 
Firenze, e andarono per Val di Nievole a trovare il nimico : e poi 
che furono venuti in luogo dove facilmente potevano essere veduti, 
posero il campo in su uno colle molto eminente, cinque miglia 
vicino al campo loro. Il proposito de' Pisani era di tenersi dentro 
dalle munizioni, e non fare esperienza della battaglia. I nostri 
consumarono alquanti di in investigare sagacemente i luoghi 
circostanti; e tentati gli animi de'nimici, all'ultimo scesero 
nella pianura, e andarono a trovarli colle genti in battaglia per 
far pruova della zuffa: ma vedendo che i Pisani stavano fermi 
e quieti, e parendo loro alla dimostrazione avere fatto assai, si 
sforzarono d' entrare nella città e portarvi la vittuaglia che ave- 
vano con loro. Le munizioni e fossi del campo de'nimici erano 
fatte d'industria forti in modo, che quando i nostri non aves- 



Ùi() ISTORIA FIORENTINA. 

sero avuto contradizione e repugnanza, sarebbe stato difficile iì 
passare: ma guardandosi ancora gli avversarj , pareva impossi- 
bile il poterli spuntare. Il perchè, si volsero da mano destra per 
il fiume del Serchio , per vedere se per quella via potessero 
pervenire alla città. In questi luoghi ancora trovarono difficoltà 
assai. Erano due ponti sopra al Serchio, per i quali s'andava alla 
terra: tutti e due tenevano i nimici, e avevangli forniti di buona 
guardia. I Fiorentini adunque si posero col campo fra Timo e 
l'altro ponte in uno luogo eletto, con animo di passare a guado 
l'altro di colle genti in battaglia. Questo partito ancora pareva 
più facile, perchè il fiume in quello luogo diviso in due parti fa 
isola e non va intero per un letto , ma correndo spartito , viene 
a essere più basso. Con questa speranza, aspettavano il giorno, 
e mettevano in punto le some e la vittuvaglia che dovevano 
portare nella città. Ma quella notte venne sì grande e assai piova, 
che fece crescere il fiume in modo, che non si poteva passare a 
guado: e pertanto, ritenuti quattro dì in questi luoghi, dettero 
spazio a' nimici nella ripa di là incontro a loro d'afforzarsi. Ve- 
nendo adunque poi il tempo buono , e scemando il fiume, fecero 
forza di volere passare, e furono impediti dalle munizioni fatte 
da' nimici, e dalla moltitudine che vi corse a fare loro resistenza: 
il perchè, perdutala speranza del potere passare, furono costretti 
a levarsi, e andarono nel contado di Pisa e corsero il paese, gua- 
stando e predando ogni cosa. 1 Pisani per questo non si mossero 
niente, ma stettero fermi nella ossidione , confidandosi certa- 
mente d'avere la città. 

In mentre che queste cose si facevano in quello di Pisa, 
gli usciti d'Arezzo, ragunata una grande moltitudine di gente, 
una mattina innanzi dì si rappresentarono alla terra , e trovando 
certo luogo abbandonato dalle guardie, dove il fiume esce fuori 
delle mura, subitamente entrarono dentro. Furono circa tremila 
uomini, i quali incominciarono a correre la terra. I cittadini, 
sentito il romore, presero l'arme, e confortando l'uno l'altro, 
andarono con grande empito contro di loro. La battaglia fu 
aspra, e scguìnne molte uccisioni: ma in fine gli usciti furono 



LIBRO SESTO. 54 i 

vinti /e per quegli medesimi luoghi donde erano entrati si fug- 
girono. E nientedimeno vi rimasero sei bandiere e molti di loro, 
i quali furono di poi morti: e degli Aretini di dentro perirono 
nella battaglia due uomini singolari : Lucio de' Guaschi e Cencio 
Branca. Questi tali combattendo valorosamente contro agli usciti, 
furono morti: appresso ogni cittadino che v'era di grande ardire 
vi fu ferito. Perlo pericolo di quella notte, tutti quelli delia 
parte ghibellina che restavano nella città furono cacciati. In que- 
sto mezzo i Fiorentini che erano dentro in Lucca, vedendo che 
non era dato loro soccorso di vittuvaglia e che i nimici non si 
movevano per danni ricevuti, perderono ogni speranza, e da 
necessità costretti, dettero la terra a'Pisani, con patti che le 
persone loro e le genti che v'erano alla guardia fussero salve. 
E questo fu nove mesi di poi che l'avevano presa. Mai per nes- 
suna guerra si ricorda che il nome fiorentino perdesse tanto 
d'onore e di reputazione quanto per quella. E segui poi, che 
questa ignominia ricevuta di fuori se ne tirò un'altra a casa molto 
più grave e di maggiore incarico: perocché, come fusse una puni- 
zione data da' cieli, uno tiranno (che mai innanzi era interve- 
nuto) fu fatto signore: il quale, levala la libertà del popolo, 
sparse il sangue di molti, come appresso diremo. Perduta che 
fu Lucca (come interviene nelle cose avverse), i cittadini male 
d'accordo rimproveravano l'uno all'altro gli errori fatti; e posto 
da parte la cura della guerra, con odj e dissensioni fra loro 
medesimi contendevano. E i venti uomini, per opera de' quali 
s'era comperata Lucca e fatta la impresa della guerra, erano in 
tanto odio e disgrazia del popolo, che non poteva sostenere se 
non con loro incarico d'udire il nome loro : e non tanto su per 
le pubbliche ringhiere , ma ancora privatamente su per le vie e 
pei canti erano biasimati. Appresso, il nome di Malatesta ca- 
pitano della guerra, perchè le cose erano succedute con poca 
prosperità, non era molto accetto. E in questa maniera, quasi 
per una fatale disposizione, si cercava d' uno altro a chi si desse 
il pondo e il governo delle cose. 

Era un francese chiamato Gualtieri, nato di nobile stirpe, 



548 ISTORIA FIORENTINA. 

il quale con uno vano titolo chiamavano Duca d'Atene. Questo 
tale in sul fervore della guerra essendo giunto a Napoli , e sen- 
tendo lo sforzo de' Fiorentini, gli venne desiderio di venire a 
quella impresa : perocché ne' tempi della guerra di Castruccio 
era stato a Firenze con Carlo figliuolo del re Ruberto, e cono- 
sceva gli uomini e i costumi della città. E pertanto, chiamato 
da' cittadini, di buon volere si mise a cammino, e venne allo 
esercito con poca gente d'arme, quel di che Malatesta capitano 
scese del colle dove s'era posto, e colle genti ordinate si mise 
presso al campo de'nimici. Di poi nello esercito governandosi 
con grande diligenza e sollicitudine, acquistò commendazione 
non piccola. E pertanto in questa difficoltà de' tempi e discordie 
de' cittadini sollevato per il favore della nobilita e opinione delle 
virtù, come uomo atto a salvare le cose, fu preposto alla terra 
con pubblica autorità, e fugli commessa la cura della guerra. 
Lui adunque vedendosi avere il governo e la balia delle cose eli 
dentro e di quelle di fuori nella guerra, cominciò a volgere 
molte cose nella mente, e a pensare come egli potesse avere 
interamente il dominio della città: perocché, essendo francese 
e avvezzo a' costumi di Francia, dove la plebe è avuta e reputata 
in luogo di servi, sprezzava i nomi dell'arti e degli artefici, e 
parevagli cosa ridicola, che la città si reggessi secondo lo arbi- 
trio della moltitudine. La discordia de' cittadini e le menti piene 
d'odio gli accrescevan l'animo. Principalmente la nobilita sotto- 
posta a dure leggi e malcontenta degli ordinamenti fatti, stimava 
averla tutta seco , perocché quella parte della città che è oppressa 
sempre è usata appetire cose nuove. Appresso, i poveri e li ar- 
tigiani e tutta la moltitudine minuta della terra stimava facil- 
mente tirarla a sé, perchè egli intendeva che questa generazione 
di gente non si curava della dignità nò della libertà. Restava il po- 
polo di mezzo, dove era tutta la sua difficultà. Parendogli adun- 
que di volgersi contro a questi di mezzo , fece pigliare quegli 
che nella prossima guerra di Lucca s' erano impacciati , e che 
si trovavano nella fresca disgrazia. E infra gli altri fece tagliare 
la testa a messer Giovanni de' Medici cavaliere fiorentino; e ap- 



LIBRO SESTO. 349 

presso , avendo condannato alla medesima morte Naldo Rucei- 
lai e Ricciardo de' Ricci, che erano stati ancora loro commessari 
a Lucca, per molti prieghi de' cittadini salvò loro la vita: e 
nientedimeno li condannò in grande somma di pecunia. Fu ap- 
posto all'uno , che egli aveva ricevuto danari da' Pisani ; e all'uno 
e all'altro, che trovandosi al governo della pecunia pubblica, 
l'avevano fraudata. Dopo queste cose, fece pigliare e poi morire 
Guglielmo Altoviti : e la cagione gli fu imposta, che mentre che 
egli era al governo d'Arezzo , aveva fatto molte cose per danari. 
Questa sua crudeltà o vogliamo dire inumanità in punire i cit- 
tadini, la moltitudine l'aveva tanto a grado, che palesemente 
se ne rallegrava, e diceva costui essere uomo animoso e senza 
paura ; gli altri rettori essere stati esecutori degli appetiti dei 
potenti; costui solo essere quello che non aveva paura di pu- 
nirli. Con questi parlari la moltitudine in ogni luogo celebrava 
il nome suo: e se alle volte egli andava per la città, con molte 
lodi e commendazioni e altre voci gli faceva onore. A queste 
cose era aggiunto il favore della nobilita, il quale era più occulto 
di parole , ma più efficace di fatti. Alcuni cittadini ancora di 
reputazione e di grazia o per timore pubblico o per privata 
amicizia gli s'erano tutti dati: già erano molti che lo conforta- 
vano a pigliare il governo di tutta la città. Lui similmente, 
avendone speranza, non dubitava scoprire il desiderio suo. So- 
lamente si cercava il modo a conducere questa cosa. 1 priori 
che erano allora, uomini interi e affezionati alla libertà, tentati 
in varj modi da' suoi amici, non solamente non consentivano , 
ma apertamente contradicevano. E pertanto, parendogli da 
entrare per altra via , fece chiamare il popolo in sulla sera per 
un banditore, e ordinare che si ragunasse l'altro dì. Non era 
punto dubbio né quello che voleva, ne quale fusse la opinione 
della moltitudine. 11 perchè, i signori pieni d'ansietà s'accoz- 
zarono la notte con lui, e apertamente fecero querela dello 
avere fatto chiamare e bandire il popolo senza loro saputa o 
consentimento. Lui da altra parte dava loro parole dicendo, che 
egli era in arbitrio del popolo potere dimostrare la volontà sua; 



550 ISTORIA FIORENTINA. 

che altrimenti sarebbe in servitù e non in libertà. Finalmente 
si dette questa decisione : che nel seguente dì che il popolo si 
doveva ragunare, i priori gli dessero il dominio per uno anno 
con quelle medesime eccezioni colle quali s'era concesso a Carlo 
figliuolo del re Roberto. Fatta questa composizione, i priori già 
molto di notte si partirono da lui. 

La mattina seguente dopo il levare del sole era comparito 
grande numero del popolo. Gualtieri venne iti su la ringhiera, 
e molti della nobilita lo accompagnavano, e ancora alcuni popo- 
lani suoi fautori gli erano intorno , e avevano l' arme sotto i 
vestimenti. Poi che fu venuto alla presenza del popolo , i priori 
che erano a sedere in sulla ringbiera lo riceverono in mezzo ; e 
uno de' priori si rizzò, e cominciò a parlare, per mettere in- 
nanzi al popolo quello che la notte s'erano convenuti. A fatica 
che eglino aveano dato principio al loro sermone, che dalla 
estrema parte del popolo gli artigiani e la intima plebe cominciò 
a levare le voci, e dire che fusse signore senza alcuno riservo. 
Queste voci furono ricevute da' suoi fautori, e successiva- 
mente seguitate per la piazza. E cosi, gridando tutta la molti- 
tudine, i priori ingannati e spaventati non ebbero ardire di fare 
resistenza e andare più oltre. I principali della nobilita colle loro 
mani sollevarono Gualtieri, e portaronlo nel palazzo in sulla 
sedia. 

In questo modo fatto signore, quello che fece poi e quanto 
tempo tenne il dominio ci pare di dovere narrare, perchè la 
cosa è degna di mandare alla memoria delle lettere, o vera- 
mente per ammaestramento de'cittadini, o per esemplo de' prin- 
cipi : perocché e' si dimostrerà non essere cosa alcuna che da' cit- 
tadini si debba più temere che la servitù, né a' principi essere 
più cagione della ruinaloro che la immoderata superbia. Acqui- 
stato adunque il dominio come voleva , gli restava a pensare di 
conservarlo : e per questa cagione fece dentro e di fuori molti 
provvedimenti. Mandò innanzi a ogni altra cosa suoi ambascia- 
dori a Arezzo e a Pistoja; e ragunati i popoli di quelle città, 
prese il dominio da loro in suo proprio nome e non del popolo 



LIBRO SESTO. 551 

fiorentino. La qual cosa fece con astuto consiglio, e a fine di 
farsi quelle terre benevole, perocché egli stimò dare loro bene- 
fìcio, se faceva eguali e di pari condizioni a' Fiorentini quelle città 
che erano state loro sottoposte, e che lui per sé medesimo e 
non per altri mezzi veniva di loro volontà a signoreggiare. Dopo 
queste cose, cominciò a levare via la guerra e praticare la pace 
co' Pisani; e senza avere nessuno riguardo allo onore e alla 
dignità, la conchiuse con queste condizioni : chei Pisani tenes- 
sero Lucca quindici anni e guardassero la fortezza , e dopo quello 
tempo la lasciassero in libertà ; che tutti gli usciti di Lucca Ris- 
serò dallo esilio rivocati e restituiti loro i beni ; e che rendes- 
sero i prigioni de' Fiorentini e de' collegati senza alcuno prezzo; 
e che il popolo fiorentino ritenesse le castella che egli aveva 
avute del contado di Lucca ; e che il popolo pisano pagasse ogni 
anno novemila fiorini ; e che i Fiorentini permettessero a' loro 
usciti che avessero dato favore a' Pisani in quella guerra la tor- 
nata libera nella città, e restituissero i loro beni; e che liberas- 
sero Saccone e i suoi congiunti i quali erano nella carcere ; e 
che rendessero pace a costoro e a tutti gli altri che avessero fatto 
guerra a Arezzo o a Firenze ; e che durante quel tempo mandas- 
sero il rettore a Lucca. Questa ultima cosa pareva di qualche 
preminenza, ma era poco : perocché tenendo i Pisani la fortezza 
e la città, ed essendo signori e governatori d'ogni cosa , il nome 
del rettore veniva a essere vano e rimanere solamente come uno 
apparente titolo. Per questa pace quella parte di nobilita che 
per sedizione n'era stata poco innanzi cacciata, ritornò dentro, 
e con somma grazia del signore, e quasi restituita per suo bene- 
ficio. Appresso, Saccone e i suoi congiunti liberati dalla carcere 
ebbero Bibbiena e l'altre loro castella intorno a Arezzo. Avendo 
provveduto alla guerra de' Pisani, volgendosi agli altri provve- 
dimenti, fece richiedere e chiamare a sé tutti i Francesi che erano 
per Italia; molti ancora si partirono da casa, sentendo la fama 
della sua potenza: e di costoro elesse circa ottocento cavalli, i 
quali ordinò che stessero alla guardia. Dopo questo, fece ami- 
cizia e lega coTisani, piuttosto, come si vedeva, contro a'cit- 



352 ISTORIA FIORENTINA. 

tadini che contro animici di fuori : e per convenzione della lega 
commune tolsero a soldo dumila cavalli. Questi provvedimenti 
lece di fuori con grande cautela: dentro si governò in ogni cosa 
perversamente, e in alcune con levità e con stoltizia. 

I priori, che solevano essere il supremo magistrato della 
città, non gli levò via in tutto, che sarebbe suto più tollerabile, 
ma privati d'ogni autorità, con poca faccenda e compagnia, gli 
lasciò quasi come un acerbo e miserabile spettacolo negli occhi 
de' cittadini : e non avendo Carlo figliuolo del re Ruberto , che 
aveva tenuto innanzi il governo della terra, uomo di tanta 
stirpe e di tanta dignità , rimosso i priori dallo onore del pubblico 
palazzo, ma la persona sua abitata altrove, costui, molto infe- 
riore e dissimile, cacciò i priori della casa pubblica e egli v'entrò. 
E in tutto levò via i gonfalonieri e le compagnie, tolse l'arme 
a' cittadini, annullò tutti gli onori e magistrati, eccetto quelli 
che erano concessi da lui. Nel favore dei cittadini variò in modo, 
che ora pareva che volesse mettere innanzi la nobilita , ora il 
popolo, e spesse volte, lasciato indietro tutti e due, inclinò più 
all'infima plebe: e certamente concedette più cose alla moltitu- 
dine che a alcuna altra parte della città. L'entrate pubbliche con 
grande cupidità volse a sé medesimo : e per questa cagione, ac- 
crebbe i passaggi, e ordinò nuove gabelle, e pose molti dazj; e 
gli assegnamenti fatti dal popolo gli stimò per vani. Gli statichi 
dati a Mastino per sodamento del danajo che s'aveva a pagare, 
gli lasciò stare senza farne conto, con grandissime querele 
de' parenti e con somma ignominia della città. A pigliare e te- 
nere conto dell'entrate, non si fidando de' cittadini, deputò fore- 
stieri. Di poi fece impresa di fare la fortezza, e aggiunse al palazzo 
le mura, e fece torri e pile al proposito del suo edificio , e afforzò 
il palazzo e fece ferrare le finestre. Accrebbe la piazza, e le porte 
della terra afforzò con torri e altri edificj , e a ciascuna delle 
porte principali fece gli antiporti con le porte piccole per com- 
modità del popolo. Le querimonie de' cittadini si molestamente 
usò di ricevere, che spesse volte quegli che le portavano, senza 
ricercare diligentemente la cosa, gli puniva della medesima 



LIBRO SESTO. 353 

pena che meritava chi fusse stato in colpa. Alcuna volta per una 
cosa mal detta si volgeva alla crudelità, come accadde a uno 
cittadino che era uscito poco innanzi del priorato, al quale, dolen- 
dosi modestamente della repubblica, fece trarre la lingua. Un 
altro che era confinato , perchè egli aveva sospetto che non lo 
calunniasse, sotto specie di perdono lo rivocò , e poi crudel- 
mente lo fece morire. 

Parendo adunque intollerabile, e crescendo il male ogni dì, a 
era già l'odio condotto tanto oltre, che vinceva il timore. Prima 
incominciarono varie querele de' cittadini, di poi seguirono le 
congiure, e furono molte in uno medesimo tempo, che l'una 
non sapeva dell'altra. 11 consiglio di manometterlo fu vario. Al- 
cuni giudicavano per forza si dovesse entrare in palagio, e in 
quello luogo ammazzarlo : alcuni altri dicevano, che egli era piut- 
tosto d' assaltarlo quando egli andava per la città, che nel princi- 
pio lo faceva spesso. Ma era in queste cose difficoltà, percbè il so- 
spetto nato dalla coscienza de'malefìcj lo faceva ognidì più cauto. 
E pertanto stava nel palazzo con diligente guardia, e non andava 
fuori senza grande compagnia. Per queste difficoltà la cosa si 
venne a prolungare, né prima ebbe effetto che ella si scoperse. 

Era un Sanese uomo noto neh" arte militare, e per questa 
cagione riteneva amicizia colla nobilita. Costui adunque essendo 
richiesto, nel primo assalto spaventò, e tutta questa cosa riferi 
a messere Francesco Brunelleschi cavaliere fiorentino, per una 
grande familiarità che egli aveva con lui. 11 quale messere Fran- 
cesco, spaventato di questa cosa, subitamente (non avendo no- 
tizia della congiurazione) manifestò al tiranno quello che egli 
aveva udito dal Sanese. Fu di fatto mandato per lui , e nominò 
due, che subitamente furono presi e posti al tormento, e 
manifestarono i capi principali della congiurazione. La gran- 
dezza e la moltitudine de' cittadini spaventò l'animo del ti- 
ranno. E pertanto, come fu stato sospeso un poco, finalmente 
mandò per Antonio Adimari figliuolo di Baldinaccio, uomo di 
stirpe e di potenza famoso, che era del numero de' congiurati. 
Lui ubbidì a'suoi comandamenti, o per non avere notizia del 

23 



554 ISTORIA FIORENTINA. 

pericolo che correva , o per fidanza della moltitudine de' congiu- 
rati. Ma essendo sostenuto, e confessando la cosa come passava, 
il tiranno trovò molti altri essere in quella congiura, e l'animo 
lo tirava ora alla punizione, ed ora al timore dei cittadini, i 
quali aveva trovato avere notizia di quella cospirazione. Pieno 
adunque d'ansietà, prese partito innanzi a^gni altra cosa chia- 
mare le genti che egli aveva nelle castella vicine , e venne a 
mettere tempo di sei di : e poi che elle furono ragunate , pa- 
rendogli di potere conducere quello che pensava, fece chiamare 
tutti i cittadini di stima, che furono in numero di circa tre- 
cento; e la cagione diceva, per riferire e pigliare consiglio da 
loro della congiurazione. Ma in fatto si cercava, che come 
e' fussero ragunati in palazzo, d' oppressaci, e di poi fare 
l'altre cose più securamente. Furono nel numero de* richiesti 
molti de' congiurati, i quali, come accade, per la coscienza 
della cosa temendo il pericolo, e d'industria accrescendo il 
timore appresso degli altri, misero tanto sospetto, che nessuno 
volle ubbidire nò andare in consiglio. E in quel punto aperta- 
mente si vennero a ribellare: i congiurati si scopersero e uni- 
tamente si levarono contro al tiranno. Allora s'appalesò, che 
egli erano tre congiure nella città già molto innanzi ordinate 
contro al tiranno : e non era casa punto degna o della nobilita 
o del popolo che non si ritrovasse in qualcuna. Presero adun- 
que popolarmente l'arme, e circondarono il palazzo, e ordinata- 
mente lo ossidiarono. Da altra parte il tiranno cominciò a 
difendersi e remuovere V empito del popolo. Le quali cose poi 
che vide tentare invano, deliberò, per mitigare lo sdegno della 
moltitudine, di farsi incontro e umanamente governarsi. Il 
perchè il dì di poi, levato il sole, fece cavaliere Antonio Adi- 
mari, e lasciò andare lui e gli altri che egli aveva in prigione; 
e a' priori, i quali dal principio erano tratti in palazzo, fece 
onore contro alla sua consuetudine, e alcune bandiere del po- 
polo per segno della libertà fece porre nella sommità del pa- 
lazzo. 

Ma per queste cose niente più si mitigava la città, perchè 



LIBRO SESTO. 355 

li animi appetivano la vendetta, e spezialmente coloro de'quali 
lui aveva morti i consorti e congiunti , e non stimavano potere 
satisfare alla occisione de' loro senza il sangue del tiranno. E 
acciocché la moltitudine, che senza alcuna pubblica delibera- 
zione o alcuno capo era nell'arme, pigliasse qualche modo e 
forma di governo, per ordine de' principali si ragunò il popolo 
a Santa Reparata : e in quello luogo per loro partiti furono eletti 
quattordici uomini con autorità di riformare e ordinare la città; 
e fu aggiunto a questi Angelo Acciajuoli vescovo della terra , 
uomo di grande consiglio e di grande reputazione, il quale era 
stato capo e quasi principale di recuperare la libertà. 

In questo mezzo la ossidione e la battaglia non cessava ne 
dì né notte: e col tiranno era una gente valorosa di circa tre- 
cento soldati, che s'erano afforzati in quel luogo e ben forniti 
d'ogni cosa. Ma questi provvedimenti pareva che fussero sola- 
mente per indugiare il pericolo , non per dare speranza di sa- 
lute. E pertanto, gli ossidiati ora interponevano colloquj, ora 
domandavano d' impetrare la fede loro con molti prieghi e molte 
supplicazioni: e ancora, per mitigare l'ira colla punizione d'al- 
cuni, cacciarono gli esecutori del tiranno che avevano perse- 
guitati i cittadini, e erano richiesti per vendetta fuori della 
porta del palazzo, alle coltella e al furore del popolo: i quali, 
subito smembrati, riportarono degno frutto della loro cru- 
delità. 

Per questo attutata alquanto la indegnazione de' cittadini, 
il vescovo degli Acciajuoli e i quattordici uomini cominciarono 
a praticare cogli ossidiati. Nell'ultimo, per migliore partito fu 
salvata la vita al tiranno e agli altri ch'erano con lui, con patto 
che egli rendesse il palazzo, e renunciasse spontaneamente 
ogni podestà che il popolo gli avesse data. Quella renunzia, 
perchè non vi fusse errore , parve loro che si dovesse ancora 
fare fuori del nostro territorio. In questo modo il tiranno , dato 
il palazzo al vescovo e a' quattordici uomini, si rimise nelle 
loro mani: e fu tenuto di poi due dì nel palazzo a buona guar- 
dia, perchè non fusse violato dal popolo. Finalmente di notte 



556 ISTORIA FIORENTINA. 

fu mandato fuori della città Andossene di fatto in Casentino , 
e quivi un'altra volta fece la renunzia circa dieci mesi di poi 
che egli aveva preso il dominio. 

In mentre che queste cose si facevano a Firenze, gli Are- 
tini, inteso il tiranno essere ossidiato, si levarono ancora loro, 
e presero l'arme. Erano in Arezzo tre fortezze: una alla 
porta fiorentina, due nella sommità della terra: delle quali 
tre al primo empito ne presero due. Restava la terza che era 
fortissima: la quale facendo forza d'averla, sopravenne Sac- 
cone, che era stato tiranno in Arezzo, con grande moltitu- 
dine, e fermossi fuori della città riscontro alla fortezza. 1 
cittadini ebbero grande sospetto, che ella non fusse data a 
Saccone: e per questo lasciarono il combattere, e tentarono 
la cosa per mezzo dei colloquj. Era alla guardia della for- 
tezza Guelfo Buondelmonti : il quale, essendo ossidiato dentro 
da* cittadini e di fuori da Saccone, e per la distruzione del 
tiranno in cui nome teneva la fortezza avendo perduto ogni 
speranza, chiamò i cittadini a parlamento, e disse loro: 
« lo so, o Aretini, che fa poco a me lasciare la fortezza o 
» a voi, o a Saccone. Ma due sono quelle cose che mi 
» fanno inclinare piuttosto a voi. La prima, perchè la no- 
» stra famiglia è sempre stata di parte guelfa : nella qual 
» cosa voi siete d'accordo meco, e Saccone differente : T al- 
» tra, che io reputo dovere essere più lodato dagli uomini, 
» se parrà che piuttosto alla libertà vostra che alla tirannide 
» di Saccone io abbia inclinato. » E così dòtte la fortezza 
a' cittadini. f 

E quasi nel medesimo modo i Pistoiesi e Volterrani, 
che erano stati nella podestà del tiranno , per sua ruina 
recuperarono la libertà. 



537 



LIBRO SETTIMO. 



Noi seguiteremo di scrivere i fondamenti di nuovo delia M j S 
repubblica fiorentina già liberata e della città ridotta in suo ar- 
bitrio, e narreremo le cose accadute di poi, e come il governo 
fu comunicato alla nobilita e poi li fu tolto, e come la terra sì 
divise secondo nuovo ordine, e altre cose degne di memoria. 
Cacciato che fu il tiranno, benché la città avesse recuperata la 
libertà sua, nientedimeno ella aveva perduti molti e grandi sus- 
sidj e una grande parte del suo dominio : perocché gli Aretini, 
Pistoiesi e Volterrani per la cacciata del tiranno s' erano ridotti 
nella pristina libertà. 11 perchè, dal canto di fuori a un tratto 
s'erano perdute tutte quelle cose, le quali innanzi colla fatica 
di molti anni e con molte contese s' erano acquistate : e dentro 
ogni cosa si trovava in disordine. Non v'era magistrato alcuno, 
nò alcuna forma di giudicio : ma solamente i quattordici uo- 
mini, i quali in sul romore della città erano stati eletti insieme 
col vescovo, tenevano la pubblica autorità. In costoro era posta 
la cura della repubblica, e i consigli d'ognuno sopra di loro si 
riposavano. Volendo adunque ordinare lo stato della città, con- 
fermarono alcune delie antiche costituzioni, e molte ancora ne 
fecero di nuovo. Delle antiche fu conservato il nome e magi- 
strato de' priori, il quale il tiranno non aveva interamente le- 
vato. Di nuovo ordinarono quello che fu di grande momento 
nella repubblica, e contro allo esemplo de' tempi passati, cioè 
che la nobilita fussi ricevuta a questo e agli altri magistrati delia 
città. Le ragioni che gli mossero a pigliare tal partito furono 
due. L' una il rispetto della concordia civile, stimando che gli 



358 ISTORIA FIORENTINA. 

animi de' cittadini dovessero rimanere quieti e la repubblica 
tranquilla, se nessuna parte di quella fusse eschiusa dagli onori, 
e non avesse cagione per simile ingiuria avere a odio il pre- 
sente stato della città. L'altra fu, perchè la nobilita nel cacciare 
•il tiranno aveva fatto grande opera, e meritava essere rimune- 
rata : e era tanto più accetta V opera loro , perchè , avendo dal 
tiranno ricevuti molti onori, avevano dimostro stimare più la 
patria e la libertà che i beneficj suoi, che era stato evidente se- 
gno d' animo sincero verso la repubblica. Per queste cagioni fu 
ricevuta la nobilita in compagnia del governo. 

Ma da questa cosa ne seguiva una grande mutazione , es- 
sendo in tutto rimossa l'antica forma del governo: perocché 
due grandi stabilimenti della libertà , i quali innanzi avevano 
sostentato la repubblica, si levavano via : cioè gli ordinamenti 
della giustizia e le compagnie del popolo. Erano state trovate 
le costituzioni della giustizia, come dicemmo di sopra, contro 
alla forza della nobilita ; e le compagnie del popolo dal principio 
ordinate, acciocché gli uomini deboli potessero resistere alle 
famiglie potenti, e di poi continuamente conservate nella repub- 
blica. Ma in quel tempo, ragguagliato tutto il corpo della città 
e per unione quasi fatto uno, levando via le contese, venivano 
ancora a levare tali ordinamenti. Prima furono dati otto citta- 
dini che fussero al consiglio de' priori, mescolati del popolo e 
della nobilita, che innanzi erano dodici solamente del popolo. 
Ancora ordinarono di nuovo , che la città prima divisa per se- 
stieri si riducesse a quartieri: perocché ogni sestiere era con- 
sueto di ricevere la sua parte degli onori, e quel sestiere che 
era più popolato veniva a partecipare minore rata. Parve adun- 
que loro dovere distribuire la città in quattro parti, e ingegna- 
ronsi il più che fu possibile , che la moltitudine de' cittadini si 
ragunasse per quartieri ; e accadde, che il quartiere di là d'Arno, 
che soleva avere gli onori per la sesta parte, venne a partecipare 
per la quarta in questa nuova divisione. 

Avendo ordinate queste cose, fecero la riforma della città, 
e furono mandati a partito i nomi de' cittadini, de' quali poi 



LIBRO SETTIMO. 559 

s'avessero a sortire i magistrati. Finalmente, poi ch'egli ebbero 
finiti i partiti e messo nelle borse i nomi de' cittadini, si trassero 
dodici priori, quattro della nobilita e otto del popolo: e entra- 
rono in ufficio in calendi di settembre; e come era di consue- 
tudine innanzi al tiranno, condotti co' mazzieri nel pubblico 
palazzo, cominciarono a governare la repubblica. Queste cose 
adunque furono fatte e ordinate da quattordici uomini : le 
quali, benché fussero state pensate con buone ragioni, niente- 
dimeno ebbero poca stabilità. Perocché, nella entrata del ma- 
gistrato questa cosa inusitata commosse gli animi; e fu poco 
grato allora quello accomunare il governo , e molto più si te- 
meva per lo avvenire, parendo loro, che i cittadini nobili capi 
di grandi famiglie, i quali senza alcuna pubblica potenza erano 
temuti, se ancora vi s' aggiugnesse il magistrato, non si potes- 
sero sopportare, né loro s'avessero a contenere delle ingiurie. 
Questa cagione s' allegava, e in qualche parte era da stimarla. 

Ma la invidia e la consueta malattia era ritornata nella terra 
insieme con la libertà : il perchè ogni cosa si governava con 
odio e con contesa. E pertanto, cominciò da prima a nascere 
uno mormorio fra i popolani ; di poi spontaneamente fu dilatato 
fra la moltitudine, e detto, che poco si poteva rallegrare della 
cacciata del tiranno, se molti per uno ne avevano a sopportare, 
se già non stimassi , che nel magistrato quegli uomini si doves- 
sero temperare , la baldanza de' quali avevano conosciuta nella 
vita privata, e fatte tante leggi e tanti rimedj, per raffrenare la 
violenza loro. Divulgandosi questi parlari, la moltitudine faceva 
segno di sollevarsi, usando parole non solamente libere ma 
sfrenate, e detestando questa compagnia come perniziosa alla 
repubblica. 

Per le quali cose finalmente il vescovo (perchè lui era 
nato di nobilissima e ornatissima casa , la quale nientedimeno 
aveva seguito nella repubblica le parti popolane) chiamò i com- 
pagni per correggere questa cosa, e cominciò a trattare con 
loro, che, vedutala volontà del popolo che riprovava questa 
compagnia, piuttosto vi volessero porre per loro medesimi ri- 



560 ISTORIA FIORENTINA. 

medio, che provare la forza della moltitudine. Se spontaneamente 
si rimettessero a discrezione, sarebbero atti a conservarsi e rite- 
nere molte cose : ma se pertinacemente volessero fare resi- 
stenza, considerata la natura della moltitudine , sarebbero ca- 
gione di perdere il tutto. 

Ricordando il vescovo e confortando invano queste cose, 
i capi della nobilita non le vollero accettare: e non solamente 
la cosa in se, ma ancora la esortazione era loro molesta. Peroc- 
ché dicevano che la moltitudine si moveva a questo, incitata 
da lui uomo inquieto, il quale era stato in intima grazia del 
tiranno, e di poi l'aveva condotto alla sua distruzione; ora 
similmente cercava d'affliggere e mettere in contesa ì cittadini, 
perchè questa arte gli era grata di sollevare alcuni, come accade 
nelle contese puerili, e quegli medesimi poi deprimere. Ma cer- 
tamente, quanto s'aspettava loro, come hanno difeso la libertà 
della patria, così difenderanno la loro propria, e vorranno 
vedere chi saranno coloro i quali gli vogliono privare degli 
onori, essendo non solamente innocenti, ma ancora avendo 
bene meritato della repubblica. E' sarebbe cosa assurda, che 
agli uomini venuti da Simifonte e da Fighine, già nimici del 
popolo fiorentino, fussero conceduti gli onori nella città, e a 
noi antichi e veri cittadini che gli abbiamo vinti, fussero ne- 
gati. I forestieri adunque e quegli che sono stati sottomessi 
comanderanno ; e noi cittadini e vincitori di quegli ubbidiremo 
nella propria patria a coloro che noi abbiamo vinti? E chi potrà 
tanta iniquità e repugnanza di cose non solamente sopportare, 
ma ancora udirle ? 

Il vescovo virilmente rispondendo a queste cose, e loro da 
altra parte contradicendo, ne nacque tanta alterazione, che i 
vicini si cominciarono a muovere, e prestamente n'andò il ro- 
more per la città. La moltitudine si levò correndo al pubblico 
palazzo, colla forza e coli' arme ne trasse i nobili che erano nel 
magistrato, e privati dello ufficio, li rimandò alle proprie case. 
La nobilita, sollevata per questa ingiuria, prese l'arme: e nien- 
tedimeno non si ragunò insieme, ne ebbe ardire quel giorno 



LIBRO SETTIMO. 561 

di combattere contro al popolo; ma qualunque famiglia guar- 
dava le proprie case, e del contado veniva gente assai in loro 
aiuto, e grande copia de' loro clienti e seguaci. 

Trovandosi adunque tuttala città in arme, e vedendo il 
popolo che s'aveva a venire alle mani, deliberarono, innanzi 
che gli aiuti del contado venissero, d'anticipare alla nobilita. E 
pertanto il dì seguente cominciò la zuffa con una famiglia di qua 
dall'Arno. La nobilita abitava in diversi luoghi della terra; e per 
questa cagione era più facile vincere ognuna di per sé: e con 
tutto che ogni famiglia avesse le case e le torri, e fortemente 
repugnassero allo empito del popolo , nientedimeno, abbon- 
dando una moltitudine quasi infinita e combattendo da ogni 
parte, air ultimo rimasero vinti. Non si faceva però uccisione 
de'nobili, ma come e' si mettevano nella discrezione del po- 
polo, erano conservali.. 

Vinte adunque e ridotte in suo arbitrio le famiglie di qua 
d'Arno, il popolo deliberò di passare il fiume. Quivi la contesa 
fu molto maggiore, perchè potentissime famiglie della nobilita 
abitavano di là d'Arno, e avendo case e torri sulle teste de'pon- 
ti, s'erano afforzati in modo, che la moltitudine non vi poteva 
passare. Questa dif tieni tà ritardò alquanto l'empito del popolo. 
Finalmente , facendo forza all' ultimo ponte , dove la nobilita 
era più debole , e levandosi la moltitudine di là d'Arno, e com- 
battendo dall'una parte e dall'altra, furono cacciati coloro che 
erano alla guardia del ponte, e lasciarono il passo libero al po- 
polo: il quale, passato il fiume e ridotte in suo arbitrio le fami- 
glie vicine, seguì di poi successivamente a tutti i capi deg;i 
altri ponti, combattendo similmente al ponte a Santa Trinità e 
al ponte Vecchio. Ma al ponte a Rubaconte fu la zuffa maggiore 
che a nessuno altro, perocché in quello luogo v'era la nobilita 
molto potente, e aveva il sito in suo favore, perchè da una parte 
il fiume, dall' altra il ponte faceva forti le case loro. Eravi solo 
una via per la quale bisognava andare a trovargli, la quale loro 
con molti ostacoli che avevano attraversati e colle proprie case 
difendevano. In questo luogo adunque si fermò alquanto l'ém- 



362 ISTORIA FIORENTINA. 

pito del popolo, e non potette prima passare, che una parte di 
loro sotto le bandiere mandate per uno lungo circuito si sco- 
perse dal monte di sopra. Allora furono dissipate le forze di 
quelle famiglie, e mancando la guardia del ponte, facilmente 
vi si passò. Le case loro per la grande resistenza che avevano 
fatto furono messe a sacco dalla infima moltitudine ; molte 
ancora ne furono arse: e nientedimeno agli uomini, poi che si 
rimessero nelle mani del popolo, umanamente fu perdonato, 
perocché né per odio né per maleficio si combatteva, ma della 
potenza, della autorità, del precedere nella repubblica era ogni 
loro contesa. 

Il popolo, avendo superata la nobilita, e ridotta in suo arbi- 
trio senza alcuno dubbio la repubblica, deliberò a suo piaci- 
mento stabilire lo stato della città. E pertanto, restituì gli ordi- 
namenti della giustizia nel modo antico , e rinnovò le compa- 
gnie del popolo, mutando solamente il numero per la nuova 
divisione della terra, che in ogni quartiere ne fusse quattro : e 
allora venivano a essere sedici compagnie , che prima erano 
state venti, di poi diciannove. Ancora furono deputati secondo 
la consuetudine di prima dodici uomini al consiglio de' priori : 
e la riforma degli ufficj fu rifatta di nuovo per tre anni con tanta 
diligenza, che d'una grande moltitudine ne ottenne pochi. Ma 
per diminuire la potenza de' nobili, furono molti di loro fatti di 
popolo, che lo dimandarono di grazia : e fu concesso loro pei 
grande beneficio, a quegli tali che erano o di vita più modesta 
o di minore potenza. 

Fatte queste cose, e dimostrandosi dentro grande tran- 
quillità, si volsero alla cura di fuori. Primamente provvidero 
di levare ogni sospetto agli Aretini, i quali per la mina del ti- 
ranno avevano presa la libertà. E acciocché la suspizione non 
partorisse qualche novità, fecero pubblica deliberazione, che 
ogni giurisdizione che il popolo fiorentino avesse nella città 
d'Arezzo , spontaneamente fusse loro rimessa : e furonvi man- 
dati ambasciadori, che si rallegrassero con loro della libertà 
ricuperata delle mani del tiranno , e che portassero il decreto 



LIBRO SETTIMO. 563 

del popolo fatto in loro beneficio : i quali, poi che furono giunti 
a Arezzo, alla presenza del popolo sposero l'ambasciata, e 
recitarono in scritti il pubblico decreto. Gli Aretini, udendo 
queste cose, fecero segno di grande letizia; e deposto giù ogni 
sospetto, abbracciando grandemente la fede del popolo fioren- 
tino, perseverarono nella amicizia. E non molto di poi si fece 
una lega, nella quale s' unirono insieme col popolo Perugini, 
Sanesi e Aretini. 

Avendo fatto da quella parte di Toscana questi provvedi- 
menti , volsero gli animi inverso i Pisani, co' quali erano stati 
in guerra: e benché la pace fusse fatta poi, nientedimeno, 
perchè ella s'era conchiusa per le mani del tiranno, non pareva 
loro che avesse obbligato il popolo fiorentino. Fu fatta adun- 
que nuova pace, perla quale Lucca fu conceduta a' Pisani, e 
i Fiorentini si ritennero le castella del contado lucchese, le 
quali allora possedevano. Queste cose furono fatte dentro e di 
fuori l'anno che il tiranno fu cacciato. 

Nel principio del seguente anno, si ragunò del contado A#13 ^. 
d'Arezzo e di Firenze grande moltitudine, la quale mise in 
disperazione la famiglia de' Pazzi. Questa era una stirpe nobile 
che possedeva le castella nel contado ci' Arezzo , e oltre allo 
essere di parte ghibellina , era ancora per loro molesta e grave 
a' loro vicini. 

In quello medesimo anno furono fatte provvisioni contro 
alla nobilita, e oltre agli altri incomodi, fu loro aggiunto ancora 
questo, che qualunque nobile fusse appresso d'alcuno re o 
d'alcuno tiranno, dovesse ritornare a casa, sotto la pena dello 
esilio e della pubblicazione de' beni. Per questa legge, molti 
furono costretti abbandonare la liberalità de' principi , e ritor- 
narsene a casa: e funne cagione non solamente la malivolenza, 
ma ancora il sospetto che quegli tali, acquistando grazia ap- 
presso re e signori , per loro favore non innovassero qualche 
cosa. 

Circa questo medesimo tempo, fu ordinata la pena contro 
a quegli cittadini che per la mina del tiranno avessero date for- 



564 ISTORIA FIORENTINA. 

tozze o castellale quali avevano in guardia, e fu commesso 
a' rettori la cura, che diligentemente ne cercassero. Per questa 
legge furono dannati molti nobili, a' quali il tiranno aveva cre- 
duto le fortezze. 

Circa questi medesimi tempi, i mercatanti fiorentini che 
erano in Francia significarono, come Gualtieri poco innanzi 
cacciato della signoria eia ito al re, e fatto gravissime querele 
contro alla città, e per il mezzo suo e de' suoi amici faceva 
grande sforzo d' ottenere rappresaglia sopra le robe e persone 
de' cittadini e mercatanti fiorentini che si trovavano in Francia; 
e come era grande pericolo , che loro e' loro beni non gli fus- 
sero dati in preda ; e già molte compagnie e governatori di 
quelle , spaventati per questo sospetto , facevano pensiero di 
fuggirsi. 

La città, commossa per questa novella e accesa ancora 
dall'odio passato, gli mise una taglia drieto a sua morte e de- 
struzione: e per maggiore contumelia, fece dipignere la sua 
effigie con significazione dei vizj appresso a' palazzi pubblici. 
Mandò ancora per questa cagione oratori al re, acciocché in- 
consideratamente non si movessi a credere, e, come accade, a 
gratificare al tiranno. 

Non molto di poi gli afribasciadori del re vennero a Firenze 
a domandare, che fussi satisfatto al tiranno, e che gli fussi dato 
grande numero di pecunia per ristoro di danni, i quali lui diceva 
avere ricevuti dalla moltitudine furiosa. A questi tali, poi che 
ebbero esposto in un grande consiglio V ambasciata del re, 
fu. fatta umanissima risposta, per la reverenza del principe che 
gli mandava. Ma i mancamenti del tiranno e i vizj furono mani- 
festati in modo di quello uomo, che gli ambasciadori, udendo 
tanta malignità, furono costretti a tacere. Ultimamente, furono 
appresentate le renunzie, le quali lui non tanto a Firenze, ma 
ancora a Poppi, luogo libero e fuori d'ogni sospetto, sponta- 
neamente aveva fatte. Mostrarono di poi, che non si maravi- 
gliavano punto che lui venisse contro alle confessioni e a' suoi 
proprj giuramenti, perchè già molto innanzi, avendo calcata 



LIBRO SETTIMO. 565 

la religione e fede data al popolo, senza alcuno rispetto aveva 
fatto ogni cosa dove l'aveva tirato il suo appetito eia sua cupi- 
dità; non aveva avuto alcuna vergogna degli uomini , né alcuno 
timore di Dio ; e per questa cagione essere debita cosa , che il 
loro prestantissimo re non solamente non dessi audienza a uno 
uomo maligno, ma piuttosto raffrenasse la sua nequizia. In 
questo effetto fu risposto agli oratori regali: e alle loro persone 
fu fatto grande onore, acciocché l'animo del re per quella via 
si tenessi ben contento. 

In quello medesimo anno fu cominciata una provvisione, 
che ebbe piccolo principio, e fu poi reputato grande fondamento 
della repubblica : perocché i cittadini dovevano avere di danari 
prestati per la compera di Lucca circa settanta migliaia di fiori- 
ni. Questa somma per la impotenza del commune non si potendo 
pagare, e parendo cosa iniqua che i cittadini che avevano pre- 
stato il danajo sotto la fede pubblica rimanessero ingannati , fu 
trovata una via di mezzo fra queste difficultà: perocché e' furono 
scritti i nomi di tutti coloro che erano creditori , e consegnato 
della entrata pubblica cinque per cento. La quantità de' danari 
cumulata insieme vulgarmente fu chiamata Monte. E di poi fu 
osservato questo medesimo nella città : e ogni volta che la 
repubblica ha bisogno , i cittadini pagano i tributi, e ogni anno 
pigliano le paghe. Questi Monti a tempo di guerra crescono, e 
diminuiscono nella pace, perocché, quando la repubblica è 
abbondante, spesse volte si fa diminuzione di monte. Di questi 
crediti descritti fanno i cittadini fra loro vendite e permute ; 
e, come dell' altre mercatanzie, secondo il tempo, la speranza 
e il commodo, scema e cresce la valuta; e quella medesima uti- 
lità che doveva pigliare il venditore, si trasferisce nel compe- 
ratola. Questa cosa, non si perdendo interamente quello che si 
paga, ma recando a'paganti qualche utilità, fa che i cittadini 
durano a molti pagamenti. 

Nel principio del seguente anno, essendo cresciuto l'odio x .my 
versogli uomini potenti, si fecero due leggi: l'ima contro 
a' sacerdoti molto iniqua* per la quale si derogava a tutti i 



366 ISTORIA FIORENTINA. 

loro privilegj; 1' altra contro a' cittadini, e questa ancora ingra- 
tamente toglieva possessioni e beni e prerogative date loro dal 
popolo per qualunque merito. Le quali due leggi dimostrarono 
la città essere stata in quel tempo nello arbitrio della moltitu- 
dine imperita: perocché, chi è quello che potesse pensare cosa 
più iniqua o più vile di questa ultima legge, se legge è da chia- 
mare quella che reca vergogna e infamia alla repubblica? Ella 
è cosa vituperosa a uno privato mancare della fede, ma molto 
più a un popolo. E certamente non si debbe reputare utile nella 
repubblica quello che è contro alla dignità ; perocché la dignità 
scaccia da sé e non può sofferire la incostanza e la ingratitudine. 
Per quella legge molti che godevano il benefìcio de' privilegj 
acquistati per virtù de' loro antichi, furono costretti con molte 
querimonie e doglienze degli uomini lasciargli. 

In questo medesimo anno, per faccende private sopraven- 
nero molti incommodi non solamente a ciascheduno di per sé, 
ma ancora a tutta la città. Era la famiglia de' Bardi ricchissima 
di tutte T altre, e aveva le compagnie in molti luoghi ; e insino 
a quel dì essendo stata in grande reputazione e fede appresso 
i cittadini e' forestieri, e avendo nelle mani le pecunie di molti, 
subitamente e fuori della opinione d' ogni uomo fallì. La ca- 
gione di questo disordine nacque, perchè in quel tempo essendo 
la guerra fra il re di Francia e il re d' Inghilterra, certi gover- 
natori della compagnia loro che stavano nella isola, avendo 
creduto al re d' Inghilterra grande somma di danari, condus- 
sero la cosa in luogo, che fu necessario che quella compagnia 
perdesse il credito. Divulgato adunque il fallimento, i creditori 
della compagnia, ricercando con diligenza ogni loro cosa, tro- 
varono quella ragione avere debito con private persone più che 
cinquecento migliaja di fiorini ; e avevano prestato al re circa 
di settecento migliaja: nella qual somma v' erano i danari pro- 
prj della compagnia e quegli de' creditori. Questo disordine 
tanto inopinato e tanto grave avendo disfatte le sostanze di 
molti, si tirò drieto ancora la destruzione di minori traffichi, 
parte per varj danni che di questa mina resultavano loro, parte 



LIBRO SETTIMO. 367 

per il sospetto che era nato appresso agli uomini, il quale mo- 
veva ognuno a domandare i suoi danari. Il perchè, seguendo 
il fallimento di molti, ne venne la città a ricevere inestimabile 
danno ; e appresso , il credito era ridotto in sì pochi nel mer- 
cato, che ogni cosa metteva in confusione. Essendo la città per 
questa cagione tutta turbata, un lupo a mezzo di entrò per la 
porta a Santo Giorgio , e corse buona parte di là d' Arno , e 
drieto il romore di chi lo perseguitava, finalmente , uscito per 
la porta a Santo Friano , fu morto in su la strada di Pisa. In 
quel medesimo dì, i segni del popolo che erano scolpiti sopra 
la porta del pubblico palazzo caddero per loro medesimi. Per 
questi augurj gli animi di molti spaventarono. E non molto 
di poi fu significato di Francia, che il re ingiustamente aveva 
permesso, che si procedesse contro alla città, non accettando 
le sue ragioni, e nientedimeno assegnato il termine di sessanta 
giorni, dopo il quale il tiranno avesse rappresaglia contro a' beni 
di qualunque cittadino fiorentino. Donde ne seguì a' nostri mer- 
catanti più incommodo che danno , perchè ebbero spazio a ri- 
trarsi colle cose loro. 11 seguente anno, in sulla primavera, a. i3«». 
mise grande pensiero a tutto il popolo il timore della carestia, 
non tanto pel tempo sinistro che correva allora, quanto perchè 
s' era imposta la sementa con grande abbondanza di piove. Il 
perchè si vedevano molte poche biade pe' campi , e quelle 
tante erano deboli e quasi secche. Accresceva questa paura, 
perchè simile danno non solamente in una o due parti, ma per 
tutte le regioni d'Italia si vedeva. Da questo timore ebbe prin- 
cipio la carestia, e ogni giorno cresceva, insino al tempo della 
ricolta, la quale essendo vana e debole, come per esperienza 
si vedeva, cominciarono gli uomini a raguardare l'uno l'altro e 
temere del futuro, e avere compassione a' loro piccoli figliuoli 
e alla povera moltitudine. Sopravenendo adunque la fame indu- 
bitatamente, la città si volse con prestezza a provedere, che 
d'Affrica, di Sardigna e di Sicilia e di molti altri luoghi per 
mare e per terra fussi recata grande somma di frumento. E con 
tutta questa provisione non si potè fuggire quello anno una 



5G3 ISTORIA FIORENTINA. 

grande difficoltà, perchè assai gente di donne e di fanciulli 
erano venuti del contado a mendicare nella città : e ancora era 
tratta grande moltitudine delle terre vicine, le quali non s' erano 
provvedute a questo bisogno , e moltiplicato il numero in tal 
forma, che quasi una quantità d'uomini infinita s'aveva a pa- 
scere. Grande merito e grande umanità si conobbe in quel tempo 
della città fiorentina: perocché, non solamente non fu cac- 
ciato alcuno forestiero , ma piuttosto , per povero che fussi , 
qualunque graziosamente fu ricevuto , e in tanta evidente care- 
stia sustentato, che parve quasi un beneficio generalmente 
usato verso la società umana. In quello medesimo anno furono 
fatti alcuni altri provvedimenti in favore de' poveri, e massima- 
mente per temperare la rigidezza de' creditori: e fu ordinato 
per legge, che nessuno, se non conserte condizioni, potesse 
per debito esser convenuto, perocché la città reputava la carestia 
essere gravezza assai al popolo. E oltre alla fame v'era aggiunto 
infermità , le quali avevano compreso i forestieri , e ancora s' e- 
rano distese al popolo di dentro, in tal maniera che egli era da 
avere grande compassione alla moltitudine affamata e inferma. 

Sopravenne appresso nuova cura che perturbò tutta la 
città , perocché venne novella , come Carlo figliuolo del re 
Giovanni era stato eletto imperadore: la quale novella generò 
grande sospetto a tutti i cittadini, venendo loro a memoria, 
che Arrigo suo avolo aveva posto il camj30 alle porte di Firenze; 
e appresso si rappresentavano innanzi agli occhi le guerre con- 
tinuate col re Giovanni suo padre, e gli ostacoli fatti a molti 
suoi disegni per Italia: nelle quali era ancora intervenuto questo 
Carlo giovanetto a Lucca e per Lombardia, a tempo che con 
suo danno aveva contro al popolo fiorentino esercitata nell'arme 
la sua gioventù. Per le quali cagioni, si stimava che vi fussi 
rimasto odio e inimicizia colla repubblica. Erano adunque que- 
sti sospetti, sbigottimenti e querele nella città: e da altra parte 
rimedj alcuni non si facevano rispetto alle calamità, le quali 
abbiamo detto in quel tempo premevano la moltitudine. 

In questo medesimo anno la terra di San Miniato al Te- 



LIBHO SETI IMO. 509 

desco venne nella potestà del popolo fiorentino. I terrazzani, 
affaticati per le discordie di dentro e le ingiurie della nobilita , 
loro medesimi si dettero. 

L' anno seguente , innanzi che venisse il tempo delle 
ricolte, le medesime difficultà che erano state innanzi della ca- 
restia premevano la città : ma poi che le ricolte furono fatte , 
cessò la fame. E nientedimeno rimasero nella moltitudine varie 
specie d' infermità, e apparivano alcuni segni di pestilenza , la 
quale poi guastò Italia. Questa calamità circa due anni innanzi 
che se ne avesse notizia, cominciò nelle parti d'Oriente: di poi 
andò vagando con una continua contagione di luogo in luogo 
in tal forma, che ella aveva distrutte successivamente le regioni 
dove ella era stata. La condizione di questa pestilenza era feb- 
bre con una sonnolenza e uno enfiato come Y anguinaia nel 
corpo; e era come veneno, il quale assalendo robustissimi e 
sanissimi giovani, in poche ore gli uccideva. La contagione di 
tutti simili ammorbati si vedeva essere perniziosissima. Questa 
pestilenza adunque cominciò allora a entrare nella città : e da 
prima fece grande distruzione di fanciulli e di fanciulle di tenera 
età; di poi, assalendo i corpi più robusti, discorse fra maschi 
e femmine d' ogni età. 

Nel medesimo anno Lodovico nipote del re Ruberto, fug- 
gendo da casa, venne nel contado di Firenze con poca compa- 
gnia : perocché fuggiva dinanzi al re d'Ungheria, il quale con 
grande esercito era entrato in Puglia, per vendicare la morte 
del fratello poco innanzi ucciso, e acquistare il regno come 
sua eredità. Ma per maggiore cognizione di queste cose, noi 
ci faremo alquanto più innanzi a darne notizia , acciocché i 
progressi ci' una famiglia amicissima alla nostra città si possano 
intendere e conoscere. Carlo , il quale primo di quella famiglia 
ottenne il regno di Sicilia, lasciò uno figliuolo unico, dal quale 
discesero grande numero di quella stirpe. Questo figliuolo del re 
Carlo primo fu vinto in una zuffa navale presso a Napoli, e me- 
nato prigione in Aragona, come innanzi in certo luogo abbiamo 
narrato. Morendo di poi il re Carlo, e trovandosi il figliuolo-in car- 



370 ISTORIA FIORENTINA. 

V 

cere, il maggiore de' nipoti , il quale si chiamava ancora Carlo, 
succedette nel regno. Il perchè, essendo giovanetto, dopo la 
morte dell'avolo, ottenne il titolo regale. Ma di poi che il padre 
fu liberato della carcere, ritornò nel regno, e mandò questo suo 
figliuolo in Ungheria a possedere quel reame che gli era per- 
venuto per eredità materna: e in questo modo, partito lo onore 
fra loro, il figliuolo in Ungheria, il padre in Italia, venne a re- 
gnare. Morendo il padre alcuni anni di poi, Ruberto, secondo 
figliuolo, succedette nel regno di Sicilia, benché a molti paresse 
di chiamare d' Ungheria il legittimo successore. E tacitamente 
andavano attorno doglienze e querimonie. Ma perchè Ruberto 
era stato continuamente in Italia , e dava di sé egregia espetta- 
zione, si tirava drieto il favore de' popoli: da altra parte i 
figliuoli del fratello, essendo lontani e quasi alienati, a fatica 
erano conosciuti da loro, e perchè avevano il regno grande, era 
reputato che avessero dominio a sufficienza. Ruberto ebbe un 
figliuolo chiamato Carlo, il quale, come narrammo di sopra, 
venne a Firenze con grande esercito per la guerra di Castruc- 
cio, e di poi, vivendo ancora il padre , si morì senza figliuoli 
maschi, ma lasciò due figliuole piccolette, le quali s'alleva- 
rono appresso al re Ruberto suo avolo. Di Carlo re d'Ungheria 
nacque un altro chiamato Carlo, del quale rimasero due 
figliuoli, Lodovico e Andrea. A questo Andrea giovanetto il re 
Ruberto , quasi riconoscendo la buona fede, dette per donna 
Giovanna sua nipote, e lasciò per testamento, che insieme con 
lei possedesse il regno di Puglia. Passando adunque in Italia 
questo giovane, e accostandosi colla regina Giovanna, non fu- 
rono insieme molto bene d' accordo , né mancarono seminatori 
di scandoli fra la reina e il marito : ma in tal forma crebbe 
l' odio, che una notte il giovanetto essendo chiamato, come se 
fusse sopravenuto qualche cosa di grande importanza, fu soste- 
nuto, e subitamente impiccato per opera de' fautori della reina. 
Fu opinione, che la reina avesse notizia di quest'atto tanto 
scellerato : e accrebbe la infamia il torre lei un altro marito. 
Questa deformità mosse Lodovico re d'Ungheria a passare 



LIBRO SETTIMO. 371 

in Italia collo esercito, per vendicare la morte del fratello e 
racquistare il regno, come cosa appartenente alla sua eredità. 
La reina per timore se ne fuggì in Provenza ; e non molto di 
poi il nuovo marito la seguitò, il quale ancora lui era cugino, 
e con poca compagnia si condusse nel contado di Firenze. La 
città, perchè questa contesa era fra congiunti e nella medesima 
famiglia, deliberò passarsi di mezzo, e non dare favore a alcuna 
delle parti. 11 perchè, non consentì che venisse dentro nella 
città, né gli volle dare , benché lo domandasse, alcuno sussidio. 

L'anno seguente, la pestilenza entrata nella città fece a. «3,8 
tanta destruzione, che pare cosa incredibile riferirla : perocché 
e* si truova esser morti dentro in quel tempo di morbo più di 
sessantamila persone : nel quale numero furono alcuni cittadini 
famosi, pel consiglio de' quali si governava la repubblica. Il 
contado ancora rimase quasi tutto diserto e abbandonato. Per 
questa calamità non fu fatta dalla repubblica cosa alcuna degna 
di memoria. Solamente furono mandate certe genti contro 
a' malfattori che rompevano la strada in sul giogo dello Ap- 
pennino. 

L'altro anno ancora, essendo sbigottita la città per la A . <3 /,(). 
pestilenza grande, non si fece alcuna cosa da farne menzione. 
Solamente i Colligiani e Sangimignanesi , per le divisioni che 
avevano nelle terre loro, tornarono nella podestà del popolo 
fiorentino. E oltre a questo furono prese certe castella degli 
Ubaldini intorno allo Appennino, le quali erano ricetto di 
latrocinj. 

11 seguente anno, che fu il mille trecentocinquanta, co- At< 3 50> 
minciarono le contese, che seguirono di poi molto grandi alla 
città, con messer Giovanni Visconti arcivescovo di Milano, il 
quale, avendo ricevuto il dominio da' suoi, era molto potente 
in Lombardia , e alla signoria de' suoi passati aveva lui ancora 
fatto grande aggiunta. 11 perchè, era potentissimo più che al- 
cuno altro tiranno in quelle parti; e essendo innanzi assai 
temuto, allora crebbe molto il sospetto lo acquisto di Bologna, 
la quale avendo presa e aggiunta alla signoria di prima, si 



572 ISTORIA FIORENTINA. 

stimava che, trovandosi tante forze e sì vicino a noi, non 
dovesse quietare. La città adunque non. temerariamente, ma 
con maturo consiglio cercava come potesse rimediare a questa 
infermità. E' non era dubbio , che il sommo pontefice romano 
gravemente sopportava la perdita di Bologna : e ancora s' in- 
tendeva, che la potenza dello arcivescovo era temuta da Mastino 
e dagli altri tiranni suoi vicini. 11 perchè, facendo lega con 
costoro, prestando favore l'altre città* di Toscana, si stimava, 
che tutte queste forze insieme sarebbero sufficienti a reprimere 
la potenza dello arcivescovo. E pertanto fu messa in pratica 
questa cosa per opera della città, e ordinato, che il legato del 
sommo pontefice e gli oratori di quelle signorie e delle città 
di Toscana si convenissero insieme : e il luogo dove s'avevano 
a ragunare si cliputò alla città di Arezzo. In queste pratiche i 
Perugini, perchè erano più lontani dal pericolo, si conosceva 
essere più lenti che gli altri a entrare nella lega : e benché 
apertamente e' non dimostrassero discordare dalla volontà degli 
altri collegati, nientedimanco, facendo diffìcultà a ogni capi- 
tolo, nel praticare con loro, venivano a mandare la cosa per la 
a. 1331. lunga. In questo tempo, durante questa pratica, venne novelle 
della morte di Mastino : la quale fu cagione di fare in tulto 
abbandonare il colloquio che si teneva fra gli oratori de' sopra- 
detti dominj : i quali, benché avessero compreso la mente de' Pe- 
rugini, nientedimeno avevano deliberato per loro medesimi di 
fare la lega. L'arcivescovo , che aveva sentito le pratiche che si 
tenevano in Arezzo contro allo stato suo , riputando la novella 
sopravenuta essere beneficio prospero e accomodato alle sue 
imprese, cominciò a fare concetto di maggiori cose. E pertanto 
andò sagacemente ricercando per Toscana e per Romagna tutti 
quegli della parte ghibellina, e ingegnossi di tirargli alla sua 
amicizia e sotto la sua tutela. Ma per rimediare che di drieto 
non gli rimanesse alcuno avversario, mitigato il figliuolo di 
Mastino (che era succeduto al padre nel dominio) con molte 
promesse, non solamente V aveva rimosso dal proposito paterno, 
ma ancora 1' aveva ridotto a fare confederazione con lui. La 



LIBRO SETI IMO. ù IO 

quale come fu divulgata, mosse gli altri tiranni di Lombardia 
a venire nella amicizia sua. In questo mezzo , dissimulando il 
proposito suo, parlava amichevolmente del popolo fiorentino, 
e alcuna volta gli scriveva, per levare via ogni suspizione. 
Aveva fatto capitano della gente che teneva a Bologna messere 
Bernabò suo nipote, e voleva die si credesse che la mente 
sua fussi vòlta altrove ; e per cominciare la guerra in altri luo- 
ghi, ordinò che fussi posto il campo a Imola. In quella ossi- 
dane vi fu grande numero di Bolognesi, comandati d'andare 
col campo, acciocché, uscendo le genti fuori, non facessero 
dentro qualche novità. Furono ancora in questo esercito molti 
da Faenza e da Forlì, i signori de' quali, parte per la inimicizia 
del sommo pontefice , parte per la conformità della setta ghi- 
bellina, s' erano uniti con lo arcivescovo. Oltre a queste genti, 
visi trovavano le sue, delle quali era capitano messere Ber- 
nabò, cioè con tremila cavalli e quattromila fanti di condotta. 
Confidandosi adunque in questo tanto esercito, nella prima 
giunta dettono la battaglia a Imola : e non succedendo la cosa 
al desiderio suo , la ossidiò da ogni parte, e non si mise più a 
vincerla per forza, avendo tentato più volte d'ottenere la punta, 
e veduto che la città forte per sé medesima e ben fornita di 
gente s'era vigorosamente difesa. I Fiorentini, sentendo que- 
ste cose, ogni di avevano maggiore sospetto, massimamente 
perchè s' era divulgato, che i Pisani andavano alla via dell'ar- 
civescovo, e dubitavasi ancora della fede de' Pratesi e de' Pisto- 
iesi , le terre de' quali per la vicinità erano molto opportune 
alla guerra. Il perchè, se lo avversario tanto potente avesse 
occupato qualunque di quelle, riputavano avere perduta la 
libertà. E accresceva il sospetto le discordie loro, per le quali 
lo avversario facilmente si poteva appiccare a qualcuna delle 
parti. E pertanto, innanzi a ogni altra cosa parve loro di non 
tardare o differire più oltre gli opportuni rimedj. Ordinate adun- 
que le genti , corsero con celerità alle mura di Prato , e non 
tanto ostilmente, quanto con subito terrore vi posero il campo. 
I Pratesi, spaventati di questo insulto repentino , perchè non 



574 ISTORIA FIORENTINA. 

avevano notizia della cagione di questa novità, prestamente 
presero l'armi, e corsero a difendere quella parte della terra 
dove era posto il campo: e vedendo che i Fiorentini non face- 
vano alcuna violenza, né alcuno segno dinimici, ma solamente 
domandavano che, per levare via ogni sospetto, la guardia di 
quella terra si desse al popolo fiorentino , che la tenesse per la 
commune quiete e utilità, benché paresse loro duro, nientedi- 
meno, perchè le genti erano alle porte e loro si trovavano spro- 
veduti , stettero alquanto sospesi , e non ebbero ardire né di 
negare né di consentire la loro domanda. 

In questo mezzo, i cittadini fiorentini che si trovavano nel 
campo, ognuno di loro che aveva alcuno amico pratese , beni- 
gnamente gli confortava, che volessero cedere al desiderio del 
popolo fiorentino, piuttosto che provare la forza dell' arme : 
molte cose che nel principio si dimostrano aspere , avere poi 
prospero e giocondo fine; la intenzione del popolo di Firenze 
essere vòlta alla conservazione de' Pratesi, non meno che della 
propria salute. Da queste esortazioni e dalla reverenza degli 
uomini e dalla presente necessità mossi i Pratesi, finalmente 
apersero le porte, e riceverono dentro la guardia de'Fiorentini. 

Essendo in questo modo composte le cose di Prato e le- 
vato il sospetto da quella parte, restava la città di Pistoja, la 
quale quanto era più ampia e maggiore, tanto pareva da gover- 
narla più cautamente. Ma presero occasione da una discordia 
nuovamente nata in quella città, per la quale una parte de' cit- 
tadini n'era stata cacciata. E pertanto, sotto colore di bene, 
i Fiorentini chiesero di mandarvi la guardia per loro sicurtà. I 
Pistoiesi, usando le medesime arti verso di loro, accettarono la 
guardia e le genti, ma non tante che avessero da temerle, e 
quelle se le obbligarono col sacramento. 11 perchè non pareva 
a' Fiorentini per quella via avere fatto alcuno profitto. E pure 
il sospetto restava nelle menti loro : dal quale mossi i priori 
della città , volendo per loro medesimi provvedere a questo, in 
fine senza deliberazione del popolo presero uno partito poco 
onesto, perocché si composero cogli usciti di Pistoja, e subita- 



LIBRO SETTIMO. 575 

mente con loro mandarono le genti. Questi tali, di notte tempo, 
fuori della opinione d'ogni uomo, nella prima giunta scalarono 
le mura, e misero alcuni dentro nella terra. E loro comincia- 
rono a levare il romore, sperando che i soldati mandati da 
Firenze per la guardia dovessero favorire alla impresa: peroc- 
ché quelli priori avevano mandato innanzi uno notajo della 
condotta chiamato ser Pietro, il quale avendo notizia con molti 
di loro, significasse quello avessero a fare. Ma lui, per timore 
o per negligenza, s'era rimasto per la via. E pertanto i soldati 
della guardia, non avendo notizia di questo ordine, come sen- 
tirono le grida dalle mura, fedelmente insieme con li Pistoiesi 
corsero alla difesa , e stretti insieme, ne cacciarono coloro che 
r erano entrati dentro. E in questa maniera furono ributtati 
dalle mura quelli che v'erano saliti insieme con gli usciti, e 
quegli che si trovarono nella terra rimasero o presi o morti. 
Credettero da prima i Pistoiesi questo insulto fussi stato sola- 
mente dagli usciti : il quale errore ajutò molto il loro ardire. 
Ma poi che eglino intesero da' prigioni esservi ancora le genti 
de' Fiorentini, e fatto il giorno videro le bandiere, conoscendo 
il pericolo essere assai maggiore , s' apparecchiarono più vigo- 
rosamente alla battaglia e alla difesa della città. Queste cose 
divulgate a Firenze, furono moleste a tutti i buoni e savj citta- 
dini, e ne' cerchj e luoghi pubblici erano biasimati i priori di 
tale impresa, come di cosa infame e vituperosa. Ancora ripren- 
devano la negligenza e la ignominia loro, e apertamente dice- 
vano, che per questa cagione non solamente crescerebbe il so- 
spetto a' Pistoiesi, ma che loro, provocati da tanta ingiuria, nel 
pericoloso tempo che correva si volgerebbero allo arcivescovo 
e alle sue forze vicine. Consultando adunque quello che fussi 
da fare, benché ognuno vituperasse grandemente questa im- 
presa, nientedimeno dubitavano in tanto male che partito fussi 
da prendere. Finalmente, ragunato il consiglio de' cittadini, uno 
de' più vecchi si levò ritto, e parlò in questa forma: « Se la 
» cosa di che noi trattiamo s'avesse a cominciare, magnifici 
» signori, e non fusse stata scoperta innanzi, non mi parrebbe 



576 ISTORIA FIORENTINA. 

» difficile il consigliare : perocché il mettere sospetto a'vicini 

» cf occupare la loro libertà , e ogni incerto e ingiusto movi- 

» mento reputerei contrario a nostri pensieri. Ma ora il consi- 

» glio mi pare tanto più difficile, perchè la cosa va a rovescio 

» e contro allo ordine della natura. E la ragione si è, che tutti 

» gli altri sogliono consigliare innanzi : voi ( sia detto con buona 

» grazia) domandate consiglio dopo il fatto. E benché noi dob- 

» biamo stimare che ¥ animo vostro sia stato buono in qua- 

» lunque modo sia riuscita la cosa, perchè ci è noto la vostra 

» integrità e la fede sincera verso la repubblica , nientedimeno 

» le cose grandi che s' hanno a fare, che riguardano il pericolo 

» non d'uno privato solo, ma di tutta la città, richieggono 

» oltre alla intenzione buona, ancora diligente e considerata 

» deliberazione: perocché le cose che sono di molti, none 

» onesto che sieno determinate da pochi, né sicuro a coloro 

» che le deliberano. 11 popolo , quando lui medesimo non è 

» autore delle cose sue , se non riescono bene, suole doman 

» dare la pena da coloro che le fanno. Ma certamente non si 

» può rimediare che quello che è fatto non sia fatto. Lasciamo 

» adunque le querimonie, e pensiamo piuttosto che rimedio si 

» truovi a questi mali. Dico che la impresa di Pistoja non è 

» da lasciare, non perchè io l'approvi (e se la cosa s'avesse 

» a cominciare, non la consiglierei), ina perchè, essendo comin- 

» ciata una volta , sarebbe troppo pericoloso , se i Pistoiesi 

» rimanessero in questa suspicione. Noi avremmo meno da 

» dubitare della volontà loro , se non fossero stati provocati da 

» noi , che oltre allo avere cerco d' occupare la città loro per 

» fraude, ci siamo ingegnati ancora rimettere gli usciti sopra il 

» capo di coloro che governano la repubblica. Queste cose di 

» che natura sieno le potete arbitrare secondo la misura di 

» noi medesimi : perocché, avendo tanto cara la nostra libertà, 

» che noi predichiamo per quella ogni pericolo e, se biso- 

» gna, ancora la morte doversi prendere, è da stimare questo 

» medesimo senso essere negli altri uomini. Forse che a alcuni 

» manca la facoltà : ma è da credere essere in tutti una mede- 



LIBRO SETTIMO. 377 

» sima volontà. La ritornata degli usciti nostri con che inde- 
» gnazione verremo noi a sopportare, se lusserò non con 
» nostro consentimento , ma per forza sopra il capo nostro 
» rimessi? Esaminando adunque tutte queste cose, dobbiamo 
» stimare i Pistoiesi essere inverso di noi d' animo inimicis- 
» simo, e per questo esser di bisogno di torre loro ogni facultà 
» di nuocere. E da altra parte bisogna colle parole dimostrare 
» non essere di nostro proposito d' occupare la libertà loro, 
» ma per la commune conservazione volere mettere una guardia 
» nella città, per la quale loro possano stare piti tranquilla- 
» mente, e noi più sicuri, e ogni sospetto si levi delle menti 
» del popolo fiorentino: e se questo non vogliono ricevere, 
o dimostrare che noi non siamo disposti rimanere in questa 
» suspizione. Finalmente è da significare loro, che egli è posto 
» in loro arbitrio di avere il popolo fiorentino per amico o per 
» inimico. Né per questo si ritardi di mettere a ordine le cose 
» che sono necessarie a ossidiare e combattere le città. Ap- 
» presso si domandi gli ajuti de' collegati ; tutte le genti si 
» ragunino a Pistoja ; la nostra gioventù esca fuori colle ban- 
» diere ; le bombarde e altri istrumenti e artiglierie si facciano 
» portare in quello luogo , acciocché s'intenda che il nostro 
» sforzo non è leggieri , ma con ogni ostinazione d' animo é 
» fatto e ordinato. Perocché i Pistoiesi o si disporranno per 
» le parole e per tanto apparecchio , o se pure eglino staranno 
» pertinaci, si domeranno colla forza e con loro male. Io ho 
» detto quelle cose che mi pajono utili a fare in questo tempo. 
» Priego Iddio, che ponga nelle menti vostre ottimo e saluti- 
» fero consiglio. » 

Questa sentenza finalmente seguendo la città , deliberò 
non si levare dalla impresa, ma fare ultima esperienza, che 
Pistoja venisse nella sua podestà. Con questo animo adunque, 
cominciarono a ragunare le genti, e con maggiore sforzo stri- 
gnere la città di Pistoja: e in spazio di tre dì furono ne' campi 
più che quindici mila persone. Questa moltitudine assediando la 
terra, la circondarono con steccati e fossi in modo, che nes- 



378 ISTORIA FIORENTINA. 

suno poteva nò entrare né uscire. 1 Pistoiesi da altra parte fa- 
cevano ogni sforzo di mantenere e difendere la libertà , e di e 
notte a questo effetto s' affaticavano. Ma innanzi a ogni altra 
cosa le genti che v' erano state messe a guardia dal popolo 
fiorentino mandarono fuori salve e senza alcun nocimento : 
perocché la notte che la terra fu assaltata, erano stati fermi alla 
loro difesa, e di poi non avevano adoperato cosa alcuna contro 
alla loro fede; ma trovandosi armati dentro, s' erano stati quie- 
tamente, non dando favore ne disfavore a alcuna delle parti. 
Pistoja adunque in questa maniera si trovava assediata. E nien- 
tedimeno non gli era data alcuna battaglia , come si suole fare 
fra nimici , ma ogni giorno si trovavano a colloquio quegli di 
dentro e quegli di fuori. I Fiorentini gli confortavano a rice- 
vere la guardia delle genti nella città , per levare via ogni suspi- 
zione : i Pistoiesi dicevano la domanda loro non essere giusta 
né onesta, né dimostrarsi cagione alcuna, perchè dovessero 
avere di loro sospetto. Ma non si facendo per questa via alcuno 
profitto, e parendo che il tempo si consumasse invano, e i 
parlari da ogni parte fatti con grande libertà dessero cagione 
d' accendere gli animi a maggiore contesa , finalmente si venne 
a fare esperienza della forza, e quasi si mise in punto la guerra 
e l'offesa, come si suole con ordinarj nimici. E pertanto co- 
minciarono a fare terrati e alzare bastie di legname e condu- 
cere altre cose atte a offendere le terre: le quali vedendo quella 
parte de' Pistoiesi che per ogni tempo erano stati amici de' Fio- 
rentini, e dubitando che se la battaglia si desse alla terra, gli 
altri Pistoiesi non si volgessero allo ajuto dello arcivescovo , e 
all' ultimo ne seguisse la destruzione della parte loro , giudica- 
rono esser meglio di ricevere dentro la guardia de' Fiorentini. 
La sentenza di costoro, i quali erano una grande parte di Pi- 
stoja , fu seguita ancora dagli altri. In questa forma la cosa 
male principiata ebbe buon fine. 

1 Fiorentini, ricevuto in guardia Prato e Pistoja, si sta- 
vano quietamente, e non vedevano alcuno segno di nimico 
contra di loro , né alcuna giusta cagione di guerra. Appresso, 



LIBRO SETTIMO. 379 

avendo levato la occasione allo avversario di potere prendere 
alcuna terra vicina, pareva loro in grande parte al pericolo 
avere rimediato. E questa loro fede e opinione una simulata 
carità la confermava, perocché V arcivescovo e i suoi luogote- 
nenti di Bologna onorevolmente parlavano del popolo fioren- 
tino , e ogni volta che egli accadeva, davano favore a' loro bi- 
sogni in modo , che pareva alieno da ogni sinistra opinione , 
dimostrandosi bene contento della vicinità de' Fiorentini, e fa- 
cendo segno di avere assai, se il dominio di Bologna non gli 
fussi turbato. Per queste cagioni, i Fiorentini non si prov- 
vedevano né di gente ne di capitano , acciocché non dimo- 
strassero avere dubbio della presente quiete , e accrescendo 
le loro genti, non dessero ombra né cagione di sospettare. 

Da altra parte, l'arcivescovo pareva che avesse occasione 
d' accrescere il suo esercito : perocché gli restava la guerra 
d'Imola, e non gli era difficile fingere qualche sospetto e ti- 
more per Lombardia; e appresso, il nuovo dominio di Bologna 
contro alla volontà de' cittadini pareva che richiedesse di stare 
ben provveduto di gente d'arme, senza dare alcuna ombra al 
popolo fiorentino. Di qui seguiva, che la città veniva a stare 
sospesa fra la speranza e la paura , e poco provveduta di gente 
d'arme. E da altra parte l'arcivescovo copioso di gente, 
quando vide essere bene a ordine, fece prenderei principali 
cittadini di Bologna, e come ordinatori di trattato gli fece 
esaminare con tormenti, e finalmente confessare, come volle, 
che eglino avevano tenuta pratica col popolo fiorentino di tór- 
gli lo stato di Bologna e liberare la città. Di qui prese occa- 
sione di muovere guerra : perocché, e' non è cosa alcuna che 
manchi meno a' tiranni, che in luogo delle cagioni vere fingere 
le false. Ordinando adunque sotto questo colore di nuocere o 
di muovere guerra , fece venire in Lombardia i ghibellini di 
Toscana i quali, come abbiamo detto di sopra, s'aveva uniti e 
fatti parziali. Andarono molti di loro sotto ombra di visitazione : 
e quegli che nello andare avrebbero generato maggiore sospetto, 
cài mandarono ambasciadori. Tutti costoro convocati insieme 



580 ISTORIA FIORENTINA. 

alla sua presenza, gli accese contro al popolo fiorentino, ricor- 
dando loro i danni che pel passato avevano ricevati, e che egli 
era venuto il tempo, se volevano essere uomini, di rivalersi 
colla città di Firenze, e spegnere in tutto il nome della parte 
avversa. Il perchè, aveva deliberato, quando volessero aggiu- 
gnere ancora V opera loro , mandare un grande esercito nel 
contado di Firenze a strignere la città, e che egli era necessa- 
rio , quando lo esercito lussi in Toscana, che ognuno s' inge- 
gnassi nelle terre sue a uno medesimo tempo fare qualche no- 
vità, perocché in questo modo il popolo fiorentino circondato 
non potrebbe resistere. Le esortazioni di costui, perchè erano 
verisimili , per la grande autorità e potenza di chi le diceva , 
furono udite e ricevute volentieri : e quegli che v' erano pre- 
senti offersero arditamente V opera loro, e confortarono an- 
cora lui, che non volesse mancare a sì ferma e indubitata 
speranza. Composta adunque in questo modo la cosa, si parti- 
rono, e andarono a preparare tacitamente quello che era ne- 
cessario alla guerra, per essere a ordine al passare delle genti. 
L'arcivescovo aveva fatto capitano dello esercito messer Gio- 
vanni Visconti chiamato messer Giovanni da Oleggio, e secreta- 
mente gli aveva commesso quello che avesse a fare. Lui adunque, 
ragunate le genti in quello di Bologna, come l' ebbe insieme, 
subito si mosse senza saputa d' alcuno, e venne al giogo dello 
Appennino , dove il contado di Bologna confina co' Pistoiesi : 
e in quel luogo alloggiò una notte; il secondo giorno discese 
nel piano di Pistoja , e pose il campo non molto lontano 
dalla città. I Fiorentini , stupefatti di tanto repentino avve- 
nimento, come prima udirono questa novella, non sapevano 
dove s' avessero a volgere o provvedere. In ogni luogo si te- 
meva: e come suole accadere in si sùbiti e gravi pericoli, si 
dubitava, che sotto questo non fussi qualche trattato occulto. 
E nientedimeno mandarono con grande celerità cinquecento 
cavalli e trecento fanti, i quali entrarono in Pistoja , e uniti 
con quegli che v' erano prima alla guardia, dettero animo agli 
amici alla difesa della terra: e appresso , se v' era alcuno che 



LIBRO SETTIMO. 581 

avessi pensiero di fare novità , colla loro presenza gli raffrena- 
rono. Furono mandati ancora oratori a messer Giovanni da 
Oleggio capitano, che domandassero le cagioni della venuta sua 
con lo esercito nimico , e ricercassero che animo e che pen- 
siero era il suo. A questi tali condotti nel campo, poi che eb- 
bero esposta 1' ambasciata, il capitano niente altro rispose, se 
non che V arcivescovo di Milano aveva per consuetudine di 
sovvenire a' vicini e agli amici che fossero oppressati dalle in- 
giurie, e che aveva inteso per la Toscana molti essere dai 
Fiorentini indegnamente ingiuriati ; lui adunque esser venuto 
per ajutargli : il perchè bisognava che ricevessero V arcivescovo 
per arbitro e giudice della ragione e delle querimonie che gli 
erano fatte, o veramente che provassero le sue forze. Avuta 
questa risposta, gli oratori fiorentini, non parendo loro da dis- 
putare con parole appresso colui che non metteva loro in- 
nanzi la ragione, ma più tosto Tarmi, prestamente si par- 
tirono. 

Aveva il nimico grande speranza di pigliare Pistoja, mas- 
simamente perchè stimava gli animi de' Pistoiesi per la fre- 
sca ingiuria de' Fiorentini essere alienati e mal disposti. E per- 
tanto , essendo ragunate tutte le genti sotto le mura, lui 
personalmente domandò d' essere ricevuto nella città. La qual 
cosa essendogli apertamente da quegli che erano dentro di- 
negata, deliberò di porvi il campo, e combattere la terra. 

In questo medesimo tempo in varj luoghi ne' paesi vicini 
si fece movimento : perocché Saccone si mosse da Bibbiena ca- 
stello degli Aretini , e corse quello paese con grande danno 
degli uomini; i Pazzi e libertini si mossero dalle loro castella, 
e corsero il Val d' Arno di sopra; e gli Ubaldini per il Mugello 
infestarono il paese, e presero d' improvviso Firenzuola e al- 
cune altre castella, e crescendo le genti, andavano predando i 
luoghi circostanti. Le quali cose in uno medesimo tempo 
quando si sentirono, misero a tutti grande terrore e spavento. 

Messer Giovanni da Oleggio capitano, poi che fu stato al- 
quanti dì intorno a Pistoja, vedendo la resistenza che si faceva 



582 ISTORIA FIORENTINA. 

da' Pistoiesi, e che dentro non si sentiva alcuno movimento, 
non gli parendo in questa cosa sola da consumare tempo, 
si partì dall' offesa di Pistoja, e addirizzò le bandiere verso Fi- 
renze per la via diretta per io contado di Prato, Era lo eser- 
cito suo più che dieci mila cavalli e semila fanti : e oltre a que- 
sto numero v' era grande moltitudine di gente venuta in suo 
ajuto, e ancora di quegli che volonterosamente lo seguivano. 
Con questo esercito si pose in sul fiume di Bisenzio, non 
molto di lungi dalla città. La vittuvaglia nella prima giunta ve- 
niva in campo di prede e di rapine: perocché trovavano le case 
abbondanti per la lunga pace e grande numero di bestiame , 
donde copiosamente si potevano pascere. Spesse volte le squa- 
dre degli armati correvano con grande spavento insino alle 
porte. In questi luoghi poi che fu stato alquanti di , e la vit- 
tuvaglia la quale disordinatamente avevano usata cominciò a 
mancare, finse il nimico di voler passare di là dalla città : e 
gloriavansi nel campo, che porrebbero le bandiere alla chiesa 
di Santo Salvi. Questa cosa venendo a notizia a' Fiorentini per 
la via di prigioni e di fuggitivi, si mossero per quel timore a 
fare un fosso dalle mura della città insino al colle vicino di 
Monte Ughi , poco di qua dalla via bolognese, e in più luoghi 
messero le guardie de' soldati, e grande numero di balestrieri, 
che di e notte la guardassero: e la rócca di Fiesole fornirono 
di buone guardie, acciocché il passo fusse impedito a' nimici. 

In questo messer Giovanni da Oleggio, o veramente spa- 
ventato dalle munizioni de' Fiorentini, o pure che da principio 
avesse cosi deliberato, lasciato la cura del passare più oltre, se 
ne tornò addrieto, e pose il campo in sul fiume della Marina. 
In quello luogo preso Calenzano e predato alcuni altri luoghi 
vicini, se n'andò su pel fiume; e ordinato che le sue fanterie 
pigliassero innanzi tutto i passi stretti e difficili, senza alcuna 
opposizione passò in Mugello. 

In questi luoghi ancora prese Barberino e alcune altre ca- 
stella, che essendo poco forti , spontaneamente si dettero , 
donde furono abbondantemente provveduti di vittuvaglie : e di 



LIBRO SETTIMO. 585 

poi passarono più oltre, e addirizzarono lo esercito alla Scarpe- 
ria. Era piaciuto già molto innanzi questo luogo a' nimici, per- 
chè egli era vicino a' gioghi dello Appennino , e vòlto alla via 
di Bologna , donde potevano avere molte opportunità aìla 
guerra. E pertanto avevano deliberato di fare ogni pruova di 
avere questo castello, per riducersi in quello luogo con tutto il 
loro sforzo, siccome a una opportuna sedia della guerra. Da 
altra parte i Fiorentini, quando intesero che i nimici erano 
passati in Mugello, stimando quello che avessero a fare, pre- 
stamente anticiparono , e mandarono gente alla Scarperia, le 
quali insieme co' terrazzani rimisero i fossi e rifecero gli stec- 
cati, perchè il castello in quel tempo non era tutto circondato 
di mura: e in questa forma arditamente aspettavano la ossi- 
dione. I nimici adunque, giunti che furono con grande tumulto, 
trovarono che quegli di dentro non temevano , né facevano al- 
cuna cosa inconsideratamente, ma più tosto con animo costante 
si facevano loro incontro. Il perchè si posero intorno con tutto 
il campo, e ordinarono le bombarde e altri istrumenti bellici 
per combattere la terra. Gli assediati, vedendo per la disposi- 
zione de' nimici, chele forze s'apparecchiavano grandi, co- 
minciarono insino allora con ogni diligenza a ordinare tutte le 
cose necessarie per loro difesa. 

In questo che il campo era alla Scarperia, Saccone, ragù- 
nato grande numero della parte ghibellina, con quattrocento 
cavalli e dumila fanti si mise pel contado d'Arezzo, e passò 
in Val d' Ambra, stimando in quel paese ragunare ancora mag- 
gior gente, e da quella parte a traverso molestare Montevarchi e 
tutto il Val d' Arno di sopra. Contro questa gente subitamente 
ragunata fu mandato a rincontro tutti quelli popoli di Val 
d' Arno, e commesso loro , che facessero capo a Montevarchi : 
e da Firenze vi fu mandato circa trecento cavalli. Appresso, 
molti cavalli e fanti degli Aretini, i quali li erano iti seguitando, 
s' unirono con quelli da Montevarchi. Di tutte queste genti fu 
diputato capitano Albertaccio da Ricasoli, perchè il concorso 
grande s'era fatto appresso di lui. E pertanto, essendo copioso 



584 ISTORIA FIORENTINA. 

di gerito, deliberò non aspettare la venuta del nimico, ma vigo- 
rosamente farsi incontro. Saccone in questo tempo aveva posto 
il campo al castello dell' Ambra , e faceva ogni sforzo per 
averlo: ma vedendo comparire i nostri con maggiore nu- 
mero e migliore orJine di genti che non credeva, dubitò nella 
prima giunta non essere costretto a prendere la battaglia. Il 
perchè messe tutte le sue genti insieme, e ordinolle in squadra 
e ridussesi in un colle di sopra, e comandò che non facessero 
alcun movimento, ma che se i nimici appiccassero la battaglia, 
allora si facessero loro incontro. Albertaccio da Ricasoli ve- 
dendo i nimici essere fermi in sul poggio, stette alquanto so- 
speso, se prendeva la battaglia in luogo tanto sinistro. A 
molti piaceva il venire alle mani. Ma lui essendo capitano, alla 
fede del quale era stata commessa tutta quella gente, gli parve 
pericoloso, avendo il luogo contrario e fanti poco esercitati, con 
soldati esperti appiccare la zuffa: e veniva ancora verso la 
sera. E pertanto, poi che ebbe provocato i nimici alla battaglia, 
e manifestato che restava da loro, giudicando essere abbastanza 
avere raffrenata la loro audacia, pose il campo non molto lon- 
tano da loro in un luogo commodo e sicuro. I nimici, circa 
alla mezza notte abbandonato il luogo dove s' erano posti, ta- 
citamente si partirono. La qual cosa in su la mattina come si 
sentì, furono nel campo nostro fatte molte querele, massima- 
mente da coloro che avevano voluto nella prima giunta appic- 
care la zuffa. E pertanto non vollero seguire più oltre i nimici. 
Gli Aretini subitamente dopo la loro partita si tornarono con 
celerità verso casa , dubitando che Saccone nella sua tornata 
non facesse in paese qualche danno. Il resto della moltitudine 
il capitano nostro condusse a Agnano, perchè circa dugento 
cavalli de' nimici s' erano ridotti in quel castello con Bustac- 
cio libertini signore di quel luogo. I nostri adunque, per con- 
forto del capitano, nella prima giunta dettero la battaglia a quel 
castello; e avendone preso una parte di verso il piano, per 
grande empito che fecero i nimici nello uscire fuori, furono 
con loro danno ributtati, e perdcrono tre loro insegne. Il 



LIBRO SETTIMO. 385 

perchè, incitati eia questa ignominia, deliberarono d'assalire 
gli avversarj con maggiore sforzo: e vedendo manifestamente la 
vittoria, ma con molta uccisione e perdita di loro, furono in- 
trodotti opportunamente certi colloquj; e in ultimo patteggiati i 
nimici di partirsi salve le persone, dettero Agnano. 

In questo medesimo tempo F arcivescovo mandò amha- 
sciadori a' Pisani a confortargli che movessero la guerra 
a'Fiorentini. E benché fusse la pace fra l'ima città e 1' altra , 
nientedimeno, perchè egli aveva inteso essere state antiche 
inimicizie fra l'uno popolo e l'altro e contrarie parti, stimava 
facilmente in tanta occasione potergli condurre alla guerra. E 
pertanto, mandato suoi oratori a Pisa, gli confortava a questo 
effetto, riducendo loro a memoria le ingiurie antiche de'Fio- 
rentini e la diversità delle parti. Prometteva ancora mandare 
messer Bernabò suo nipote con genti d'arme, acciocché in- 
sieme con loro da quella parte rompessero i Fiorentini. Queste 
cose dette con grande eloquenza da' suoi ambasciadori erano 
udite volentieri, massimamente perchè stimavano, che questa 
dovesse essere una ruina certa e manifesta della città di Firen- 
ze. Era in quel tempo a Pisa la famiglia de' Gambacorti molto 
possente, e desiderosa di quiete e non aliena dal popolo fioren- 
tino. Questi tali adunque, accostandosi alla ragione vera, cono- 
scevano, che quelle cose le quali si domandavano erano non 
meno pericolose alla libertà de' Pisani che a quella de' Fiorentini; 
e che l' arcivescovo cercava dominio; e quando egli avesse ac- 
quistatala città di Firenze, vorrebbe ancora quella di Pisa. Il 
perchè, ricordando a ciascuno privato cittadino questo fine, e 
ammonendogli che non volessero per odio de' Fiorentini mettere 
a pericolo la propria libertà, furono cagione d'ovviare alle do- 
mande dello arcivescovo. E pertanto fu detto agli ambasciadori, 
che il popolo pisano aveva deliberato di mandare suoi oratori 
allo arcivescovo, i quali alla sua presenza farebbero la risposta. 
Non molto di poi gli oratori de' Pisani, condotti alla presenza 
dello arcivescovo , allegarono la pace che egli avevano co' Fio- 
rentini, e come stessero sospesi nel deliberare: non ricusavano 

25 



58£ ISTORIA FIORENTINA. 

e non consentivano le sue domande. Il quale modo di tempo- 
reggiare essendo conosciuto che procedeva da pochi e non da 
tutto il popolo , prestamente mandò suoi ambasciadori con mag- 
giore apparato a Pisa; e dette loro commissione, che accoman- 
dassero udienza pubblica nel cospetto della moltitudine. Il per- 
chè, come furono condotti a Pisa, di licenza del magistrato 
parlarono alla presenza del popolo , offerendo grandissimi favori, 
e mostrando che se non restava da loro , avevano nelle mani la 
vittoria manifesta. La moltitudine de' Pisani udiva queste cose 
volentieri, e per se medesima era desiderosa di concedere le 
domande: ma la reverenza de' governatori della repubblica gli 
riteneva. Allora il magistrato, vólto agli oratori, disse loro: 
« Voi avete lodata la consuetudine antica di convocare il popolo 
» al consiglio , perchè vi pare cosa laudabile , che egli in- 
» tenda e deliberi de* fatti suoi. Ma egli è conveniente an- 
» cora, secondo l'antico costume, che egli abbia libertà di 
» consigliare, e non tema per la presenza d'alcuno di dire 
» apertamente suo parere. E pertanto sarà onesto, che voi 
» diate luogo al consiglio. » E cosi fatto, per non repugnare 
al magistrato, di nuovo si cominciò a proporre la domanda 
degli oratori. Allora Franceschino Gambacorti, capo di quella 
famiglia , si levò ritto , e parlò in questo modo : « Io credo 
» avere privatamente tanta amicizia con lo arcivescovo di Mi- 
» lano, quanto alcuno altro cittadino pisano: perocché ella è 
» cominciata insino dagli antichi miei, e di poi per molti suoi 
» meriti inverso di me e alcuni miei servigj inverso di lui ac- 
» cresciuta. Questa privatamente debbo mantenere: ma nelle 
» cose pubbliche la carità della patria debbe andare innanzi , 
» alla quale la debita pietà non debbo dinegare. E pertanto e 'mi 
» perdonerà, se avrò piuttosto rispetto alla salute della patria, 
» che alla cupidità o potenza sua. Lui domanda, che noiprendia- 
» mo la guerra co' Fiorentini, e offre grande numero di genti 
* e grandi favori: mostraci la mina manifesta di quel popolo. 
» Finalmente per li suoi oratori fa grande istanza, che noi en- 
» triamo in questa impresa della guerra, come utile a noi. A 



LIBRO SETTIMO- 587 

» me pare, che in questa deliberazione sia da avere grandissimo 
» riguardo, che per troppo odio de' Fiorentini, non pigliamo 
» partito vituperoso e dannoso alla nostra repubblica : peroc- 
» che non consiglia mai dirittamente chi consiglia con odio. 
» Certamente nelle consultazioni che si fanno con l'animo libero, 
» si debbe aver rispetto allo onore e alla utilità. A queste due 
*> cose gli uomini prudenti addirizzano sempre tutti i loro con 
» sigli. Ma come queste sieno nella proposta che ci è fatta, non 
» vi sia grave a considerarlo. La pace e la confederazione che 
» noi abbiamo col popolo fiorentino è nota a tutti , e che non 
» si può muovere guerra contro di loro, se non si contraffa 
t> alle promesse, alla fede e al giuramento che noi abbiamo 
» preso. Non possiamo aJunque avere tanta utilità di questo 
» perjurio , che non sia meglio osservare i patti e mantenere 
» i capitoli, piuttosto che vituperosamente rompere la fede. Nel 
» governo della repubblica ogni uomo confessa che si debba 
» avere maggior cura dello onore che dello utile : perocché , 
» come la città è di grande dignità e di grande maestà , così la 
» fede e la gravità sua debbe essere amplissima. Molte cose 
» negli uomini privati alle volte sopportiamo , e perdoniamo i 
» mancamenti di leggerezza e tenacità ed altri simili delitti, i 
» quali nel pubblico non sarebbero da soffrire. L'ornamento, lo 
» fede e la gravità debbono sommamente risplendere nella re 
» pubblica, perocché il difetto d'uno o d'un altro o di pochi 
» uomini per avventura si può fuggire : ma che la università 
» d'un popolo rompa la fede e le sue promesse, sarebbe cosa 
» troppo vituperosa. Questa domanda adunque, essendo contro 
» allo onore e dignità della repubblica, benché n'avesse a se- 
» guire grande utilità , nientedimeno non si debbe concedere. 
. » Ma se ancora si vede ch'ella non è utile, ma più tosto di 
» grande pericolo e di grande danno, come piglieremo quella 
» deliberazione che abbia a essere dannosa insieme e vituperosa? 
» Chi è quel di noi tanto ignorante che non intenda, che poi 
» che noi avremo fatta l'impresa della guerra, sarà necessario, 
» se i Fiorentini vinceranno, che diventino più nostri inimici , 



388 ISTORIA FIOHENTINA. 

» e viviamo con loro continuamente in odiosa vicinità? Se sa- 
» ranno vinti, avremo a ricevere il potentissimo dominio dello ar- 
» civescovo. Certamente, io vorrei vedere l'arcivescovo potente 
» e con grande imperio, e non di manco lontano dalla nostra 
» città: perocché, s'egli è amicissimo del popolo pisano, non 
» stimo però, che egli abbia noi in miglior condizione che i Mi- 
» lanesi, a' quali e' signoreggia: tanta è la cupidità del domi- 
» nare in qualunque animo altiero ed elevato! Noi abbiamo la 
» libertà che ci hanno lasciato i padri nostri, la quale dobbiamo 
» conservare, e desiderare i \icini nostri essere pari e eguali a 
» noi, ma non superiori e potenti in modo, che ci possano 
» tórre la libertà, quando volessero. Io confesso, che la som- 
» missione de'Fiorentini pare cosa desiderabile, pure che ella 
» fusse senza destruzione della nostra libertà. Ma se il pericolo 
» della subiezione loro si tira dietro ancora la nostra, stieno 
» più tosto fermi e stabili, chela loro ruina séguiti quella della 
» nostra città. Castruccio lucchese, uomo di grande animo, ma 
» non di potenza pari allo arcivescovo, né di pari dignità, 
» avendo fatta la impresa di sottomettere il popolo fiorentino, 
» chi era quello che non se ne rallegrasse? Ma in fine sappiamo 
» quella letizia in quanto dolore si converti ! perocché non pri- 
» ma fece nocimento Castruccio a' Fiorentini, che egli ebbe 
» messi i Pisani sotto il giogo della servitù. E cosi per espe- 
» rienza si vide, che volendo i Pisani nuocere ad altri, condus- 
» sero loro medesimi sotto la potestà del tiranno. Io conforto, 
» che a questo si debba avere riguardo , massimamente perchè 
» della potenza di Castruccio non è da fare comparazione 
» con quella dello arcivescovo, né ancora la consuetudine e la 
» natura del signoreggiare. Per queste ragioni conchiudo, che 
» si osservi la pace, e piglisi scusa con lo arcivescovo, che 
» senza mancamento della nostra fede e delle nostre promis- 
» sioni , non possiamo fare impresa contro alla repubblica fio- 
» rentina. » 

Dopo questa orazione, il magistrato propose nel popolo, 
se intendeva la pace fatta e osservata dirittamente co' Fiorentini, 



LIBRO SETTIMO. 389 

romperla contro al giuramento e contro alla fede pubblica. Al- 
lora ogni buono cittadino, come pareva conveniente, per fug- 
gire la infamia, si volse col partito alla via onesta : e coloro che 
in contrario s'adoperavano, per vergogna consentirono a quel 
medesimo. E cosi fu fatto decreto onorevole pel popolo pisano, 
che la pace co' Fiorentini si mantenesse e conservasse senza in- 
giuria. La speranza adunque dello arcivescovo di Milano che 
egli aveva co' Pisani, in questo modo tornò vana: la quale spe- 
ranza, dal principio confidandosi in quella, era stata in grande 
parte cagione di inducerlo alla guerra di Toscana. 

In questo mezzo il campo de'nimici, come noi abbiamo 
detto , posto alla Scarperia , con ogni sforzo combatteva quel 
castello: e avevano ordinato di più ragioni artiglierie e istru- 
menti da offendere le mura e gittare in terra le difese e 7 ripari; 
e non restavano continuamente di molestare gli assediati. Le 
loro case per le pietre che erano gittate dentro e i loro tetti 
venivano a rovinare, e molti ne perivano: e spesse volte la 
notte con le scale, e il dì con sùbiti e repentini assalti combat- 
tevano il castello, in modo che non davano agli assediati alcuno 
riposo. Ma era grande sollecitudine quella de'commessarj e 
de' soldati che si trovavano dentro: perocché qualunque parte 
delle mura dove quegli di fuori avevano gittate in terra , con 
grandissima e incredibile sollecitudine e fatica riparavano , e 
continuamente il di e la notte facevano le guardie , e quando 
bisognava, a gara l'uno dell'altro si mettevano a pericolo, pro- 
vocando spesse volte il nimico , in tal forma che in quella ossi- 
dione acquistarono fama e gloria singulare. 

In questo tempo si faceva in Firenze con grande solleci- 
tudine ogni provvedimento. Conducevano gente d'arme quanto 
potevano; ragunavano de' loro paesi genti comandate; ingegna- 
vansi conservare i collegati nell'amicizia e nella fede; davano 
buona speranza delle cose loro, e con animi costanti e generosi 
facevano i provvedimenti necessarj. Le genti condotte furono 
de' Tedeschi circa dumila cinquecento cavalli. Vennero ancora 
dugento cavalli de'Sanesi, e de' Perugini se n'aspettava se- 



390 ISTORIA FIORENTINA. 

cento. A questo numero aggiunte le genti proprie a cavallo e a 
pie, le quali abbondavano da ogni parte, pareva loro avere 
sufficiente esercito. E deliberando di mandarlo contro al nimico 
e dare soccorso agli assediati , fu turbato tutto questo loro pro- 
posito e tutta la speranza di questa cosa da uno caso avverso 
delle genti d'arme de' Perugini: perocché, essendo aspettate con 
grande desiderio ed essendo in cammino, Saccone, intesa la 
venuta loro, si fece incontro con dumila fanti e cinquecento 
cavalli, e al borgo all'Olmo, due miglia presso a Arezzo, si 
fermò una notte, e la mattina a grande ora li assaltò. La batta- 
glia nel primo riscontro fu assai aspra , perchè una parte delle 
genti de' Perugini era montata a cavallo per entrare a cammino, 
la quale sostenne vigorosamente l'empito di Saccone, e dettero 
spazio agli altri di prendere Tarme e mettersi a ordine in mo- 
do, che indubitatamente i Perugini si dimostravano del pari 
colle genti d'arme a cavallo. Ma poi che la fanteria sopravenne 
dal colle di sopra, dove Saccone l'aveva posta, messili in 
mezzo, subitamente furono rotti, e molti ne furono morti, e 
quasi tutti gli altri rimasero presi. Gli Aretini certamente senti- 
rono la zuffa , e uscirono presto dalla città , per dare ajuto a' 
Perugini. Ma poi che eglino intesero Saccone essere presente, 
il quale pel passato era stato tiranno in Arezzo ; e considerarono, 
che nella città era la parte ghibellina favorevole a lui (privati 
del governo della repubblica, ma non spenti in modo che non 
fusse da temere per la presenza di Saccone qualche movimento), 
subito ritornati a casa e chiuse le porte , attesero a fare buona 
guardia della terra. Il perchè Saccone ebbe facoltà senza alcuno 
impedimento menarne seco i prigioni perugini. Questa vittoria di 
Saccone e rotta di quelle genti, costrinse il popolo fiorentino a 
mancare di speranza e a mutare consiglio: perocché, mancando 
quella parte di gente d'arme a cavallo, non pareva che ne ri- 
manesse loro tante, che potessero porre il campo a petto a'ni- 
mici. 

Restava adunque la cura di quegli che erano assediati: i qua- 
li, insino che durò la speranza che avevano della venuta del soc- 



LIBRO SETTIMO. 591 

corso , quasi sopra le forze loro avevano fatto resistenza. Ma 
poi che videro la cosa andare per. la lunga e la loro opinione 
dell' ajuto essere vana, cominciò il vigore dell' animo a man- 
care, in forma che non sopportavano costantemente il peso 
della battaglia come solevano , e massimamente perchè ogni di 
si riducevano a minor numero , rispetto a molti feriti e alcuni 
morti; e molti ancora, per la grande fatica delle vigilie e 
de' ripari, erano caduti a varie infermità. Queste difficoltà degli 
assediati erano note a Firenze, perchè alcuni uomini di poca 
condizione, mandati la notte occultamente, si mescolavano fra 
i rumici, e recavano le lettere e V ambasciate. Il perchè, tutti 
coloro che sentivano queste cose temevano che per la troppa 
fatica finalmente domi , non fossero vinti dalla ostinazione 
de' nimici. Essendo la città in questa cura , e riguardando 
l'uno l'altro, il primo di tutti che ebbe ardire di offerirsi 
della nobiltà fiorentina, fu Giovanni Yisdomini, uomo di grande 
animo e perito nelle guerre , il quale con trenta fanti eletti si 
partì la notte, e pel mezzo del campo de' nimici con tutti que- 
sti compagni entrò nella Scarperia , fu ricevuto con grande leti- 
zia, e elètte speranza e animo agli assediati. Ma quello che era 
stato insino allora , non pareva abbastanza. Cercavasi degli altri 
imitatori di simile virtù , che andassero a soccorrere quegli di 
dentro. E benché molti lo desiderassero, nientedimeno e* te- 
mevano la diligenza de' nimici , perchè e' si credeva , che per 
inganno non si potessi entrare, ma che fusse di bisogno passare 
per forza e per battaglia. Ricusando adunque gli altri, Giovanni 
de' Medici, uomo insino allora molto noto e famoso, ebbe 
animo di offerirsi, perchè riputava grande vergogna, che alcuno 
de' suoi cittadini si trovassi assediato, e lui libero e senza al- 
cuno pericolo s' andasse mostrando al cospetto degli uomini, e 
non pagasse alla patria in tanto bisogno la debita pietà. 11 per- 
chè si mise con cento fanti eletti sotto una bandiera per via 
molto lontana da' nimici verso lo Appennino. Di poi di quel 
luogo ordinato e stretto con questi suoi compagni discese verso 
il piano circa mezzanotte, e venne da una parte che era meno 



Ó\JZ ISTORIA FIORENTINA. 

sospetta; e entrando nel campo, nella prima giunta si levò il 
romore, e benché il concorso de' nimici gli venisse incontro, 
nientedimeno non invili per questo, ma insieme co' suoi col- 
l' arme in mano si fece fare la via, e francamente passò a que- 
gli di dentro con ottanta compagni: perocché di tutto il numero 
venti ne rimasero di fuori, lasciati addietro o veramente eschiu- 
si. Per la venuta di costoro presero grande conforto gli asse- 
diati : ma i nimici, veduta l'entrata del nuovo soccorso , indi- 
gnati deliberarono di non prolungare più oltre la battaglia. Eravi 
abbondantemente artiglierie e bastie e altri editìcj da combattere, 
e grande numero di scale. Il perchè, armati tutti e messi in 
squadra , con grande romore s' accostarono e posero le scale e 
altri istrumenti da vincere il castello. Ma quegli di dentro, 
come avevano di comandamento , con silenzio aspettavano la 
venuta loro, insino che passati i fossi entrarono sotto le mura, in 
forma che il nimico si maravigliava , che nessuno appariva alla 
difesa. Ma poi che furono condotti sotto le mura e poste le 
scale, allora, dato il segno, fu tanta la moltitudine di sassi e 
d' altre cose da offendere che furono gittati da quegli di dentro, 
che i nimici abbandonarono le scale e furono cacciati fuori 
de' fossi, e molti di loro vi rimasero morti e molti più ancora 
feriti. Aveva ordinato il capitano insino dal principio molte 
squadre, acciocché successivamente i freschi scambiassero i 
lassi e affaticati, e in questo modo, se non potesse per altra 
via, almanco con una continua fatica vincere gli assediati. 
E pertanto, come le prime squadre furono ributtate, succedette 
la seconda: ma fu tanta la virtù di quelli di dentro, che pari- 
mente con uno medesimo vigore d'animo a' primi e agli ultimi 
fecero resistenza. Cosi, scambiate le schiere, spesse volte dal 
levare del sole insino a mezzo dì essendo durata la battaglia, e 
vedendo il capitano che non faceva alcuno profitto, comandò 
che ognuno si ritraesse. Pochi giorni di poi si fece un altro 
sforzo e un' altra zuffa intorno a una cava , la quale i nimici 
avevano ordinata innanzi con grande speranza di gittare il muro 
in terra. Quelli di dentro, stando attenti a questa cosa, e giù- 



LIBRO SETTIMO. 593 

dicando che colla cava dovessero già essere presso alle mura, 
deliberarono a quella parte ancora loro provvedere, e fare una 
cava di fuori innanzi alle mura più profonda, per scoprire quella 
de' nimici. Facendo questa opera con grande studio, ed essendo 
impediti da' nimici, si difendevano con la guardia degli armati. 
Durò la cosa a questo modo due giorni , e accese gli animi da 
ogni parte con grande gara di loro. Chi si sforzava di seguire 
l'opera sua, e chi d' impedire eh' ella non si facesse. Final- 
mente il terzo dì i nimici rizzarono una bastia a* primi fossi , 
sopra la quale erano diputati combattenti , che non solamente 
colle balestre , ma ancora co' sassi infestavano i lavoranti. Que- 
sta opera si faceva fra le mura del castello e la bastia, e era in 
luogo dove i nimici non potevano venire alle mani, ma ben li 
potevano offendere colle balestre. Dopo una lunga contesa, 
quelli di dentro vigorosamente difendendo i lavoranti , in ultimo 
ottennero che 1' opera si fini, e scopersero la cava de' nimici, 
e guastaronla e abbruciaronla : e con quella medesima audacia 
e prosperità di vittoria corsero alla bastia che avevano fatto i 
nimici, e cacciatene le guardie, similmente Tarserò. Il seguente 
dì i nimici, parendo loro avere ricevuto vergogna, la mattina a 
grande ora, per comandamento del capitano, armato lo eser- 
cito e ordinato in squadre, e distribuito a ognuno il luogo suo, 
a un tratto con maggiore sforzo che prima dettero la battaglia 
al castello: e nel primo empito, portando fascine e sermenti e 
altre materie, empirono i primi fossi. Dipoi, essendo venuti ai 
secondi, s'ingegnavano di riempirgli e passare ancora più oltre. 
Quegli di dentro da prima facevano resistenza allo steccato e 
dalle mura : ma essendo fortemente oppressati, e vedendo riem- 
piere i fossi, non dubitarono uscire fuori e d'appresso venire 
alle mani. E così , subitamente usciti del castello , appiccarono 
la scaramuccia, per dimostrare che non si confidavano tanto 
nelle mura quanto nell'arme e nella loro virtù. Questa cosa sbi- 
gottì tanto i nimici , che si ritrassero nel campo , e posto da 
parte la speranza di potere avere per forza il castello, si volsero 
alla fraude e agl'inganni: perocché stettero il di quieti, e circa 



594 ISTORIA FIORENTINA. 

la mezzanotte ordinarono trecento uomini d'arme eletti, che 
con le scale salissero alle mura da quella parte dove la luna fa- 
ceva ombra: e tutto il resto della moltitudine con faccelline e 
balestre e altro qualunque apparato da espugnare le terre fece 
empito con grandissimo romore da un'altra parte molto lontana 
da quella, stimando tirare quegli di dentro a quella cura e a 
quel romore dall' altra parte del castello. Ma gli assediati, ben- 
ché la notte si riposassero volentieri, nientedimeno, chiamati 
dalle guardie, corsero ognuno come era ordinato a'iuoghisuoi, 
conoscendo facilmente lo inganno de'nimici. Pertanto, dov'era 
apertamente la battaglia, facevano resistenza: negli altri luoghi 
stavano con silenzio, e se alcuno insulto repentino sopraveniva, 
erano attenti alla difesa. Crescendo la battaglia, e stimando i 
trecento uomini d'arme che s' erano nascosti sotto 1' ombra, 
che tutti quelli di dentro fussero vólti a quella parte dove si 
combatteva, tacitamente passarono i fossi e posero le scale al 
castello; e essendo già condotti presso che in siile mura, subi- 
tamente si levò il romore dalla parte di sopra, e sassi e travi 
e altre simili cose furono gittate loro addosso, e in ogni 
luogo rotte le scale , e ributtati. Il perchè, vedendo i nimici 
scoperto il loro inganno, abbandonarono la battaglia, e gli 
assediati in sul fare del dì uscirono fuori, e tutti gli strumenti 
e edili cj che avevano condotti la notte per loro offesa arsero. 
Messer Giovanni da Oleggio capitano , poi che ebbe provato 
ogni cosa, e veduto che non avevano fatto alcuno profitto, e 
che i freddi sopravenivano molestissimi alla gente d'arme, e 
cresceva la carestia degli strami, deliberò di levar l'assedio. E 
pertanto due dì di poi a una grande ora si levò collo esercito 
e con tutti i carriaggi, e passato il giogo dello Appennino, si 
tornò verso Bologna. Da altra parte il popolo fiorentino volendo 
remunerare con grata liberalità la virtù di coloro che erano 
stati dentro alla difesa del castello , a tutti i soldati raddoppiò il 
soldo; i terrazzani fece esenti per dieci anni; Giovanni e Salve- 
stro de' Medici, perchè avevano fatto esperienza di singolare 
virtù, gli fece cavalieri, e per decreto pubblico donò a ognuno 



LIBRO SETTIMO. 395 

di loro cinquecento fiorini : e questi furono dati per ornamento 
delia milizia, e centocinquanta ne donarono per la milizia. Ap- 
presso, alcuni de'Donati, de' Rossi e de'Visdomini, che s'erano 
portati egregiamente nella ossidione, furono fatti di popolo. 

In quel medesimo anno fu in Arezzo grande movimento 
di cose nuove, il quale condusse quella città quasi in estremo 
pericolo. Era una famiglia nobile chiamala de'Brandagli molto 
potente e di grande séguito. I principali della casa, benché di 
onore e di grazia fussero molto riputati appresso i cittadini , 
nientedimeno, parendo loro essere offesi dalle leggi che rimo- 
vevano le famiglie de' grandi dal reggimento, e essendo nimici 
alcuni popolani che potevano assai nella città , fecero consiglio 
d'occupare la repubblica. E a questo dava loro speranza l'arci- 
vescovo di Milano , la potenza del quale essendo sparta per To- 
scana , poteva a ogni caso occorrente sovvenire. 

Gli Aretini in quel tempo erano in lega co' Fiorentini: il 
perchè giudicavano questi tali più facilmente, se nascesse al- 
cuna novità , potere ricorrere al favore del tiranno. Con questa 
speranza adunque, i capi della famiglia de'Brandagli tirarono 
alcuni altri cittadini nel trattato , i quali avevano a odio quello 
presente stato della repubblica; e occultamente chiamati gli 
auiti di fuori, sollecitavano di mettere ad esecuzione il pensiero 
loro. Ma aspettavano a conducere questa cosa alla commodità 
che appresso diremo. I Fiorentini, come abbiamo narrato in- 
nanzi, quando tennero il dominio d'Arezzo, avevano comin- 
ciato a edificare una fortezza nella sommità della terra, la quale 
fu di poi finita da Gualtieri duca d'Atene, quando ebbe il dominio 
in Firenze e ancora in Arezzo. Cacciato di poi il tiranno e recu- 
perata la libertà, gli Aretini riebbero la fortezza, e non la gitta- 
rono in terra per timore della parte contraria , ma conservandola, 
deputarono alla guardia fidati cittadini. E'v'è una torre che signo- 
reggia la porta della città, la quale può dare l'entrata a chi 
venisse di fuori. Aspettavano adunque questi congiurati, che a 
qualcuno di loro toccasse la sorte della guardia: la quale ve- 
nendo secondo loro desiderio, e vedendo che due fratelli chia. 



596 ISTORIA FIORENTINA. 

mati Corbizzi, quasi usciti del loro seno, avevano presa la 
tenuta, cominciarono a ragunare moltitudine di gente. In 
questo mezzo , per il provvedere che facevano a molte cose , 
furono scoperti. Richiesto adunque uno di loro dal magistrato, 
apertamente negò questo trattato , e ingegnossi con molte con- 
getture purgare il sospetto in tal maniera, che stando la cosa 
sospesa e in dubbio , non fu prestato prima fede agli accusatori, 
che manifestamente si intese venire di notte gli ajuti di fuori. 
Allora tutto il popolo si mise in arme, e corse alle case de 1 con- 
giurati: ma erano le case loro molto forti e ben fornite di gente 
armata messa in punto già molto innanzi, la quale sosteneva 
l'empito del popolo. Essendo adunque ridottala cosa, che dentro 
alla città erano i congiurati e di fuori alle mura erano i nimici, 
stavano sospesi quali prima dovessero assalire. In ultimo delibe- 
rarono di cacciare quelli di fuori, che parevano loro di maggiore 
pericolo. E pertanto, lasciata una parte del popolo intorno alle 
case de' congiurati, i principali cittadini mandarono alla fortez- 
za, per levare quegli che v'erano alla guardia da tanto vitupe- 
rosa impresa. Ma poi che videro non avere grata risposta , 
ruppero gran parte del muro, e misero fuori la loro gio- 
ventù armata: la quale si fermò dinanzi alla porta, e con 
grande quantità d' alberi e simili materie attraversarono le 
vìe, e occuparono ancora le case e palazzi (che ve n' erano 
assai vicino alla terra), e di poi, ordinati in battaglia, si mi- 
sero a ovviare alla entrata de'nimici. 1 quali, benché aves- 
sero gran numero di gente (che passavano secento cavalli e 
tremila fanti), nientedimeno, poiché intesero il trattato essere 
scoperto , non ebbero ardire di venire alle mani cogli Aretini , 
ma subitamente si partirono , benché quegli della fortezza in- 
vano li richiamassero. 

In questo modo levato il pericolo di fuori, i cittadini tornaro- 
no dentro , per rimediare a quello che vi restava. Le case de' con- 
giurati non solamente forti per loro medesime, ma ancora prov- 
viste di moltitudine di fanti, facilmente sostenevano la forza del 
popolo. La torre ancora appresso alla fortezza egregiamente si 



LIBRO SETTIMO. 397 

difendeva. Tre giorni durò questa contesa. Finalmente gli amici 
e parenti si messero di mezzo, e rimasero d'accordo, che i con- 
giurati sicuramente si potessero partire. E cosi usciti della città , 
se n'andarono a Milano allo arcivescovo, e ricevuti daini onora- 
tamente, fecero fede a chi ne dubitava, che eli suo ordine s'erano 
fatte e governate tutte queste cose. Questo trattato adunque te- 
nuto in Arezzo tornò vano, e non ebbe quello fine che deside- 
rava il nimico. E nientedimeno ne' luoghi circostanti succedet- 
tero le cose in altro modo. 

Il Borgo è nobile castello a' confini di quello d'Arezzo, 
presso al fiume del Tevere : il quale i Perugini per gli tempi 
passati tenevano in loro arbitrio, e in due fortezze che v'erano 
avevano buone e sufficienti guardie. Saccone adunque delibe- 
rando, se per alcuna via poteva pigliare questo luogo, e saga- 
cemente investigando ogni cosa, in ultimo con grande copia di 
gente a pie e a cavallo andò verso il Borgo , che nessuno lo 
sentì; e circa alla mezzanotte giunse presso al castello, e in 
quello luogo si fermò, mandati innanzi alcuni con le scale, che 
avevano notizia di questo ordine. li tempo era oscuro e tempe- 
stoso, e la violenza de' venti aveva ridotte le guardie in unaca- 
sellina della torre della guardia. Tutte queste cose ajutarono il 
disegno di Saccone in modo, che prima per le scale fu occu- 
pata la torre della porta, che le guardie sentissero alcuna cosa. 
Allora con le armi in mano misero terrore alle guardie, e po- 
sero loro silenzio, insino a tanto che condussero dentro i loro 
compagni: e quando parve loro averne condotti abbastanza, lo 
significarono a Saccone che s'aspettava. 11 quale, subitamente 
col resto delle genti venuto alla porta, la ruppe, e quelli di 
dentro, sentito il romore , presero grande spavento. Erano due 
sètte nella terra, quasi come in tutti i luoghi di Toscana. Quella 
che era più conforme a Saccone, come intese ebe egli era pre- 
sente e teneva la porta, spontaneamente siimi con lui. Ma l'al- 
tra sbigottita, avendo preso l'arme e corso in su la piazza, 
quando vide la disposizione della parte avversa, si venne a ri- 
trarre, stimando che ella fussi tal forza, che non si potesse re- 



398 ISTORIA FIORENTINA. 

sistere. E nientedimeno Saccone non usò verso di loro alcuna 
crudeltà, né fece alcun nocimento, ma senza danno de'terraz- 
zani prese il castello. 

Restavano le fortezze, dove erano le guardie deTerugini: 
le quali non potendo avere per forza, Saccone, che era quel 
modo che vi restava, ordinò di circondarle colle genti fuori e 
con fossi e steccati, acciò che quelli di dentro perdessero 
ogni speranza d'ajuto; e appresso, richiesti gli amici, accrebbe 
il numero delle genti a cavallo. 

I Perugini, udito la perdita di quel luogo, mandarono il 
loro esercito a Città di Castello, e domandarono ajuto a' Fioren- 
tini , sperando, che se tutte queste genti si convenissero in- 
sieme, sarebbero sufficienti a oppressare i nimici e ricuperare 
la terra. Ragunandosi adunque gli ajuti da ogni parte, e essendo 
la cosa in grande espettazione , i castellani che erano alla guar- 
dia , o veramente per non avere notizia dello apparato de' loro, 
o veramente perduta la speranza, dettero a Saccone le fortezze. 
Il perché, venendo poco di poi gli ajuti deTerugini, non po- 
tettero fare alcuno profitto. Saccone nella venuta delle genti 
mimiche ridusse i suoi dentro della terra. 

Non molto di poi fu fatta una zuffa fra le genti d' arme a 
cavallo presso a Città di Castello , perchè Saccone, dopo alla 
partita del campo discorrendo con le sue genti a cavallo verso 
il castello, incitò i nimici a voltarsi contro di lui , e simulando 
di fuggire, li tirò nello agguato: dove egregiamente si com- 
battè da ogni lato senza fanterie ; e fu aspra la battaglia , pe- 
rocché vi mori circa di sessanta uomini d' arme dall' una parte 
e dall' altra. l 

In questo tempo ancora si ribellò Anghiari , e venne nelle 
mani di Saccone: il quale i Perugini avevano tenuto insino al 
tempo della guerra cogli Aretini. 

In questo medesimo anno si rinnovò la lega fra le città e* 
popoli di Toscana, che avevano presa la guerra contro all' arci- 
vescovo di Milano: i quali furono Fiorentini, Aretini, Perugini 

* V ha qui una breve lacuna anco ne' Codici. 



LIBRO SETTIMO. 599 

e Senesi : e in quel verno si fecero grandi apparati , per usarli 
la seguente state. Similmente si fecero a Firenze molte provvi- 
sioni per trovare danari allo uso di quella guerra. E infra l'altre 
cose si ordinò quello che non pareva da approvare, che qua- 
lunque nel contado di Firenze era obbligato a andare alla guerra, 
pagando il danajo alla repubblica, col quale potesse conducere 
gente forestiera, loro restassero liberi dalla andata. Questo cer- 
tamente non fu altro che fare la propria e domestica moltitu- 
dine diventare vile, vedendo altrui difendere le sue sostanze, e 
loro non imparassero a difendere sé medesimi e le loro patrie- 
Queste cose pubbliche si fanno da' governatori poco esperti, le 
quali da principio si dimostrano essere piccoli errori, di poi par- 
toriscono grandissimi detrimenti. 

In questo medesimo anno oratori de' Fiorentini e de' col- 
legati furono mandati al sommo pontefice a Avignone , dove 
era colla corte, per inducerlo a intendersi con loro contro allo 
arcivescovo di Milano : perocché v'erano alcune cagioni di sde- 
gno perla occupazione di Bologna, per la quale erano stati in- 
cominciati contra di lui alcuni processi. Il perchè avevano 
grande speranza di unire le forze della sedia romana insieme 
con le loro a quella guerra. Andarono dunque gli oratori 
con ferma opinione d' ottenere dal pontefice grandissime 
cose: delle quali quanto rimasero vani i loro pensieri lo diremo 
di poi. 

In questo mezzo la Scarperia, che s' era poco innanzi di- 
fesa con tanta fatica, per uno caso improvviso fu quasi per per- 
dersi: perocché i Fiorentini , poi che il campo de'nimici si fu 
partito, ordinavano di rifare le mura da quella parte dove man- 
cavano. E per questa cagione il castello era pieno d' operaj, e 
pochi soldati alla guardia : e quelli avevano gravissime inimi- 
cizie con gli uomini del castello, e molte questioni in quel di 
s'erano fatte con percosse e ferite, per le quali gli animi 
erano accesi alla vendetta e distruzione l'uno dell' altro; e erano 
nati grandissimi sospetti fra loro. I nimici sagacemente avendo 
investigato queste cose, e avendo avuto ancora notizia da al- 



400 ISTORIA FIORENTINA. 

cimi loro fidati , i quali sotto colore d' operaj erano stati nel 
castello, come fra V argine vecchio e il nuovo facilmente si 
poteva entrare, subito delle castella vicine vi condussero circa 
cento cavalli e cinquecento fanti ; e a uno luogo presso lascia- 
rono le genti in agguato per dare soccorso, e mandarono in- 
nanzi dugentocinquanta uomini eletti con una guida pratica, il 
quale li conducesse e andasse con loro a occupare il castello. 
Costoro entrarono per Y argine senza alcuna fatica, e passando 
arditamente più innanzi, non ebbero avvertenza fare cenno ai 
loro che erano rimasti per soccorso, né fermare le guardie in 
quello luogo donde erano entrati, ma condotti in piazza, levarono 
il romore. Erano oscurissime tenebre: e i soldati della guardia 
stimavano, che gli uomini del castello avessero preso 1' arme 
contra di loro, e quello medesimo credevano i terrazzani de' 
soldati. Questo errore tenne quegli di dentro alquanto sospesi 
Finalmente, come intesero i nimici essere in mezzo della piazza, 
allora, posta da parte la paura de' suoi, tutti si volsero alla di- 
fesa della salute commune , e ristretti insieme, con 1' armi in 
mano gli assaltarono, e nel primo empito gli messero in fuga. 
Pochi vi rimasero morti , e alcuni presi : tutti gli altri pel 
medesimo luogo donde erano entrati se ne uscirono, e met- 
tendosi per ogni cammino sinistro, con celerità si ritrassero a 
salvamento. In questo modo la Scarperia di manifesto pericolo 
e quasi delle mani dei nimici più tosto per divino che per 
umano ajuto fu liberata. Quelli che erano di fuori diputati 
al soccorso, aspettando il segno ordinato, non intesero prima 
in che modo la cosa era passata, che da' suoi medesimi, i 
quali narravano come erano stati dentro e preso il castello, e 
di poi cacciati, l'avevano perduto. Cosi pieni d'ira e sdegno, do- 
lendosi l'uno dell'altro, innanzi dì si partirono. 

In quella medesima vernata Saccone con circa mille ca- 
valli e quattromila fanti entrò nel contado di Perugia, e non 
solamente predò il paese insino sotto la città, ma ancora prese 
e arse alcune castella delle loro. Di poi, tornando sotto Cortona 
con la preda, operò colla presenza sua in modo, che i Corto- 



LIBRO SETTIMO. 401 

nesi, i quali prima erano riputali uomini di mezzo , inclinarono 
allo arcivescovo di Milano, e seguirono le parti sue. 

Circa questo tempo, gli ambasciadori fiorentini e de' loro 
collegati, giunti al sommo pontefice, benché fussero con grande 
onore e benignamente ricevuti, e le parole usate da lui fussero 
umane e graziose, nientedimeno trovarono i fatti essere meno 
che l'opinione. Di questo si diceva essere cagione la sollecitudine 
e cortesia del nimico, il quale, usando assai larghezza, aveva ti- 
rato i principi di Francia e gran parte de' cardinali al suo favore : 
perii mezzo de' quali mitigato il pontefice, non pareva molto 
alieno dall' amicizia sua. Queste cose significate per lettere da- 
gli ambasciadori a' loro dominj, mossero le città di Toscana a 
volgersi a altre speranze. 

Era Carlo nuovamente eletto allo imperio: e perchè gio-A. 
vanetto s'era trovato lungo tempo nelle guerre di Lombardia, 
e in quegli luoghi variamente stato trattato e offeso dalla fami- 
glia de' Visconti, per questa cagione si stimava che fusse ini- 
mico allo arcivescovo. Il perchè fu dalle città di Toscana di 
commune consiglio deliberato di chiamarlo in Italia. E tentando 
segretamente l'animo di questo principe, gli fu la cosa tanto 
accetta, che mandò a Firenze uno de' suoi fidati amici a par- 
lare occultamente co' governatori della repubblica e capitolare 
con loro. Ma come questa pratica recava grande speranza, cosi 
si tirava drieto molte difficultà: e per questa cagione non ebbe 
effetto. 

Alla fine di questo anno fu assediato da' Fiorentini il ca- 
stello di Vertine, il quale era stato preso non da' nimici, ma 
dagli usciti, come appresso diremo. La famiglia delli Aricasoli 
era copiosa di ricchezze e d' uomini ; ma fra loro medesimi 
avevano molte discordie. Accadde, che in certa controversia, 
volendo anticipare Y uno l'altro, vennero alle mani, e ultima- 
mente furono accusati e condannati alcuni di loro, e cacciati a' 
confini. Questi tali adunque, sopportando gravemente lo esi- 
lio, con moltitudine de' loro seguaci presero le Vertine, che 
era stato ab antiquo una fortezza di quella famiglia, e spogliate 

'26 



402 ISTORIA FIORENTINA. 

le ville vicine, lo fornirono di grande quantità di frumento , e 
il castello, che era forte di sua natura, afforzarono ancora 
con opere e con industria: e dicevano, che se non fossero ri- 
vocati dallo esilio indegnamente ricevuto, che s' accosterebbero 
allo arcivescovo. Ma di loro minacci si faceva poca stima, per- 
chè il luogo era molto rimoto dal nimico. E nientedimeno non 
parve alla città di sopportare tanta vergogna. Il perchè vi si 
mandò le genti, le quali, divise in due campi, lo ossidiarono. 
E apparecchiandosi a dare la battaglia per averlo, poi che 
ogni cosa fu a ordine, ne venne tanta e si continua acqua, 
che differirono al secondo e al terzo giorno: e ultimamente, 
seguendo la piova, che pareva che venisse in ajuto degli 
assediati , furono costretti abbandonare la battaglia. Sola- 
mente gli molestarono con balestra e altri strumenti da com- 
battere. 
a. 1353. Nel principio del seguente anno, il Rosso, commessario 
di Mugello, ragunati molti fanti e bestie cariche di frumento, 
deliberò di soccorrere il castello di Lozzole posto in su lo Ap- 
pennino, il quale solevano tenere gli Ubaldini, e in quel tempo, 
mancando la vittuvaglia, era forte oppressato e stretto da' ni- 
mici. Il commessario adunque con la fanteria e co' carriaggi e 
con quattrocento cavalli si messe per luoghi montuosi e passi 
sinistri : e non avendo mandato innanzi a ricercare i luoghi, né 
andando cautamente pel cammino, né avendo celato questo suo 
pensiero, facilmente si trovò nello agguato de'nimici; e circon- 
dato da loro, perde i carriaggi e buona parte delle genti. Quelli 
che scamparono delle loro mani, fuggendo in varj luoghi, si ri- 
trassero a salvamento. Ma i Fiorentini, volendo rimediare a 
questo inconveniente ricevuto per innavvertenza del commes- 
sario, di nuovo fecero mettere in punto le genti; e mutato il 
condottiere, e ordinato di pigliare e afforzare i luoghi donde ave- 
vano a passare, non solamente vi misero la vittuvaglia, ma 
ancora espugnarono la bastia che era contro al castello fornita 
di guardie de' nimici : e quelle cose che erano utili fecero 
portare dentro alla fortezza, e 1* altre arsero insieme con la ba- 



LIBRO SETTIMO. 405 

stia, e parendo loro avere satisfatto allo onore della repubblica , 
se ne tornarono per la medesima via. 

Circa a questo tempo papa Clemente, stimolato dagli ora- 
tori fiorentini e dagli altri collegati delle città di Toscana, final- 
mente propose loro tre cose : la lega con la chiesa romana; la 
passata di Carlo nuovamente eletto allo imperio; la pace dello 
arcivescovo di Milano : di queste tre cose eleggessero gli amba- 
sciadori quella che fusse loro più grata, e lui ne seguirebbe 
la volontà e elezione loro. Gli oratori, ristretti insieme e esa- 
minate queste proposte, ultimamente giudicarono esser meglio 
rimettere tale deliberazione nello arbitrio suo. E così fatto, la 
santità del papa prese la parte più dolce e più benigna, dicendo 
che gli piaceva di dare la pace come cosa più conveniente al 
romano pontefice che alcuna altra, e che farebbe ogni opera a 
tirarla innanzi in tal forma, che fusse approvata dalle parti. E 
non molto di poi , avuta questa occasione di potere ricevere a 
grazia il nimico, senza offesa o querimonia dellecittà di Toscana, 
in pubblico concistoro, alla presenza di tutta la moltitudine, levò 
le censure e tutte le scomuniche allo arcivescovo, e riconciliollo, 
Sasciandogli il governo di Bologna per dodici anni. Per le quali 
cose ebbe da lui grande somma di pecunia in nome di censo. 
Alla pace, come cosa che aveva bisogno di lunga pratica, dette 
dilazione. La tregua solamente per un anno fu pronunziata per 
autorità del papa , acciocché in quel tempo s' avesse facoltà di 
praticare la pace con diligente esamine. 

Questa cosa fu molesta a' nostri oratori per più cagioni; 
massimamente per la riconciliazione sì presto e in su' loro occhi 
fatta col nimico, e per la pace prolungata, parendo loro che 
non si dovesse prima restituirlo a grazia, che far quella. Appres- 
so, si dolevano, che sì grave e sì feroce nimico era quasi con- 
fermato per l'autorità del pontefice. Accresceva ancora questo 
dolore la letizia de' loro avversarj , i quali avevano contro la vo- 
lontà de* collegati ottenuto la punta; pareva che di gaudio 
trionfassero. Il perchè la tregua non fu ratificata dagli oratori, 
ma ogni cosa rimesso alio arbitrio delle loro repubbliche. Tutte 



404 ISTORIA FIORENTINA. 

queste cose significate dagli oratori alle loro signorie, mossero 
le città alla speranza di Carlo, senza alcuno riguardo del sommo 
pontefice : e poi che la sua passata fu alquanto praticata , final- 
mente si fece conclusione con lui, che venisse in Italia contro 
allo arcivescovo, dandogli certa somma di pecunia, e obbliga- 
ronsi favorirlo come imperadore de' Romani. E così volsero gli 
animi de' popoli a questa espettazione. 

In questo mezzo tempo il castello di Vertine, già molto 
innanzi assediato , si ebbe a patti , e fu disfatto insino a' fonda- 
menti. Solo una volta gli avevano dato grande battaglia, e ben- 
ché gli usciti che v' erano dentro l'avessero vigorosamente so- 
stenuta, nientedimeno, vedendo lo apparato grande, s'accor- 
darono di dare il castello, salve le robe e le persone. E in questa 
forma insieme cogli usciti da Ricasoli se ne parti centocinquan- 
totto fanti che vi erano dentro , e ebbero spazio di portarsene 
le cose loro. Di poi la fortezza e le mura furono gittate in terra. 

In quella medesima state le genti dei Fiorentini e de' col- 
legati corsero in quel d'Arezzo alla Penna e a Gaenna, e pre- 
darono quelli e alcuni altri castelli degli usciti. Di poi si condus- 
sero a Bibbiena, guastando e saccheggiando il paese, dove 
Saccone si fece loro incontro con poca gente, e détte loro alcuni 
danni il primo di : ma il giorno seguente, avendo notizia come 
il campo si moveva, prese un colle in luogo di mezzo, e pas- 
sando le genti, si scoperse loro di sopra; e fu cagione, che le 
bandiere subitamente gli furono vòlte addosso e appiccato uno 
aspro fatto d'arme. Saccone, oltre allo ardire de' suoi soldati, 
aveva tale ajuto dal sito e dalla natura del luogo , che pareva 
con pochi potere impedire ogni grande esercito. Ma una parte 
di quelle genti, prestamente circondato il colle, per luoghi aspris- 
simi riuscirono di sopra, e presero la sommità, e con grande 
romore assaltarono le spalle de' nimici: e a un tratto quelli che 
combattevano dinanzi montando al colle, rinforzarono la batta- 
glia. Così i nimici posti in mezzo, dinanzi e di drieto combat- 
tuti, si misero in fuga, e molti vi rimasero morti, e non minor 
numero vi furono presi. 1 Fiorentini dopo questo più libera* 



LIBRO SETTIMO. 403 

mente scorrendo il paese, predarono quanto vollero , e final- 
mente si partirono. 

Circa il medesimo